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Aleardo Aleardi

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Aleardo Aleardi

Aleardo Aleardi, nato Gaetano Maria Aleardi (1812 – 1878), poeta italiano.

Citazioni di Aleardo Aleardi[modifica]

  • Anzi per questo mio eccessivo amoreggiar con la Natura, non ricordo in quale scritto, m'ànno dato per sino del panteista. Io venero, è vero, quel magnanimo infelice di Giordano Bruno, che un papa à fatto bruciare in nome di quel Cristo che non avrebbe torto un capello a Giuda Scariotto; amo i filosofi, amo molto i sommi poeti della giovine Germania: ma quanto a panteista, lo sono a un bel circa,[...]. (dalla prefazione ai Canti, 1899)
  • Si guardan sempre e non si toccan mai. (da Lettere a Maria, I, L'invito, quart'ultimo verso)

Canti[modifica]

Incipit[modifica]

Pria che sulle infelici artiche terre
Scenda la notte al morïente autunno
Col suo buio di mille ore; sul lembo
Dell'orizzonte, pari ad un fuggiasco,
Va circolando il sol per lunghi giorni
D'imminente tramonto: e poi ch'è spenta
L'ultima larva de la faccia d'oro,
Un incessante vespero scolora
L'onda e le terre, e l'aquilon ricopre
Di neve alta ogni cosa, a quella guisa
Che si coprono i morti.

Citazioni[modifica]

  • D'un de' tuoi monti fertili di spade, | niobe guerriera de le mie contrade, | leonessa d'Italia, | Brescia grande e infelice. (da Le tre fanciulle)
  • Quando il tuo sguardo innanzi a me scintilla | amabilmente pio | io chiedo al lume della tua pupilla: | «dimmi, se il sai, bel messagger del core, | dimmi, che cosa è Dio?» | E la pupilla mi risponde: – «Amore.» (da Fanciulla, che cosa è Dio)
  • Regina dell'aria, | dei nembi signora, | dai ghiacci perpetui, | mia eterna dimora, | impero le nuvole, | oscuro le stelle, | invio le procelle | sul torbido mar. (da Le inondazioni)
  • La ripa ondeggia, traballa il suolo, | fuggiamo a volo, fuggiamo a volo! (da Le inondazioni)
  • Vergine santa, madre dei dolori, | tu che al sole comandi e alla bufera, | abbi pietà di questi mille cuori | che innalzano al tuo cuore una preghiera. | Misericordia, o Vergine Maria, | d'una gente ridotta all'agonia. (da Le inondazioni)
  • Un dì per le sublimi Alpi io movea | dei nepoti di Tell. Da canto al ponte, | che da Satana à nome, in giù fissava | la vanità del pauroso abisso, | dove la Reissa, furibonda naiade | sbatte l'urne di porfido, e ululando | fugge non vista. Ivi afferrato un cembro, | curvo sul ciglio lungamente stetti | su la morte librato. Io non vedea | che rupi ed ombra. Un indefesso e freddo | vento recava sibili d'ignoti | augelli; un rombo di cose cadenti, | e rimoto pei ciechi antri un perpetuo | mugghio. L'arcano spirito del loco | a piombargli nel sen con malïarde | vertigini invitava. Era un terrore | con voluttà. (da È morta)
  • Pure è un dolor che passa ogni dolore | portar il lutto di persona viva. (da È morta)
  • E mi ricorda d'una blanda sera | per molta età, per duri casi ormai | remotissima. Ed era il dolce tempo | quando la state muore nell'autunno; | volgea la festa di Maria nascente. (da Un'ora della mia giovinezza)
  • Anch'io, vedi, son triste; e in fastidita | solitudine vivo; ed era, un tempo, | come allegria d'allodole pel cielo, | giocondo il volo de le mie giornate. (da L'invito)
  • Nata all'opaco | seno d'un masso che le ruba i soli, | le rame allunga sottilmente e piega | la tremula alberella. Urto di brezza, | che assidua spiri, non la spinge a quelle | curve insolite a lei; ma sì la tira | un istinto di sole, un indefesso | desiderio di luce. (da L'immortalità dell'anima)
  • "Sì; quel granel di polvere che vola | là giù, è la Terra. E pari a le funèbri | che fra poco vedrai larve di mondi | qua e là disperse, anch'ella quando fia | piena la cifra de' suoi dì fatale, | così travolta andrà per lo infinito. | Svanirà l'acqua che la bagna; l'aura | che la circonda; né scintilla alcuna | più nel suo grembo celerà di foco. | Vedovata di piante d'ogni forma | vivente, fredda, cavernosa, muta | passerà in cielo come passa in mare | naufraga nave, dove tutto è morto." (da L'immortalità dell'anima)
  • Veníano in quella vagolando a volo | festivo e obbliquo due farfalle, e l'una | l'altra inseguiva, petali viventi | aggirati dal zeffiro. Le vide | L'altissimo pittore, e a lei rivolto | Che si tacea: "Mira, amor mio, le disse: | La nostra vita fia come la vita | Di quelle due felici vagabonde, | sempre in mezzo all'april. Sarà un perenne | inseguirsi d'amore; una perenne | visita ai fiori de la gioia; sempre | inebrïati e liberi. L'avara | felicità, perpetua vïatrice, | scontri talora un solo istante al mondo, | e se ritardi ad afferrarla, sfugge, | né per rimpianti più torna. Quaggiuso | or tutto odora, tutto canta; l'aura | che tu respiri, ondeggia ai trilli novi | de gli augelli sposati; è tutta piena | dell'errabondo polline dei fiori; | l'acque e la terra cantano l'eterno | epitalamio de la vita; tutto | ama quaggiù: làsciati amare, o bella." (da Raffaello e la Fornarina)

Bibliografia[modifica]

  • Aleardo Aleardi, Canti, G. Barbèra Editore, 1899.

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