Raffaello Barbiera

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Raffaello Barbiera

Raffaello Barbiera (1851 – 1934), giornalista e scrittore italiano.

Figure e figurine del secolo XIX[modifica]

  • Nell'Archivio storico del municipio milanese[1], trovo un documento curioso che specifica le spese minute, e numerose, sostenute dalla città per mantenere la bellezza di madama Bonaparte: trovo le lire spese per la "cipria sopraffina" pel "piumino da cigno" pei "pettini rari fini" e "detti da riccio." E quante lire per le ghiottornie, delle quali eran vaghe le labbra di Giuseppina!... Frutti canditi, pane di Spagna, amaretti, africani, schiume con pignoli... E (trascrivo ancora) vini di Borgogna, Tokai, Xeres, Madera, Bordeaux e... "un porcellino vivo da latte" insieme con "un albero della libertà". Perché poi quel roseo animaluccio, e l'accoppiamento del medesimo coll'albero della libertà, è un profondo mistero: si direbbe una satira di Carlo Porta! (pp. 8-9)
  • Napoleone, fra tutte le sorelle, prediligeva Paolina; era il suo Beniamino, ma un Beniamino un po' seccante. Avrebbe voluto levarsela volentieri d'attorno, perché a Milano e a Mombello gliene faceva di tutt'i colori: frugava curiosa nelle carte, ascoltava alle porte i discorsi dello stato maggiore, e colla sua testina dai capelli annodati sulla nuca, faceva girar le teste e i testoni dei guerrieri. (p. 15)
  • [Paolina Bonaparte] A Parigi, a un ballo in casa di madama Laura Perman, poi duchessa d'Abrantés, Paoletta comparve tutta giuliva, vestita da baccante... Le dame finsero di scandalezzarsene, e ne nacque uno scompiglio. Madama Contades, non potendo trovar altri difetti in quel corpo fidiaco, disse a voce alta: "che brutte orecchie che ha!" Paoletta la udì, pianse, e desolata abbandonò il ballo, con rammarico dei ballerini, con allegrezza delle rivali. (p. 17)
  • [Federico Confalonieri] La sua figura, non ostante i nobili sforzi degli ammiratori generosi, non è però tutta luce: la sua vita non è tutta gloria; ma nessuno può negare la fiera sublimità di quel carattere, indomabile dinanzi al dolore, dinanzi al patibolo, dinanzi a imperiali lusinghe, più temibili ancora delle imperiali vendette. (p. 99)
  • Il conte Federico Confalonieri era nato per dominare gli altri; ma egli seppe dominare sé stesso. Il suo implacabile orgoglio, il suo tono sprezzante, il suo temperamento tempestoso gli alienavano molti cuori: ma altri cuori si avvincevano a lui per un fascino ineluttabile. No, non poteva essere un marito amabile Federico Confalonieri; ma la sposa sua, l'angelica contessa Teresa Casati, lo adorava. (p. 99)
  • La vita politica del Confalonieri comincia macchiata da un'orribile accusa. Il miserando ministro delle finanze del Regno italico, Prina, spira assassinato da una folla aizzata da scellerati maggiorenti. Fu detto, e ripetuto, che quella folla venne lanciata alla casa del Prina da un cenno del Confalonieri.... Il conte, così sdegnoso di scuotere dal suo dorso le accuse volgari, soffriva atrocemente di quella nera calunnia. Egli se ne difese in pagine severe; se ne difese, ancora, dinanzi al suo implacabile inquisitore Salvotti, quando venne arrestato qual federato; se ne difese pur dinanzi allo stesso principe di Metternich, quando questi andò a trovarlo poco prima ch'egli fosse sepolto nello Spielberg. Tutto si pensasse di lui, ma ch'egli fosse un assassino, no! (p. 100)
  • [Bianca Milesi] Andrea Appiani, il pittore delle Grazie, le insegnò pittura; perciò ella approntò l'artistico emblema pel battaglione degli studenti. Antonio Canova, lo scultore delle Grazie, le pose affetto, e il Manzoni, vedendola sempre così affaccendata ed esaltata pel bene d'Italia, la chiamò scherzando "la madre della patria". (pp. 179-180)
  • Bianca Milesi s'accendeva d'entusiasmo ardente per ogni grandezza. A ogni fatto eroico, a ogni atto d'audacia, di gloria, i suoi occhi si spalancavano, ed ella sorgeva in piedi estasiata. (p. 180)
  • Altri versi [oltre a quelli di Giovanni Prati] si scrissero per l'Elssler: altri poeti, fra i quali un Crescini, veneto, la cantarono. Abbiamo tutta una letteratura sulla Elssler. E non vanno dimenticate le satire contro di lei, austriaca, protetta dai dominatori austriaci; ma nessuna è degna di menzione per la povertà dello spirito. (p. 280)
  • Bell'uomo e carattere nobilissimo Stefano Ronchetti-Monteviti. Quando, nel '66[2], la patria chiese il braccio degl'intrepidi, egli, silenziosamente, una mattina, all'alba, partì col figlio per il campo, lasciando a Milano la propria compagna ch'egli, adorato, adorava, e che giustamente era superba di quel marito e di quel figlio, così devoti al sacrificio e alla patria. (p. 329)

Grandi e piccole memorie[modifica]

  • [Francesco Hayez] Tutti lo aiutano, tutti lo corteggiano, tutti gli vogliono bene. Egli non passò su quei triboli fra' quali tanti veri artisti sono costretti a camminare sanguinanti e a morire; egli passò sopra una strada di rose. E tale fortuna la doveva in buona parte alla sua giovialità nativa, all'amorevolezza con la quale accoglieva i consigli e le censure, di cui fa pro, senza guastarsi il sangue con rancori, senza provocar nemici con la baldanza. se ebbe a patir dolori, e persino qualche coltellata, in gioventù, fu solo in seguito a' suoi sbarchi troppo entusiastici all'isola di Citerea[3]. Benedetta isola! (pp. 128-129)
  • Leonardo da Vinci, per dipingere Medusa, si pose in casa tutta una nidiata di serpi vive; e Francesco Hayez per dipingere il Laocoonte, acquistò dei boa. Finito il quadro, che doveva farne dei serpenti?... Una sera, tra il chiaro e lo scuro, calò uno dei boa giù dai merli del palazzo di Venezia, e il rettile andò a scompigliare una processione che passava in quel punto: fu un fuggi fuggi generale, un urlo solo di spavento, un terrore. (p. 133)
  • Vincenzo Vela non amava i preti, come non li amava troppo, a dir vero, Giuseppe Verdi, al quale in più punti il Vela rassomigliava nelle umilissime origini rusticane, nella durezza dei primi squallidi anni, confortata solo dal desiderio ansioso di nobile lavoro, nella brusca risolutezza dei modi, nella schiettezza rude de' giudizii, persino nell'aspetto, dove leggevasi certa sdegnosità e lealtà recisa. Non amava i preti Vincenzo Vela; ma sentiva la sublime poesia di Colui che redense chi è calpestato e chi piange. (p. 145)

Il salotto della contessa Maffei[modifica]

Incipit[modifica]

Il salotto di Clara Maffei, nata contessa Carrara-Spinelli, durò mezzo secolo a Milano, e per questo tempo rimase il salotto più celebre di tutta Italia. Per cinquantadue anni, fu il centro di riunione di patrioti, letterati e artisti italiani, e degli stranieri illustri che visitando la nostra penisola, passavano per Milano.
L'influenza, esercitata dal salotto Maffei nel decennio dal 1849 al 1859 nei destini di Lombardia e possiamo dire d'Italia, non va trascurata. La sua patriottica irradiazione si diffuse oltre i limiti di Milano e della Lombardia, si diffuse in altre regioni italiane; e vi portò la parola d'ordine che ben presto divenne fatto. Anche fuori d'Italia, specialmente a Parigi, che pur vanta nella sua storia politica, letteraria e galante, salotti famosissimi, il nome di Clara Maffei era conosciuto e ripetuto con reverente simpatia: le salon Maffei veniva citato alle Tuileries come ritrovo d'uomini d'alta tempra sul cui senno e sul cui ajuto il grande statista del nostro risorgimento, Camillo Cavour, contava con fiducia. Non si tratta, adunque, d'un salotto provinciale, bensì d'un salotto degno d'una metropoli.

Citazioni[modifica]

  • [Clara Maffei] La sua potenza consisteva nell'arte, così ardua, di ricever bene, di riunire nobili elementi; di esser centro d'un ordine d'idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per guidare una conversazione eletta, per ispegnere subito abilmente gli attriti, che nel calore delle discussioni possono insorgere. Era gentildonna nell'aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità, nella scioltezza, nel gesto, nell'anima, e nella finezza colla quale sapeva porre ogni nuova persona presentata in grado di trovare ben presto nel salotto un compagno di attitudini, di gusti, di studii, un concittadino, un amico. (cap. I, pp. 2-3)
  • Fra le amiche più ammirate da Balzac, va annoverata certo la contessa Clara Maffei. Non è credibile che la contessa Maffei, appena vide Balzac salire per la prima volta le sue scale, gli sia volata incontro e, quasi inginocchiatasi, abbia esclamato: "J'adore le génie!" Ciò fu detto e si ripete; ma la Maffei possedeva troppo il senso della misura per abbandonarsi a queste esagerazioni. (cap. IV, p. 49)
  • Ampia la fronte, animato penetrante lo sguardo, il capo leggermente inchinato, lievemente ironico il sorriso, il marchese Guerrieri-Gonzaga univa insieme, al pari di tanti patrioti rivoluzionarii, il sentimento cavalleresco verso la dama e il culto della patria. Urbano il suo frizzo, innocente il suo madrigale, pronta la cortesia. Nessuno scrisse tanti versi in omaggio a Clara Maffei come il Guerrieri. A ogni anniversario onomastico della dama gentile, le offriva poesie su bella carta a ricami e colorata. (cap. IV, p. 153)
  • La memoria e l'erudizione svariatissima e sicura di Cesare Giulini erano prodigiose. Studii speciali aveva compiuti nella scienza diplomatica e nella storia delle più celebri famiglie d'Europa ch'egli conosceva nei particolari più minuti. Quanti aneddoti raccontava in casa Maffei, masticando distrattamente qualche lettera che si toglieva di tasca! Le sue distrazioni rimasero famose alla pari della sua erudizione. Una sera discorrendo, masticò una lettera dai grossi suggelli di ceralacca, e avrebbe tutto inghiottito se gli ascoltatori non l'avessero pregato di risparmiarsi quel pasto. (cap. X, p. 155)
  • A Carlo De Cristoforis, la natura concesse un singolare accoppiamento di facoltà, poich'egli discorre colla stessa competenza di cose militari e sul credito. (cap. XI, p. 166)
  • In quel ricevimento del primo anno dell'indipendenza[4], emergeva il conte Cesare Giulini della Porta, del quale si narrava un nuovo recente servigio reso alla causa nazionale. Alla vigilia della guerra[5] egli andò a Corsico[6], e là, ajutato dalla sua potente memoria, notò tutt'i reggimenti austriaci che passavano; quindi poté mandare in Piemonte precise notizie delle truppe nemiche. Cavour, convinto più sempre del singolar valore di lui, si affrettò ad offrirgli una prefettura, un'ambasciata, un portafogli; ma egli, modesto, rifiutò tutto. Il 19 novembre 1862, a soli quarantasette anni, il Giulini moriva, con acerbissimo dolore degli amici del salotto Maffei, che nei giorni più ardui aveano trovato in lui un ispiratore e una guida sapiente. (cap. XIV, p. 241)
  • Incontriamo in casa Maffei il poeta civile più acclamato, il poeta alla moda, il prediletto delle signore: Aleardo Aleardi. A prima vista, egli poteva essere scambiato per un tenore di grazia, ma appena apriva bocca, si comprendeva che per fortuna era ben altro. Egli splendeva in quel tempo, nello zenit della sua gloria e de' suoi teneri affetti. E quanti, troppi, teneri affetti!... Come il Gazzoletti[7] scriveva alla Maffei, egli s'innamorava ogni giorno; ma non era mai pago de' propri idoli. Anima non volgare, anelando all'ideale, sperava, al pari del Raffaello del suo idillio gentile, di trovarlo in questa valle di delusioni:
    Onde questa mi piovve insaziata
    Ansia d'un bello che non trovo in terra?
    (cap. XVI, p. 255)
  • Il marchese Luigi Capranica, romano, gentiluomo affabile, dell'antica razza, entrava nel salotto [della contessa Maffei] con quel suo dondolio tutto particolare, sorridendo fra la fulva barba. Per difendere un giorno a Roma la moglie d'un suo amico dalle maldicenze d'un nobilastro, provocò quest'ultimo a un duello alla spada; e il ferro dell'avversario lo colpì trapassandogli il polmone. (cap. XIX, p. 300)
  • Quando [nel salotto della contessa Maffei] la Stolz si decideva a cantare, era una festa. Ella lanciava sulla folla elegante le sue note vibrate come squilli. Nel "Pace, o gran Dio!" della Forza del Destino, commoveva persino i matematici. (cap. XIX, p. 305)

Polvere di palcoscenico[modifica]

Volume I - Teatro italiano[modifica]

  • Se si deve credere alle Memorie che di lei vennero pubblicate nel 1816, ella, in quella scuola di vizio[8], si serbò onesta... Si narra pure che la sua prima caduta sia stata palliata da un atto di generosità. La bella Emma sa che un giovane è condannato dai giudici; corre, si presenta all'ammiraglio John Willet Payne, che, per le preghiere di lei, libera il giovane e imprigiona lei... fra le proprie braccia. Le dà maestro, la istruisce, la educa, ma alla line, stanco, l'abbandona. (pp. 49-50)
  • La signora Pierina Giagnoni fu adorabile. Non conosco attrice italiana che reciti con più naturalezza di lei. La sua voce è trillante. Certe sue cicalate bambinesche, certe sue risate si spandono per la sala del teatro limpide e gaje, come squilli di campanelli d'argento. Quando la Giagnoni entra in scena, entra la semplicità, la grazia, e un'aria di eleganza e di distinzione che alcune attrici si forzano di pigliare a prestito, e inutilmente, perché si può scimieggiare tutto a questo mondo, anche la virtù, non la schietta eleganza. (p. 67)
  • I oci del cuor furono scritti per la compianta attrice Marianna Moro-Lin, che n'era entusiasta. L'ultima volta che ella recitò fu a Verona, appunto nella parte di Teresa cieca. In quella sera stessa, lasciando il palcoscenico, esclamò sorridendo mestamente: «Quest'è l'ultimo canto del cigno!» Presentiva di morire. Nei deliri dell'agonia, parlava commossa degli Oci del cuor, e ne parlava, forse nel suo segreto, anche quando i suoi occhi si chiudevano a poco a poco e il suo cuore, così buono, si fermava sotto la mano della morte. (p. 121)

Volume II - Teatro straniero[modifica]

  • Ernesto Renan, piccolo, dalla faccia rasata, con una pancia cascante come un indolente orientale – avrebbe forse, colla sua disgraziata figura, fugate le illusioni di qualche sua ammiratrice che a buon diritto si esalta allo stile melodioso dei suoi volumi filosofici, – alle immagini delicate, ond'egli infiora i temi austeri delle credenze religiose, – a quel soffio lirico ch'egli, antico fautore del romanticismo, infonde nelle pagine sue fascinatrici. (p. 88)
  • Il Renan è un grande scrittore che alletta sempre senza persuader sempre. Ma nell'Abbesse de Jouarre non alletta molto né persuade. (p. 94)
  • È noto che il Sardou possiede la cavalleresca e accorta consuetudine di cominciare il vero dramma ne' suoi drammi molto tardi; l'azione non comincia mai, per lui, al primo atto ma dopo, e ciò per lasciar tempo alle signore di fare con comodo toilette, e ai mariti di compiere il loro chilo ch'è tante volte (egli ben lo sa) il regolatore del successo d'un lavoro teatrale. (p. 121)
  • Morir bene! Ecco uno dei tormenti degli artisti. E Sarah Bernhardt ci riesce, con effetti nuovi, specialmente nelle parti romantiche e patologiche come in quelle della Dame aux camèlias. Il suo corpo alto, magro, spettrale, con quelle braccia lunghe lunghe che, quand'ella le allarga paiono le braccia d'una martire crocefissa; il viso ossuto, gli occhi resi più cavernosi dal nerofumo applicato coll'abilità di pittrice che la segnala; quell'insieme di sofferente, di malata, che è in tutta la persona, si prestano molto alle agonie simulate e alle morti sulla scena. (pp. 166-167)

Verso l'ideale[modifica]

  • Giuseppe Verdi apparteneva a una razza di giganti; lo stesso si può dire d'Adelaide Ristori, che, come il creatore di Rigoletto, impersonò quell'arte romantica, che voleva parlare ben forte ai cuori e trascinava in vortice di alte malinconie e di fulgori la giovinezza che sogna l'amore, la virilità che combatte, tutte le anime che hanno sete d'una appassionata parola. (Prima serie, p. 13)
  • Gustavo Modena (che non prodigava gli elogi) definiva Adelaide Ristori un'attrice divina d'intuito. Ella deve tutto a sé stessa; non si formò su altri modelli, neppure su Carlotta Marchionni che, nei primordii, le fu maestra. (Prima serie, pp. 14-15)
  • [...] Leone Fortis; più che giornalista, era artista. Il giornalista riusciva piacevolmente efficace, appunto perché artista, artista dalla frase colorita; artista d'un periodo trapassato che può vantare tesori d'ispirazioni, di slanci, di entusiasmi. Leone Fortis fu un patriota romantico, un drammaturgo e un critico romantico, un giornalista romantico. (Prima serie, p. 34)
  • In quello studio inondato di luce, ammantato d'arazzi, popolato di quadri, di bozzetti, di rarità di collezionista, di raffinato, fra specchi di Murano e lacche giapponesi e bozzetti preziosi di pittori amici, Eleuterio Pagliano dipinse fino all'ultima sua ora, come l'Hayez; dipinse instancabile, col presentimento doloroso della morte imminente della moglie inferma; e toccò a lui, invece precederla nella tomba!... E in quello studio, il Pagliano dipingeva tranquillo, beato come un fraticello che prega nel suo convento. (Prima serie, p. 74)
  • Eleuterio Pagliano fiorì come una fantasia di corretto poeta, con accenni di modernità fluente e geniale; e le sue figurine di signore eleganti, i suoi quadri storici dai toni argentini, dagli accordi eletti, i velluti le sete, gli ori che egli dipingeva con garbo, non sono ancora molto invecchiati. Le sue tele ci dicono ancora una parola che intendiamo; e quante altre tele, invece, sono decrepite e mute per noi! (Prima serie, p. 75)
  • Egli era l'artista e il patriota insieme. [...]. Eleuterio Pagliano depose il pennello per prendere il fucile, quando l'Italia aveva bisogno non di pitture ma di battaglie. (Prima serie, p. 76)
  • Nessuna invidia in Domenico Morelli, quell'invidia che pure lacerò il sommo Tiziano pel Tintoretto; nessuna invidia; bensì calda ammirazione per il merito degli altri. (Prima serie, p. 95)
  • Mosè Bianchi di Monza fu un tipo originale come artista e come uomo. Con que' suoi folti baffoni da comandante delle Cento guardie, con quella sua forte vociona da istruttore militare in collera, con quel suo fare sì risoluto che pareva pronto a darti un pugno e invece ti stringeva affettuosamente la mano, visto una volta, non si poteva dimenticar più. (Prima serie, p. 101)
  • Molti ignorano forse che il Cremona si esercitò copiando dai veneti, e che da essi apprese anche il disegno; disegno che molti gli negano e ch'egli, invece, finemente possedeva e metteva ne' suoi quadri, non facendolo mai emergere. (Prima serie, p. 105)
  • Quando Tranquillo Cremona e Mosè Bianchi sorsero innovatori a Milano, i critici d'arte diedero loro addosso, accusandoli d'ignoranza dei principii d'arte; li chiamavano burbanzosi. Eppure, chi più di Tranquillo Cremona conosceva i propri difetti? Chi più di lui li deplorava?... (Prima serie, p. 106)
  • La vera originalità del Bianchi risiede nelle marine, nelle scene chioggiotte. Ben curioso! Questo monzese si innamorò della marinaresca Chioggia con una passione che nulla più. E là, nella peschereccia città, sovranamente pittoresca, vedeva trionfare il colore; vedeva un campo apertissimo per applicare con magistero la teoria dei rapporti; poteva sfoggiar tinte neutre infinite e finezze incomparabili, in quell'ampio circolo di luce di aria marina mutevole; poteva ritrarre tipi, i cui volti, i cui costumi sono antichissimi; tipi che oggi, nella decisa inclinazione al comune livellamento di tutto, vanno, purtroppo, con acuto rammarico dei pittori, sparendo anch'essi. (Prima serie, p. 116)
  • Napoleone I (che lodava poco e ammirava meno) nella luna di miele dei cento giorni si sentiva, a quanto pare, in vena di compiacenza; si congratulò con l'acclamato commediografo romano [Giovanni Giraud], pronunciandone il nome alla francese: Girò. Ma il conte subito a correggerlo: Gi-ra-ud. — Sta bene, ripigliò Napoleone, dunque Girò. — E il conte-poeta a ripetere, col dittongo disciolto: Gi-ra-ud. — Napoleone, indispettito, gli voltò le spalle. (Seconda serie, pp. 129-130)
  • Giovanni Giraud rappresentava il tipo del romano scetticamente gaudioso e noncurante, pronto al vilipendio e allo scherno: tipo di una razza, alla quale non eran freno, anzi contrastavano, le tradizioni classiche, le pompe cattoliche, le austere rovine d'una grandezza fatta d'ideale dominatore. (Seconda serie, p. 130)
  • Nessuno di noi avrebbe ricevuto in casa quella lingua viperea del Giraud; e mostrò coraggio la contessa d'Albany nel chiudergli le proprie celebri sale, onde fu colpita da un epigramma del poeta vendicativo: altri, invece, gli aprivano le braccia per paura di quella penna e di quella lingua. (Seconda serie, p. 130)
  • Dolce poeta delle lagune, Luigi Carrèr; poeta d'affetti; e operosissimo in lavori di bella letteratura di tutti i secoli, onde contribuì a diffondere nel Veneto la cultura degli studi classici, egli, romantico. (Seconda serie, p. 143)
  • L'elegia è il fondo della poesia di Luigi Carrèr, com'è il fondo della sua anima, della sua vita. (Seconda serie, p. 144)
  • Antonio Caccianiga è uno schietto tipo della razza italiana sana: sano il suo intelletto, sano il cuore e fino al recente assalto del morbo, sana la fibra. In tante pagine, scritte dalla sua penna facile ed onesta, neppure un'ombra di malinconia malaticcia; mai un pensiero che s'allontani da un concetto giusto della vita [...]. Egli è lo scrittore del buon senso, della grazia paesana; è anche l'apostolo dei campi. (Terza serie, pp. 309-310)
  • Antonio Caccianiga ha «la religione» della campagna. La sacra tellus, la «madre antica» dei poeti, è l'altare di quell'anima schietta; essa, per l'autore della Vita campestre, è una creatura viva e immortale, di cui conosce ogni respiro. La zolla che produce la rosa e la spica d'oro, il lauro dei poeti, il vino delle mense (questo sangue della terra), il fior d'arancio delle spose, il giglio dei tabernacoli, come le quercie che lottano colle bufere e i cipressi che custodiscono gli avelli, è adorata, esaltata, è quasi cantata; poiché il libro del Caccianiga è un limpido poema didascalico, al quale non manca che il metro. (Terza serie, p. 313)

Incipit di alcune opere[modifica]

Artigiani poeti[modifica]

Frontespizio Artigiani poeti, 1887

Un poeta inglese, morto il 1771, Tommaso Gray, in quella sua elegia scritta in un cimitero di campagna, (Elegy written in a Country Churchyard) che gli diede fama mondiale, alludendo ai poveri colà seppelliti, dice:
«Forse in questo angolo negletto è riposto qualche cuore una volta pregno di fuoco celeste; mani che avrian potuto reggere lo scettro dell'impero o svegliare all'armonia la vivente lira.»

Carlo Porta e la sua Milano[modifica]

Carlo Porta, il grande ironista meneghino, nasceva quando nella sua Milano, pur nella semi-barbarie di tante cose, agitavansi forti spiriti innovatori. Il Beccaria scriveva ardito contro la tortura e il patibolo; il Verri suggeriva le case di correzione in luogo delle prigioni pervertitrici; il Parini scherniva l'aristocrazia fatua e viziosa; a dispetto di sfringuellanti accademie arcadiche, sorgevano due associazioni possenti: la Patriottica e la Palatina; la prima per infondere aliti nuovi alle industrie, la seconda per rifare la storia italiana cui un dottore dell'Ambrosiana, Antonio Muratori, consacrò energie più che umane. Le sale del palazzo principesco di Antonio Tolomeo Trivulzio echeggiavano ancora di scipite pastorellerie d'Arcadia; ma, per volontà riparatrice dello stesso principe, quelle sale si aprirono ai vecchi che per le vie fangose trascinavano la canizie limosinando o venivano gettati a languire in un carcere. Alessandro Volta medita e prova: fioriscono gli studii matematici alle cui cime salgono persino menti muliebri, come l'Agnesi la buona e Clelia Borromeo la bella. La terra si solca di nuove strade e di nuovi canali: il cielo svela nuovi misteri alle acute pupille degli astronomi di Brera.

Note[modifica]

  1. Dicasteri, cartella 23 [N.d.A.]
  2. Nel 1866, per la terza guerra d'indipendenza italiana.
  3. Cerìgo o Citèra, isola della Grecia dalle cui acque nacque Afrodite (Venere), dea dell'amore.
  4. 1861.
  5. Seconda guerra d'indipendenza del 1859.
  6. Comune dell'attuale città metropolitana di Milano.
  7. Antonio Gazzoletti (1813–1866), giurista e poeta italiano.
  8. Una taverna frequentata da attori, musicisti e pittori, in cui Emma Hamilton servì.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]