Elio Vittorini

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Elio Vittorini (1908 – 1966), scrittore italiano.

Citazioni di Elio Vittorini[modifica]

  • Come cultura, Gesù Cristo è non meno importante di ciò che è come fede o vita dei fedeli. Nulla di quanto gli uomini hanno detto di nuovo o concreto o anche solo di utile, dopo di lui, è stato detto in contrasto con lui.[1]
  • [Sull'assassinio di Eugenio Curiel da parte delle brigate nere] I cani sanguinari che ancora battono le vie di Milano, in questi ultimi giorni della loro repubblica protetta dal Reich, possono cantare vittoria per una volta. [...] L'uomo che una loro pattuglia di militi uccise e derubò in piazzale Baracca, alle tre del pomeriggio, qui a Milano, non era uno "di nessuno". Era "nostro" del Partito comunista italiano e dell'Italia che lotta. Era Giorgio: aveva trentadue anni, il volto gentile di un ragazzo, tanto di più se sorrideva nei momenti lievi, con quei suoi denti bruciati dal fumo: e tanto di più anche nei momenti duri, se porgeva ad altri la sua fiducia, la sua sicurezza, la sua forza.[2].
  • Il vento, gli odori. No. Una canzone lontana. Oppure il mio passo sul selciato. Nel buio io non so. Ma so che sono tornato a casa.[3]
  • Io penso che sia molta umiltà essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch'era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del suo ferrare cavalli.[4]
  • L'ultimo gesto di Socrate [...] è il gesto essenziale dell'uomo, in Hemingway; e non di auto-distruzione, ma di adempimento: gratitudine estrema, in amaro e noia, verso la vita. (da Diario in pubblico, Bompiani)
  • La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio.[5]
  • Non più una cultura che consoli nelle sofferenze, ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini.[6]
  • Piccola Sicilia ammonticchiata di nespoli e tegole e rumore di torrente.[7]
  • [Riferendosi a Scicli] Rosario continuava: «È la più bella città che abbiamo mai vista. Più di Piazza Armerina. Più di Caltagirone. Più di Ragusa, e più di Nicosia, e più di Enna... Forse è la più bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta nelle città che sono belle...».[8]
  • Se avessi avuto i mezzi per viaggiare sempre credo che non avrei scritto un rigo.[9]
  • [Riferendosi alla Sicilia] Tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne.[10]

Da appunti sulla «Dolce vita», testo inedito del 1960

in Letteratura e società, a cura di Raffaella Rodondi, vol. II, 1938-1965, Einaudi, Torino, pp. 816-819; citato in Antonio Costa, Federico Fellini. La dolce vita, Lindau, 2010, pp. 193-196. ISBN 978-88-7180-847-5

  • Giudizio estetico: ottimo – siamo a metà tra epica e giornalismo – il film riesce a rasentare l'epica per la ricchezza dei personaggi, per l'evidenza in cui il loro comportamento viene colto, per la visività persuasiva di ogni loro gesto, per il ritmo corale che la mescolanza dei gesti di tanti personaggi produce, per il fiato organico di tutto ciò – ma rasenta anche il fumetto per la nota unica su cui ogni personaggio finisce per essere costruito – e per il carattere perciò macchiettistico che ogni personaggio finisce per assumere – per la pateticità di cui viene circonfuso quasi per sottrarlo al giudizio morale e procurargli invece compassione a priori, compassione sentimentale –
    ancora epica e giornalismo –
    tessuto con filo da giornalismo, da rotocalco, a volte addirittura da fumetto, ma con un rigore e un'organicità da narrazione epica.
  • La sostanza machiettistica dei personaggi non è solo dei personaggi minori che si sono voluti cogliere appunto in una caratteristica vistosa (e da tutti riconoscibile a prima vista). È anche dei personaggi principali, come la ragazza del protagonista, come lo Steiner, come il protagonista stesso. [...] Tuttavia tutto si salva grazie al fervore della visione d'insieme, e cioè grazie al ritmo epico della successione delle immagini.
    Un ottimo lavoro pieno di difetti e di limiti che sono stati superati fino talvolta a diventare qualità ma che lo caratterizzano impicciolendolo.
  • [...] film cattolico in quanto denuncia la perdita di sacralità del sesso, la riduzione del sesso a gioco, a rapporto gratuito e superficiale [...].
  • Moralmente il film è condizionato dalla concezione cattolica del peccato, per la quale peccato è quasi solo quello della sensualità, quello cosiddetto originale.

Conversazione in Sicilia[modifica]

Incipit[modifica]

Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch'erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Citazioni[modifica]

  • Ogni morto di fame è un uomo pericoloso.
  • [...] Erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra.
  • Non proviamo più soddisfazione a compiere il nostro dovere, i nostri doveri… Compierli ci è indifferente. Restiamo male lo stesso. E io credo che sia proprio per questo… Perché sono doveri troppo vecchi, troppo vecchi e divenuti troppo facili, senza più significato per la coscienza.
  • Era un siciliano, grande, un lombardo o normanno forse di Nicosia, tipo anche lui carrettiere come quelli delle voci sul corridoio, ma autentico, aperto, e alto, e con gli occhi azzurri.
  • Poi il Gran Lombardo raccontò di sé, veniva da Messina dove si era fatto visitare da uno specialista per una sua speciale malattia dei reni, e tornava a casa, a Leonforte, era di Leonforte, su nel Val Demone tra Enna e Nicosia, era un padrone di terre con tre belle figlie femmine, così disse, tre belle figlie femmine, e aveva un cavallo sul quale andava per le sue terre, e allora credeva, tanto quel cavallo era alto e fiero, allora credeva di essere un re, ma non gli pareva che tutto fosse lì, credersi un re quando montava a cavallo, e avrebbe voluto acquistare un'altra cognizione, così disse, acquistare un'altra cognizione, e sentirsi diverso, con qualcosa di nuovo nell'anima, avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi più in pace con gli uomini come uno, così disse, come uno che non ha nulla da rimproverarsi.
    – Non perché io abbia qualcosa di particolare da rimproverarmi, disse. – Nient'affatto. E nemmeno parlo in senso di sacrestia... Ma non mi sembra di essere in pace con gli uomini.
    Avrebbe voluto avere una coscienza fresca, così disse, fresca, e che gli chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti, verso gli uomini, perché a compiere i soliti non c'era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi.
  • Ci sono molti altri posti lombardi, io dissi. C'è Sperlinga, c'è Troina... Tutti i posti del Val Demone sono posti lombardi. [11]
  • Altri quindici anni erano passati dopo quelli, a mille chilometri di là, dalla Sicilia e dall'infanzia, e avevo quasi trent'anni, ed era come se non avessi avuto nulla, né i primi quindici, né i secondi [...] e cominciai a sentire in me un lamento come un piffero che suonasse lamentoso. [...] e un piffero suonava in me e smuoveva in me topi e topi che non erano precisamente ricordi. Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e cosí mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia.

Il garofano rosso[modifica]

Incipit[modifica]

Aspettavamo la campana del secondo orario, tra undici e mezzogiorno, pigramente raccolti, sbadigliando, intorno ai tavolini del caffè Pascoli & Giglio, ch'era il caffè nostro, del Ginnasio-Liceo, sull'angolo di quella strada, anch'essa nostra, con la via principale della città, dai borghesi Corso e da noi Parasanghea.
I più fortunati mandavano giù l'una dietro l'altra granite di mandorla, la più buona cosa da mandare giù ch'io ricordi della mia infanzia; e c'era la tenda rosso marrone che bruciava di sole come un sospeso velo di sabbia sopra i tavolini. C'erano discorsi di grandi parole, di grandi speranze, e c'erano i pettegolezzi scolari sulle medie, i temi in classe, i professori e i compagni sgobboni.

Citazioni[modifica]

  • «Ci sono paure stupide e paure intelligenti?» dicevo io. «Altro che!» lui diceva. «Altro che! La gente si allea nelle paure. E tu vedi come i bravi e i giusti siano alleati in una paura intelligente... Come i perfidi siano alleati in una paura idiota! L'umanità è tutta divisa da patti e alleanze contro le paure...» (cap. II)
  • «Secondo te, allora» dissi io «le rivoluzioni e le guerre non sarebbero che giochi...»
    «Sicuro: per colui che le fa» disse Tarquinio. «E tutti i cosiddetti grandi uomini non sono che ragazzi. Hai letto il Memoriale di Sant'Elena? Vedi bene che Napoleone ragiona come noi ai tempi degli scioperi. Non c'è mai nelle sue parole qualcosa che ce lo lasci pensare per conto suo, chiuso nel gusto di una camera sua. Disgraziato, rimpiangeva i campi di battaglia, ed era in una situazione che a un uomo vero, il quale avesse conosciuto l'intimità, avrebbe fatto rimpiangere l'ora del caffelatte. Ci sono abissi, caro mio...» (cap. X)
  • Ed alzai le mani, in un istintivo gesto d'angoscia, come ad esprimere il senso di vuoto che mi desolava l'anima.
    Ma le mie parole non dicevano nulla di vero. E sentivo che quel vuoto non veniva dalla fine improvvisa che aveva cancellato lei, la donna bionda, e ch'era invece un vuoto più antico, a cui sarei giunto in ogni modo appena mi fossi trovato fuori dalla casa delle mie notti di febbre e di desiderio. Era il vuoto di ogni volta che avevo lasciato lei per tornare al mio vecchio mondo di ragazzo e che ogni volta avevo creduto di riempire correndo di nuovo a lei: il vuoto dell'amicizia perduta, e del bene che non avevo detto.
  • È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine. (dalla Prefazione, II)
  • Io non ho mai aspirato "ai" libri; aspiro "al" libro; scrivo perché credo in "una" verità da dire; e se torno a scrivere non è perché mi accorga di "altre" verità che si possono aggiungere, e dire "in più", dire "inoltre", ma perché qualcosa che continua a mutare nella verità mi sembra esigere che non si smetta mai di ricominciare a dirla. (dalla Prefazione, VI)
  • La verità, voglio dire, non rischia niente a passare per un periodo di abbiezione: non il suo avvenire e nemmeno la sua gioventù. Quello che non deve mai venire meno è il nostro sforzo di intrattenerla, comunque, tra noi uomini. (dalla Prefazione, VI)
  • Ma un libro non è soltanto "mio" o "tuo", non rappresenta solo il "mio" contributo alla verità, il "mio" sforzo di ricerca della verità e la "mia" capacità di realizzazione letteraria. Un libro è un riflesso più o meno diretto, e più o meno contorto, più o meno alterato, della verità obbiettiva, e molto in un libro, anche all'insaputa dello scrittore, specie in un libro mancato, può essere verità rimasta grezza. (dalla Prefazione, XVIII)
  • Si capisce, bisogna che sappia riconoscere il suono del falso. Vi è un suono acuto che si rischia di prendere per suono di falso mentre è solo di frettolosa concentrazione del reale. (dalla Prefazione, XIX)

Explicit[modifica]

Mi mostrò il fazzoletto. Io lo vidi macchiato di sangue non recente.
«Che significa?» gli chiesi.
E tarquinio, come cambiando idea: «Oh nulla! Volevo solo buttarlo via!»
Legò dentro al fazzoletto una pietra e lasciò cadere la minuscola cosa rossa nell'acqua. Allora io credetti di capire e mi portai una mano alla bocca. Ma Tarquinio mi condusse via sottobraccio. «Andiamo!» diceva. «Non devi dispiacerti se sono così con Giovanna. Dopotutto tu l'avevi solo baciata. Non hai avuto quell'altra, tu? Forse non è vero che non t'importi nulla di quell'altra.»

Sardegna come un'infanzia[modifica]

  • Infine, scendiamo verso il mare. In Sardegna si sente sempre, a cento e cento chilometri dalle coste, che splende nell'aria da ogni lato. È una vera isola, Sardegna, dentro il suo splendore e le sue tempeste. E di qualcosa di salmastro odora anche su a mille metri. (cap. XIV)
  • Verso Sassari, la sera corre innanzi, più svelta di noi. L'ultimo sole cade in foglie morte dalle cime degli alberi, poiché siamo in terreno di alberi, in pieno uliveto. Ulivi e aranci, fitti oltre i muri bianchi della strada, nella crescente oscurità. [...] Noi nel buio dell'uliveto e Sassari attorno a noi, d'ogni lato, coi suoi popoli di lumi. Entriamo da una parte, tra case e arbusti, ma non è ancora la vera città: che sembra giri dall'altra parte. Ora c'è una valle nera fra noi e il maggior numero di lumi. E più avanziamo più quella valle si allarga, più quei lumi si allontanano. Ho paura si sia finiti in quale altro paese, dirimpetto alla Sassari vera, e chiedo al primo che passa se qui è proprio Sassari. Quello mi risponde come se gli avessi chiesto se il sole è veramente sole: "È Sassari". (cap. XV)
  • [Su Porto Torres] Il paese al di là dei cancelli, è piccolo, è triste, nell'acquata. È un sobborgo di Sassari venuto fino al mare a piantar magazzini d'olio e tabacco. Sono più i bidoni e i barili che le case. (cap. XXXIX)

Incipit di alcune opere[modifica]

Piccola borghesia[modifica]

Sette anni: come mai non andavo ancora a scuola? Nonno e zii, per amore di tenermi con loro, avevano persuaso mio padre, sembra, a farmi studiare «privatamente».
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Uomini e no[modifica]

I. L'inverno del '44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l'inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite.»

Citazioni su Elio Vittorini[modifica]

  • È difficile associare l'idea della morte – e fino a ieri quella della malattia – alla figura di Vittorini. Le immagini della negatività esistenziale, fondamentali per tanta parte della letteratura contemporanea, non erano le sue: Elio era sempre alla ricerca di nuove immagini di vita. E sapeva suscitarle negli altri. (Italo Calvino)

Note[modifica]

  1. Da Il Politecnico, 1946; citato in Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, collana Sestante, Società Editrice Internazionale, 2001, p. 92. ISBN 88-05-05867-X
  2. Da l'Unità, 9 aprile 1945; citato in Milano, 1945: la fuga disperata di Eugenio Curiel in piazzale Baracca, Corriere.it, 8 febbraio 2018.
  3. Da Ritorno, in Lunario siciliano, luglio 1929.
  4. Da Diario in pubblico.
  5. Da Le due tensioni, a cura di Dante Isella, Il saggiatore.
  6. Da Una nuova cultura, Il Politecnico, 29 settembre 1945.
  7. Citato in Concezione, che zuppa!, Il Sole 24 Ore.com, 27 gennaio 2013.
  8. Da Le Città del Mondo, Mondadori, Milano, 1991, p. 22.
  9. Da Gli anni del Politecnico, Einaudi.
  10. Citato in Elio Vittorini: un siciliano nel mondo tra libri e riviste (perché il bene comune nasce dalla cultura), SicilyPresent.it, 16 febbraio 2016.
  11. Da Conversazione in Sicilia, Rizzoli, Milano, 1988, p. 210.

Bibliografia[modifica]

  • Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, RCS, 2003.
  • Elio Vittorini, Il garofano rosso, Oscar Mondadori, Milano, 19799.
  • Elio Vittorini, Le città del mondo, Mondadori, 1991. ISBN 9788804343332
  • Elio Vittorini, Sardegna come un'infanzia, Bompiani, 2014. ISBN 8858764390
  • Elio Vittorini, Uomini e no, Mondadori-De Agostini, Novara, 1989.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]