Benazir Bhutto

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search
Benazir Bhutto nel 1994

Benazir Bhutto (1953 – 2007), politica pakistana.

Citazioni di Benazir Bhutto[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Il mio Pakistan sta ancora una volta attraversando una crisi che non minaccia soltanto la mia patria, ma che potrebbe avere ripercussioni sul mondo intero. Le sue radici risalgono a quasi mezzo secolo fa quando i militari presero il potere per la prima volta nel 1958. Da allora si sono succedute quattro dittature militari, salvo un breve periodo di governo civile e il paese è molto cambiato da quando, nel 1996, ho lasciato il potere. Oggi dalle regioni un tempo controllate dal mio governo, forze che appoggiano i Taliban collegate ad Al Qaeda sferrano attacchi contro le truppe Nato spingendosi al di là del confine afgano. Alle forze politiche moderate è vietata la libertà di associazione, di movimento, di parola e, perciò, moschee e madrasse sono diventate l'unico luogo in cui sia consentita l'espressione politica. I partiti religiosi sono saliti al potere: adesso amministrano le due aree più critiche del Pakistan al confine con l'Afghanistan. Abbiamo visto gruppi estremisti affermarsi e i regimi degli Anni '80 utilizzare la cosiddetta carta islamica per promuovere la dittatura militare demonizzando i partiti. Anche l'attuale establishment militare ventila la minaccia islamica per esercitare pressioni sulla comunità internazionale perché l'appoggi ancora una volta. Ma, per quanto riguarda noi, Partito popolare pachistano (Ppp), la scelta in Pakistan non è tra dittatura militare e partiti religiosi, la scelta è tra dittatura e democrazia.[1]
  • Voglio guidare un Pakistan democratico, libero dal giogo della dittatura militare. Un Paese che non sia più un rifugio, un terreno di coltura per il terrorismo internazionale. Un Pakistan democratico, che contribuisca a stabilizzare l'Afghanistan, mitigando la pressione sulle truppe Nato. Un Pakistan democratico che dia la caccia ai signori della droga e che ne smantelli il cartello che oggi finanzia il terrorismo. Un Pakistan in cui il principio di legalità impedisca a chiunque di costituire, reclutare e addestrare un esercito o una milizia privati.[1]
  • So esattamente chi ha cercato di uccidermi. Sono funzionari dell'ex regime del generale Zia, che oggi sono dietro estremismo e fanatismo.[2]
  • Io rappresento per loro un pericolo. Se porterò la democrazia nel Paese, perderanno la loro influenza. I talebani e gli estremisti islamici non possono agire da soli. Hanno bisogno di sostegno logistico, cibo, armi e una supervisione.[2]
  • Gli stessi settori della società pachistana che collusero per distruggere mio padre e porre fine alla democrazia in Pakistan nel 1977 si erano adesso schierati contro di me per lo stesso fine, esattamente trent'anni dopo.[3]

Il Pakistan vota con l'opposizione tutta in prigione

la Repubblica, 24 febbraio 1985.

  • Le elezioni indette dal generale Zia sono una farsa. Il regime militare che dal 1977 domina spietatamente il Pakistan cerca di salvare la faccia e di autoconferirsi una patente democratica. Al tempo stesso con la sua famigerata brutalità, Zia ha eliminato ogni possibile oppositore. I dirigenti dei partiti democratici hanno subito ogni sorta di intimidazione, persecuzione, ci sono stati settemila arresti, alcuni prigionieri sono stati torturati, ci sono state negli ultimi mesi sette esecuzioni. Noi del Partito Popolare del Pakistan sfidiamo Zia ad indire elezioni veramente libere, con questa nuova orribile farsa del generale, non vogliamo avere nulla a che fare. La nostra raccomandazione al popolo del Pakistan è di tenersi lontano dalle urne che esprimeranno cosiddetti parlamentari ma in realtà soltanto dei burattini del regime.
  • Pensare che l'astensione per protesta del 60% dell'elettorato sia una vittoria è qualcosa che soltanto il generale Zia può fare.
  • Noi temiamo soprattutto la disintegrazione del nostro paese. Il generale Zia ha privilegiato i grandi affaristi, il giro dei militari e soprattutto gli uomini del Punjab che costituiscono la gran parte dei suoi ufficiali e dei suoi più alti burocrati. In altre zone del paese non soltanto c'è fame e squallore ma anche risentimento verso i profittatori.

Dall'intervista di Marco Lupis, 1996

Riportato in Interviste del Secolo Breve: Incontri con i protagonisti della cultura, della politica e dell'arte del XX secolo, Edizioni del Drago, 2017. ISBN 882280600X

  • Il programma nucleare pachistano è destinato a fini di pace. Invece l'India starebbe per effettuare dei test atomici, mentre l'ex premier di New Delhi ha dichiarato che non si sente di escludere l'azione nucleare.
  • Ci potrebbero essere conseguenze tragiche per il subcontinente indiano se non venisse fatto ogni sforzo da parte della comunità internazionale per scongiurare un test nucleare dell'India.
  • È deplorevole che in un'epoca di disarmo esista un programma indiano per missili a medio e lungo raggio.
  • [Sul conflitto indo-pakistano] L'origine della tensione tra i nostri due paesi è il Kashmir. Io vorrei trovare una soluzione, ma l'India rifiuta ogni discussione: secondo New Delhi, non c'è nulla da discutere perché il Kashmir fa parte dell'India e basta. Con queste premesse ogni speranza di dialogo fallisce.
  • Penso che esistano i falchi da entrambe le parti, nel mio paese come dall'altra parte del confine. Personalmente ho sempre creduto nel disarmo, nella non proliferazione nucleare e nella pace. Ho fatto ogni sforzo per mettere a bando, in Pakistan, i pregiudizi etnici e i settarismi di ogni tipo: quella che io chiamo la «cultura del Kalashnikov», cioè della gente che per risolvere i suoi problemi se ne va in giro con un mitra al collo. Io mi auguro che non venga mai il giorno, né in Pakistan né in India, in cui vincano i falchi.

Da Il futuro del Pakistan e quello delle sue donne

la Repubblica, 22 ottobre 2004.

  • In Pakistan la povertà ha molteplici dimensioni, comporta bassi redditi e l'impossibilità di soddisfare i bisogni primari, quali la salute, l'istruzione, la nutrizione, l'accesso all'acqua potabile e ad adeguati servizi igienici. L'impossibilità da parte dei poveri ad avere accesso a servizi sociali di base provoca in futuro la loro emarginazione sociale. Sebbene la povertà si sia attenuata nei periodi di governance democratica, alla fine degli anni '90 questa tendenza si è invertita.
  • L'attuale ideologia pachistana riguardante il ruolo dei sessi considera gli uomini come coloro che guadagnano il pane per la famiglia, mentre il mondo delle donne spesso è letteralmente confinato tra le pareti domestiche, dove sono madri e mogli. Le disuguaglianze tra i sessi sono indiscutibili prendendo atto delle statistiche: oggi vi sono soltanto 65 donne alfabetizzate ogni cento uomini. La tradizione ostacola l'accesso alla scuola media, secondaria e universitaria delle bambine, particolarmente nelle aree rurali. Il tessuto sociale pachistano sta sperimentando un cambiamento sostanziale: vi è una battaglia in corso per il futuro del Pakistan, paese che attualmente si trova davanti a un bivio e deve scegliere tra la strada delle riforme o la strada che riconduce al passato.
  • In assenza di partiti politici modernizzatori, che rispettino la libertà e l'eguaglianza tra i sessi, il pericolo è che il paese prosegua lungo il sentiero della povertà e del sottosviluppo. E, come sappiamo, la povertà colpisce più incisivamente proprio le donne.
  • Quando le donne sono rispettate e considerate alla pari con gli uomini, si moltiplicano e migliorano le premesse sociali necessarie a far entrare una nazione nella comunità globale.

Da La mia ricetta per il Pakistan

la Repubblica, 1 settembre 2007.

  • Per il Pakistan è arrivato il momento della verità. Le decisioni prese oggi determineranno se in Pakistan estremismo e terrorismo possano essere contenuti, al fine di salvare il paese da un tracollo interno. In gioco c'è la stabilità non solo del Pakistan, ma del mondo civilizzato. In tutte le elezioni democratiche tenute nel mio paese i partiti estremisti religiosi non hanno mai raccolto più dell'11% dei voti. Ma sotto la dittatura – in particolare sotto il dittatore militare generale Muhammad Zia-ul-Haq negli anni 80, ma purtroppo anche sotto il generale Pervez Musharraf – l'estremismo religioso ha preso piede. L'estremismo è emerso a minacciare la mia nazione ed il mondo. Questi estremisti sono un vivaio del terrorismo internazionale. Ma non deve per forza essere così. Le cose devono cambiare.
  • L'attuale governo del Pakistan ha dichiarato ingovernabili ampie zone del nostro paese, cedendole alle forze filo-talebane e pro Al Qaeda. Io credo invece che siano governabili. Dobbiamo essere realistici circa la realtà storica e politica del Pakistan. Forse in un modo perfetto l'esercito non occuperebbe un ruolo nella politica. Da questo punto di vista il Pakistan è men che perfetto.
  • Musharraf continua a godere del sostegno della comunità internazionale e delle forze armate del Pakistan. Ma tale sostegno non sostituisce la volontà della gente, che è priva di potere e disincantata.
  • Come molti pachistani, il fatto che parte delle regioni tribali della nostra terra siano state cedute ai terroristi per me è causa di dolore. C'è chi crede che attraverso cessate-il-fuoco e trattati di pace si potrà riportare gli estremisti nel mainstream, e renderli moderati. Ma in Pakistan ogni cessate-il-fuoco e trattato di pace non ha fatto che incoraggiare militanti e terroristi.

Da Il mio ritorno a casa per cambiare il Pakistan

la Repubblica, 18 ottobre 2007.

  • Se il popolo pachistano mi rifarà l'onore di concedermi l'opportunità di governare, intendo mettere in pratica tutto ciò che predico, intendo far sì che le mie azioni corrispondano alle mie parole, trasformare il Pakistan in un modello positivo per il miliardo di musulmani sparsi nel mondo, per il nostro futuro nel nuovo millennio. Nel mio Paese da sessant'anni si alternano dittatura militare e democrazia e il futuro è strangolato dall'oppressione politica e dalla stagnazione economica. Da circa dieci anni siamo governati da una dittatura militare, da almeno cinque siamo minacciati da un movimento terroristico internazionale che malauguratamente pare aver scelto come proprio epicentro le aree tribali del Pakistan. Questi non sono tempi ordinari, ma tempi che esigono di ricorrere a soluzioni fuori dall'ordinario.
  • Mentre salgo su un aereo diretto in Pakistan, sono pienamente consapevole che i sostenitori dei Taliban e di al Qaeda hanno pubblicamente minacciato di uccidermi. Il leader dei Taliban Baitullah Mehsud ha dichiarato che i suoi terroristi mi daranno «il loro benvenuto» in occasione del mio ritorno, e non è certo necessario che io spieghi che cosa implicano queste parole.
  • Noi rappresentiamo il futuro del Pakistan moderno, un futuro nel quale non c'è posto per l'ignoranza, l'intolleranza e il terrorismo. Le forze dei moderati e le forze della democrazia devono prevalere – e prevarranno – contro l'estremismo e la tirannia. Non mi lascerò intimidire. [...] Malgrado le minacce di morte, non indietreggerò davanti alla tirannia, ma mi metterò alla testa di chi la combatte.

Da Conosco i nomi dei miei assassini

la Repubblica, 28 dicembre 2007.

  • [Dopo l'attentato del 18 ottobre 2007] Come possiamo fare campagna elettorale presso la cittadinanza sotto la minaccia costante e concreta di essere assassinati? Con l'eventualità di un massacro di innocenti? L'attentato nei miei confronti non è giunto inaspettato. Da informazioni attendibili ero stata avvisata di essere presa di mira da elementi che vogliono ostacolare il processo democratico.
  • [Dopo l'attentato del 18 ottobre 2007] Il Pakistan è un Paese nel quale la politica è qualcosa di molto radicato, che si pratica in massa, con un contatto faccia a faccia, persona a persona. Qui non siamo in California o a New York, dove i candidati fanno campagna elettorale pagando i media o spedendo messaggi e posta abilmente indirizzata. Qui quelle tecnologie non soltanto sono logisticamente impossibili, ma altresì incompatibili con la nostra cultura politica. Il popolo pachistano – a qualsiasi partito esso appartenga – ha voglia, si aspetta di vedere e ascoltare i leader del proprio partito, e di essere parte integrante del discorso politico. I pachistani partecipano ai comizi e ai raduni politici, vogliono ascoltare direttamente e senza intermediari i loro leader parlare con megafoni e altoparlanti. In condizioni normali tutto ciò è impegnativo. Con una minaccia terroristica che incombe è straordinariamente difficile. Mio dovere è far sì che non sia impossibile.
  • [Dopo l'attentato del 18 ottobre 2007] Non dobbiamo permettere che la sacralità del processo politico sia sconfitta dai terroristi. In Pakistan occorre ripristinare la democrazia e l'equilibrio delle posizioni moderate, e il modo per farlo è tramite elezioni libere e oneste che instaurino un governo legittimo su mandato popolare, con leader scelti dal popolo. Le intimidazioni da parte di assassini codardi non dovranno far deragliare il cammino del Pakistan verso la democrazia.

Figlia del destino[modifica]

Incipit[modifica]

Ho sempre creduto nell'importanza della documentazione storica. Quando nel 1977 fu rovesciato il governo di mio padre Zulfikar Ali Bhutto, incoraggiai i suoi più stretti collaboratori a scriverne la storia. Ma negli anni difficili della legge marziale molti di coloro che avevano fatto parte del governo di mio padre erano troppo impegnati a difendersi dalle persecuzioni e dalle false accuse del regime militare. Altri erano andati in esilio e non avevano più accesso alla loro documentazione personale. In quanto a me, il mio impegno nella lotta per riportare la democrazia nel Pakistan e gli anni che ho trascorso rinchiusa in carcere senza accuse mi impedirono di scrivere un libro sul governo di mio padre.
Più di un milione di miei compatrioti vennero ad accogliermi quando tornai in Pakistan nell'aprile 1986 dopo due anni di esilio, facendomi così balzare agli onori della cronaca internazionale. Molti mi proposero di scrivere la mia storia, invece di quella di mio padre, ma io non ero convinta: un conto era scrivere di mio padre che era stato primo ministro del Pakistan, eletto democraticamente, e che aveva ottenuto risultati importanti; un altro era scrivere di me stessa, poiché dovevo ancora combattere le mie battaglie politiche più importanti. Mi sembrava un atto di presunzione e pensavo che le autobiografie dovessero essere scritte quando, nell'autunno della vita, si ripensa il passato.
Fu un'osservazione di un'amica a farmi cambiare idea. «Ciò che non è documentato non viene ricordato» mi disse.

Citazioni[modifica]

  • Mio padre era stato il primo a portare la democrazia dove in passato era esistita soltanto la repressione, sotto i generali che avevano governato il Pakistan sin dalla sua nascita nel 1947. Dove il popolo era vissuto per secoli in balia dei capi tribali e dei proprietari terrieri, aveva varato la prima costituzione pakistana per garantire una protezione legale e i diritti civili; dove il popolo aveva dovuto ricorrere alla violenza e agli spargimenti di sangue per spodestare i generali, aveva garantito un sistema parlamentare, un governo civile e le elezioni ogni cinque anni. (p. 13)
  • Zia ul-Haq, il capo di stato maggiore dell'esercito, l'uomo che mio padre credeva fedelissimo. Aveva mandato i suoi soldati nel cuore della notte a spodestarlo e a impadronirsi del potere con la forza. Zia ul-Haq, il dittatore che non era riuscito ad annientare il seguito di mio padre nonostante i fucili, i gas lacrimogeni e la legge marziale, e non aveva potuto fiaccare il suo spirito nonostante l'isolamento nella cella della morte. Zia ul-Haq, il generale che aveva appena fatto uccidere mio padre. Zia ul-Haq, il generale che per nove anni avrebbe governato spietatamente il Pakistan. (p. 13)
  • Per giorni e giorni dopo la morte di mio padre non riuscii a bere e a mangiare nulla. Bevevo qualche sorso d'acqua ma lo risputavo. Non potevo deglutire. E non potevo dormire. Ogni volta che chiudevo gli occhi facevo lo stesso sogno. Ero davanti al carcere, i cancelli erano aperti. Vedevo una figura che veniva verso di me. Papà! Gli correvo incontro. «Sei uscito! Sei uscito! Credevo che ti avessero ucciso, invece sei vivo!» Ma un attimo prima di raggiungerlo, mi svegliavo e mi trovavo di fronte ancora una volta alla tragica realtà. (p. 23)
  • Centinaia di migliaia di persone, in India e in Pakistan, appartenevano alla tribù dei Bhutto, una delle più numerose del Sindh, i cui membri andavano dai contadini ai proprietari terrieri. Il nostro ramo della famiglia discendeva direttamente dal celebre capo tribale dei Bhutto, Sardar Dodo Khan. (p. 40)
  • Le avversità affrontate dai nostri antenati formavano il nostro codice morale, appunto come desiderava mio padre: lealtà, onore, principi. (p. 43)
  • Mio padre [...] era considerato molto progressista. Diede un'istruzione ai figli e arrivò al punto di mandare le figlie a scuola, un atto che altri proprietari terrieri giudicarono scandaloso. Molti grandi proprietari feudali non si prendevano neppure il disturbo di far studiare i figli maschi. (p. 44)
  • Nella nostra cultura dominata dai maschi, i ragazzi venivano sempre favoriti rispetto alle ragazze e non solo ricevevano spesso un'istruzione ma in certi casi venivano serviti a tavola per primi mentre la madre e le figlie dovevano aspettare. Nella nostra famiglia, tuttavia, le discriminazioni non esistevano. Se mai, ero io a ricevere la massima attenzione. (p. 45)
  • In casa nostra l'istruzione aveva la precedenza. Come mio nonno, mio padre voleva che servissimo da esempio: dovevamo essere la nuova generazione di pakistani progressisti e colti. (p. 46)
  • Nella famiglia non c'erano dubbi: io e mia sorella avremmo avuto le stesse possibilità dei nostri fratelli. Non c'erano dubbi neppure nell'Islam. Fin da piccoli imparammo che solo l'interpretazione data dagli uomini alla nostra religione limitava le possibilità per le donne: non era affatto la religione a stabilirlo. Anzi, fin dall'inizio l'Islam era stato molto progressista verso le donne: il profeta Maometto (la pace sia con Lui) aveva proibito l'uccisione delle bimbe appena nate, molto comune tra gli arabi dei suoi tempi, e aveva rivendicato alle donne il diritto all'istruzione e all'eredità molto tempo prima che tali privilegi venissero loro riconosciuti in Occidente. (p. 47)
  • La storia musulmana è piena di donne che assunsero ruoli pubblici e ottennero risultati che non avevano nulla da invidiare a quelli degli uomini. (p. 47)
  • Sciiti e sunniti erano vissuti fianco a fianco e si erano legati con innumerevoli matrimoni per più di mille anni, e le differenze erano assai meno delle analogie. La cosa fondamentale è che tutti i musulmani, indipendentemente dalla setta di appartenenza, si sottomettono alla volontà di Dio, credendo che non vi sia altro Dio che Allah, e che Maometto sia il suo ultimo profeta. Questa è la definizione coranica del musulmano, e nella nostra famiglia era ciò che contava. (p. 49)
  • Roti, kapra, makan: pane, indumenti, casa. Queste promesse semplicissime diventarono le parole d'ordine del Partito del popolo pakistano: erano cose fondamentali che milioni di poveri non avevano. Mentre tutti i musulmani si prosternavano davanti ad Allah, nel nostro paese i poveri si prosternavano ancora davanti ai ricchi. (p. 54)
  • La ristrutturazione dell'economia del Pakistan promessa da Ayub era fallita, mentre la sua famiglia e un altro piccolo gruppo si erano arricchiti. Negli undici anni durante i quali Ayub rimase al potere, un gruppo noto come «ventidue famiglie» aveva praticamente nelle mani tutte le banche, le compagnie di assicurazione e le maggiori industrie del paese. Questa situazione scandalosa spingeva centinaia e poi migliaia di persone ad ascoltare gli appelli di mio padre per una riforma sociale ed economica. (p. 55)
  • [Sull'ascesa di Yahya Khan] Ancora una volta il nostro paese era nelle mani di un dittatore militare che si affrettò a sospendere le leggi civili e a imporre la legge marziale. (p. 60)
  • Non sopporto di vedere appassire i fiori, specialmente le rose di mio padre. Ogni volta che si recava all'estero prendeva sempre qualche varietà nuova da piantare nel giardino: rose, violacee, rose color mandarino, rose scolpite così perfettamente da sembrare modellate nella creta. La sua prediletta era una rose azzurra chiamata «rosa della pace». Ora i rosai cominciano ad avvizzire e a ingiallire per la mancanza di cure. (p. 62)
  • Al tempo di mio padre venivano trasmessi film, commedie, sceneggiati, dibattiti e programmi per insegnare a leggere e a scrivere. Ora, quando accendo l'apparecchio, non c'è altro che Zia: Zia che tiene un discorso, discussioni sui discorsi di Zia, programmi di notizie censurate sugli incontri di Zia. (p. 63)
  • Il 27 dicembre 1979 le truppe russe invadono l'Afghanistan. Io e mia madre ci guardiamo in faccia mentre ascoltiamo il comunicato: ci rendiamo conto che le implicazioni politiche sono enormi. La battaglia fra le superpotenze è arrivata sulla soglia del Pakistan. Se gli Stati Uniti vogliono un paese forte all'interno perché si opponga alla presenza sovietica, si affretteranno a ristabilire la democrazia nel Pakistan. Se decidono di aspettare per vedere cosa succede in Afghanistan, la dittatura di Zia si rafforzerà. (p. 64)
  • [Su Ayub Khan, Yahya Khan e Zia ul-Haq] L'autorità di questi dittatori era un'imposizione, non derivava da un mandato popolare. Per la prima volta capivo chiaramente perché il popolo del Pakistan non vedeva un motivo per obbedire a quel tipo di regime, per obbedire allo «stop». Dove non esisteva un governo legittimo, c'era l'anarchia. (p. 68)
  • Anziché collaborare con mio padre e i rappresentanti del Pakistan Occidentale all'elaborazione di una nuova costituzione accettabile per le due parti del paese, Mujib diede l'avvio a un movimento indipendentista per separare il Pakistan Orientale, o Bengala Orientale, dalla federazione occidentale. Più volte mio padre si appellò a Mujib perché mantenesse unito il Pakistan e collaborasse con lui per estromettere il regime militare di Yahya. Invece di dar prova di flessibilità e di riconoscere quella che era una necessità politica, Mujib dimostrò un'ostinazione di cui ancora oggi non capisco la logica. I ribelli del Bengala Orientale risposero al suo appello all'indipendenza impadronendosi degli aeroporti; i cittadini bengalesi rifiutarono di pagare le tasse, i dipendenti bengalesi del governo centrale entrarono in sciopero. In marzo, la guerra civile era ormai imminente. (p. 69)
  • Saccheggi, stupri, sequestri di persona, assassini. Quando ero arrivata a Harvard nessuno si curava del Pakistan; ora tutti erano interessati. La posizione di condanna verso il mio paese era universale. All'inizio mi rifiutai di credere alle cronache pubblicate dalla stampa occidentale sulle atrocità commesse dal nostro esercito in quello che i ribelli del Bengala Orientale chiavano Bangladesh. Secondo i giornali governativi pakistani, che i miei genitori mi inviavano ogni settimana, la breve rivolta era stata domata. Allora, perché quelle notizie sull'incendio di Dacca, i plotoni d'esecuzione mandati nell'università a massacrare studenti, professori, poeti, romanzieri, medici e avvocati? Scuotevo la testa, incredula. Si diceva che migliaia di persone cercavano di fuggire e venivano bombardate con gli aerei pakistani... anzi, le vittime erano così numerose che i cadaveri venivano usati per erigere blocchi stradali. (pp. 69-70)
  • La popolosa provincia del Pakistan Orientale veniva trattata sostanzialmente come una colonia dalla minoranza occidentale. Con gli introiti di più di trentun miliardi di rupie ricavati dalle esportazioni del Pakistan Orientale, la minoranza occidentale aveva costruito strade, scuole, università e ospedali per sé, ma aveva sviluppato pochissimo l'altra provincia. L'esercito, che nel nostro paese poverissimo era il maggior datore di lavoro, attingeva dal Pakistan Occidentale il novanta per cento dei suoi effettivi. L'ottanta per cento dei posti statali era occupato da gente delle province occidentali. Il governo centrale aveva addirittura proclamato lingua ufficiale l'urdu, che nel Pakistan Orientale pochissimi comprendevano, e in questo modo aveva ulteriormente svantaggiato i bengalesi nella competizione per i posti statali e l'insegnamento. Non era affatto strano che si sentissero sfruttati ed esclusi. (p. 71)
  • La perdita del Bangladesh fu un colpo terribile per il Pakistan. La comune religione islamica, che pensavamo potesse trascendere milleseicento chilometri di India esistenti tra Pakistan Orientale e Occidentale, non bastò a tenerci uniti. La fiducia nella nostra sopravvivenza come nazione era incrinata, i legami tra le quattro province del Pakistan occidentale sembravano sul punto di spezzarsi. Il morale non era mai stato più basso, anche a causa dell'effettiva resa del Pakistan all'India. (p. 78)
  • Il paese unito che Mohammed Ali Jinnah aveva fondato nel 1947 dopo la spartizione dell'India era morto con la nascita del Bangladesh. (p. 79)
  • [Su Indira Gandhi] Era minuta, molto più di quanto sembrasse nelle innumerevoli fotografie che avevo visto, ma era elegantissimo, persino con l'impermeabile che portava sopra il sari, dato che il cielo minacciava pioggia. «As-Salaam O alaikum» le dissi. È il nostro saluto di pace musulmano. «Namaste... Salve» rispose la signora Gandhi con un sorriso. Io ricambiai con un sorriso a metà che mi augurai non fosse impegnativo. (p. 80)
  • Io simboleggiavo una nuova generazione. Non ero mai stata indiana; ero nata nel Pakistan già indipendente. Non avevo i complessi e i pregiudizi che avevo dilaniato indiani e pakistani nel trauma sanguinoso della spartizione. Forse la gente sperava che una nuova generazione riuscisse a evitare l'ostilità che aveva causato tre guerre, e seppellisse il passato doloroso dei nostri genitori e dei nostri nonni per vivere insieme in amicizia. (p. 82)
  • [Su Indira Gandhi] Avevo seguito la sua carriera politica con attenzione e ammiravo la sua perseveranza. Dopo che era stata scelta come primo ministro nel 1966, le fazioni contrastanti del congresso indiano avevano creduto di avere tra le mani un leader malleabile, al punto che l'avevano chiamata goongi goriya, la bambola stupida. Ma quella donna di seta e d'acciaio li aveva battuti in astuzia. Per rinfrancarmi cercai di conversare con lei, ma era molto chiusa. Aveva una freddezza altera e una tensione che si attenuava solo nel sorriso. (p. 83)
  • [Su Indira Gandhi] Era così piccola e fragile. Da dove le veniva la sua famosa implacabilità? Aveva sfidato il padre per sposare un uomo politico parsi che Nehru non approvava. Il matrimonio non era stato felice e i coniugi si erano separati. Ora tanto il padre quanto il marito erano morti. Si sentiva sola? (p. 83)
  • Il caso Watergate mi lasciò un senso profondo dell'importanza delle leggi accettate da tutta una nazione contrapposta a quelle capricciose e arbitrarie dettate da singoli individui. Quando il presidente Nixon si dimise un anno dopo, nell'agosto 1974, il passaggio dei poteri avvenne pacificamente. I leader di una democrazia come l'America potevano venire e andare ma la costituzione degli Stati Uniti rimaneva. In Pakistan non avremmo avuto altrettanta fortuna. (p. 88)
  • L'oratoria aveva sempre avuto un potere molto forte nel subcontinente asiatico, dove gli analfabeti erano così numerosi. Milioni di persone erano state condizionate dalle parole del Mahatma Gandhi, di Jawaharlal Nehru, di Mohammed Ali Jinnah, di mio padre. Il racconto orale, la poesia e l'oratorio facevano parte della nostra tradizione. (p. 93)
  • [Su Richard Nixon] È paradossale che un uomo presentandosi candidato alla presidenza in nome della legge e dell'ordine abbia fatto il possibile per infrangere la legge e causare disordine nel suo paese. (p. 94)
  • [Su Richard Nixon] Nixon si è considerato continuamente al di sopra della legge, in grado di fare ciò che voleva. L'ultimo sovrano inglese che lo fece perse la testa. (p. 95)
  • [Su Richard Nixon] Oggi Nixon non è soltanto odiato ma ha anche perduto ogni credibilità. Perdendo la credibilità agli occhi del suo popolo, Nixon ha perso l'autorità morale per governare la nazione americana. È la tragedia di Nixon e dell'America. (p. 95)
  • [Sull'ascesa di Zia ul-Haq] Avevo sentito dire che era stato molto difficile trovare qualcuno adatto per quell'incarico e quindi mi incuriosiva conoscere il capo di stato maggiore dell'esercito designato da mio padre. Altri sei generali erano stati scartati per quella nomina perché le fonti dei servizi segreti dell'esercito avevano scoperto che tutti avevano qualche grave difetto nel carattere: l'abitudine di bere, la tendenza all'adulterio, una lealtà discutibile. Neppure il generale Zia era immune da pecche. Si diceva che avesse legami con Jamaat-e-Islami, un'organizzazione religiosa fondamentalista che si opponeva al PPP e voleva che il paese venisse governato da leader religiosi e non laici. Inoltre, secondo uno degli ambasciatori di mio padre, era anche un ladruncolo.
    Ma Zia aveva molti elementi a suo favore. Diversamente da altri ufficiali del nostro esercito, non era compromesso nella carneficina del Pakistan Orientale, perché durante la guerra civile si trovava fuori del paese. A quanto si diceva, godeva del rispetto dell'esercito, e questo era stato il criterio di valutazione più importante per mio padre nel lungo processo di selezione che era diventato sempre più esasperante. (p. 100)
  • [Sul primo incontro con Zia ul-Haq] Ricordo che rimasi sorpresa quando lo vidi. Diversamente dall'immagine un po' infantile di un militare alto e robusto con i nervi d'acciaio alla James Bond, il generale che mi stava davanti era un uomo basso, nervoso, dall'aria fatua, con i capelli impomatati e divisi da una scriminatura centrale. Sembrava più il "cattivo" di un cartone animato inglese che un capo militare. Si comportò in modo molto ossequioso e ripeté più volte che era onorato di conoscere la figlia del grande Zulfikar Ali Bhutto. Senza dubbio, mio padre avrebbe potuto trovarsi un capo di stato maggiore un po' diverso; ma non dissi nulla. (p. 101)
  • Alcuni esperti di politica occidentali e molti militari pakistani sostenevano che la democrazia era impossibile per una popolazione così divergente e disgregata, in un paese con una percentuale di analfabeti altissima e un reddito annuo pro capite molto basso. Nel Pakistan c'era un gran numero di persone che non potevano neppure parlarsi perché ogni regione aveva la sua lingua e le sue tradizioni. Una popolazione come quella, si diceva, poteva essere tenuta in riga soltanto da un regime militare. Ma mio padre aveva dimostrato l'infondatezza di questa teoria istituendo con successo un governo democratico, grazie al quale era il voto popolare e non la forza delle armi a decidere chi doveva comandare nel paese. (p. 103)
  • [Sull'amministrazione di Zulfiqar Ali Bhutto] La sua amministrazione aveva stampato la prima edizione del Corano priva di errori, aveva abolito il numero chiuso che i governi precedenti avevano imposto per il pellegrinaggio dei pakistani alla Mecca e aveva reso obbligatoria l'istruzione religiosa (Islamiyat) nelle scuole primarie e secondarie. Erano stati istituti programmi televisivi per insegnare l'arabo, la lingua del Corano, ed era stata creata una commissione per lo studio delle fasi della Luna allo scopo di porre fine alla confusione circa l'inizio e la conclusione del digiuno del ramadan. Il governo di mio padre aveva addirittura insistito perché il Pakistan cambiasse il nome e il simbolo della Croce Rossa nella Mezzaluna Rossa per celebrarne i legami con l'Islam anziché con il cristianesimo. (p. 106)
  • La stragrande maggioranza della gente, pensavo, sapeva che abbracciare l'interpretazione fondamentalista della Shariah avrebbe significato riportare indietro di mille anni i progressi che i pakistani avevano fatto nel campo dei diritti umano e dello sviluppo economico. Sarebbe stato necessario abolire completamente il sistema bancario, ad esempio, perché un'interpretazione ristretta dell'Islam considera usura la richiesta di un interesse, e le donne avrebbero dovuto rinunciare a tutti i passi avanti che mio padre le aveva incoraggiante a compiere.
    Mio padre, infatti, aveva aperto alle donne la diplomazia, gli impieghi statali, la polizia. Per promuovere l'istruzione femminile aveva nominato una donna alla carica di vicecancelliere dell'Università di Islamabad, e nel governo aveva affidato a due donne i ruoli di governatore del Sindh e vicepresidente dell'Assemblea nazionale. Anche le comunicazioni erano state aperte alle donne; per la prima volta erano apparse in televisione donne giornaliste. (pp. 106-107)
  • L'esercito era la chiave di tutto. Ma non c'era motivo di dubitare della lealtà delle forze armate. Mio padre godeva di una grande popolarità nell'esercito e il fatto che avesse scelto Zia quale capo di stato maggiore preferendolo a sei alti ufficiali con un'anzianità superiore sembrava assicurargli anche l'appoggio dello stesso Zia. Nella nostra cultura non si tradisce il proprio benefattore. (p. 109)
  • In Pakistan ogni musulmano era sempre stato libero di decidere se digiunare o no durante il mese sacro del ramadan. Sotto Zia i ristoranti pubblici e gli spacci di viveri ebbero l'ordine di chiudere dall'alba al tramonto. Nelle università veniva tolta l'acqua dalle fontane e persino nei bagni per impedire che qualcuno bevesse durante il digiuno. Bande di fondamentalisti si aggiravano per le strade e bussavano alle porte nel cuore della notte per assicurarsi che la gente preparasse il sehri, il pasto da consumare prima dell'alba. Chi fumava sigarette, beveva acqua o mangiava in pubblico era punibile con l'arresto. Non doveva più esserci spazio per la scelta personale nel Pakistan, ma solo il pugno di ferro di un regime che si spacciava per religioso. (pp. 125-126)
  • In un paese come il Pakistan dove la percentuale degli analfabeti è altissima, le dicerie e i pettegolezzi da bazar spesso si sostituivano alla verità. Per quanto sia illogica, una voce acquista una sua forza, persino nelle classi colte. (p. 128)
  • Il colpo di stato non stava andando secondo i piani di Zia. Per tradizione, i pakistani avevano sempre abbandonato i leader che perdevano il potere e si erano schierati con il vincitore. Ma in questo caso la deposizione di mio padre ad opera di Zia ricadeva su chi l'aveva perpetrata. Anziché abbandonare mio padre, il popolo si stringeva intorno a lui e altri dirigenti politici tre settimane dopo il colpo di stato, milioni di persone sfidarono la legge marziale per ascoltare papà che si recava a visitare le principali città del Pakistan. In Occidente non si sono mai viste folle paragonabili per numero a quelle asiatiche; tuttavia, anche secondo i nostri criteri, le masse che accorrevano per salutare mio padre erano oceaniche. (p. 130)
  • Cogito, ergo sum.... Penso, dunque sono. A Oxford ho sempre avuto difficoltà con questa premessa filosofica, e ora ne ho molte di più. Penso anche quando non vorrei, ma via via ce i giorni passano, non sono affatto sicura di esistere. Per esistere davvero una persona deve fare qualcosa, deve agire e causare una reazione. Ho la sensazione che non vi sia nulla su cui possa lasciare la mia impronta.
    L'impronta che mio padre ha lasciato in me, tuttavia, mi aiuta a continuare. Tenacia, onore, principi: nelle storie che mio padre ci raccontava da bambini, i Bhutto vincevano sempre le battaglie morali. (p. 145)
  • La trasmissione dell'eredità politica alle donne era diventata una tradizione dell'Asia meridionale. Indira Gandhi in India, Sirimavo Bandaranaike nello Sri Lanka, Fatima Jinnah e mia madre in Pakistan, ma non avevo mai pensato che potesse accadere anche a me. (p. 148)
  • Io credevo nella giustizia. Credevo nelle leggi e nei codici dell'etica, nelle testimonianze giurate e nel processo giudiziario. Ma di tutto questo non c'era traccia nella tragica farsa del processo contro mio padre. (p. 155)
  • Nasser mi era sembrato un colosso che prometteva la costruzione di un nuovo mondo egualitario sulle ceneri e le macerie del passato. (p. 272)
  • Non avevo avuto nessuna simpatia per Sadat, che si era rivoltato contro il suo mentore e ne aveva rovesciato la politica quando aveva assunto la presidenza dell'Egitto nel 1970. Ma quando lessi la notizia della sua morte, mi sentii inaspettatamente commossa. Anche se mio padre aveva criticato duramente la pace separata conclusa da Sadat con Israele, il presidente egiziano aveva chiesto clemenza per lui. Inoltre aveva dato rifugio allo scià di Persia e alla sua famiglia, sfidando una crescente impopolarità. E quando lo scià era morto di cancro, Sadat aveva disposto per lui un solenne funerale, dimostrando una generosità di spirito molto rara nel mondo della realpolitik. Non aveva mai permesso che le divergenze politiche e le controversie gli impedissero di fare ciò che riteneva giusto. (p. 272)

Citazioni su Benazir Bhutto[modifica]

  • Benazir fu la prima donna eletta primo ministro del Pakistan e di tutto il mondo islamico. Improvvisamente tutti sembravano ottimisti riguardo il futuro. (Malala Yousafzai)
  • Gli islamisti uccisero Benazir Bhutto così come uccisero suo padre. Ma non gli si dovrebbe permettere di uccidere le speranze del Pakistan per la democrazia. (Amir Taheri)
  • I due governi di Benazir furono autocratici e corrotti. Avrei continuato a dirglielo, se fosse ancora viva. Ma è morta e la sua fine rappresenta una tragedia, una catastrofe per noi, la sua famiglia, e per il Paese intero. (Fatima Bhutto)
  • L'amministrazione Bush puntava su Benazir Bhutto per ricondurre il paese a una decente democrazia, dopo lo strappo autoritario di Pervez Musharraf. L'ideale sarebbe stata un'intesa, un compromesso tra i due. Il compromesso, che avrebbe meritato l'aggettivo di storico, è stato cancellato dal kamikaze. Ora i sostenitori della Bhutto vedono in Musharraf l'istigatore dell'assassinio. Non sarà facile disinnescare le passioni. (Bernardo Valli)
  • La sola arma che ha usato è stata quella del dialogo e del confronto politico. (Romano Prodi)
  • Lei era il nostro modello. Simboleggiava la fine della dittatura e l'inizio della democrazia e mandava un messaggio di speranza e di forza a tutto il resto del mondo. Ma era anche l'unico leader politico pakistano a pronunciarsi chiaramente contro i militanti talebani e a offrirsi addirittura di aiutare le truppe americane a dare la caccia a bin Laden entro i confini del nostro paese. (Malala Yousafzai)
  • Quando è morta Benazir ho ricominciato a chiamarla con il soprannome di tanti anni fa, Wadi Bua, che nel nostro dialetto è il vezzeggiativo che si dà alla sorella anziana del papà. Non so, è stato così, naturale, spontaneo. All'improvviso ha cessato di essere l'avversaria politica dei tempi più recenti. Ed è tornata la Wadi Bua dei miei giochi di bambina, quando io avevo 5 anni e lei 35. Mi hanno raccontato che ad ucciderla è stato un proiettile al collo. Proprio come mio padre Murtaza, suo fratello. Ho come sospeso il giudizio. Ho smesso di accusarla di complicità nel suo assassinio nel 1996. Quella era Benazir viva, la zia cattiva, la feudataria corrotta e senza scrupoli che ci aveva depredato di tutto per pura sete di potere. Adesso è tornata Wadi Bua, sangue del mio sangue, un altro membro della famiglia ucciso e da piangere tutti assieme. Senza differenze. (Fatima Bhutto)
  • Seguendo le orme del generale Zia, Bhutto aveva ripreso in altra forma il sogno del dittatore: creare, sotto l'egemonia pakistana, un asse transcontinentale che si estendesse dal confine orientale con la Cina, comprendesse l'Afghanistan e le repubbliche dell'Asia centrale e giungesse fino alla regione petrolifera del mar Caspio (va osservata che la via della droga dall'Afghanistan all'Europa attraversa gli stessi territori). (Loretta Napoleoni)

Emma Bonino[modifica]

  • Dobbiamo ricordare che le donne al potere sono spesso "figlie di", "mogli di"... Non legherei la vita, le opere e le idee di Benazir Bhutto ai problemi di genere che ci sono ed esistono in Pakistan.
  • L'attentato costato la vita a Benazir Bhutto non era mirato contro la prima donna ad aver retto il governo di un Paese islamico, ma contro un'esponente dell'opposizione impegnata per rendere credibile la transizione democratica del Paese.
  • Non si tratta della morte di una donna scomoda. I problemi del Pachistan non sono di genere, sono quelli di un Paese impegnato in un complesso processo di evoluzione democratica dalla dittatura militare. Non dimentichiamo che anche l'altro ex primo ministro e leader dell'opposizione Nawaz Sharif è scampato a diversi attentati ed è un uomo.

Christopher Hitchens[modifica]

  • Dimostrava sempre la stessa mancanza di imbarazzo priva di ironia. Con quanta grazia mi mentiva, ricordo, e con uno sguardo così impassibile da quegli occhi di topazio, sul fatto che il programma nucleare pakistano fosse esclusivamente pacifico e civile. Come appariva sempre ipocritamente indignata quando le venivano poste domande non gradite sull'enorme corruzione di cui lei e il suo marito playboy Asif Ali Zardari furono accusati. [...] E ora le due principali eredità del governo Bhutto – le armi nucleari e gli islamisti legittimati – si sono tangibilmente avvicinate.
  • Il critico più severo di Benazir Bhutto non avrebbe potuto negare che possedeva un livello di coraggio fisico straordinario. Quando suo padre giaceva in prigione condannato a morte dalla dittatura militare pakistana nel 1979, e altri membri della sua famiglia cercavano di fuggire dal paese, ella tornò coraggiosamente. Il suo successivo incontro con il brutale generale Zia-ul-Haq le costò cinque anni della sua vita, trascorsi in prigione. Sembrava semplicemente mostrare disprezzo sia per l'esperienza che per l'ometto feroce che gliela inflisse.
  • Sta di fatto che l'indubbio coraggio di Benazir conteneva un certo fanatismo. Aveva il complesso di Elettra più grande di qualsiasi altra donna politica della storia moderna, totalmente consacrata alla memoria del suo padre giustiziato, l'affascinante e spregiudicato Zulfiqar Ali Bhutto, che una volta dichiarò che il popolo del Pakistan avrebbe mangiato erba prima di rinunciare alla lotta per l'acquisizione d'un arma nucleare. (Era piuttosto preveggente a tal riguardo: il paese ora ha effettivamente le armi nucleari, e mentre milioni dei suoi abitanti a malapena si sfamano). Un socialista di nome, Zulfiqar Bhutto era un autocratico opportunista, e questa tradizione familiare fu continuata dal Ppp, un partito apparentemente populista che non ha mai avuto una vera elezione interna e che in realtà – come tante altre cose nel Pakistan – fu una proprietà della famiglia Bhutto.

Note[modifica]

  1. a b Da Noi e i terroristi la sfida è ora, la Repubblica, 21 settembre 2007.
  2. a b Citato in Benazir rilancia la sfida al terrore. "Sono stati gli uomini di Zia", la Repubblica, 19 ottobre 2007.
  3. Da L'ultima premonizione di Benazir Bhutto, la Repubblica, 9 febbraio 2008.

Bibliografia[modifica]

  • Benazir Bhutto, Figlia del destino, traduzione di Roberta Rambelli, Leonardo Paperback, 1991. ISBN 88-355-1031-7.

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]

donne Portale Donne: accedi alle voci di Wikiquote che trattano di donne