Paul Cézanne

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Paul Cézanne tra il 1883 e il 1887

Paul Cézanne (1839 – 1906), pittore francese.

Citazioni su Paul Cézanne[modifica]

La montagna di Sainte Victoire, 1897
  • Cézanne dà l'impressione di un matto che dipinge in una crisi di delirium tremens. (Marc de Montifaud)
  • L'artista più attaccato, più maltrattato, da quindici anni, dalla stampa e dal pubblico, è Cézanne. Non c'è epiteto offensivo che non venga accostato al suo nome, e le sue opere hanno ottenuto un successo d'ilarità che dura ancora. Cézanne appare come un greco della belle époque; le sue tele hanno la calma, la serenità eroica dei dipinti e delle terrecotte antiche, e gli ignoranti che ridono davanti ai Bagnanti, per esempio, mi fanno l'effetto di barbari che criticano il Partenone. Cézanne è un pittore, e un grande pittore. Quelli che non hanno mai preso in mano un pennello o una matita hanno detto che non sapeva disegnare, e gli hanno rimproverato "imperfezioni" che non sono che una raffinatezza ottenuta grazie a un'enorme abilità. So bene che, nonostante tutto, Cézanne non può avere il successo dei pittori alla moda ma la sua pittura ha l'inesprimibile fascino dell'antichità biblica e greca, i movimenti dei personaggi sono semplici e grandi come nelle sculture antiche, i paesaggi hanno una maestà imponente, e le sue nature morte così belle, così esatte nei rapporti tonali, hanno, nella loro verità, qualcosa di solenne. In tutti i suoi dipinti, l'artista commuove, perché egli stesso prova, davanti alla natura, un'emozione violenta che l'abilità trasmette alla tela. (Georges Riviere)
  • Un colorista rivelatore che contribuì più di Manet al movimento impressionista, un artista dalle retine malate, che, nella sua esasperata percezione visiva, scoprì i prodromi di un'arte nuova: in tali termini si può sintetizzare il troppo dimenticato Cézanne. (Joris Karl Huysmans)
  • Si scopre improvvisamente che l'amico di Zola, il misterioso provenzale, pittore al tempo stesso incompleto e ricco di soluzioni, sottile e rude, è un grand'uomo. Grand'uomo? Per nulla affatto, a volersi guardare dalle infatuazioni stagionali. Senz'altro un temperamento dei più interessanti, da cui ha preso molto, più o meno consapevolmente, la nuova scuola. (Arsène Alexandre)
  • Ha le goffaggini e le imperfezioni di un vero primitivo. (Georges Lecomte)
  • Ci sono una dozzina di opere, paesaggi o ritratti, firmati da un ultra-impressionista di nome Cézanne, che metterebbero di buon umore lo stesso Brisson. Ci si torce dalle risa soprattutto davanti a una testa d'uomo bruno e barbuto le cui guance martellate con la cazzuola sembrano devastate dall'eczema. Gli esperti, imbarazzati nel catalogare simili stranezze, hanno definito ciascuna di esse: Opera della prima giovinezza. Se Cézanne fosse stato a balia quando ha vomitato queste pitturacce, non ci sarebbe niente a ridire ma che pensare del castellano di Médan [Zola], che sosteneva simili pazzie pittoriche. Se si ammette Cézanne non rimane che dar fuoco al Louvre. (Henri Rochefort)
  • I suoi paesaggi dell'Estaque trasformano questa adorabile località d'oro e di zaffiro in un lugubre pantano color piombo, dove mai la luce ha potuto sorridere. Il nome di Cézanne resterà unito alla più memorabile burla d'arte degli ultimi quindici anni. (Camille Mauclair)
  • Essere un buon operaio, far bene il proprio mestiere era per lui la chiave, la base di tutto. Dipingere bene significava vivere bene. Dava tutto se stesso, si calava con tutta la sua forza in ogni colpo di pennello. Bisogna averlo visto dipingere, dolorosamente teso, la preghiera nel volto, per immaginare quanto della sua anima egli mettesse nel lavoro. Tremava tutto. Esitava, la fronte congestionata quasi enfiata da invisibili pensieri, il busto raggomitolato, il collo incassato nelle spalle e le mani frementi fino al momento in cui, solide, volitive, tenere, posavano il tocco, sicure, e sempre da destra a sinistra. Allora indietreggiava un po', e i suoi occhi si posavano di nuovo sugli oggetti. (Rainer Maria Rilke)
  • Oggi ti vorrei raccontare un poco di Cézanne. Per quanto riguarda il lavoro, così afferma, ha vissuto da bohémien fino a quarant'anni. Solo più tardi, con la conoscenza di Pissarro, ha preso gusto al lavoro. Ma, allora, fino al punto di passare gli ultimi trent'anni della sua vita non facendo altro che lavorare. Senza gioia invero, come sembra, con una rabbia incessante, in conflitto con ogni sua singola opera, perché nessuna di esse gli sembrava raggiungere ciò che egli riteneva essere la cosa più indispensabile. La chiamava la réalisation, e la trovava nei "veneziani" che aveva visto e rivisto al Louvre e apprezzava incodizionalmente. Il convincente, il farsi cosa. La realtà sublimata fino a divenire indistruttibile attraverso la propria esperienza dell'oggetto, era questo che gli pareva l'intento più intimo del suo lavoro; vecchio, malandato, ogni sera consunto fino allo spasimo dal regolare lavoro giornaliero (tanto che spesso andava a dormire alle sei, all'imbrunire, dopo una cena mandata giù distrattamente), arrabbiato, diffidente, deriso ogni qual volta si recava al suo atelier, schernito, maltrattato… sperava un giorno, di raggiungere quel compimento che egli sentiva come l'unico essenziale. In tal modo egli aveva esacerbato le difficoltà del suo lavoro nella maniera più ostinata… si muoveva avanti e indietro nel suo studio, che aveva la luce sbagliata, in quanto il capomastro non aveva ritenuto necessario dare ascolto a quel vecchio bizzarro che ad Aix erano tutti d'accordo nel non prendere sul serio. (Rainer Maria Rilke)
  • Era divertente osservare, davanti a quest'opera di ardente sincerità, lo sbalordimento del pubblico, rovinato dai pittori mediocri, e il furore di questi ultimi. Nonostante i progressi dello snobismo, eravamo ritornati a quei giorni, di cui ci ha parlato Duret, quando i visitatori delle piccole mostre impressioniste si torcevano dal ridere già mentre salivano le scale. Ma l'entusiasmo vero dei giovani ha fatto giustizia di tutte queste stupidaggini. Essi sanno quali felici occasioni di capire e di maturarsi siano state loro offerte quest'anno da Cézanne e l'anno scorso da Gauguin. (Charles Morice)
  • Chi non l'ha visto dipingere può a fatica immaginare fino a che punto, in certi giorni, il suo lavoro fosse lento e penoso. Nel mio ritratto ci sono, sulla mano, due punti in cui la tela è scoperta. Lo feci notare a Cézanne, che mi rispose: "Se la mia seduta al Louvre, fra poco, avrà buon esito, forse domani troverò il modo giusto di coprire questi spazi bianchi. Cercate di capire, ...se intervenissi qui a caso, sarei costretto a ricominciare tutto il quadro a partire da questo punto". (Ambroise Vollard)
  • Era talmente sprovvisto di immaginazione da essere incapace di scegliere, nel mondo delle forme, quelle più adatte a realizzare l'ideale di armonia che desiderava esprimere. Non attuava mai la scelta fra un gran numero di oggetti per cogliere l'elemento medio che li contenesse tutti. Si appropriava un oggetto qualsiasi, senza preoccuparsi assolutamente se fosse bello o brutto, e di qui cominciava la sua scelta. L'oggetto acquistava un tale carattere di unità e forza espressiva da imporsi come una legge. [...] Era un pittore. Nulla lo attirava nella realtà al di fuori degli accostamenti di colore e di forme che la luce e l'ombra impongono agli oggetti, svelando all'occhio leggi di tale rigore che uno spirito elevato può assumerle come direttive di vita sia metafisiche che morali. (Edgar Faure)
  • Una caratteristica costante di Cézanne [è] la coscienza che la sequenza plastica deve essere sentita attraverso l'intera superficie della tela. Per lui, sebbene possano esserci punti cardini della sequenza, ogni parte, anche apparentemente insignificante, deve fornire il suo preciso e insostituibile apporto al tutto. Ogni strumento nell'orchestra deve suonare, per quanto debolmente. (Roger Fry)
  • Volendo assegnare una paternità ideale a Paul Cézanne, le grandi immagini di Michelangelo e di Eschilo apparirebbero fra le prime alla fantasia. Al pari del toscano, egli ha compreso la forza mistica che scoppia dalle cose mute, dai tronchi e dalle rocce; al pari del greco, ha sentito la potenza selvaggia che erompe dal cuore ingenuo del popolo, e queste due energie ha racchiuse nei suoi paesi e nelle sue figure. Così come la loro, la sua opera è un rozzo terreno, spoglio, pietroso, atroce, scorticato, dal quale sbocciano piante, fiori ed erbe, mestamente, castamente, con semplice spontaneità naturale. Per arrivare a suggerire pittoricamente delle immagini tanto solenni, è naturale che Paul Cézanne abbia dovuto sfrondare le sue fantasie e presentarle religiosamente, col solo magistero dello stile. Infatti il suo colore e il suo disegno sono agri, poveri e brutali. Nella sua pittura si riscontrano i conflitti cromatici che, per il primo, Masaccio suscitò realisticamente negli affreschi della cappella Brancacci al Carmine; ed anche le torsioni vigorose del Tintoretto. Senza legge, senza scrupoli, il suo stile accusa le asperità dei contorni degli esseri e di ciò che li circonda. (Ardengo Soffici)
  • Il merito grande del Provenzale, quello per cui tutta l'arte di un'epoca dovrà considerarsi derivata dalla sua iniziativa e dal suo travaglio, è di essere ritornato nel solco profondo ed eterno della pittura, scartando tutti gli apriorismi di ricerche tecniche (luminismo, divisionismo, complementarismo) cui aveva indotto l'epoca positivistica: di aver ripreso a dipingere la natura riflessa nel magico specchio dell'anima, vedendola non più sotto specie sensoria o sensibile (aggettivi che dominano tutta l'estetica impressionistica), ma attraverso un'intimità profonda, religiosa, eroica, che la storia ci permette di considerare essenzialmente italiana. Cézanne dipinge senza preoccupazioni di programmi più o meno rivoluzionari, ma sotto l'impulso di un'ansia mistica, che lo investe, lo tiranneggia, lo macera; e fa cantare, piangere, urlare la sua drammatica tavolozza. Nulla di edonistico, di descrittivo, di fenomenico nella sua arte. La pittura come la intendono Manet e Monet è di gran lunga superata nelle sue tele. Non si tratta più del "vero attraverso un temperamento" di zoliana memoria. C'è un elemento etico, religioso, trascendente nell'arte di Cézanne che la definizione zoliana non sospetta neppur lontanamente e che è proprio quello per cui l'opera cézanniana si riconnette all'arte dei sommi italiani: Giotto, Masaccio, Michelangelo, Tintoretto, Caravaggio. Cotesto il lato spirituale dell'italianismo di Cézanne, il suo sentimento, non italianeggiante, si badi, al modo del Poussin, ma italiano di polpa, intrinsecamente. E v'è poi il modo di esprimersi plasticamente di cotesto sentimento, modo strettamente inerente e coerente e quindi anch'esso italianissimo. Il modo stilistico di Cézanne è tornato ad essere il volume, inteso come rapporto di chiari e di scuri. Le molteplici possibilità di variazione (nell'intensità, nella posizione, nel dinamismo, o nella statica) di tale rapporto costituiscono la sintassi cézanniana. Cotesta sintassi è simultaneamente plastica e coloristica in quanto, appunto, è chiaroscurale. Per tali aspetti Cézanne si manifesta come un erede de' veneziani, non solo, ma di tutta la tradizione volumetrica italiana, fino alla sua sorgente eccelsa, a Giotto, cioè, titanico estrattore di moli poliedriche, a Masaccio che scolpisce le sue figure a colpi possenti d'ascia per entro massicci blocchi chiaroscurali. (Mario Tinti)
  • Nessuno, nella storia dell'arte, si è mai aggrappato all'immutabile più inesorabilmente di Cézanne. Sulle rovine del gran sogno di stabilità del pensiero classico, la scienza ha costruito la nozione dell'eterna trasformazione di tutto. L'Impressionismo accetta questa rivelazione Cézanne resiste. È l'ultimo guizzo della latinità, tenta di ristabilire quella sicurezza mandata all'aria fin dal Seicento. Pazientemente, appassionatamente, ricerca il solido, il durevole, il permanente: la forma, le infrastrutture, le basi eterne del reale e del pensiero, della vita esteriore e di quella interiore. (René Huyghe)
  • La grandezza di Cézanne, che degli impressionisti era contemporaneo, amico e compagno di lotta, consiste nell'aver avvertito immediatamente che la sua missione era quella di procedere oltre, utilizzando a fini di sintesi ciò che essi avevano ricercato analiticamente. (Louis Vauxcelles)
  • Temperamento latino di una violenza organica eccezionale, di una torrida concentrazione, eccessivo in molti aspetti, intessuto di contrasti: tormentato dall'inquietudine e acceso da veementi, dilatati, enormi sogni, e insieme di una delicatezza raffinata e gelosa e sofferente che sconfinava nella timidezza, logico chiaro e implacabile educato su Kant, e dedito a torbidi ingorghi nella sensibilità sessuale. Insomma un uomo tipicamente d'eccezione, anche nel senso romantico e decadente della parola, che avrebbe potuto sfrenarsi nella pura estrinsecazione del suo essere, invece di dominarsi, di disciplinarsi con una tensione disperata e profonda, durata per molti anni, la quale doveva segnare per sempre il suo carattere. (Carlo Ludovico Ragghianti)
  • Senza dubbio ci sono, in Cézanne, parecchi Cézanne: un uomo concreto e uno immaginoso, un sensuale e un intellettuale, un meridionale e un mediterraneo un barocco e un classico. L'uno amava il reale, che sentiva d'istinto e cui, di necessità, si rifaceva continuamente; pittore, maneggiava la sua materia come uno scultore la creta, come un cuoco i suoi impasti, come un contadino la terra del suo campo; l'altro si dilettava a vagare nei regni fantastici, affollati di tutti i pensieri del desiderio e dell'amore, dove i grandi romantici si recarono in rapida visita, e che Nerval e Baudelaire frequentarono intimamente. Quello si abbandonava voluttuosamente alle gioie che procurano lo spettacolo delle cose e una creazione artistica compiacente; questo, proclamando illusoria la natura, giudicava proprio dell'uomo conferire ad essa l'essenza col pensarla, e preconizzava una attività creatrice volontaria, ascetica. Il meridionale barocco amava il movimento, l'effetto, un lirismo non esente da retorica; l'ordine, la staticità, il ritegno, lo stile sollecitavano il classico mediterraneo. Se mai ad essere umano si poterono applicare i famosi versi di Racine: "Mon Dieu, quelle guerre cruelle. / Je trouve deux hommes en moi", fu al pittore Paul Cézanne. (Bernard Dorival)
  • Cézanne è solo, disperatamente solo. Non fa alcun proselitismo. Non cerca di vincere né di convincere. Vuole solo esprimersi. Vuol dire ciò che ha da dire, e questo gli richiede uno sforzo, una tensione che non può non essere dolorosa. E patetica. Cézanne crea nel dolore. La serenità dei suoi dipinti migliori, dovuta alla loro compiutezza, non può nascondere del tutto l'angoscia del lavoratore paziente e ostinato che con fatica li ha portati a termine. Angoscia di cui non riesce mai a liberarsi completamente. Cézanne ignora la disinvoltura, l'ottimismo, la sensualità felice di un Renoir. Cézanne si contrae e si concentra. È del tutto contrario a ogni lirismo. Diffida dell'eloquenza. Diffida persino delle insidie che la natura gli tende o potrebbe tendergli. La venera, la adora, ma non vuole che sia piacevole; oppone ai suoi incantesimi il rigore di un'analisi severa. Vuole conoscere solo ciò che essa ha di permanente, di essenziale. (Francis Jourdain)
  • Che le opere dell'ultimo periodo artistico di Cézanne presentino soggetti poco interessanti dal punto di vista umano, è giudizio superficiale. Sono il colore e la composizione ad attrarci immediatamente. Con la stessa serietà con cui gli antichi maestri esaltavano e drammatizzavano i soggetti più importanti, così Cézanne ha trattato le forme e i toni delle mele, degli alberi, dei volti. Una grande forza traspare dalla sua opera pittorica, costruita per tocchi minuti: si avverte il perfetto equilibrio fra stabilità e movimento, accordo e contrasto. Le sue opere esprimono le qualità migliori dell'uomo: la sensibilità, la capacità di riflessione, il vigore unitamente alla forza della convinzione e all'integrità. (Meyer Schapiro)
  • Dall'artista che era in lui Cézanne ha ricevuto gli stimoli che lo hanno portato a respingere ogni remora convenzionale o conformista. Il pittore è uscito vincitore dal conflitto con l'uomo. Da quel momento il contorno cézanniano si frange, esce dai limiti naturali degli oggetti. Si effonde quasi vertiginosamente e si ricostituisce o per difetto o per eccesso. Questo fenomeno gli verrà attribuito come goffaggine o barocchismo da quanti rimangono sempre legati alle regole accademiche. In realtà esso risponde alla capacità di Cézanne di andare oltre le apparenze per scoprire quei rapporti autentici che egli ricercava con tanta passione. (Maurice Raynal)
  • In realtà Cézanne non intendeva rinnegare il linguaggio impressionistico per far ritorno alla forma plastica ottenuta mediante il disegno e il modellato a chiaroscuro tradizionali, né aveva di mira, come i cubisti, un'analisi integrale dei vari piani mediante il disegno e il modellato a chiaroscuro tradizionali, né aveva di mira, come i cubisti, un'analisi integrale dei vari piani degli oggetti e la loro simultanea ed astratta proiezione in superficie. La sua dichiarata volontà di "solidificare" e di sottomettere ad una norma geometrica le apparenze visive non significava se non l'ansia di ricreare, fondandosi esclusivamente sul colore puro rivelatogli dagli impressionisti ed in primo luogo da Pissarro, un universo pittorico meditato e costruito in ogni giuntura con paziente applicazione: di ritrovare insomma quei valori di semplificazione plastica e strutturale ai quali Monet e i suoi affini avevano compreso di dover rinunciare per esprimere gli aspetti più immediati e labili delle cose. (Gian Alberto Dell'Acqua)
  • Il mondo di Cézanne è ancora ben visuale e sensorio, proprio perché egli ne ha riconosciuto la validità attraverso la lezione impressionista e ancora adesso egli vuole fare dell'Impressionismo "une chose solide et durable comme l'art des musées". Se egli anticipa nella pittura certi fatti che saranno poi, ma con diverso risultato, del gusto cubista, è perché egli vuole raggiungere una sintesi sempre maggiore tra emozione e forma, anzi tra emozione e spazio. Quindi scompagina la rappresentazione prospettica tradizionale, crea delle prospettive diverse, da vari punti di vista, identifica cioè lo spazio con una successione visiva di immagini che, ripercosse nella coscienza, daranno quella identità di spazio e tempo che Bergson, circa gli stessi anni, chiamava "durata reale". Tutto questo accadeva in Cézanne senza naturalmente nessun preconcetto teorico e senza che avesse letto Bergson. Egli compie l'analisi dello spazio secondo il principio della durata per imprimere negli oggetti, veduti da più di un punto di vista, una intensità vitale non prima raggiunta, e cioè, sia pure attraverso un'analisi, giunge ad una sintesi della visione. (Lionello Venturi)
  • Riprendeva infinite volte lo stesso motivo e [lo] spogliava d'ogni particolare accessorio, episodico, lo riduceva all'essenziale. Ma, allora, dava ad ogni elemento pari risalto, il massimo dell'evidenza. I suoi fondi ribaltano in primo piano, s'affacciano, urgenti, fra gli interstizi degli oggetti in primo piano e si intarsiano con essi. Anziché sfondare, i profili lontani tendono ad avvicinarsi, ad imporsi evidenti. Quasi sempre, anzi, i primi piani sono aboliti e la visione trascorre direttamente agli ultimi, incombenti. La verosimiglianza, la riproduzione descrittiva dell'oggetto sono scartate; con pochi elementi essenziali Cézanne crea delle nature morte come creerebbe, ponendo pietra su pietra, una costruzione primitiva, senza piano preordinato e senza raffinamenti. Le sue figure hanno la stessa rudimentale apparenza: immote, senza articolazioni. (Anna Maria Brizio)
  • Esempio rarissimo, questo pittore colto sa conservare la purezza della sensazione; rifiuta il comodo sostegno dei sistemi preconcetti; non chiede aiuto alla rassicurante "armatura" costruttiva della prospettiva classica con cui si realizza a priori l'equilibrio spaziale di una composizione. Si sottopone a ogni esperienza, come se fosse il primo ad affrontarle. (Liliane Brion-Guerry)
  • Non sarebbe possibile tracciare la linea dello sviluppo dell'arte moderna senza fare un diretto e costante riferimento a Cézanne. La lezione del maestro di Aix-en-Provence è stata di fondamentale importanza per tutte le esperienze successive. L'eredità da lui lasciata arriva fino ai nostri giorni. Non fu infatti il restauratore di un ordine classico, contrapposto al presunto disordine impressionista, come alcuni sostennero; e tanto meno fu il genio abortito, incapace di realizzare le sue grandi idee, come pretese ad un certo momento Zola. Partecipe della civiltà pittorica creata dagli impressionisti, impensabile senza di essa, Cézanne tuttavia va oltre per affermare una propria concezione, che è una personale visione del mondo, meditata in solitudine, in un desiderio di costruzione che, pur partendo da un contatto costante con la natura, tuttavia la supera nella autonoma dimensione dello stile, nella purezza dei volumi e delle immagini, nella fantastica e strutturata vibrazione del colore. (Nello Ponente)

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