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Francesco Caffi

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Francesco Caffi (1778 – 1874), musicologo, magistrato e scrittore italiano.

Storia della musica sacra

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  • Dopo l'invasione de' barbari, che sulla bella e ricca Italia scagliatisi come folgori da Dio vibrate nel giorno dell'ira sua, le floride e popolose città adeguando al suolo, struggendo colle fiamme checché di nobile e di prezioso possedevano i doviziosi eredi de' signori del mondo, coprendo il suolo di rovine e di sangue, popolar fecero le prima deserte paludi adriatiche dalle torme degli Eneti fuggitivi, e sin dall'anno dell'era nostra 402, fondar con esempio tutto nuovo sulle melme salmastre e infeconde del nostro golfo l'eroica, la magnifica, l'unica Venezia, tenebre eran restate densissime, in questa bella Italia, ed orbita assoluta d'ogni dotta e gentil disciplina dell'umano ingegno Scienze e belle arti tardamente rinascer dovettero da quelle greche ceneri; parte delle quali singolarmente Venezia avea potuto salvar dall'universale naufragio, gelosamente chiudendole nelle impenetrate sue lagune. (vol. I, pp. 21-22)
  • Di Adriano Willaert, da cui l'epoca brillante incomincia, io qui scrivendo la vita, e discorrendone le opere, sulle quali anche gli odierni uomini veramente dotti fermano talvolta lo sguardo scrutatore accigliati, intendo onorar in lui il vero ristaurator della musica pratica de' Veneti, ch'è quanto dire de' primi fra gl'Italiani in questa bell'arte, e nemmeno certamente secondi a' Romani; intendo onorar in lui il primo, il vero fondatore della celeberrima e tanto acclamata scuola musicale veneziana. (vol. I, p. 81)
  • Il forastiero Willaert, nell'arte eccellentissimo, comunicò a' Veneti nei molti anni del suo reggimento quella musicale dottrina che prima loro mancava, in tal guisa da non aver dopo quasi mai più bisogno di mezzi forastieri, e di poter quasi sempre nella loro città fra' loro concittadini stessi trovar poi eccellenti successori nel magistero sommo della loro Cappella, anzi provveder essi agli esteri ne' proprii cittadini degli eccellenti maestri, chiesti con grandi istanze e pagati a grand'oro; ciocché si vedrà dal progresso della mia Storia. È una superbia assai fatua, e destruente anzi il giusto e vero amor patrio, l'escludere ammaestramenti e miglioramenti soltanto perché vengono da forastieri. (vol. I, p. 86)
  • [...] se l'ingegno dell'uomo dee giudicarsi in comparazione di quello de' suoi contemporanei, e in ragguaglio alle circostanze del suo tempo, si dovrà trovar giusto il vanto di caposcuola e di fondator della musica pratica, che fu a Willaert concesso per universale non mai revocato suffragio. (vol. I, p. 88)
  • [...] se la prosperità ch'ebbe Pollarolo (il padre[1]) nella Cappella non altro fu che fuoco di paglia ed allegrezza di pan caldo, perenne fu quella ch'ebbe all'incontro nel teatro. Nessun maestro di que' tempi vantar si può d'averlo eguagliato nella quantità de' lavori. Nella sola Venezia died'egli 55 drammi al teatro [...].
    Questa sì lunga serie di drammi ch'egli scrisse in Venezia, fa conoscere qual facilità di partorir musica avesse questo Pollarolo. (vol. I, pp. 324-325)
  • Tanto scrivere avrà fruttato certamente a questo faccendier musicale [Carlo Francesco Pollarolo] molto danaro: non però gli procurò durevole fama. I libretti de' drammi, e quelli de' così detti scenarii, che tante lodi anche iperboliche profusero a' drammi di Monteverde, di Legrenzi, di Cavalli, di Lotti, nessuna a Pollarolo ne diedero pei suoi. I pochi cenni che di questo maestro fece chi scrisse di tali cose valgono a dar l' idea di uno scrivacchiatore piuttosto stemperato, cui appena qualche merito potea darsi per aver incominciato a fare qualche maggior uso dell'orchestra: però anche questo merito dev'essere stato assai scarso e tenue, ben sapendosi ch'esso, apparteneva essenzialmente al grand'uomo che gli successe a poca distanza, cioè all' immortale Buranello[2] (Galuppi) [...]. (vol. I, pp. 326-327)
  • [Baldassare Galuppi], [...] diede all'orchestra quella grande spinta che montar fece in tanta ira il poeta Metastasio da soprannominarlo nelle sue lettere per maestro de' violini, de' violoni, ecc. (vol. I, p. 327)
  • [Carlo Francesco Pollarolo] Nessun distint'onore si rese alle di lui ceneri. Nessuna di lui opera (per quant'io conosca) passò alla posterità. Ed anche s'ignora che levasse fama alcuno dei tre o quatt'oratorii che per le donzelle degl'Incurabili compose, nel coro delle quali fu per qualche anno maestro. (vol. I, p. 327)
  • A differenza degli altri maestri, che quasi tutti morirono in agiatezza e lasciarono ben provveduti i loro eredi, Saratelli, morendo, lasciò due nubili figlie in miseria sì squallida, che i Procuratori, per decreto 16 maggio 1762, pietosamente col dono le suffragarono di 100 ducati. Ho inteso narrar più volte che il volgo veneziano, bizzarro e frizzante sempre, chiamasse questo maestro Saratelli, sul cognome suo bisticciando, il maestro Caratello (vocabolo del dialetto che significa piccola botte): sì perché tozzo e grosso era della persona a guisa di bottacciuolo, sì perché forse frequenti dava baci al bicchiere. Non riferisco io ciò per mettere un ghigno sulle labbra a chi legge, ma per dar piuttosto una probabile spiegazione al povero stato in cui egli cadde, a differenza degli altri maestri di Cappella. (vol. I, pp. 368-369)
  • [Gli altri maestri di cappella] [...] rispettati e stimati dal pubblico, contegnosi, gentili, eran cercati, chiesti e quindi nobilmente rimunerati nelle case signorili, e dalla scelta società di Venezia: quindi facilmente arricchivano. Non così Saratelli fatto soggetto di vulgar celia, altro mezzo a provvedere a sé e alla famiglia non ebbe che il pubblico stipendio. E a ciò s'aggiunga che Saratelli non scrisse pel teatro, causa ne fosse sua sfortuna o sua inerzia, e così restò privo d'una seconda fonte di guadagno, alla quale tutti gli altri maestri seppero con molta cura attingere copiosamente. (vol. I, p. 369)
  • L'esimio maestro Furlanetto, che già vecchio me allor giovane di sua famigliarità onorava, alle mie curiose domande rispondendo, diceami, che in Saratelli abbondava la vera dottrina musicale attinta alla scuola di Lotti[3]: ch'era però alquanto scarso nelle sue composizioni quel sapore che pur tanto è necessario a farle piacere: che perfettamente si conosceva del canto: assai era schivo della stromentazione, anzi gli stromenti chiamava imposture della musica, dall'organo e dal contrabbasso in fuori: scriveva con gran lentezza e difficoltà, concepiva e teneva in memoria con rapidità e tenacità altrettanta; sicché più d'una volta sentir si fece ripetere identiche sul gravicembalo le altrui anche lunghe improvvise suonate: conchiudeva che fu grand'uomo senz'aver brillato mai da grand'uomo. (vol. I, p. 369-370)
  • Venezia fu senza dubbio sin dal suo nascimento la citta degli organi. La fabbricazion loro ed il loro suono son arti ch'ella prese da' Greci, e nelle sue magiche isolette felicemente trasportò e conservò allorché rifugiossi in queste il fior delle circostanti italiane regioni per isfuggire al ferro de' barbari che, dopo i quattro primi secoli dell'era cristiana, tutto (fuor di lei) desolarono il bel paese per lunghissimo tempo. (vol. II, p. 7)
  • Questi [celebri cantori del secolo decimosesto] furono singolare conforto al tanto noto virtuoso patrizio Domenico Veniero, il quale per ben sei lustri seppe temprar gli acerbi crucii della invincibile infermità sua co' quotidiani esercizii nobilissimi di musica e di letteratura. Circondavano il letto de' suoi dolori ora gli uomini di squisita dottrina da lui costituiti nella formale sua Accademia che intitolò Veneziana, e d'alta fama per non breve spazio di tempo ha goduto; ora le cantatrici e i cantori più soavi, diretti dall'organista Parabosco [...]. Il pregiato Canzoniere del disgraziato Veniero ridonda delle poetiche lodi colle quali egli rimeritava tutti que' suoi consolatori. (vol. II, pp. 49-50)
  • Certamente il cornetto rendeva un suono alquanto affine a quello della voce umana. Era nelle regole dell'antica Cappella [Ducale di San Marco] che se mancasse una voce di soprano o contralto, si supplisse con un cornetto: e se una voce di basso mancasse, si supplisse con un trombone. Ma la ruota della moda negli usi tutti del mondo quanta ha volubilità anche tanta ha forza, né si può arrestarla: negli usi musicali poi ha rapidissimo corso. Il sì decantato e sostenuto cornetto ha dovuto alfin cedere anch'egli alla legge universale. Oggi appena si sa cosa fosse: né havvi apparenza di sua risurrezione, sebben però il trombone si veda risorto. (vol. II, p. 59)
  • Quest'uomo [Baldassare Galuppi] di preziosa memoria, a chiunque conosca ed apprezzi la musica, é noto e riverito universalmente anche pel suo talento singolare dei brillanti accompagnamenti d'orchestra alla parte di canto. Metastasio, che avrebbe voluti sordi gli orecchi degli uomini a tuttociò che non fosse i suoi versi, odiava ad ultimo sangue i maestri di musica, e quelli più che più nella stromentazione sfoggiavano: quindi in primis et ante omnes Galuppi, che a straordinaria attività spingeva l'orchestra, e co' fioriti accompagnamenti e coll'intreccio di soli e di motivazioni, e con isfarzo di ritornelli e di code, la rendea benemerita delle sue composizioni. (vol. II, p. 65)
  • [Domenico Dragonetti] Nessuna passione che in lui predominasse è nota[4]: a null'altro egli mai pensò che a quel magico violone, da cui oro ed onore gli scaturirono, e colle mani sul quale egli compì l'anno ottantesimo terzo ch'ultimo fu di sua vita. (vol. II, p. 86)
  • [Domenico Dragonetti] Al termine d'una signorile accademia in Venezia, in cui aveva egli fra un entusiasmo d'applausi fatto sentire un concerto magnifico, una elegantissima dama che sel vide vicino, colmatol di lodi, gli fece grazioso invito alla sua casa; ed egli: Hoggio da vegnir col violon? le rispose: (Ho io a venir col violone?) Al che scherzosamente ella soggiunse: E coll'arco. (vol. II, p. 86)
  • In tutti questi gravissimi ufficii di vario genere, chiunque non sia straniero affatto al regno dell'armonia, conoscer deve a fondo il merito sommo dell'autor nostro [Bonaventura Furlanetto]. Egli soddisfece del pari ed a coloro che udivano l'esecuzione, ed a coloro che le partiture leggeano, riunendo nelle sue composizioni quel ch' è ad altri, e fu, e sempre sarà tanto malagevole riunire, cioè la vera dottrina della scienza ed il sapore del così detto buon gusto. Ebbe quindi, e aver dovea plauso del pari e dagli eruditi, e dagl'ineruditi. Per quelli il madrigalesco, l'imitativo, il contrappunto doppio, le fughe le più involute e zeppe di soggetti e contro soggetti, d'attacchi, di ripigli, di rovesciamenti, di strette, e quanto insomma sta nella più alla e recondita cima di quest'arte eccelsa riposto: per questi, i pensieri vivaci, le melodie soavi, gli accompagnamenti fioriti, le naturali modulazioni, e quanto genera insomma ciò che dalla moltitudine chiamasi facile e piacevol effetto. (vol. II, pp. 146-147)
  • La meditazione di Furlanetto era quella del grand'uomo. Bene impadronitosi egli de' caratteri, dei sentimenti, delle situazioni che l'argomento gli offeriva, ecco a schiera le idee musicali: ecco le cantilene, gli accordi, le modulazioni, i contrasti delle parti, il movimento degli accompagnamenti, il concerto degli stromenti, i chiaroscuri de' forti e de' piani, gli allentamenti e le strette de' tempi: tutto a seconda delle parole che voglionsi pronunciare: tutto a misura degli affetti che devonsi muovere: tutto in ragione di ciò che viensi a rappresentare. (vol. II, p. 153)

Note

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  1. Carlo Francesco fu padre del compositore Antonio Pollarolo (1676-1746).
  2. Da Burano, luogo di nascita di Galuppi.
  3. Antonio Lotti (1667-1740), compositore e didatta italiano.
  4. Nel testo "è noto".

Bibliografia

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