Anwar al-Sadat

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Medaglia del Premio Nobel
Per la pace (1978)
A. al-Sadat nel 1978

Muhammad Anwar al-Sādāt (1918 – 1981), politico egiziano.

Citazioni di Anwar al-Sadat[modifica]

Don't ask me to make diplomatic relations with... [Israel]. Never. Never. (da una dichiarazione del 1970 riportata dal New York Time, 7 ottobre 1981[1])

In cerca di una identità[modifica]

Incipit[modifica]

Io, Anwar el-Sadat, figlio di contadini cresciuto sulle rive del Nilo, là dove l'uomo ha assistito all'alba del tempo, offro questo libro ai lettori di tutto il mondo.
Esso contiene la storia della mia vita, che è insieme la storia dell'Egitto a partire dal 1918: così infatti ha voluto il destino.

Citazioni[modifica]

  • La terra è solida e tenace, e tutto ciò ce la appartiene deve essere altrettanto tenace. (p. 10)
  • Molti dei miei amici erano rampolli di ricche famiglie e vivevano in abitazioni lussuose, ma non ricordo di aver mai desiderato di avere ciò che essi possedevano. In effetti, mi sono sempre sentito fiero della nostra casa e del bestiame al villaggio, fiero che si parlasse di me come del «figlio dell'effendi» e, ciò che soprattutto importa, della terra alla quale appartenevo, una terra tenace, solida, immutabile come i valori della vita contadina, del tutto ignoti a molti abitanti delle città. (p. 15)
  • In effetti, Kemal Atatürk nel mondo islamico era assurto a mito; il suo nome era noto a tutti come quello di un condottiero che voleva liberare e ricostruire il suo paese. (p. 19)
  • Il rifiuto è sempre stato e sempre sarà l'arma più efficace di cui disponiamo noi, figli della buona terra da me amata più di ogni altra cosa al mondo. L'uomo non può fare a meno di essere rampollo della propria terra, carne e sangue dei suoi antenati. (p. 24)
  • [Sul primo incontro con Gamal Abd el-Nasser] L'impressione che ne ricavai fu quella di un giovane serio, che non condivideva l'interesse per i passatempi dei suoi commilitoni né ammetteva che ci si comportasse con lui in maniera scherzosa, perché lo riteneva un affronto alla propria dignità. (p. 27)
Sadat con Nasser nel 1964
  • [Sul primo incontro con Gamal Abd el-Nasser] M'ero reso subito conto della sua straordinaria serietà, e provato il desiderio di conoscerlo meglio; Nasser, però, aveva evidentemente eretto una barriera quasi insuperabile tra sé e gli altri, e se ne stava sulle sue in maniera così manifesta, che a quell'epoca i nostri rapporti non andarono mai al di là di un mutuo rispetto insufficiente a superare le distanze. (p. 27)
  • [Sul primo incontro con Hassan al-Banna] Da tutti i punti di vista, era davvero un leader religioso ideale, senza contare che era anche un genuino egiziano, pieno di buon umore, modesto, tollerante. (p. 29)
  • M'ero immaginato, in base a quanto avevo sentito dire della Fratellanza musulmana, che si trattasse semplicemente di un'associazione religiosa che si proponeva la rinascita dei valori islamici e il progresso morale; ma le parole del dottor Banna mi indussero a vederla in maniera ben diversa. L'oratore parlava di questioni mondane come pure di cose ultramondane, con uno stile del tutto insolito tra i predicatori. (p. 29)
  • Ero colpito dalla perfetta organizzazione della Fratellanza musulmana e dal rispetto, anzi dalla straordinaria reverenza di cui era fatta oggetto la Guida Suprema. I membri dell'associazione addirittura lo adoravano, e per poco non si inginocchiavano a baciare il terreno da me calpestato, solo perché mi aveva invitato nel suo studio. (p. 30)
  • Mi resi conto che essere un semplice contadini era sufficiente per fare di me l'uomo più felice del mondo; la sensazione che non avevo bisogno di null'altro, eccezion fatta della mia terra, anchorché poca, appena un ettaro, si rivelò, per tutto il tempo che trascorsi in carcere, una fonte inesauribile di energia. E tale continua a essere: in ogni momento o circostanza, la consapevolezza di essere un contadino mi rende del tutto autosufficiente. In effetti, la terra è sempre lì. Posso tornare a essa in ogni momento; posso lavorarla io stesso, con le mie mani, e questo sarebbe sufficiente – più che sufficiente. Perché io dunque controllo il mio destino, la mia volontà è soltanto mia, io sono l'unico mio padrone. (p. 49)
  • In tutta la loro lunga storia, gli egiziani hanno sempre trovato il modo di gabbare i governanti oppressori, soprattutto quando i decreti di questi fossero contrari ai loro desideri e interessi. (p. 62)
  • Nulla è più penoso, per dei giovani, che essere delusi da un leader che un tempo era il loro idolo. (p. 64)
  • Il matrimonio precoce è una regola del mondo rurale: fa parte integrante del processo di crescita, anziché costituirne il coronamento. Insomma, una necessità ineluttabile. (p. 80)
  • Il rapporto ideale tra uomo e Dio non deve basarsi sulla paura di punizione o sulla speranza di premi, bensì su un valore assai più elevato, anzi supremo, quello di amicizia. Il Creatore è misericordioso, giusto e amoroso; è onnipotente perché ha creato ogni cosa. Se ti considera amico e stabilisce con te un rapporto di reciproco amore, virai sempre nella pace dell'anima, quali che siano le circostanze esteriori. (p. 84)
  • L'amore non mi ha mai deluso. L'amore ha sempre avuto il sopravvento, com'è comprovato dalla storia (o meglio da una parte della storia) dei miei rapporti con Gamal Abdel Nasser. Ci sono stati momenti, durante i diciotto anni di intima collaborazione con lui, in cui non sono riuscito a comprenderlo e non ho potuto condividerne le iniziative; ma l'amore che gli portavo non è mai venuto meno. Dal canto suo, Nasser fin dall'infanzia era stato invece preda di «complessi» che sovente ne motivavano le azioni; le conseguenze erano sofferenze per lui come per molti di coloro che lo circondavano. (p. 84)
  • Il successo esteriore aliena l'uomo da se stesso; e l'autoalienazione, sinonimo di autoignoranza, è la cosa peggiore che possa capitare a un uomo, in quanto comporta la perdita della luce interiore e, inevitabilmente, la cecità completa. L'incapacità di un individuo a scorgere la strada che ha davanti a sé fa di lui un prigioniero di se stesso: lo isola da tutto ciò che trascende i ristretti limiti dell'«io», in tal modo annullandone l'appartenenza all'umanità.
    Per conservare la propria entità di essere umano, un individuo dovrebbe mantenere la comunione conscia con tutto ciò che esiste; in mancanza di essa, non gli resterà altro che l'effimero successo (o il fallimento), sarà ridotto a schiavo del tempo e dello spazio, con la conseguenza che il suo essere diverrà completamente irreale. (p. 88)
  • Nella Bibbia, si legge che Dio ha creato l'uomo a propria immagine e somiglianza, e nel Corano che gli ha insufflato il proprio Spirito. Priva di aspirazioni, l'esistenza dell'uomo sarebbe anche priva di significato. Siamo stati creati perché reggessimo la responsabilità che Dio ci ha affidato. Per quanto diverso dai suoi simili, ogni uomo deve realizzare la propria specifica aspirazione e reggere la propria individuale responsabilità. A tale scopo, deve innanzitutto riconoscere, ed esserle leale, la reale entità che ha in sé, indipendentemente da ogni fattore esterno; soltanto così, infatti, sarà in grado di appartenere e di essere fedele a quell'Entità che è più grande, più ampia e più duratura del suo «io» individuale. (p. 90)
  • Avevamo invocato un dittatore benevolo, un giusto tiranno; ma, quando ci trovammo ad averne uno, ci rendemmo conto che il sistema, sebbene esteriormente non mancasse di attrattive, era un edificio costruito sulla sabbia, ed era affatto logico che quanto prima crollasse. Il tratto peggiore di tale esperienza, tuttavia, non fu il disastro economico dell'Egitto né l'umiliante situazione militare in cui venimmo a trovarci, bensì la montagna di odio che andò accumulandosi in seguito al tentativo di costruire una comunità basata sul potere. A causa dell'assenza di valori umani in comunità del genere, coloro che ne fanno parte sono preoccupati, ripeto, soltanto nel successo esteriore; mirano ad assicurarsi tutti i vantaggi materiali che possono, con mezzi legali o non, anche se questo comporta la distruzione di altri. (p. 91)
  • Finché un uomo ha bisogni materiali – finché desidera possedere questa o quella cosa –, nulla in realtà gli apparterrà mai; sarà sempre lui ad appartenere alle «cose». E chi sia schiavo di queste, non esiste come essere umano; soltanto quando abbia cessato di avere bisogno delle cose, un uomo può essere davvero il proprio padrone, e pertanto esistere realmente. (p. 92)
  • Le grandi sofferenze edificano l'essere umano, gli permettono di raggiungere l'autoconoscienza; e grandi sofferenze inevitabilmente si accompagnano a grandi ideali umani. (p. 93)
  • L'amore mi ha aiutato a conoscere me stesso. Quando la mia entità individuale si immerse nella più vasta entità dell'esistenza onnicomprensiva, il mio punto di partenza divenne l'amore per la patria, l'Egitto, l'amore per tutti gli esseri, l'amore per Dio. E dall'amore ho preso le mosse nello svolgimento dei miei doveri, delle mie responsabilità, sia durante gli ultimi mesi trascorsi in prigione, sia nel periodo immediatamente successivo alla mia scarcerazione, e poi quale membro del Consiglio Rivoluzionario Supremo e ora quale presidente egiziano.
    È per questa ragione che sono instancabile avvocato dell'amore, il quale costituisce la salvaguardia dell'uomo contro tutti gli ostacoli sociali. Chi vive nell'amore, non può non essere dotato di fecondità spirituale. Amare significa dare, e dare significa costruire, mentre odiare equivale a distruggere. (p. 94)
  • L'amore è l'unica forza capace di abbattere le barriere che possono sussistere tra materia e spirito, tra il visibile e l'invisibile, tra il singolo e Dio. Senza amore, non siamo in grado di riconoscere l'alterità di altri e non siamo in grado di comunicare, e perdiamo noi stessi perché confiniamo il nostro «io» nei suoi angusti limiti. Inoltre, in mancanza d'amore, la pace dello spirito, che costituisce l'elemento più prezioso della vita di ogni singolo individuo, subisce un processo di cospicua erosione; la sua anima comincia a perdere il proprio equilibrio, e ne deriva un interminabile conflitto interiore. (p. 95)
  • Ritengo che la politica sia l'arte di costruire una società in cui si manifesti la volontà di Dio. Il nostro Creatore ha decretato che dobbiamo impegnarci seriamente in opere costruttive; e, in una società del genere, ogni individuo dovrebbe godere di assoluta libertà, non essere soggetto ad altre restrizioni oltre a quelle implicite nei genuini valori umani della società stessa, valori che sono il frutto della sua cultura indigena, e appaiono dunque accettabili a chiunque. La libertà è il frutto più bello, più santo e prezioso della nostra cultura; un individuo non dovrebbe mai essere ridotto alla sensazione che è alla mercè di qualsivoglia forza coercitiva o che la sua volontà è subordinata a quella di altri. (p. 97)
  • [Sui partiti politici nell'Egitto di re Fārūq] Non erano che strumenti nelle mani del re e degli inglesi, e si alleavano volta a volta con il primo o i secondi soltanto per ottenere i massimi vantaggi personali a spese del popolo. (p. 111)
  • La ruota del tempo continua a girare, la storia prosegue la sua marcia, e nulla si può fare per arrestare l'una e l'altra; non resta che cercare di mettersi al timone, di assumere il controllo, di accertarsi che la marcia avvenga nella direzione giusta. Fu questo che facemmo o, per lo meno, che tentammo di fare con tutte le nostre forze. (p. 116)
  • Era evidente che il paese era pronto alla rivoluzione: il popolo aveva perso fiducia nei partiti politici e l'ostilità che nutriva per la casa regnante e gli inglesi aveva raggiunto il culmine. Era quindi del tutto naturale che i nostri carri armati fossero salutati con giubilo ovunque da gruppi di cittadini che cantavano e improvvisavano danze attorno ai veicoli, felici e festanti. Ne eravamo consapevoli, ci era chiara la responsabilità che questo comportava. Nostro primo compito era quello di formare un governo operante ed efficiente. Ma chi poteva mettersene alla testa? (p. 116)
  • Nasser non era affatto un idealista; al contrario, aveva uno straordinario senso pratico, era spesso sospettoso e diffidente: non faceva un passo senza aver riflettuto attentamente. (p. 125)
  • L'affetto che provavo per lui mi velava gli occhi, mi impediva di scorgere la verità. Inoltre, si è portati a giudicare gli altri sulla scorta del proprio carattere, e io sono naturalmente portato a fidarmi di tutti finché non intervengano fatti ben precisi che mi costringano a mutare atteggiamento. Invece Nasser, come mi resi conto in seguito, sospettava di tutto e di tutti, finché non intervenissero fatti tali da convincerlo che il suo atteggiamento era ingiustificato; non va però dimenticato che, nella realtà dell'esistenza multiforme che conduciamo, ben di rado si può verificare questa seconda evenienza. (p. 131)
  • Il potere ha la capacità di inebriare gli uomini, anche se sono giovani «rivoluzionari»; che così accadesse, era, penso, del tutto umano, ma, grazie a Dio, io sono sempre stato e sempre sarò immune da tentazioni del genere. (p. 134)

Citazioni su Anwar al-Sadat[modifica]

  • Non dobbiamo dimenticare neppure Anuar El-Sadat che succeduto a Nasser, si trovò a capo di un Paese non soltanto schiacciato, ma anche umiliato, e dove nonostante tutto parte dell'opinione pubblica continuava a essere fuorviata e distratta da slogan menzogneri. Egli riprese la lotta e, grazie alle armi sovietiche, certo, strappò una prima vittoria. Ma il prezzo di questa vittoria gli parve troppo alto e fu davvero per salvare la pace che ringraziò i consiglieri sovietici e instaurò una politica d'indipendenza, a solo beneficio del popolo egiziano.
    Per compiere un simile sconvolgimento, bisognava essere dotati di grande senso politico e di coraggio non meno grande. Così Sadat è già entrato nella Storia come uno dei più autentici geni politici che l'Egitto abbia mai conosciuto. (Mohammad Reza Pahlavi)
  • Sadat non vuole negoziare con noi. Io sono più che pronta a negoziare con lui. Lo dico da anni: «Sediamoci a un tavolo e vediamo di arrangiare le cose, Sadat». E lui, picche. Lui non è affatto pronto a sedersi a un tavolo con me. Continua a parlare della differenza che esiste tra un accordo e un trattato. Dice che è disposto a un accordo, ma non a un trattato di pace. Perché un trattato di pace significherebbe il riconoscimento di Israele, relazioni diplomatiche con Israele. Mi spiego? Ciò cui allude Sadat non è un discorso definitivo che stabilisca la fine della guerra: è una specie di cessate-il-fuoco. E poi egli rifiuta di negoziare direttamente con noi. Vuoi negoziare attraverso intermediari. Non possiamo parlarci attraverso intermediari! privo di senso, è inutile! (Golda Meir)
  • Supponiamo che Sadat firmi e poi venga assassinato. O semplicemente eliminato. Chi ci dice che il suo successore rispetterà l’accordo firmato da Sadat? (Golda Meir)

Note[modifica]

  1. (EN) Citato in Christopher Cerf e Victor Navasky, The Experts Speak, New York, Villard, 1998, p. 288. ISBN 0-679-77806-3

Bibliografia[modifica]

  • Anwar el-Sadat, In cerca di una identità, traduzione di Francesco Saba Sardi, Arnoldo Mondadori Editore, 1978.

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