Al 2020 le opere di un autore italiano morto prima del 1950 sono di pubblico dominio in Italia. PD

Daniello Bartoli

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Daniello Bartoli

Daniello Bartoli (1608 – 1685), gesuita, storico e scrittore italiano.

Citazioni di Daniello Bartoli[modifica]

  • Anco da questi e singolarmente da' Tartari di Niuche detti Chin, e sono più orientali, vien difesa la Cina per munizione a mano, cioè quella tanto famosa muraglia, di cui qui è luogo di ragionare. Il capo o fondatore della imperiale famiglia Cin, una delle antichissime, principe in prodezza d'armi e in opere più che reale magnificenza glorioso sopra ogni altro nelle istorie dei cinesi e per diverse cagioni continuo in memoria de' letterati, fosse sogno che ne avesse o predizione fattane da indovini (che in ciò non s'accordano gli scrittori, e forse non v'ebbe altro che buon avviso di providenza), presentì che i Tartari, quanto prima lor ne venisse il bello, metterebbono ogni opera allo sforzo di rompere i confini e scender giù ad inondare e tutta riempir di loro nazione la Cina. Perciò consigliatosi col suo gran cuore, non solo a chiuderla loro al presente ma tale alzarvi un riparo che ne la sicurasse anco ne' secoli avvenire, determinò, per quanto si distendono quelle frontiere a settentrione, armarle di muraglia invincibile al contrasto e de' Tartari e del tempo. Né indugiò punto a mettere mano all'opera.[1]
  • Ella è tutta intramezzata di saldissime torri e spesse, che con bella proporzione e di spazio e d'altezza si lievano sopra 'l muro; e v'ha perpetuamente soldati in guernigione, quanti son di vantaggio a difendere que' tanti passi di cortina che fanno ala alla torre che guardano. Così anche castelli fortissimi alla difesa di quelle poche porti che fu necessario aprire nella muraglia[2]
  • [Sulla Grande muraglia cinese] Tutta murata a pietre vive riquadrate, di vena forte per reggere a ogni tormento d'aria e d'acque; e, sia verità o giunta al verisimile, corre tuttavia fra' cinesi che il re Cin mandò gittar bando la testa a' capimastri dell'opera, se dove l'una pietra s'immargina e combacia coll'altra le giunture vi fossero tanto disgiunte che vi si potesse conficcare un chiodo: la quale, ove sia non altro che espressione d'ingrandimento, pur non avrebbe luogo a fingersi, se eziandio la riquadratura e 'l commesso de' marmi non fosse opera esquisitamente condotta.[3]
  • Qui solo un contrasegno ci manca ad averli tutti in pruova d'esser noi su la sterile riva del tanto ricantato e temuto Lago Averno: ciò che altro e Istorici e Poeti hanno scritto di lui, qui si riscontra col vero, e ce ne fan piena fede i nostri occhi. Ecco il continuato cerchio de' monti, nel cui profondissimo centro il Lago s'avvalla, e vi riman sì fattamente soppresso che sia verno sia state, nasca o tramonti, o s'alzi al circolo meriggiano il Sole, mai non vi può sì che il vegga pure con un riflesso di luce, o sia da lui veduto: perciò questa infelice acqua nel malinconico bruno che sempre mostra par che abbia le tenebre dell'inferno stemperatevi dentro per più annerarla. Ecco le folte selve che gli si addensano intorno, e di nuovo anch'esse l'acciecano, raddoppiandogli l'ombre. Egli da ogni parte serrato non ha per dove menar fuori pure un sottil filo d'acqua, e muoversi come vivo; ma tutto fra le sue rive ristagna, tutto entro a sé medesimo impaluda, e come un cadavero d'acqua impuzzolisce. De' Cimmerj che v'han loro alberghi vicino, non posso altro che accennar col dito, e dirvi, colà nelle loro caverne sotterra si stanno: se vivi o morti, non se ne sa il vero; perché la medesima che loro è casa è sepolcro. Ben da quest'altro lato vi sarà agevole a ravvisare in quella gran fenditura di monte la scura e paurosa bocca, o più tosto voragine, in cui convien che si gitti chi ha cuore di mettersi per entro le viscere della terra, e calar giù vivo se puó a' Campi Elisi, se no, ed è più verisimile, all'Inferno.
    Sol dunque ci manca il veder qualche incauta torma d'uccelli volar per quest'aria che soprastà e cova sul Lago, e in entrarvi e attrarre il pestilente vapor che n'esala, avvelenarsi, e tempestar giù, non so se tramortiti o morti. Ma il tanto indugiarci in su questa infelice proda al fetor del zolfo che ci morde il celabro, e ci strangola, sarebbe un pagar la curiosità troppo caro.[4]
  • Le gran mutazioni si vogliono imprendere con gran consiglio e andar lento per andar sicuro: altrimenti, invece d'un bene da savio, due mali da pazzo s'incontrano, che sono determinare senza giudicio e pentirsi senza rimedio. (da La missione al gran Mogor)[5]
  • Le spine sono a cento per una delle rose. (da L'uomo al punto)[5]

La ricreatione del savio[modifica]

Incipit[modifica]

Il mare Atlantico, tempestato da' venti, che sopra lui le implacabili loro inimicitie disfogano, avvenutosi nello stretto di Gibilterra, colà ove l'Africa, e l'Europa s'affrontano, quivi entro si caccia, Eliso fluctu irrumpens (dice il Filosofo) ut dicere eum possis, in portum se recipere; e quanto puo, allargandosi, viene a far questo nostro Mediterraneo, in cui, per la strettezza de' liti, e per le tante isole che l'interrompono, i venti hanno al piu uno steccato in cui azzuffarsi a duello, non come colà nell'oceano, una campagna aperta dove accamparsi, e far battaglia.

Citazioni[modifica]

  • Udite: potea parere il giorno troppo più onorato con le opere della mano, di che la notte è priva, se a questa non si davano in iscambio di quelle le opere dell'ingegno. Il dì dunque ha le fatiche, la notte i pensieri; e convenienti all'uno e all'altro, quello lo strepito, questa il silenzio. (1839, p. 97)
  • Ma prima di condurvi innanzi le chiocciole mi convien fare come quel savio dipintore Teone raccordato da Eliano, che non prima svelò l'immagine d'un soldato in arme esposta a un gran popolo curiosissimo di vederla, che da un pieno coro di musici facesse udire una sonata in istile guerriero, come di sfidar due eserciti a battaglia, per cui poichè vide gli spettatori aver conceputo un non so che di spiriti marziali, ritrasse la cortina dal quadro e v'apparì il soldato in sì fiero atto d'uscire addosso al nemico, che come il descrive l'istorico, sembrava avere il lampo negli occhi e 'l fulmine nella destra, tanto appariva terribile con lo sguardo e formidabile con la spada, corrente poi di foggia e in un portamento di vita, quale appunto sta bene ad un portato per impeto di furore. Tal era il soldato di Teone, per cui mostrare egli prima dispose gli animi de' riguardanti con quella sonata invitantegli a un vero spettacolo di battaglia. (1839, p. 101)
  • E giacché siamo nel volerne risapere tutto tragga fuori, e ci mostri le mani e misuriangliele, se per avventura elle fossero come quelle del re Artaserse, cioè d'Assuero marito d'Ester soprannominato Longimano, perciocché l'una mano avea più lunga dell'altra; e intendasi perch'egli ad alcuni dà scarsamente e solo quando è bisogno o gli aiuti della grazia, o i beni che chiamiam di fortuna ad altri si abbondantemente che lor sopravanza e traboccano. (1839, pp. 201-202)
  • Del sole Sant'Anastagio Sinaita, portò una strana opinione ch'egli fosse da Dio creato qua su la terra, indi levatone e trasportatolo al quarto cielo, di dove quella virtù che giù basso giacendo potea diffondere a pro di pochi, diffondesse a beneficio di tutti, e colà fosse come il cuore della natura, dal cui vital calore ella si anima e de' cui spiriti ha vigore per muoversi ed operare. (1839, p. 240)
  • Le verità più utili a sapersi, sono ancora le più facili ad intendersi.[5]
  • Una sola e diritta come un raggio di luce, è la via del vero: infinite e contrarie son quelle che uscendone menano al falso.[5]

Incipit di alcune opere[modifica]

Dell'uomo di lettere difeso e emendato[modifica]

Disavventura, per non dire, come altri, destino dell'infelice Virtù, provato e pianto in ogni tempo, è, che ella non truovi in questo gran Teatro del Mondo luogo pari al suo merito, e nicchia degna della sua statua. Già tramontarono que' Secoli d'oro, quando le corone reali si mettevano all'incanto, e si pesavano le teste di chi vi pretendeva: quando le fasce de' diademi reali servivano non a legare, come in molti avvenne, il cervello de' pazzi, ma ad onorare il merito e coronare il senno de' Savj. Le mura, le fondamenta, le vestigie di quel famoso tempio dell'Onore, in cui s'entrava solo per la porta del Merito, sono oggi sì distrutte e sepolte, che non n'è rimaso né la memoria dov'egli fosse, né la speranza di rivederlo risorto dallo scempio delle presenti rovine alla gloria delle passate grandezze.

L'uomo al punto[modifica]

In questa folta selva di mali che ingombrano tutta la terra, sì raddoppiati e densi, che nell'aggirarci che per lo mezzo d'essi facciamo, appena è mai, che volte a una sciagura le spalle fuggendone, non diam di petto in un'altra scontrandola; pur nondimeno è vero, non avervi niun male, a cui manchi questa qualunque condizion di bene, cioè, il poter'avvenire ch'ei non avvenga.

Citazioni su Daniello Bartoli[modifica]

  • Alla prosa d'arte si ascrivono prevalentemente le opere di Daniello Bartoli, che pur trattano argomenti storici, speculativi, scientifici, religiosi, perché tra le facoltà dello scrittore sormonta il piacere descrittivo della parola, e, si potrebbe dire, la stremata e rotta poesia del dizionario. (Francesco Flora)
  • Il Bartoli, come tutti i Gesuiti, non ha un affetto mai, non ti fa sentire mai un affetto neppure pei Santi dei quali egli parla, onde tu non sai se egli creda davvero quello che dice: nessun pensiero mai, né ti fa mai meditare. Egli ebbe memoria forte, e fantasia gagliardissima, però il suo stile è tutto immagini, tutto frasi, tutto parole; è un giuoco, una fantasmagoria, e niente altro. Dentro è vuoto, senza pensiero, senza vita, senza verità, senza ordine: e un fascio di fattarelli tratti da tutti gli scrittori sacri e profani, o descrizioni di ogni minima inezia. (Luigi Settembrini)
  • Il Marino della prosa fu Daniello Bartoli, fabbro artificiosissimo e insuperabile di periodi e di frasi, di uno stile insieme prezioso e fiorito. È stato in ogni angolo quasi della terra; ha fatto migliaia di descrizioni e narrazioni: non si vede mai che la vieta di tante cose nuove gli abbia rinfrescate le impressioni. Retore e moralista astratto, pieno il capo di mitologia e di sacra scrittura, copiosissimo di parole e di frasi in tutto lo scibile, colorista brillante, credé di poter dir tutto, perché tutto sapeva ben dire. La natura e l'uomo non è per lui altro che stimolo e occasione a cavargli fuori tutta la sua erudizione e frasario. Altro scopo più serio non ha. Estraneo al movimento della coltura europea e a tutte le lotte del pensiero, stagnato in un classicismo e in un cattolicismo di seconda mano, venutogli dalla scuola, e non frugato dalla sua intelligenza, il suo cervello rimane ozioso non meno che il suo cuore; e la sua attenzione è tutta intorno alla parte tecnica e meccanica dell'espressione. Tratta la lingua italiana, come greco o latino, come lingua morta, già fissata, e da lui pienamente posseduta. (Francesco De Sanctis)

Giacomo Leopardi[modifica]

  • Chi vuol persuadersi dell'immensa moltiplicità di stili e quasi lingue diverse rinchiuse nella lingua italiana, consideri le opere di Daniello Bartoli.
  • Il p. Dan. Bartoli è il Dante della prosa italiana. Il suo stile in ciò che spetta alla lingua è tutto a risalti e rilievi.
  • Uomo che fra tutti del suo tempo, e fors'anche di tutti i tempi, fu quello che e per teoria e scienza e per pratica, meglio e piú profondamente e pienamente conobbe la nostra lingua.

Note[modifica]

  1. Da Dalla «CINA», in Daniello Bartoli e Paolo Segneri, Prose scelte, a cura di Mario Scotti, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1967, p. 319.
  2. Da Dalla «CINA», 1967, p. 320.
  3. Da Dalla «CINA», 1967, p. 320
  4. Da La geografia trasportata al morale, Giacinto Marietti, Torino, 1839, p. 343.
  5. a b c d Citato in Frasi celebri della letteratura italiana, Vallardi, Milano, 1994, p. 41. ISBN 88-11-93614-4

Bibliografia[modifica]

  • Daniello Bartoli, Dell'uomo di lettere difeso e emendato, Giacinto Marietti, Torino, 1834.
  • Daniello Bartoli, La ricreatione del savio, Ignatio de' Lazzeri, Roma, 1659.
  • Daniello Bartoli, La ricreazione del savio, Borel e Bompard, Napoli, 1839.
  • Daniello Bartoli, L'uomo al punto, 2 voll., a cura di Adolfo Faggi, UTET, Torino, 1930.

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