Vittorio Messori

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Vittorio Messori (1941 – vivente), scrittore e giornalista italiano.

Vittorio Messori

Citazioni di Vittorio Messori[modifica]

  • Almeno in qualcosa dovremmo essere grati alla felicemente defunta Unione Sovietica. La quale, subito dopo la fondazione, creò a San Pietroburgo, che aveva ribattezzato Leningrado, il grande Istituto per l'Ateismo Scientifico, con migliaia di dipendenti e centinaia di professori universitari a contatto. Per settant'anni lavorarono sodo per dimostrare l'incompatibilità tra scienza e religione (e proprio così, Scienza e religione, si chiamava la loro rivista, diffusa gratuitamente in molte lingue, in tutto il mondo), per decenni, dunque, si diedero da fare per trovare la prova oggettiva, inconfutabile, scientifica appunto, dell'inesistenza di Dio. Quando tutto crollò, e quando Leningrado tornò a chiamarsi San Pietroburgo, la famosa Prova non era stata trovata: avrebbero potuto cercare altri settanta o settecento anni, ma non sarebbe saltata fuori lo stesso. Dunque, anche grazie ai miliardi di rubli investiti dall'ateismo di Stato, abbiamo la conferma oggettiva che la fede non è confutabile per via scientifica. (da Perché credo, Milano, Piemme, 2010, pag. 264 ISBN 978-88-566-1321-6)
  • Grande teologo, straordinario erudito, prete di vigorosa vita cristiana, von Balthasar presentava anche aspetti singolari, forse contraddittori. (da Opus Dei. Un'indagine, Mondadori, 2002)
  • Con un cattolicesimo alla chitarra non si catturano i giovani. Di dee jay ne abbiamo troppi, di Papa uno solo. [...] Ma i giovani hanno bisogno del silenzio dei monasteri, di valori come il sacrificio, la rinuncia, l'impegno. (citato in Messori: "Ma la Chiesa non è una discoteca", Corriere della sera, 3 settembre 1997)

Inchiesta sul cristianesimo[modifica]

Incipit[modifica]

Sulle tracce di un Dio che si nasconde.

Sono tra coloro che non sanno abituarsi al cristianesimo. Mai mi riuscì di dare per scontato che la verità sull'uomo e sul mondo, sulla storia e sull'eternità, sia celata nella persona e nelle parole di quel "piccolo ebreo", come Friedrich Nietzsche chiamava Gesù di Nazareth; stia nelle parole di quel predicatore, vagante lungo le strade della più oscura tra le province del Grande Impero.

Citazioni[modifica]

  • L'eccellente riuscita de Il nome della rosa è proprio nella felicità narrativa, nella consumata astuzia del mestiere, che permette anche alla casalinga di arrivare alla fine appassionandosi alla trama, assorbendone gli umori maliziosi senza neppure accorgersene. In questo senso, perfetto strumento di massa. (p. 33)

Ipotesi su Gesù[modifica]

Incipit[modifica]

Di Gesù non si parla tra persone educate.
Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile.
Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come «Gesù che viene nel tuo cuoricino».
Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. È irrimediabilmente tabù.

Ci si laurea in storia senza aver neppure sfiorato il problema dell'esistenza dell'oscuro falegname ebreo che ha spezzato la storia in due: prima di Cristo, dopo di Cristo.
Ci si laurea in lettere antiche sapendo tutto del mito greco-romano, studiato sui testi originali. Senza aver però mai accostato le parole greche del Nuovo Testamento.
È singolare: la misura del tempo finisce con Gesù e da lui riparte. Eppure egli sembra nascosto.
O lo si trascura o lo si dà per già noto.

Citazioni[modifica]

  • Parlare di sé è irritante e rischioso. Se mi ci azzardo è perché vorrei rassicurare il lettore: sono partito dal dubbio; o meglio dall'indifferenza. Come lui, come tanti oggi. Non certo dalla fede. Sono arrivato a questi studi dopo 18 anni di scuola di stato. Ho dovuto imparare tutto, partendo dal niente. A scuola, gli unici preti sono dunque stati per me quelli delle "ore di religione" imposte dalla conciliazione con i fascisti. Poi, improvvisa, è cominciata una caccia al tesoro, sempre più appassionante, nella Palestina del primo secolo. Il primo biglietto della catena fu una copia dei Pensieri di Pascal, acquistata per certe ricerche marginali del corso di laurea in scienze politiche. A Blaise Pascal questo libro è dedicato: senza di lui non sarebbe mai stato scritto. O sarebbe stato del tutto diverso. (cap. I)
  • Dio, se c'è, è nascosto.
    Se esiste, da sempre gli uomini sono costretti a cercarlo a tentoni. E non sempre la loro ricerca ha uno sbocco, ottiene un risultato. Positivo o negativo che sia. C'è da meravigliarsi e diffidare da coloro che affermano di non avere difficoltà a credere. Forse (com'è stato detto) è perché non hanno ben capito di che cosa si tratta.
    La disperante esperienza umana è che nessuna divinità fa capolino da dietro le nuvole. Il cielo e la terra tacciono.
    Ma, se un dio esiste, non si nasconde solo dietro il silenzio della natura. Si cela anche dietro la realtà del male degli innocenti che sembra accusarlo senza possibilità di difesa; dietro la molteplicità delle religioni. In queste, dietro le difficoltà delle tante "scritture sacre", Bibbia compresa.
    Se c'è, si nasconde pure dietro gli scandali delle chiese; dietro gli errori e le incoerenze proprio di coloro che dovrebbero testimoniarne con la vita stessa l'esistenza. (cap. II)
  • Simone Weil, l'ebrea educata all'agnosticismo, ha reagito anch'essa in nome della ragione alla protesta istintiva e ricorrente dell'uomo per la mancata evidenza divina. (cap. II)
  • L'antisemitismo è purtroppo antico quasi quanto gli ebrei e, com'è stato osservato, nasce proprio dallo stupore e dall'ira per questo popolo che non si riesce a dissolvere negli altri, ad assimilare. Non con le minacce e neppure, si noti, con le lusinghe. L'ebreo rinnegato che nei paesi cristiani accettava il vangelo era tolto da una condizione subumana per ricevere la pienezza dei diritti e, talvolta, onori e ricchezze. Eppure, la conversione era tanto rara che nell'Europa nordica medievale si poteva arrivare a promettere al rinnegato una baronia o una contea.
    I musulmani convertirono a milioni i cristiani e cancellarono la fede in Gesù da interi paesi ma non riuscirono a convertire gli ebrei. (cap. III)
  • Chiesero un giorno a Sigmund Freud di sintetizzare la sua "ricetta" per difendere l'uomo dai mali oscuri che affiorano dal profondo. «Lieben und arbeiten, amare e lavorare» fu la risposta del fondatore della psicoanalisi.
    È, guarda caso, la stessa formula proposta all'uomo dal Nuovo Testamento, che pone al centro del suo messaggio amore e lavoro. Meno conosciuto, forse, questo secondo aspetto, tanto che la frase di Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi («Chi non vuole lavorare, nemmeno mangi») è spesso attribuita a Lenin. Attribuzione errata ma, ci pare, altamente significativa. (cap. VIII)
  • Per il cristianesimo l'atteggiamento fondamentale è la trasformazione del mondo e della realtà. Il raggiungimento attraverso la storia del "Regno di Dio". E in questo senso il messaggio evangelico è profondamente rivoluzionario, si propone davvero di «conoscere la realtà per trasformarla», secondo lo slogan che Marx mutuò dalla migliore tradizione ebraico-cristiana. (cap. IX)

Ipotesi su Maria[modifica]

  • Lourdes – se i credenti hanno ragione – è uno squarcio aperto all'improvviso su un Mondo Altro; è la verità affidata non ai professori e agli esperti, ma agli analfabeti; è il Cielo stesso che ratifica i dogmi di un Papa, per giunta «oscurantista» e «reazionario» come Pio IX: è l'irrisa mariologia cattolica che ha la piena conferma; è il cieco che riacquista la vista, il canceroso che guarisce, il paralitico che cammina. Lourdes è – e non può non essere – lo scandalo, la divisione, la negazione del senso comune imposto dal nuovo conformismo. Non ha dunque cessato il suo ruolo di provocazione; né, del resto, potrà mai cessarlo. (p. 47)
  • Tutti coloro che sono stati sanati nel corpo a Lourdes sono morti o moriranno, anche se per mali diversi da quelli per i quali si erano rivolti alla intercessione di Maria. [...] È una riflessione ovvia, magari all'apparenza banale. Eppure, permette di precisare la prospettiva del cattolico davanti al pur impressionante dossier di guarigioni «fisiche» che, ai piedi dei Pirenei, non cessano di verificarsi dal 1858. Il credente, cioè, sa che ciò che è promesso dal Vangelo – ciò che a tutti è promesso – è sì la «guarigione» radicale e definitiva anche del corpo; ma solo quando questo risorgerà a vita eterna. (p. 59)
  • Unica tra le religioni, il cristianesimo non annuncia solo la salvezza dell'anima, la sopravvivenza dello «spirito», bensì pure la risurrezione della carne. Anch'essa è destinata – seppur misteriosamente trasfigurata – a vivere nell'eternità: è anche per mostrare questo che Gesù risorto, il modello e anticipo della risurrezione di ogni uomo, chiede da mangiare, siede di nuovo a mensa con i discepoli. (pp. 59-60)
  • Perché è la Madonna che appare? Perché a Lourdes (come a rue du Bac, a La Salette, a Pontmain, a Beauraing, a Fatima, per stare solo all'ultimo secolo e mezzo e a fatti approvati dalla Chiesa) non si è manifestato Gesù stesso o qualche santo canonizzato? Ma è perché – risponde la teologia, meditata dai mistici –, stando al Credo cattolico «l'Immacolata Madre di Dio, sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». Così, le parole del dogma dell'Assunzione, definito e proclamato da Pio XII solo nel 1950 ma creduto, nel suo oggetto, sin dai tempi dei Padri della Chiesa sia in Oriente che in Occidente (la festa della Dormizione, che ha in nuce l'Assunzione della Vergine Madre, è probabilmente la più antica delle feste mariane che uniscono la Chiesa universale).
    Maria, insomma, avendo portato nel suo ventre Colui che disse: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11, 25), ha seguito il Figlio nel suo destino eterno prima di ogni altra creatura umana; è colei che tutti ci ha preceduti, già accolta nell'eternità «in anima e corpo». Dunque, se è lei ad apparire ai mortali, è anche per ricordare che ciò che ella già è, anche noi saremo. Il segno e il pegno, insomma, nella sua persona stessa, di quella salvezza di cui dicevamo e che ci darà la vera salute: la visione del corpo di Maria già «salvato» è garanzia che quello di tutti lo sarà. (pp. 61-62)
  • In effetti, proprio in questo è «diverso» da ogni altro il Dio in cui crede il cristiano: nel fatto, cioè, che propone agli uomini la fede (che è, al contempo, esperienza e speranza, uso della ragione e adesione alla rivelazione, anche in ciò che quella ragione supera); che non impone l'adesione a un'evidenza (nella quale occorre «credere» per forza esigendo di essere constatata, pena l'irragionevolezza). [...] Solo un Dio che si propone con segni, indizi, tracce, impronte e che non si impone, apparendo sfolgorante nella Sua gloria, può instaurare con le Sue creature un rapporto libero e non una dipendenza necessaria. (pp. 78-79)
  • Il Dio cristiano propone e non impone, lasciando sempre un margine di penombra che permetta la negazione e che salvi, per l'uomo, la libertà; e, per Lui, il diritto di perdonare. (p. 91)
  • Status sociale, cultura, ricchezza, persino salute: il contrario stesso di tutto questo in Marie-Bernarde Soubirous, detta Bernadette, quattordicenne (ma con lo sviluppo di una decenne, secondo i medici che la visitarono, e non ancora donna, a causa dell'alimentazione insufficiente); asmatica; sofferente di stomaco; chiusa nel suo silenzio di timida e di introversa; analfabeta e considerata da qualche suo parente stesso incapace di imparare alcunché; incolta anche in materia religiosa, tanto da ignorare persino il mistero della Trinità; figlia della famiglia più miserabile della città; residente nella cella della prigione comunale, sgomberata dalle autorità perché considerata insalubre per gli stessi detenuti; con il padre non solo fallito e con la fama – seppure abusiva – di fannullone e di beone, ma con anche alle spalle un soggiorno in prigione per un sospetto di furto: rilasciato dopo nove giorni, si lasciò cadere l'accusa tanto era inconsistente, ma senza procedere ad alcun giudizio, così da lasciargli addosso un sospetto infamante.
    Rendiamocene conto: in tutto questo, solo gli occhi della fede possono scorgere una misteriosa conformità al Vangelo e, dunque, le stigmate della verità. Solo l'adesione a una prospettiva rovesciata rispetto agli «occhi della carne» può far sentire gli echi del Magnificat intonato da Colei di cui Bernadette Soubirous fu testimone: «...ha guardato l'umiltà della sua serva [...]; ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati; ha rimandato i ricchi a mani vuote...» (Lc 1, 48 e 51 ss.) (p. 92)
  • Nel maggio del 1949 fu istituito a Strasburgo il Consiglio d'Europa, organismo allora privo di poteri politici effettivi e incaricato solo di «porre le basi per la costruzione di una federazione europea». Così nell'atto della sua fondazione. L'anno dopo – dunque, nel 1950 – quel Consiglio bandì un concorso di idee, aperto a tutti gli artisti, per una bandiera della futura Europa unita. Un allora giovane disgnatore alsaziano, Arsène Heitz, partecipò con un bozzetto, dove dodici stelle bianche campeggiavano in un cerchio su uno sfondo azzurro. Come rivelò poi, l'idea non era casuale: devoto della Madonna, recitava ogni giorno il rosario. Proprio quando seppe del concorso europeo e decise di partecipare stava leggendo la storia di santa Catherine Labouré e – stimolato da quella lettura – si era deciso a procurarsi, per sé e per la moglie, una «Medaglia miracolosa», che sino allora non conosceva. Le stelle, dunque, del suo disegno vennero da lì: e, lì, venivano direttamente dall'Apocalisse e dalla sua «Donna vestita di sole» con la corona attorno al capo. Quanto all'azzurro, era il colore tradizionale della Vergine. Tra i 101 bozzetti giunti da tutto il mondo, «inspiegabilmente», come disse lo stesso Heitz (che aveva partecipato al concorso senza troppe speranze, quasi solo per rispondere a un impulso datogli dalla scoperta della Medaglia), il Consiglio d'Europa scelse proprio il suo. Si noti, tra l'altro, che il responsabile della commissione che procedeva alla scelta era un ebreo, Paul M.G.Lévy, direttore del Servizio di stampa e informazione del Consiglio. Non agirono, dunque, motivazioni confessionali [...] Inoltre, a conferma della singolarità della scelta, contro la proposta di Heitz stava il fatto che, se dodici erano le stelle sulla bandiera proposta, non altrettanti erano allora gli Stati del Consiglio. In effetti, di fronte alle critiche, il disegnatore dovette replicare che il dodici rappresentava un «simbolo di pienezza» (e tale è, infatti, anche nell'Antico Testamento: dodici, tra l'altro, i figli di Giacobbe, come dodici le tribù di Israele; ed è perciò che dodici è il numero voluto da Gesù per i suoi apostoli, a significare che la Chiesa è il «nuovo popolo eletto»). Avendo adottato questa prospettiva simbolica, le autorità comunitarie, quando gli Stati membri dell'Europa finirono col superare la dozzina, stabilirono ufficialmente che il numero delle stelle sulla bandiera era da considerare immutabile. (pp. 107-108)
  • Fatima, in effetti, è il nome della figlia prediletta di Maometto [...] Tutto intero l'Islàm, al di là di ogni scuola, non ha dimenticato un hadit di Maometto, un detto, cioè, tramandato dalla tradizione orale dei primi discepoli e considerato fonte di rivelazione accanto al Corano. Quell'hadit ha conservato una parola del profeta dell'Islàm rivolta a Fatima: «Tu sarai la padrona delle donne nel Paradiso, dopo Màryam». Una superiorità, dunque, nello stesso Cielo musulmano, di quella che i cristiani chiamano Regina Coeli. E, al contempo, un diretto legame con Fatima. Le due esercitano insieme (pur se Maria è al vertice) una sorta di signoria nel Paradiso. Non stupisce, dunque, che Louis Massignon [...] abbia visto non una coincidenza casuale, bensì un segno eloquente nel fatto che Maria, «Padrona delle donne» nel Paradiso musulmano, abbia scelto di apparire in una località sino ad allora sconosciuta a molti degli stessi portoghesi, ma che portava il nome proprio di chi, per Maometto, è subito sotto di lei nel regno dei beati. [...] così che i pellegrini islamici, seppur non organizzati, non sono mai mancati a Fatima e ora vanno sempre crescendo. [...] È singolare che, in tanto parlare di ecumenismo, Maria è il «luogo» dove musulmani e cristiani (quelli, almeno, cattolici e quelli ortodossi) sono vicini più che ovunque altrove. (pp. 187-191)
  • L'ebraismo – come è stato detto, seppure in modo un po' semplificato – è la religione della speranza; il cristianesimo della carità; l'islamismo della fede. (p. 191)
  • I dogmi mariani sono, come si sa, quattro in tutto: la verginità perpetua e la maternità divina; poi, dopo quasi quindici secoli di dibattito e di approfondimento del mistero, ecco il concepimento senza la macchia del peccato originale e l'assunzione al cielo. Ebbene, queste verità sono state codificate e messe al riparo solennemente come dogmi, cioè come verità basilari e indiscutibili della fede, non tanto per devozione a Maria, quanto per difesa della fede in Gesù.
    In effetti, se riflettiamo sul loro contenuto, ci rendiamo conto che ribadiscono la fede autentica nel Cristo come vero Dio e vero uomo: due nature in una sola Persona. Ribadiscono poi la fondamentale attesa escatologica, indicando in Maria assunta il destino immortale che tutti ci attende. E, infine, mettono al sicuro la fede, oggi minacciata, in un Dio creatore (è uno dei significati della più che mai incompresa verità sulla verginità perpetua di Maria), un Dio che può liberamente intervenire anche sulla materia. (p. 236)
  • Maria è «figura», «immagine» della Chiesa. Entrambe hanno per vocazione primaria la maternità. Così, guardando a lei, questa Chiesa è messa al riparo da un modello «maschilista», che la veda come strumento per inseguire un programma d'azione socio-politico. In Maria, sua figura e icona, la Chiesa ritrova il suo volto di madre, non degenera in una involuzione che la trasformi in una sorta di partito, in una organizzazione, in un gruppo di pressione a servizio di interessi umani. Per ripetere, qui, le parole di Ratzinger: «Se in certe teologie ed ecclesiologie di oggi Maria non trova più posto, la ragione è semplice e drammatica: hanno ridotto la fede a un'astrazione. E un'astrazione non sa che farsene di una madre». (pp. 237-238)
  • Verlaine, il poeta maudit, ma con un forte tormento religioso che finì per prevalere, parlando dell'amore per Maria: «tutti gli altri amori sono degli ordini». Con simili parole, voleva sottolineare quel carattere «libero» della devozione mariana che la Chiesa ha sempre salvaguardato. Su di lei, in venti secoli, non sono stati proclamati che pochi dogmi: i quali tra l'altro, lo sappiamo, sono a servizio e riparo del Figlio, ben prima che di lei. Soltanto a queste verità definite il cattolico deve ossequio. Tutto il resto, a proposito di Maria, è lasciato alla libera sensibilità e iniziativa del credente. (p. 274)
  • La mariologia è unita strettamente alla cristologia: abbandonare o anche solo ridimensionare la prima significa mettere in causa pure la seconda. (p. 322)

Scommessa sulla morte[modifica]

Incipit[modifica]

Siamo su una cattiva strada. Da questa avventura della vita nessuno di noi uscirà vivo.
Alla nascita non c'è rimedio: sin dalla culla siamo dei condannati a morte in un Paese ove l'istituto della grazia è sconosciuto.
Dice Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino: «La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare». Tra i contemporanei gli fa eco Emil Cioran, il saggista franco-rumeno: «La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro».
Tre secoli fa, un uomo che non aveva paura delle parole, Blaise Pascal, andava ancor più per le spicce: «Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l'ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine, con una vanga si getta della terra sulla testa. Ed ecco fatto, per sempre»
No, non siamo diventati eterni, neppure nell'era dei prodigi tecnologici. Non ti inganni il lampeggiare delle spie colorate sui marchingegni elettronici. Non ti illudano i cosiddetti "trionfi" della medicina. Qui poco o niente è cambiato da venticinque secoli, dal tempo del salmo biblico: «Gli anni della nostra vita sono settanta / ottanta per i più robusti … / passano presto e noi ci dileguiamo» ([Salmi] 89, 10)
La statistica ci segnala che possiamo contare in tutto su un venticinquemila giorni; qualche migliaio in più per qualcuno. Ma dopo non ce ne saranno altri. Per nessuno. Sì: anche per me che scrivo, anche per te che leggi sarà subito sera.

Citazioni[modifica]

  • Con chi potrai confidarti, a chi potrai rivolgerti per attenuare un poco l'angoscia e la solitudine? [...] Ti rivolgerai allora al politico, al sindacalista, al sociologo? Ma tutti questi signori hanno da smerciare teorie e strategie solo per i forti, i sani, i giovani. Il vecchio e la sua prospettiva di morte sono doppiamente tabù perché mettono in crisi sia il loro potere che il loro profondo: che ne sarà della loro autorità e delle loro parole quando essi stessi non saranno che degli ex?
    Pensa a uno dei nuovi, veri potenti delle società occidentali: il boss sindacale, almeno in certe versioni italiane contemporanee; non, è chiaro, in quelle coraggiose e benefiche di epoche passate, o anche di oggi in molti Paesi, magari in quelli dove – stando alle teorie – i sindacalisti non sarebbero più necessari perché i lavoratori stessi avrebbero già il potere... Qualcuno, qui, rischierà più che mai lo scandalo: di sindacati e sindacalisti – impone un dogma riverito – non si può parlare se non bene, anzi benissimo. Qui bisognerebbe sempre parlare in termini di nobili, disinteressati paladini dell'ideale, di cavalieri senza macchia e senza paura dell'Umanità. Ma io me la rido di quelli che infrangono le statuette dei vecchi santi per costruirsene altre nuove. Rifiuto di considerare categorie o persone non caso per caso, in base all'oggettività ma in base a pregiudizi, favorevoli o sfavorevoli che siano. Non riconosco come sacra alcuna istituzione umana: se voglio il "Sacro" so dove andarlo a cercare; preferisco l'originale, non le imitazioni. (Cap. II, Anni alla vita e non vita agli anni)

Il mistero di Torino[modifica]

Incipit[modifica]

Torino, caro Aldo [Aldo Cazzullo, coautore del libro], entrò nella mia vita per trentadue anni, dodicimila giorni, a causa di un commerciante ebreo, un commendator Corinaldi, che lavorava con il figlio in un alloggio che era anche il suo ufficio di import–export. All'inizio di ogni autunno, all'approssimarsi della festa di Sukkot, quegli israeliti chiedevano aiuto al loro unico impiegato – mio padre – per costruire una capanna rituale sul balcone. Questo dava su via Guicciardini, davanti allo spazio desolato di Porta Susa, dove era stata in progetto una colossale Casa del Littorio e dove invece, sulle fondamenta già gettate, tirarono poi su il grattacielo della Rai. Lo vidi montare, pezzo dopo pezzo, come un gioco di costruzioni, nei primissimi Sessanta: era il primo, e restò l'unico vero grattacielo torinese (assieme, forse, all'anomala torre di piazza Castello), ed era con emozione che seguivo le manovre delle gru che incastravano gli enormi elementi in acciaio.

Citazioni[modifica]

  • Se nel 1953 [23 maggio] la violenza del cielo abbatté la stella [Emblema posto sulla sommità della guglia della Mole Antonelliana], nel 1904 un fulmine aveva abbattuto, al culmine, l'Angelo della Luce, che aveva sul capo la regolamentare stella massonica a cinque punte. La stessa che era stata apposta sui baveri delle divise dell'esercito, il Nuovo Ordine religioso per la Nuova Italia, con il re al posto del Papa, i generali al posto dei vescovi, la classe degli ufficiali come nuovo clero, la truppa come popolo penitente di Dio, votato all'obbedienza, alla povertà, alla disciplina, all'onore, al silenzio e, infine, al sacrificio della vita. E tutto in nome della nuova fede, quella della Madre Patria. Niente di sorprendente, tutti sanno che non si combatte una religione che per costruirne un'altra. (cap. II)
  • Ma, visto che si accennava all'inevitabile Duce: i torinesi lo chiamavano, come sai, Cerüti. Con la «u» alla piemontese. Da proletario romagnolo, con conseguenti complessi di inferiorità, probabilmente aveva soggezione di Torino, sembrava temerne lo snobismo elegante: era ancora la città della aristocrazia, era la capitale della moda, con relativo Ente (che il Regime stesso, per altro, aveva fondato) [....] –, il Benito definiva Torino come «mezza francese» (cap. III)
  • Torino non era una copia in piccolo di Parigi anche perché, a differenza di questa, non fu città di sommosse, di barricate. È una città che produce eccentrici, solitari, genialoidi e talora tipi geniali, outsider, scrittori e pittori isolati, qualche anarchico ma teorico, di rado bombarolo, provoca omicidi e suicidi (per questi ultimi, una delle più alte, se non la più alta, percentuale italiana, in triste gara con Trieste, la città al confine opposto), ma la massa è di gente pacata, di sudditi, spesso brontoloni e ipercritici ma, alla fine, obbedienti. Nella sua storia non cacciò mai i suoi duchi e poi re, non complottò contro di essi. A differenza di Parigi, periodicamente sulle barricate, Torino insorse solo due volte. Ed entrambe non per fumosi obiettivi ideologici, ma per la concretezza del pane: nel 1864 quando, a tradimento, giunse il trasferimento della capitale; e nel 1917, quando lo Stato chiedeva di digiunare con le razioni di guerra e al contempo di faticare a ritmi accelerati nelle fabbriche che producevano per il fronte. Movimento ci fu anche negli ultimi giorni dell'aprile del 1945. Ma, pure qui, per una questione molto concreta: soprattutto per impedire la distruzione di impianti industriali, dal cui lavoro sarebbe dipesa la vita futura. Ancora una volta, al mito della «lotta di classe», prevalse la consapevolezza, dettata dal buon senso, che gli interessi degli imprenditori coincidevano con quelli dei dipendenti. Senza fabbriche, niente guadagni per il padrone; ma neanche pane per i lavoratori. (cap. III)

Prefazione a "Parole sull'uomo"[modifica]

Incipit[modifica]

Pur immersi nella cronaca, privi dunque del distacco che solo il tempo può dare, siamo tuttavia in molti a nutrire un sospetto assai fondato: quel che successe a Roma del 16 ottobre 1978 determinò, non solo per la Chiesa cattolica ma per il mondo intero, una svolta radicale di cui solo la storia futura potrà darci la misura completa.

Citazioni[modifica]

  • «Quante divisioni ha il papa?». La domanda di Stalin trovava, più di quarant'anni dopo, una prima risposta a Varsavia, poi a Budapest, poi a Mosca stessa da dove, mentre scriviamo, Gorbaciov chiede rispettosamente a Giovanni Paolo di poterlo incontrare per vedere se e in che modo può aiutarlo a fare uscire Urss e satelliti da una storia non solo non più praticabile ma ormai intollerabile. (p. VII)
  • Questo libro [Parole sull'uomo], in effetti, è un'efficace summa della prospettiva di vita e di pensiero di un uomo che si muove da protagonista sulla scena della storia di tutti, non solo dei suoi fedeli. (p. VII)
  • La passion de convaincre, la passione di convincere: questo, per Blaise Pascal, il segno distintivo di ogni cristiano che sia davvero convinto di avere trovato nel Vangelo – anzi nell'incontro personale col Cristo – la verità sull'uomo e sull'umanità. Quella passione sembra pervadere interamente il papa «venuto da lontano». (IX)
  • Il cristiano Karol Wojtyla è convinto che l'uomo abbia smarrito le chiavi che permettono di aprire il cassetto dentro il quale sta il libretto di istruzioni per l'uso dell'uomo stesso. Per lui, i fratelli in umanità non sono certo «cattivi»: semplicemente, sono smarriti, confusi, sbandati, plagiati da cattivi maestri, da suggestioni ingannevoli. (IX)

Bibliografia[modifica]

  • Vittorio Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Oscar Mondadori, Milano, 2003. ISBN 88-04-52048-5
  • Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, Società Editrice Internazionale, Torino, 1976.
  • Vittorio Messori, Ipotesi su Maria: fatti, indizi, enigmi, Edizioni Ares, Milano, 2005. ISBN 88-8155-338-4
  • Vittorio Messori, Scommessa sulla morte, Società Editrice Internazionale, 7ª edizione, Torino, 1987, ISBN 88-05-03746-X
  • Vittorio Messori, Aldo Cazzullo, Il Mistero di Torino, Mondadori editore – Le Scie, Milano, 2004. ISBN 88-04-52070-1
  • Giovanni Paolo II, Parole sull'uomo, a cura di Angelo Montonati, prefazione di Vittorio Messori, BUR, 1989. ISBN 88-17-11517-7

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]