Eugenio Tanzi

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Eugenio Tanzi, prima del 1910

Eugenio Tanzi (1856 – 1934), psichiatra italiano.

Trattato delle malattie mentali[modifica]

Incipit[modifica]

La psichiatria è ancora, più che altro, un'esposizione di sintomi. Sotto un'apparente ricchezza di quadri clinici, essa nasconde lacune ed incertezze che lasciano insoluti i suoi problemi più essenziali.
Non bisogna dimenticare che lo studio delle malattie mentali cominciò ad acquistare qualche continuità solo verso la fine del secolo XVIII. Fino a quell'epoca, i pregiudizi religiosi e filosofici, se permettevano di cercare, del resto con poca fortuna, la sede dell'anima nel corpo, comprimevano ogni altra tendenza che fosse contraria allo spiritualismo; e la vita della psichiatria, salvo i lucidi intervalli della civiltà greca e latina, fu letargo prolungato, senza acquisti nuovi e senza nemmeno la memoria degli acquisti precedenti.

Citazioni[modifica]

  • Il concetto del polimorfismo nelle psicosi ereditarie fu sviluppato con vigore dall'alienalista belga Morel[1], che se ne servì nel 1862 per trarne la sua teoria della degenerazione mentale. Le psicosi ereditarie, secondo Morel, si comunicano alla discendenza in età sempre più fresca e in forme sempre più gravi, e finiscono per comparire alla nascita sotto le vesti dell'idiozia congenita. L'idiozia si associa molto spesso all'infecondità; e così il processo di degenerazione, se non è mortale per l'individuo, uccide la stirpe degenerata perché ne impedisce la continuazione. (cap. 2, p. 54)
  • Vari osservatori avevano notato la frequenza del cretinismo in luoghi paludosi od umidi: si riteneva che le esalazioni del suolo incolto, delle paludi, degli stagni, dei corsi d'acqua poco rapidi potessero dar luogo al cretinismo. Di questa teoria miasmatica fu caldo propugnatore Morel. (cap. 13, p. 341)
  • Il cervello è senza dubbio tra tutti gli organi quello che meno d'ogni altro risente gli effetti dell'età. Oltrepassati i sessant'anni, molti individui scadono nello stato di nutrizione generale, nel potere genesico, nella forza muscolare. Ma questa involuzione progressiva è assai meno evidente e spesso manca del tutto nell'attività intellettuale. (cap. 16, p. 430)
  • Fino ad ora, e specialmente in certi paesi, l'uomo immorale, purché sappia evitare il carcere, gode non solo la pienezza dei suoi diritti, ma anche il rispetto, la considerazione e il voto plebiscitario degli elettori, se mai l'ambisce. Il timore che sparge intorno a sé si converte più facilmente in ammirazione che in odio. (cap. 23, p. 665)
  • Eccezione, benché non rara, nell'uomo moderno, il misticismo nel primitivo è la regola. Le fole che sonnecchiano e stanno estinguendosi nei nostri cervelli inciviliti furono tanta parte del pensiero antico, da tenere nei suoi fasti il posto della logica, saziando ogni curiosità, debellando ogni dubbio, animando ogni cosa. (cap. 24, p. 673)
  • Un classico tipo di paranoico religioso fu Davide Lazzaretti. [...]
    Lazzaretti era un bell'uomo, dalla fisionomia intelligente. Aveva la fronte spaziosa, la barba alla nazarena, l'incesso grave, e parlava bene. La sua conversione pareva un miracolo; miracolo la sua istruzione tardiva, improvvisa sfolgorante. Il suo stile, nell'improvvisazione e nella stampa, sovrabbondava di metafore e di neologismi, ma non mancava né di nobiltà, né di chiarezza. Le sue imprese, ideate con grandiosità e con audacia, erano benedette dalla fortuna. (cap. 24, p. 688)
  • Il suo era un neo-cristianesimo impregnato di comunismo, ma non molto diverso, ne più incoerente di quello bandito dal Gesù autentico; e Lazzaretti non esitò a proclamarsi profeta, santo, redentore. Fu ascoltato e creduto dai propri fratelli, dagli antichi compagni di mestiere, da uomini e donne, e persino da preti e frati. La Curia papale lo scomunicò. Intervenne anche il Governo e lo imprigionò; ma nel proselitismo di Lazzaretti non c'era né volenza, né dolo, e bisognò liberarlo. Il doppio martirio crebbe l'ardore dei proseliti, e in breve tutto il paese si strinse intorno a lui: il mondo aveva (ed ha ancora) una religione in più[2]. (cap. 24, p. 689)
  • Tito Livio Cianchettini, morto pochi anni fa in istato di onesta indigenza e di serena vecchiaia, fu un mattoide celebre in tutta Italia. Era il 1871 quando lanciava per le strade di Milano il primo numero del suo Travaso delle idee, ragione e principio della sua fama. Io lo ricordo ancora, all'ingresso del Liceo Parini, dov'ero scolaro, mentre attendeva di buon mattino il nostro arrivo a frotte. Alto, esile, silenzioso, riservato, niente importuno, niente accigliato, niente scortese, pareva piuttosto un asceta di buona pasta che uno strillone. Certamente era uno strillone d'élite: il suo giornale non costava che due centesimi, e non c'era pericolo che Cianchettini non rendesse il resto a chi gli dava un soldo o più: anche se gli si offrivano con buona grazia, non accettava regali, ma li respingeva con semplicità garbata. Il suo contegno serio disarmava i motteggiatori, e Cianchettini fu sempre rispettato. (cap 24, p. 695)
  • Dopo il 1870 un mattoide tipico, Francesco Coccapieller, fu per due o tre anni l'idolo dei Romani. Era figlio d'una guardia svizzera del Papa, cavallerizzo, autodidatta, inventore brevettato d'un freno per le carrozze, pubblicista e fondatore del Carro di Checco, giornale quotidiano: per una legislatura fu, con grave scandalo, deputato di Trastevere[3], e morì in miseria. Cesare Lombroso[4] lo paragonò a Cola di Rienzi. (cap. 24, p. 696)
  • Cento anni fa il manicomio, benché fosse un'istituzione nuova e inspirata a un certo progresso, non aveva funzioni superiori a quelle d'un grandioso smaltitoio. La società vi abbandonava senza rancore, ma anche senza amarezza e senza speranze, tutti quei disgraziati che con le loro stranezze compromettevano la quiete pubblica. Si cominciava dunque a scorgere nella pazzia qualche cosa di differente dalla perversità, e al pazzo veniva risparmiata la via crucis dei tribunali e della prigione: tuttavia i primi manicomi sorsero come succursali delle carceri, e quello di Berlino non era che l'ultimo piano dell'edifizio carcerario. (cap. 26, p. 723)

Note[modifica]

  1. Bénédict Augustin Morel (1809 – 1873) fu uno psichiatra francese, nato a Vienna da genitori francesi.
  2. Il giurisdavidismo.
  3. Storico rione di Roma
  4. In maiuscolo nel testo.

Bibliografia[modifica]

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