Giampiero Carocci

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Giampiero Carocci (1919 – vivente), storico italiano.

La rivoluzione inglese[modifica]

  • Il trinomio dei puritani inglesi non fu quello divenuto famoso con la rivoluzione francese, «libertà uguaglianza, fraternità» ma fu «religione, proprietà, libertà». Poiché mancava loro una teoria rivoluzionaria, erano convinti di lottare così caparbiamente non già per fare una rivoluzione (parola che, fra l'altro, allora non aveva il significato attuale ma indicava la rotazione degli astri) bensì per difendere il passato. (p. 48)
  • La rivoluzione aveva fallito negli obiettivi più radicali ma aveva vinto negli altri. In molti campi non fece altro che consolidare alcune tendenze di fondo tradizionalmente presenti nel paese: l'autogoverno locale, le garanzie giudiziarie, il controllo del parlamento. Ci fu però un campo, quello della libertà di coscienza, che fu una conquista nuova di cui l'Occidente intero è debitore alla rivoluzione inglese. (p. 118)

Storia del fascismo[modifica]

Incipit[modifica]

La guerra del 1914-1918, la grande guerra, aveva gettato la vecchia Europa in una crisi profonda. Mai fino allora l'economia, le società e gli stati erano stati sottoposti ad uno sforzo così intenso. Mai fino allora masse così grandi di uomini, nelle trincee, avevano maturato la coscienza di essere le protagoniste dirette della vita politica. Finivano il secolo XIX e quella che, sempre più lontana nel tempo, fu nostalgicamente chiamata la belle époque[1]. Tempi difficili si avvicinavano per le istituzioni liberali e per l'economia capitalistica, che aveva raggiunto un grado fino allora mai visto di concentrazione. Dappertutto in misura e modo diversi, ma dappertutto, grandi innovazioni si affermavano nelle strutture economiche, nei rapporti fra le classi, nelle istituzioni politiche, nel costume.

Citazioni[modifica]

  • [Mussolini] Fu un corruttore sapiente che all'occorrenza sapeva solleticare tutti i difetti degli uomini, quelli del popolo e quelli dei potenti. Non credeva negli uomini e li disprezzava. Non aveva amici. Restò sempre vicino al popolo nella misura in cui il capofazione è vicino ai suoi seguaci e, ancora più, nella misura in cui l'attore è vicino alla platea degli ammiratori. (Le origini, p. 14)
  • [Mussolini] Era quasi un grande giornalista e ne aveva, anche politicamente, le qualità e i difetti: acuta capacità di diagnosi della situazione politica, intuito sicurissimo di ciò che il pubblico desidera, abilità di polemista, intelligenza rapida, vivace e superficiale, cultura disordinata, approssimativa e dilettantesca. (Le origini, p. 15)
  • Fino alla crisi Matteotti il programma di Mussolini non era di instaurare quello che poi si sarebbe chiamato lo stato fascista totalitario. Il suo programma era, ufficialmente e formalmente, una restaurazione dello stato costituzionale di sonniniana memoria; di fatto, l'instaurazione di un regime autoritario trasformistico-personale. (Il fascismo al potere, p. 32)
  • Mussolini, romagnolo ed ex socialista, era stato accesamente anticlericale. La sua politica ecclesiastica e la mira di sfruttare la religione come instrumentum regni furono atti di una spregiudicatezza che si può definire cinica e che nessuno dei suoi predecessori al governo avrebbe mai pensato di compiere. (Lo stato fascista, p. 49)
  • La politica concordataria, già avviata da Benedetto XV, venne singolarmente favorita da Pio XI. Questo papa, a differenza del predecessore, aveva una concezione che si potrebbe dire intransigente, teocratica e totalitaria del cattolicesimo e dei suoi rapporti con la società civile. Gli strumenti per realizzare questa concezione dovevano essere, nell'animo del pontefice, la politica concordataria e l'azione cattolica. Egli detestava il socialismo e il comunismo, e, pur deplorandone le intemperanze, vedeva con simpatia il fascismo in quanto argine antibolscevico e anche per la sua natura illiberale. (Lo stato fascista, p. 50)
  • Egli [Giovanni Gentile] credeva – si direbbe – che spettasse alla realtà di modellarsi sul suo coerente e metafisico speculare e non viceversa. Passò dal liberalismo al fascismo – e vi rimase fedele fino alla morte – perché credette di veder realizzata, nella sua barbarie vichianamente generosa, la lezione morale di Francesco De Sanctis, cioè una riforma etico-religiosa del tradizionale carattere italiano, scettico e sorridente. («Quota novanta», p. 64)
  • Starace possedeva in sommo grado le qualità del cortigiano. Erano le qualità che, forse inconsciamente, sempre più Mussolini andava cercando e che sempre più si andavano affermando, insieme a quelle del profittatore, fra le alte gerarchie del partito, e dello stato. Più che dei collaboratori Mussolini voleva degli esecutori. Era disposto a chiudere un occhio se molti di costoro si arricchivano in modo più o meno lecito. (La grande crisi, p. 96)
  • Mentre col «voi» e col «passo romano» Mussolini credeva di temprare il carattere degli italiani, col razzismo egli soprattutto si sforzò di usare uno dei suoi metodi tradizionali, cioè di solleticare gli istinti della folla. Ma ormai la folla non rispondeva più. (Dalla guerra d'Etiopia alla guerra mondiale: la situazione interna, p. 129)
  • [Galeazzo Ciano] seppe affrontare la morte con dignità e fermezza. Ambizioso, intelligente e mondano, accentratore e ostinato, gli mancava però la capacità di approfondire cose e problemi e di liberarsi, nel lavoro, da un dilettantismo più o meno brillante. Come ministro degli esteri non fu all'altezza delle drammatiche situazioni che egli stesso aveva contribuito a creare. (Dalla guerra d'Etiopia alla guerra mondiale: la politica estera, p. 134)
  • Chi ricorda alcune immagini di Mussolini nell'ultimo periodo, con l'espressione invecchiata e stanca, le guance incavate, l'occhio intenso, doloroso, quasi stupito, è tratto ad un moto di pietà. Eppure quest'uomo non seppe mai liberare dalla parodia il dramma che stava vivendo. Fino all'ultimo fu attore, fu incapace di verità. (Epilogo, p. 150-151)

Explicit[modifica]

Si era nei giorni dell'insurrezione milanese[2]. Mussolini, ormai braccato da vicino, si congedava da un suo seguace e gli tracciava a voce una specie di testamento spirituale. Aggiunse che, quanto a lui personalmente, il suo sacrificio era necessario e che era pronto ad accettarlo. Le sue parole sembravano – e probabilmente lo erano – commosse. Forse in quel momento pensava al progetto di difendersi ad oltranza in Valtellina. Non sappiamo se, quando lasciò Milano, egli si apprestasse a giuocare l'ultima carta della difesa in Valtellina o della fuga in Svizzera. I partigiani lo scoprirono vicino al confine svizzero, travestito da tedesco.

Note[modifica]

Bibliografia[modifica]

  • Giampiero Carocci, La rivoluzione inglese. 1640-1660, Editori Riuniti, Roma, 1998. ISBN 8835945526
  • Giampiero Carocci, Storia del fascismo, collezione «I Garzanti», terza edizione, Aldo Garzanti editore, 1975.

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