Al 2017 le opere di un autore italiano morto prima del 1947 sono di pubblico dominio in Italia. PD

Federigo Tozzi

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Federigo Tozzi

Federigo Tozzi (1883 – 1920), scrittore italiano.

Citazioni di Federigo Tozzi[modifica]

  • Anche gli avvocati, con noi poveri, si comportano come tutti gli altri. Questo non ci dà né meno da sedere! (da Il podere, 1965, p. 113)
  • Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d'azzurro, tra le colline l'una più soave dell'altra. Quella bellezza meravigliosa l'umiliava. (da Con gli occhi chiusi)
  • Come i figli assomigliano i padri, e la carne nasce medesima dalla carne, così l'anime dalle anime. (da Quel che manca all'intelligenza, Pagine critiche, 1993, p. 84.)
  • Diamo fuoco alle logge. (da L'ideuzza, in Pagine critiche, 1993, p. 82)
  • [Esempio di straniamento] Ella si fermava a guardare gli oggetti: una cecca imbalsamata, un vaso di terracotta per fiori. Ella pensò che nessuno ve li aveva messi mai e provò come una pena. (da Adele[1])
  • Io sento, nell'anima che m'è congiunta, questa soglia dell'immortalità. (da Novale, Le Lettere, Firenze, 2007, p. 160)
  • L'uomo che cerca Dio esalta la propria individualità; perché cercare Dio significa spingere l'anima fin dove le è concesso di arrivare; e più in là non è possibile. E io non temo nessuno, all'infuori di Dio che è in me. (da Quel che manca all'intelligenza, in Pagine critiche, 1993, p. 82)
  • Lo scopo di avere un posto nel giornalismo è per guadagnare per potere studiare per conto mio, e non per avanzare nel giornalismo. (da Novale, Le Lettere, Firenze, 2007, p. 70)
  • [Esempio di straniamento] Mi ricordo di quand'ero giovine. Bastava che restassi una mezz'ora solo e non avessi niente da fare, perché mi venisse una specie di sospetto che mi faceva paura. Io non ero né meno sicuro di vivere. Il sospetto che avevo non glie lo so spiegare; ma cercherò di farglielo capire. Lei sognando, qualche volta, ha certamente avuto nello stesso istante una sensazione vaga, non si sa se con piacere o con dolore, che le impediva di credere al suo sogno; e avrebbe voluto che fosse stata la realtà, invece. Ma quella sensazione staccava il suo sogno, lo teneva discosto, senza riescire più a fare di lei stesso e del sogno una cosa sola. Ebbene la realtà – la chiamano realtà – che m'era intorno, mi faceva lo stesso effetto. Io non sapevo se quel che vedevo era un sogno più vasto, continuo, a cui mi ero abituato; e del quale soltanto poche volte avevo coscienza. Per farla capire meglio, immagini che il presente stesso era per me il senso d'una realtà convenzionale. (da Tre croci, 1991, pp. 89-90)
  • Noi vediamo che, quando l'uomo respinge Dio, diventa servo delle passioni, tiranneggiato dalla bestia interna, affumicato dall'ignoranza, pazzo. [...] Noi dopo avere ansimato, in una notte afosa, per viottoli serpeggianti che sboccavan su precipizi e in paludi, abbiamo ritrovato la Via, la Verità e la Vita. Per questo ci arroghiamo il diritto di rampognare gli erranti. (da La nostra fede, La Torre, 6 novembre 1913[2])
  • Esse pregavano inginocchiate, con le mani congiunte vicino ai mazzetti di fiori: e, in mezzo a loro, il morto doventava sempre più buono. Il giorno dopo spaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare da Modesta tre croci eguali: per metterle al Laterino. (da Tre croci, 1991, p. 105)
  • Reazionari, invochiamo e propugnamo a viso aperto, contro i figuri demagogici la necessità del boia; cattolici, mentre le monarchie vacillano, difendiamo la Chiesa. La tolleranza è indifferenza: chi crede vuole che gli altri credano. (da La nostra fede, La Torre, 6 novembre 1913; ora in Paolo Cesarini, Tutti gli anni di Tozzi, Editrice le balze, Montepulciano, 2002, p. 141)
  • Tristezza come l'acqua che rimane quando ci siamo lavati. (da Un'allucinazione, in Giovani e altre novelle, p. 368)
  • Tu mi possiedi mille volte di più che se noi vivessimo insieme. L'ombra tua invade la mia anima di voluttà. (da Opere, vol. 4)
  • Vi sono dolcezze che fanno male quanto il dolore. (da Ricordi di un impiegato)

Barche capovolte[modifica]

  • Le più grandi leggi sono indefinibili; si intravedono soltanto come orizzonti di quiete, come una promessa lontana di felicità.
  • Molte volte la vita è simile a una grande violenza. Tutte le ombre, anche le più lontane, stanno sopra a noi; e la nostra anima diviene silenziosa per le orme del meriggio che cominciano a scintillare. E tutte le cose vengono incontro a noi, come una marea.
  • Nessuno comprende che molta parte della bellezza è bontà.
  • Talvolta io sento la mia anima piena di occhi chiusi.

Bestie[modifica]

Incipit[modifica]

Che punto sarebbe quello dove s'è fermato l'azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d'impaurirsi così, fuggendo.
Che chiarità tranquille per queste campagne, che si mettono stese per stare più comode! Che silenzii là dall'orizzonte e dentro di me!
La strada per tornare a Siena è là. Vado.

Citazioni[modifica]

  • Ecco la sera, quando le cose della stanza doventano pugnali che affondano nella mia anima; maniche che mi attendono. Qualche altra volta mi erano sembrate – libri, tavoli, sedie, tagliacarte, cuscini, lampade, pareti – poemi immensi. Mai, in nessun modo, sono riescito ad essere indipendente dinanzi a loro.
  • La mia anima, per aver dovuto vivere a Siena, sarà triste per sempre: piange, pure che io abbia dimenticato le piazze dove il sole è peggio dell'acqua dentro un pozzo, e dove ci si tormenta fino alla disperazione. Ma i miei brividi al tremolio bianco degli olivi! E quando io stavo fermo, anche più di un'ora, senza saper perché, allo svolto di una strada, e la gente mi passava accanto e mi pareva di non vederla né meno! Città, dove la mia anima chiedeva l'elemosina, ma non alla gente! Città, il cui azzurro mi pareva sangue!
  • Leggerò, forse, fino a stasera; ma il libro non lo chiuderò; resterà aperto tutta la notte e troverò i sogni su le pagine come se fossero figure.
  • Sopra la sua insegna c'era una Madonna, ad affresco, scalcinata e stinta: tutti i sabati le accendeva il lumino, tirando giù la fune a cui era attaccato; riconoscevo perfino il lieve cigolio della carrucolina. E poi restavo, dietro i vetri, a guardare quel lumicino che faceva scorgere soltanto le mani e le ginocchia della Madonna.

Incipit di alcune opere[modifica]

Con gli occhi chiusi[modifica]

Usciti dalla trattoria i cuochi e i camerieri, Domenico Rosi, il padrone, rimase a contare in fretta, al lume di una candela che sgocciolava fitto, il denaro della giornata. Gli si strinsero le dita toccando due biglietti da cinquanta lire; e, prima di metterli nel portafoglio di cuoio giallo, li guardò un'altra volta, piegati; e soffiò su la fiammella avvicinandosi con la bocca. Se la candela non si fosse consumata troppo, avrebbe contato anche l'altro denaro nel cassetto della moglie; ma chiuse la porta, dandoci poi una ginocchiata forte per essere sicuro che aveva girato bene la chiave. Di casa stava dall'altra parte della strada, quasi dirimpetto.
Ormai erano trent'anni di questa vita; ma ricordava sempre i primi guadagni, e gli piaceva alla fine d'ogni giorno sentire in fondo all'anima la carezza del passato: era come un bell'incasso.

Giovani e altre novelle[modifica]

Pigionali[modifica]

Marta e Gertrude avevano la porta allo stesso pianerottolo buio; e la gente sbagliava sempre.
Marta era vedova da dieci anni, e Gertrude zitella con i capelli grigi. Stavano lì fin quasi da ragazze; ma si facevano visita soltanto le feste solenni, e poi nessuna di loro entrava più nella casa dell'altra.

Un'osteria[modifica]

Partiti in bicicletta da Firenze, erano ormai dieci giorni che io e il mio amico Giulio Grandi giravamo l'Emilia; e siccome l'indomani egli doveva trovarsi in ufficio, alle Poste, partimmo, benché piovesse a dirotto, da Faenza; per tornare a tempo. Ma s'era già di novembre; e il cielo tutto bigio, con le strade fangose e piene di pozzanghere: gli alberi ormai con poche foglie gialle; e i primi monti dell'Appennino, su per la lunga salita, attaccati alle nebbie.

Pittori[modifica]

A diciannove anni Benedetto Bichi fece stupire tutto il paese copiando a lapis alcuni alberi del suo orto. Allora, guardandolo meglio, si accorsero che aveva un'aria come quella di certi pittori, la cui vita era scritta nel libro di lettura per i ragazzi. E i conoscenti della famiglia vollero che da Chiusdino fosse mandato a Siena, perché studiasse pittura.

La casa venduta[modifica]

Io sapevo che quei tre venivano a trovarmi perché vendevo la mia casa. Ma, nonostante, fui contento di sentire, dalla mia stanza, che domandavano di me. La serva non voleva farli entrare, voleva dire che non c'ero; ma io aprii la porta; e li salutai con un brivido, nella voce e in tutta la persona. Essi mi risposero ridendo, strizzandosi un occhio; divertendosi della mia sciocchezza.

Il crocifisso[modifica]

Ho pensato esista un mondo che Dio non ha finito di creare. La materia non è morta e non è viva. Vi sono vegetazioni quasi tutte eguali tra sé; e sbozzature di bestie informi, che non possono muoversi dal loro fango perché non hanno né gambe né occhi.

Miseria[modifica]

Lorenzo Fondi guardò, sul cassettone, il cappello della moglie: era brutto, con i nastri scoloriti; ma gli venne voglia di baciarlo. Mentre, di fuori, pareva che l'aria, con quella sua luminosità, fosse per prendere fuoco; e anche la stanza aveva una chiarezza che quasi faceva chiudere gli occhi. Vicino alla finestra c'era un tavolo polveroso, con i libri non più aperti, i libri comprati, tanti anni innanzi, subito dopo la scuola, macchiati ora dalle mosche; con i guanti rotti e sdruciti, lasciati lì fin dall'inverno. All'attaccapanni gli abiti vecchi.

Gli egoisti[modifica]

Appena desto, Dario Gavinai sentì che ricominciava istantaneamente a pensare. Il suo pensiero era come una punta che sporgeva, facendosi innanzi da sé. Ma egli ne provava una specie di rammarico e di stupefazione.
Erano ormai parecchi mesi che la miseria cercava di entrare anche nella sua anima. Da prima, non ci aveva creduto; e proprio quando non aveva né meno un pezzo di pane per mangiare, le cose più dolci e più buone della sua giovinezza gli stavano per ore ed ore fisse in mente; e gli era impossibile rendersi conto d'altro. Quanto più soffriva e indeboliva e tanto più quelle cose gli apparivano evidenti e serene; visibili come allucinazioni. Secchi di latte che gli pareva di bevere: un latte denso, con una panna quasi gialla; oppure tavolate di pane caldo e crocchiolante, levato allora dal forno.

Il podere[modifica]

Nel millenovecento, Remigio Selmi aveva venti anni,; ed era aiuto applicato alla stazione di Campiglia. Da parecchio tempo stava in discordia con il padre e non sapeva che aol suo piede bucato da una bulletta delle scarpeera ormai venuta anche la cancrena.
Invece credeva che stesse meglio; senza sospettare che, se non gliene facevano sapere niente, volevano tenerlo lontano da casa più che fosse possibile.
Ma una sera ricevette una cartolina dal chirurgo che lo curava; nella quale era scritto che la malattia non dava più da sperare.

L'amore: novelle[modifica]

Campagna romana[modifica]

Caro Cavacchioli,
tu mi chiedi qualche spunto autobiografico. Ti ringrazio sinceramente, ma non abbocco. Tutto al più, posso raccontare a te e a pochi lettori come ho passato a Roma la scorsa estate.
Torno, ormai, molto di rado in Toscana, e sempre per pochi giorni. Perciò, insieme con qualche amico, quando non piglio la bicicletta, cerco di respirare all'aria aperta e non mi lascio mai alloppiare dalla vita cittadina.

L'amore[modifica]

La mattinata nuvolosa si schiariva, ma il mare restava di un colore pallido.
Virginia Secci era già escita, e s'allontanava sempre di più verso la punta del molo fatto di spranghe e di tavole. Io la guardavo dalla finestra della mia casa; ch'era a pochi metri dalla spiaggia. Le barche vicine avevano le vele gialle e aranciate; mentre quelle lontane parevano come il mare o quasi bianche.

Una sera presso il Tevere[modifica]

Avete mai amato, soltanto a sentirne parlare, le amanti degli altri? Io, sì. O, per lo meno, ho avuto per queste donne una simpatia; ch'era più dell'amicizia. Conoscendo soltanto le loro parole e il loro modo di amare, ho avuto il desiderio di conoscerle. Nate, per me, dalle confidenze de' miei amici, hanno cessato di esistere sempre troppo presto; ma più presto di loro finiscono anche quasi tutte le cose reali, che sono state nostre o ci hanno interessato. Quelle donne, invece, anche se ce ne ricordiamo dopo tanto tempo, pigliano sempre un senso di eternità.

Ai bagni[modifica]

Era di luglio, e mi trovavo da tre giorni a Levanto; annoiatissimo, per non avervi potuto fare nessuna relazione. Ero per tornarmene via e cambiare spiaggia, quando capitò, proprio nello stesso albergo, il mio giovane amico Michele Pagni con sua moglie Cesarina.

Il vino[modifica]

Teofilo Bettarini aveva il viso come una rammendatura, dove era a pena posto per gli occhi. I capelli sempre pettinati e lisci; neri.
Beveva per mandar via la tristezza dei quarant'anni. Non andava alle bettole; ma, dopo mangiato, si chiudeva nella sua camera di scapolo scontento; poi levava l'olio a un fiasco di Chianti, e si sedeva con dignità dopo averlo posato con tutte le precauzioni sul tavolino. Quando aveva fiori, glieli infilava alla rivestitura di stiancia.

La gallina disfattista[modifica]

Il signor Demetrio Serti, a cinquant'anni, si era fatto sentimentale. In villeggiatura ci andava perché, dopo cena, quando la digestione gli faceva passare quei deliziosi brividi di freddo su lo stomaco, era certo di provare, stando alla finestra, certe emozioni indefinibili che gli inumidivano gli occhi; e allora, difatti, guardava sopra le olivete come un innamorato, e sospirava.

La mia amicizia[modifica]

Mi parve che suonassero il campanello. Mi alzai ed andai ad aprire: non c'era nessuno. Vidi anche che il campanello non era stato mosso. Ma siccome non ammettevo che mi fossi sbagliato, stetti un pezzetto ad ascoltare alle scale.

Il marito[modifica]

Avevano detto a Mariano che la moglie lo tradiva. Ma egli, che non ci credeva, non rispondeva né meno; scotendo la testa, con un sorriso di uomo furbo e sicuro di se stesso.
- Credete che io me la prenda, se volete scherzare anche su l'onestà della mia moglie? Fate pure, e dite quel che volete. Io non me la prendo da vero! Io agli scherzi ci so stare!

Un pezzo di lettera[modifica]

...Qualche volta, non posso fare a meno delle cose ripugnanti. Mi sento arrossire e ne provo una sensazione di rimorso; ma resisto per essere disgustato quanto è possibile, fino in fondo; finché nella mia anima non pare quasi un sogno.

Elìa e Vannina[modifica]

Elìa amava la moglie più di quando se n'era innamorato; e desiderava di amarla sempre di più. Era alto e magro, con il volto a fetta, schiacciato dalle parti, con gli orecchi rossi che parevano tutti attaccati; sempre imberbe, benché avesse trent'anni. La moglie, Vannina, era in vece piacente e delicata; ma di una delicatezza sensuale. Quando escivano fuori insieme, egli la guardava continuamente; mentre ella non guardava nulla, e camminava un poco avanti a lui, come distratta.

La stessa donna[modifica]

Quando i due amici si rividero dopo tre anni, ebbero quasi vergogna di se stessi: benché si fossero scritti sempre, era come una riconciliazione timida, che li molestava.

La vendetta[modifica]

Questa necessità di ucciderlo io l'ho perc>epita da prima come un'idea affatto indipendente da me, una specie di nucleo distaccato e che io potevo isolare anche di più; sebbene fosse capace di procurarmi un malessere diffusamente intimo. Era come una specie di formazione; a cui io non prendevo parte.

Roberto e Natalia[modifica]

Roberto spalancò la finestra; e una ventata umida gli batté su la faccia, gli entrò sotto le palpebre. Il solito pensiero, rapido più della ventata, gli chiese:
- Sei ben certo di amare Natalia?

La capanna[modifica]

Alberto Dallati, benché ormai non fosse più un ragazzo, non aveva voglia di lavorare. Si alzava tardi e si sedeva al sole, appoggiato al muro; fumando sigarette e tirando sassate al gatto quando attraversava l'aia. La casa era stata fatta su per una salita, in modo che la fila delle cinque persiane era sempre meno alta da terra; e, all'uscio, dalla parte della strada, una pietra murata in piano faceva da scalino.

L'incalco[modifica]

Virgilio è disteso sopra un sofà, con parecchi cuscini sotto la testa. All'alzarsi del sipario, egli si desta e comincia a parlare. Mario è presso a lui con un libro in mano, legato in cuoio.
Virgilio affabile, ma preoccupato Ho dormito parecchio?
Mario andandogli più vicino, con molto affetto Quasi un'ora e mezzo.
Virgilio E allora ti sarai annoiato?
Mario sorridendogli Ho letto sempre questo libro. Se tu fossi stato desto, mi sarebbe stato impossibile.
Virgilio si è alzato del tutto e dopo aver fatto qualche passo per la sala È venuto nessuno della mia famiglia mentre dormivo?
Mario rassicurandolo Nessuno. Il cameriere aveva portato il thè, ma l'ho rimandato via. con molta premura. Adesso che vuoi fare?
Virgilio Se dessi retta ai miei pensieri, io stesso non mi fiderei di me. con amarezza Non dire mai a nessuno che io ho avuto questo malessere. Mi farebbero visitare dal medico. Sono ancora un poco stordito, come se mi fossi sentito male da vero.

Novale: diario[modifica]

Da Siena, a Siena
27 novembre 1902 (A).

Veramente non dovrei scriverle, dal momento che alla mia prima lettera Ella non ha né meno risposto... Ma non posso ritenere il vivo desiderio che ho di comunicare così con una donna che io non conosco, forse trasportato dalla novità stessa di questo fatto.
Le dissi che avrei desiderato essere uno fra i suoi corrispondenti, per avere agio di studiare il carattere di una giovane donna. Riconosco di aver mostrato troppo rudemente il mio scopo facendolo apparire privo di ogni grazia. Spero di rimediare con la presente dicendole che io vorrei conoscere le sue impressioni su l'arte senese; intendo dire su quanto di artistico esiste in Siena, specialmente nelle chiese, dove si trovano veramente tesori di pitture e di sculture quasi obliati dall'indifferenza.

Tre croci[modifica]

Giulio chiamò il fratello:
– Niccolò! Déstati!
Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i forestieri; tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.
– Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai rabbia!

Citazioni su Federigo Tozzi[modifica]

  • Non saprei dire se il Novecento italiano abbia avuto o no narratori maggiori di Tozzi. Ma credo si possa affermare che il fronte di esperienze sul quale Tozzi ha lavorato, non sia stato portato più oltre in seguito. (Luigi Baldacci)
  • Sarebbe stato probabilmente fascista se non fosse morto ancora giovane per una polmonite, che si buscò andando in motocicletta da Siena a Roma. (Alberto Moravia)
  • Tozzi era certamente uno scrittore di destra come confermano i suoi rapporti con il padre, le sue amicizie. Ci sono tuttavia due elementi, in lui, che lo pongono al di sopra della destra: il misticismo molto forte e la violenza. Una violenza tutta particolare, voglio dire, nascosta nel cuore degli uomini e nelle pieghe dell' animo umano. (Geno Pampaloni)

Note[modifica]

  1. Citato in Luigi Baldacci, Tozzi i testi della "pietà", Il Tempo, 12 marzo 1982.
  2. Disponibile in Marco Testi In cerca di senso dove dominano le tenebre, L'Osservatore Romano, 17 luglio 2009.

Bibliografia[modifica]

  • Federigo Tozzi, Tre croci, Garzanti, Milano, 1991.
  • Federigo Tozzi, Pagine critiche, Edizioni ETS, Pisa, 1993.
  • Federigo Tozzi, Giovani e altre novelle, Biblioteca universale Rizzoli, Milano, 1994. ISBN 8817169560
  • Federigo Tozzi, L'amore: novelle, Editore Passigli, Firenze, 1994. ISBN 8836805620
  • Federigo Tozzi, Gli egoisti, Roma, Milano, A. Mondadori, 1923.
  • Federigo Tozzi, Il podere, CDE, 1965.
  • Federigo Tozzi, L'incalco, Roma, Milano, A. Mondadori, 1923.
  • Federigo Tozzi, Novale: diario, Editore A. Mondadori, Milano, 1925.
  • Federigo Tozzi, Opere, a cura di Glauco Tozzi, Vallecchi, 1981.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]