Giorgio Bocca

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Giorgio Bocca (1920 – 2011), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Giorgio Bocca[modifica]

  • Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli. Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia immutabile, della realtà. Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un'utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei). L'odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l'odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo. Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? È certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo. Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù.[1]
  • A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali Cc e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un'ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla. (da Il Giorno, 23 febbraio 1975)
  • Resta una cosa sola da dire, ed è un'autocritica. In quegli anni noi cronisti non capimmo niente della sinistra armata. Quando il giudice Viola scopriva gli incredibili covi dei Gap con dentro anche fucili da caccia, noi sorridevamo. Invece era proprio così, i covi erano veri, i fucili da caccia anche, il gioco tragico di Giangi Feltrinelli pure. (da la Repubblica, 13 febbraio 1979)
  • L'errore capitale commesso dal cavaliere Silvio Berlusconi e da altri fondatori di network privati non è stato tanto quello di investire in uomini e mezzi prima che fosse data una legislazione precisa, ma nel non aver capito, subito, che anche il boccone saporito delle TV private, prima o poi sarebbe finito sotto i denti dei nostri partiti.[2]
  • Ogni sera alle 19 in punto, dallo scoppio della guerra, compare sugli schermi del Tg3 il corrispondente da New York, Lucio Manisco, in un gessato scuro che ricorda un po' l'Al Capone della notte di San Valentino e un po' un notabile della Dc partenopea quando sposa una figlia. Ha passato la giornata a spulciare sulla stampa americana tutto ciò che non va nel Golfo, alla Casa Bianca, al Pentagono e si vede che non sta più nel suo gessato per la soddisfazione di potergliela dire agli Stati Uniti d'America. Noi non sappiamo quali siano le cause, magari rispettabili e comprensibili di questo antiamericanismo che è diffuso fra i nostri corrispondenti da New York, forse un po' frustrati dal fatto che nessuno in America si accorge che ci sono, ma ci fa un po' ridere e un po' ci infastidisce per come si manifesta. Perché ogni sera alle 19 in punto Lucio Manisco, nel suo gessato scuro, con la sua bella voce baritonale spiega, più a Bush che a noi che lo ascoltiamo per un certo masochismo, perché e come deve perdere la guerra. [George H. W. Bush] Dia retta a lui, Lucio Manisco, che se ne intende. [...] E poi ogni sera i bravi giornalisti del Tg3 devono dimostrarci che gli americani sono stupidi, incapaci, cattivi economicisti e imperialisti. (da L'espresso, 18 febbraio 1991)
  • Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde che ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo, di fronte agli edifici sventrati. (da Me Grand Turin, di Sauro Tomà, Graphot Editore – Torino)
  • [Toni Negri] È un uomo che ho sempre giudicato un cretino per le sue elucubrazioni politiche e un imbecille come intellettuale.[3]
  • So solo che Montanelli è fatto così: un maestro di giornalismo che ogni tanto s'impenna con qualcuna delle sue bizzarrie.[4]
  • Per me destra e sinistra si equivalgono in stupidità.[5]
  • Quando c'è un caso che riguarda la Resistenza sono tacciabile come uno che dà sempre ragione ai partigiani.[6]
  • Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell'usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno.[7]
  • La new economy è una cosa molto seria nei suoi effetti. Mai nella storia del capitalismo si era assistito a uno spostamento così rapido e colossale e spesso arrischiato di mezzi finanziari, mai tante persone si erano decise a puntare somme enormi sul futuro, mai tanti giovani avevano pensato di avere delle occasioni così splendide a portata di mano e mai, come conferma la prima ondata di fallimenti delle imprese elettroniche, tante persone apparentemente ragionevoli avevano investito il loro patrimonio e quelli dei parenti e anche degli eredi senza fare un minimo di conti sul costo per il lancio delle loro aziende, sul costo della pubblicità e sulla concorrenza dei più forti.[8]
  • [Nel 2006] Leggendo le cronache amare dello scandalo Juventus mi è parso di ritornare a una storia nota, una storia piemontese e monarchica dove re onnipotenti e amati dagli umili per la loro onnipotenza, si circondano di corti tanto brave a gestire il potere e i privilegi quanto ipocrite nel celebrare virtù che non hanno uno stile signorile e corretto mentre si dilaniano per la spartizione del bottino: lo stile Savoia o lo stile Juventus.[9]
  • Se una squadra di calcio vince tutto per settant'anni e ha alle spalle un gigante industriale, non ha bisogno di chiedere dei favori perché tutti sono pronti a farglieli, si crea un tale incantamento che i tifosi, la gente comune se ne fa un'immagine diversa e migliore di quella reale, un'immagine superiore persino alla lotta di classe, con il Togliatti juventino, e il siciliano Anastasi diventato l'idolo degli operai piemontesi del Lingotto. Ma la fame dell'oro era già forte nella Juventus del quinquennio dei cinque campionati consecutivi vinti. Ricordo un allenatore austriaco, Sturmer, mi pare, che quando andai a Torino per fare un provino alla Juventus si informava del mio rapporto con il denaro, mi metteva in guardia dal diventare avido come il terzino Rava o come i sudamericani Monti e Cesarini, ma io non capivo di che parlasse: la Juventus per un ragazzo di provincia era un sogno, una riunione di tutte le virtù sportive e civili.[9]
  • [...] la favola della "vecchia signora" dello "stile Juventus" mai esistito nella pratica, sempre nella leggenda.[9]
  • [...] il gioco del calcio in Italia senza la Juventus sarebbe impensabile.[9]
  • Se ripenso ai raduni di quella nazionale nella mia città, a Cuneo, faccio fatica a credere in tanta modestia. La imponeva Vittorio Pozzo, un tipo di alpino e salesiano arrivato chissà come alla guida degli azzurri senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport ma semplicemente un piemontese risorgimentale ciecamente convinto delle virtù piemontesi. Uno di quelli per cui la parola sacra è "ël travai".[10]
  • [Su Vittorio Pozzo] Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti.[10]
  • Chi ha raccolto le sfide della vita sa che nei momenti decisivi ha dovuto disattendere o disobbedire ai legami della famiglia.[11]
  • Avete capito perché il Berlusconi nemico dei giudici, che assolda gli avvocati per corromperli, che invita a non pagare le tasse, che fa uso disinvolto di smentite, che promette ciò che non può mantenere, che nasconde i suoi affari pericolosi, piace tanto agli italiani? Perché tanti italiani evidentemente sono come lui inclini alle complicità anarcoidi. (da Venerdì de la Repubblica, 14 dicembre 2007)
  • La ragione per cui il populista-demagogo Berlusconi piace agli italiani è la stessa per cui, ai loro occhi, il conflitto d'interessi non è una ferita grave della nostra democrazia. Il fatto che egli sia stato al contempo capo del governo e padrone dell'informazione sembra qualcosa di naturale, di normale, qualcosa che tutti vorrebbero praticare. (da Venerdì de la Repubblica, 14 dicembre 2007)
  • [Milena Gabanelli] È l'ultima giornalista che fa inchieste vere, in un momento in cui su tutti i giornali sono state abbandonate. E addirittura stupisce che le possa fare. (dall'intervento al Premio "È giornalismo" 2008)
  • Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di Torino di vivere, di tornare bella e forte; i giocatori del Torino non erano solo dei professionisti o dei divi, erano degli amici.[12]
  • [Su Dino Buzzati] Sta oggettivamente dalla parte di coloro i quali vogliono che tutto stia fermo com'è per non perdere uno solo dei loro privilegi.[13]
  • Vespa non lo considero un giornalista, lo considero un servo di regime. [...] Non [è una questione, NdR] di sinistra o di destra: non si può essere considerati giornalisti se non si ha il coraggio di dire la verità, e la verità non è né di sinistra né di destra.[14]
  • Villarbasse è uno di quei villaggi della campagna torinese che sono immersi nella storia, ma ancora fuori dalla modernità.[15]
l'Unità, 27 gennaio 2005
  • Berlusconi mi mette in difficoltà: non so mai dove comincia e dove finisce la sua recita, non so dove voglia arrivare con il lifting, con la bandana, con le tasse, non so se neppure lui si renda conto di quanto ci prenda in giro.
  • Berlusconi vanta i sondaggi che lo danno in risalita. Ma lui è un manipolatore di sondaggi e per giunta è sempre più difficile capire come si divida la gente, se ancora cioè l'uomo di Arcore possa vantare qualche appeal illusionistico.
  • Mussolini ha commesso tanti errori, tipo l'entrata in guerra quando gli sembrava di dover semplicemente salire sul carro dei vincitori. Andò a invadere l'Albania e la Grecia in modo insensato e persino Hitler, che era folle ma non fesso, s'infuriò.
  • Non c'è questione che mi possa trovare d'accordo con lui [Berlusconi]. L'ho conosciuto tanti anni fa. È solo peggiorato. Faceva l'imprenditore. Si divertiva a convocare qualche centinaio dei suoi sottoposti e a arringarli con un microfono in mano. Si compiaceva di dirne di tutti i colori...
  • [Berlusconi] Questo non sa nulla di politica. È solo furbo.
  • Salvo che la statura di Mussolini era ben altra [rispetto a Berlusconi]. Mussolini era un uomo colto che sapeva di politica, che era andato a scuola dai socialisti.

Gli errori del pacifismo

Articolo su la Repubblica, 22 gennaio 1991

  • Abbiamo poi appreso che la cultura di sinistra, una parte della cultura di sinistra, che dalla nascita della repubblica è andata a senso unico tutte giuste le guerre comuniste, le rivoluzioni comuniste, sempre sbagliate le guerre dell'Occidente massime degli Stati Uniti ora non avendo più la sponda dell'Unione sovietica e del sol dell'avvenir su cui far rimbalzare la sua propaganda e trovare uno zoccolo duro alle sue parole, passa a un pacifismo totale e indiscriminato per cui, pur di contrastare una guerra votata dalle Nazioni unite, si sostiene che non esistono guerre giuste. E se quell'uomo serio, prima che un grande intellettuale, che è Norberto Bobbio si permette di ricordare che le guerre giuste esistono, che combattere il nazismo nella Resistenza fu una guerra giusta come lo sono le guerre in corso dei baltici o dei negri sudafricani o di chiunque si difenda da una ingiusta oppressione lo si attacca come un cattivo maestro. Il filosofo Vattimo, bontà sua, ci ha fatto sapere che forse la Resistenza l'avrebbe fatta anche lui, ma tutti gli altri firmatari del manifesto contro Bobbio non hanno mezzi termini, tutte le guerre per loro sono ingiuste, sono diventati tutti gandhiani, evangelici, se li schiaffeggiano su una guancia porgono l'altra. Ora se il pacifismo e il neutralismo cattolici hanno una giustificazione storica, hanno alle spalle una dottrina coerente, salvo qualche piccola eccezione come la guerra di Spagna con benedizione papale delle truppe franchiste, quelli del filone comunista o come chiamarlo, neo comunista o nostalgico comunista o comunista desiderante? Ci sembrano francamente poco decenti se ritroviamo fra i suoi esponenti degli stalinisti come il professor Gian Mario Bravo catafratto laudatore dei carri armati di Krusciov e di Breznev. Quanto allo squadrismo rosso del Manifesto meglio sorvolare, si sarebbero trovati bene anche a Salò.
  • La cultura politica mimata e cantata, l'impegno del rock, le grandi indimenticabili stagioni degli Inti Illimani e della Baez ci sono estranei, probabilmente per ragioni di età, ma possiamo capirli e rispettarli. Quello che ci riesce più difficile capire e rispettare, a fronte della tragedia guerra, è l'astrattezza, il velleitarismo, questo gridar pace pace sulle piazze senza chiedersi a che prezzo, con quali effetti. Sembra che nessuno o pochi di questi pacifisti abbiano capito, alla prova di questa dura guerra, che la posta in gioco non sono i pozzi di petrolio del Kuwait, ma il tentativo iracheno di formare nel giro di pochi anni un potentato arabo superarmato, revanchista avente come obbiettivo centrale, per affermarsi nel mondo arabo, la distruzione di Israele.
  • Gli arabi non sono i poveri della terra, molti arabi sono fra i ricchi e ricchissimi come dimostra la crisi, da rarefazione di clienti, della moda, della gioielleria, del marmo, dell'arredamento, della finanza, dei panfili. E ci vuole padre Balducci, erede del terzomondismo di La Pira, evangelico ma finanziato dal petrolio dell'Eni, per sostenere che è solo colpa del capitalismo se il fiume di miliardi arrivati nei paesi arabi è finito in armamenti. Sì, è colpa dell'affarismo occidentale, [...] ma le nostre colpe, i nostri errori non possono voler dire la resa all'avventurismo e al caos mondiali, non possono voler dire la rinuncia a quell'unico luogo, a quella unica istituzione, le Nazioni unite, che può non diciamo garantire un perfetto ordine internazionale, ma almeno un punto di deterrenza e di riferimento.

Io ringrazio quei barbari

Articolo su la Repubblica, 8 giugno 1993

  • Ho votato per la Lega come da dichiarazioni di voto pubblicate dalla stampa, per ragioni che a me sembrano di comune buon senso politico. Chi come me pensa che il sistema dei partiti abbia fatto il suo indecoroso tempo, chi è convinto che bisogna arrivare presto a una nuova legge elettorale, a una nuova costituzione, a facce nuove, in pratica a Milano non aveva scelta.
  • La forza della Lega non sta nel fiuto politico soprattutto tattico del senatore Bossi, e neppure nel suo linguaggio violento e colorito che può servire da valvola di sfogo allo zoccolo fanatico del movimento, non sta neppure nel localismo e nel separatismo. Sta nel fatto che la Lega con tutte le sue rozzezze è qualcosa che nuota nelle acque vorticose del mutamento mentre gli altri, i vecchi partiti, ci annaspano. La Lega sa nuotare nel movimento perché è nata da quelli che si muovono: da quelli che non capiscono più le vecchie distinzioni tra destra e sinistra fra classi alte e classi basse e non perché queste diversità abbiano cessato di esistere, ma perché devono essere risolte nella pratica e nella innovazione fuori dalle false ideologie. La Lega con il federalismo, con la lotta al centralismo ha capito che oggi uno stato in cui la legge è spesso falsa legge e schiaccia i cittadini non è più sopportabile perché la gente vuole che lo stato sia sottomesso alla volontà dei cittadini.
  • Credo di conoscere abbastanza, dato che ci lavoro da mesi, la Lega nei suoi difetti, nei suoi comportamenti da "mucchio selvaggio", nella navigazione spesso contraddittoria del suo leader. E non mi sento assolutamente in grado di prevedere quello che farà come primo partito dell'Italia del Nord e come uno dei due o tre partiti che ci governeranno nei prossimi anni. Ma il fatto che senza la Lega Di Pietro, come dice Bossi, "sarebbe stato mandato a spaccar sassi in Sardegna", che senza la Lega due terzi dei deputati socialisti e democristiani sarebbero ancora convinti di essere dei rappresentanti del popolo italiano e non degli zombi mi fa tranquillamente dire: "Grazie barbari".

Il viaggiatore spaesato[modifica]

  • Sono debitore ai miei gatti di rare beatitudini. A fine pranzo [...] stanno sdraiati pancia in su, in quest'aria casalinga di amore cui cedono anche i gatti di pelo grigio. È il momento in cui sogni felini passano per le loro teste triangolari, in cui a occhi socchiusi guardano ciò che noi non vediamo, forse un dio con la faccia a triangolo e i baffi. (pp. 42-43)
  • Ti arrivano [i gatti] di un balzo sul petto e ci si insediano come la sfinge, per l'eternità. Sì, forse mi vogliono bene, ma sempre dopo i loro desideri e gli scatti e gli scarti di belva domestica, che vive con gli umani senza rinunciare a nulla della sua naturale innocente ferocia. (p. 43)
  • Quando uno di loro gioca con il topo dominato da quegli occhi gialli e lo «totticchia», lo lascia muovere di un centimetro per riprenderlo con la zampina fulminea, lo vedi come preso dalla casualità della vita e della morte di cui è padrone e vittima, nessuno più di un gatto è conscio delle alterne sorti. Non c'è nulla che abbia deciso di fare che tu possa cambiargli in quella testa. (p. 43)
  • Tutto ciò che un gatto può fare di buono, hanno l'aria di dire i miei gatti, lo facciamo, [...] se apriamo la porta della tua stanza da letto, non è per disturbarti ma per dormicchiare qualche ora in compagnia. Quando ti guardiamo in attesa del cibo con occhi di disperato, irresistibile desiderio è perché siamo fatti così, e non lo nascondiamo. (p. 44)

L'italia l'è malada[modifica]

  • Qualunque cosa faccia il "tipo Silvio" l'idea del tornaconto personale è totale, quella del bene pubblico è assente. Silvio ha cercato di fondare il partito liberale di massa, sul principio reaganiano che la somma degli egoismi individuali fa la ricchezza della nazione. Anche noi, i diversi da Silvio, coltiviamo i nostri egoismi ma siamo arrivati a capire che senza disciplina comune, senza legge comune, senza educazione comune non esiste vera società, vero stato.
  • Che cosa ci offre il cavaliere? In pratica la libertà di tacere, se no di essere estromessi dagli uffici pubblici e dall'informazione.
  • La grande vittima della giustizia di parte, il cavaliere di Arcore, per sfuggire al "complotto" giustizialista ha ingaggiato novantotto grandi avvocati e trentadue consulenti affinché lo difendessero dai giudici "comunisti" di cui all'inizio di Mani pulite era il massimo estimatore.
  • Non si può dire che Berlusconi sia un fascista: è qualcosa di peggio, un anarcoide piccolo borghese.

Napoli siamo noi[modifica]

Incipit[modifica]

Ci fermiamo per fare benzina, subito fuori dall'aeroporto di Capodichino e nella luce agostana viene giù un piovasco tiepido. "È un sole acqua," dice il tassista che ha una bella faccia feroce e istrionica. "Un sole acqua," ripete compiaciuto. Vedo che non ha inserito il tassametro, ma non è che voglia rubare molto sulla corsa, uno o due euro, purché sia lui a deciderlo, lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi. Scendiamo per la tangenziale, una lunga strada dall'aeroporto al mare, là in fondo il Vesuvio a gobbe da cammello. La più insanguinata strada di Napoli perché la città per cui passa è divisa fra i clan della camorra; le rese dei conti avvengono nei punti di confine, rapide sparatorie, scontri e fughe su motociclette potenti, e, a cose fatte, arrivano i "falchi", i poliziotti motociclisti o gli "zingari", come chiamano i carabinieri in divisa nera.

Citazioni[modifica]

  • Napoli adagiata sul golfo è stupenda, ci si chiede se anche questa bellezza non faccia parte della maledizione della città, non faccia parte del prezzo spaventoso che paga per esistere. (p. 6)
  • È possibile a Napoli pranzare in un educato silenzio, magari prendendo appunti di quel che ti dice un tuo commensale? No, non è possibile, perché "pur isso adda campa'". Isso è uno con la chitarra che si avvicina al tuo tavolo, sorridendo fra i sorrisi affettuosi dei camerieri suoi amici. (p. 30)
  • Per secoli Napoli, capitale del regno, è stata una metropoli che lo stato borbonico riusciva a governare solo grazie alla camorra. (p. 37)
  • E a Napoli non si sa mai se sia una recita o se si faccia sul serio. (p. 84)

Partigiani della montagna[modifica]

Incipit[modifica]

Il colpo di stato del 25 luglio, per cui tutti i poteri dalle mani di Mussolini, ritornarono e si accentrarono nella monarchia, ebbe come caratteristica ben definita di essere opera di uno stretto numero di persone. Fu la cerchia dei generali, dei grandi industriali, dei funzionari di corte, a preparare ed attuare il colpo di stato, a regalare, una bella mattina, al popolo italiano una sottospecie di libertà.

Citazioni[modifica]

  • Attraverso la somma dei sacrifici e dei dolori sopportati, col grandioso apporto dato alla causa della libertà, con i risultati militari ottenuti, il movimento partigiano è riuscito ad assumere un significato morale di valore altissimo. Ha riscattato dinnanzi al mondo, insieme a coloro che nei campi di Germania tennero fede alla loro patria, la dignità del popolo italiano; ha dimostrato ben altrimenti, che generiche e facili affermazioni verbali, la sua volontà di essere un popolo libero degno di essere riammesso nella vita delle libere nazioni. (p. 147)
  • Come aveva intuito Vittorio Foa, la politica partigiana era la politica delle larghe alleanze democratiche già sperimentata nella guerra di Spagna. In sostanza un riformismo socialdemocratico che per la prima volta annullava le millenarie divisioni di classe facendo rientrare tra i cittadini di pieno diritto gli operai e i contadini. (pref., 2004, p. 8)
  • C'è una campagna di denigrazione della Resistenza: diretta dall'alto, coltivata dal cortigiano. Il loro gioco preferito è quello dei morti, l'uso dei morti: abolire la festa del 25 aprile e sostituirla con una che metta sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare insieme come eroi della patria comune Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti e il filosofo Gentile, presidente dell'accademia fascista, giustiziato dai partigiani, onorare insieme le vittime antifasciste della risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine. Proposte da comitati di reduci che evidentemente non hanno mai sentito parlare dei lager in cui i fascisti, prima e dopo l'armistizio, hanno chiuso migliaia di cittadini colpevoli unicamente di essere di etnia slovena. (pref., 2004, p. 13)
  • Ma la democrazia dov'è? Che democrazia è questa autoritaria che si va affermando nel nostro paese? Ai suoi sostenitori basta che il governo non apra i suoi lager, che non fucili gli oppositori, che non soffochi tutte le voci critiche per gridare che la democrazia è salva. Ma la mutazione autoritaria è sotto gli occhi di tutti, anche dei rassegnati o indifferenti: i personaggi della televisione invisi al potere cacciati o tacitati, gli autori dei libri all'indice berlusconiano esclusi dalla televisione e ignorati dai giornali, i dirigenti di qualsiasi ufficio o istituzione, dalle fiere campionarie agli enti lirici, scelti dal padrone, i disegnatori satirici ostili al potere emarginati, i cortigiani imposti. (pref., 2004, p. 14)
  • Assistiamo a un revisionismo reazionario che apre la strada alla democrazia autoritaria, da noi e nel resto del mondo. Uno di quei cicli storici che dimostrano che anche la libertà ha le sue stagioni.[...] C'è stata una mutazione capitalistica, una rivoluzione tecnologica di effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati. È questa la ragione di fondo per cui la Resistenza e l'antifascismo democratico appaiono sempre più sgraditi, sempre più fastidiosi al nuovo potere. Padroni arroganti e impazienti non accettano più una legge uguale per tutti, la legge se la fabbricano ad personam con i loro parlamenti di yes-men. (pref., 2004, p. 16)
  • Ciò che può compiere un partigiano, indipendentemente da valutazioni di valore personale, è differente da ciò che può compiere un soldato di un reparto regolare. Chi crea è diverso da chi esegue, chi fa volontariamente una cosa è differente da chi vi è costretto, chi persegue un ideale costruttivo non è eguale a chi soddisfa un precetto legale. Nel secondo potrà esistere volontà e determinazione, ma difficilmente entusiasmo. (p. 29)

Incipit di Palmiro Togliatti[modifica]

Palmiro Togliatti è ricordato come uomo freddo, scostante, che portava occhiali da professore, parlava con voce nasale, un intellettuale avaro nei sentimenti, un politico scaltro che conosceva la langue russe, cinico. Resta allora da spiegare perché l'Italia proletaria fu pronta all'insurrezione armata quando si attentò alla sua vita, e perché milioni di italiani di ogni ceto ebbero il sentimento, nel giorno della sua morte, che con lui se ne andava uno dei padri della Repubblica e, comunque, uno cui si era debitori di mutamenti importanti.

Citazioni su Giorgio Bocca[modifica]

  • Fra i giornalisti che hanno svolto prestazioni professionali per me c'è pure il grande moralizzatore Giorgio Bocca. Purtroppo ho potuto pagarlo troppo poco: pretendeva troppi soldi. (Paolo Cirino Pomicino)
  • Giorgio Bocca può essere raccontato anche in poche parole. Il suo è stato un grande giornalismo, ma anche una grande faziosità e anche grandi errori. Abbiamo lavorato insieme negli stessi giornali, a cominciare dal Giorno per concludere, poi, tanti anni a Repubblica, L'Espresso, ma non siamo mai stati amici. Bocca era un tipo d'uomo complesso: non amava avere concorrenti e neppure contraddittori. Abbiamo combattuto molte guerre uno contro l'altro, inutile rievocarle. Oggi Giorgio è scomparso. Non so se mancherà all'Italia come dice qualcuno dei suoi colleghi di Repubblica, però certamente lascerà un vuoto... che io, però, non rimpiango. (Giampaolo Pansa)
  • Giornalista d'istinto. Capace di rendersi simpatico e antipatico. Lo incontrai a Macao, lo portai in giro, lo aiutai. Il giorno dopo lessi nel suo articolo: "C'è qui anche il decadente Bettiza..." (Enzo Bettiza)
  • In un'intervista alla Stampa, Giorgio Bocca ha detto che io sono un bravissimo giornalista che non capisce nulla di politica. Bocca non mi delude mai: riesce sempre a dire di me quello che io penso di lui. (Indro Montanelli)

Note[modifica]

  1. Da La Provincia grande – Sentinella d'Italia, Foglio d'ordini settimanale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Cuneo, 14 agosto 1942.
  2. Da Cadreghe e cadreghini, la Repubblica, 8 dicembre 1984.
  3. Citato in Negri, parole - pallottole, la Repubblica, 14 gennaio 1993.
  4. Citato in Bocca e Montanelli a duello causa Orlando, Corriere della sera, 23 gennaio 1993.
  5. Citato in Dario Fertilio, Nessuno capisce più quello che dicono i nipotini di Togliatti, Corriere della sera, 30 maggio 1994.
  6. Citato in «Le nostre questioni private», La Stampa, 3 giugno 1997, p. 14.
  7. Da Mattei l'uomo mistero, la Repubblica, 3 agosto 2000, p. 42.
  8. Citato in Pandemonio – Il Miraggio della New Economy, Mondadori, 2000.
  9. a b c d Da Il padrone bianconero, Repubblica.it, 13 maggio 2006.
  10. a b Citato in La valigia di Meazza, la Repubblica, 7 luglio 2006.
  11. Citato in Chi ha paura del cardinal Bagnasco, L'espresso, 25 maggio 2007.
  12. Citato in Sauro Tomà, Me Grand Turin, Graphot Editore – Torino.
  13. Citato in Pierluigi Battista, Da Buzzati a Flaiano autori senza ideologia, Corriere.it, 11 luglio 2010.
  14. Da un'intervista a Daria Bignardi nel programma Le invasioni barbariche, LA7, 10 dicembre 2010; citato in Giorgio Bocca: "Vespa non è un giornalista, è un servo di regime", il Fatto Quotidiano.it, 11 dicembre 2010.
  15. Da È la stampa, bellezza!, Feltrinelli Editore, 2008.

Bibliografia[modifica]

  • Giorgio Bocca, Il viaggiatore spaesato, Mondadori, 1998.
  • Giorgio Bocca, L'italia l'è malada, Feltrinelli, 2005.
  • Giorgio Bocca, Napoli siamo noi, Feltrinelli, 2006.
  • Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Oscar Storia, Mondadori, 2005.
  • Giorgio Bocca, Partigiani della montagna (1945), Feltrinelli, Milano, 2004².

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