Giovanni Raboni

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Giovanni Raboni in un ritratto di Paolo Steffan

Giovanni Raboni (1932 – 2004), poeta, scrittore e giornalista italiano.

Citazioni di Giovanni Raboni[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • [Su Il pianeta irritabile di Paolo Volponi] Capovolgendo totalmente il messaggio "storico" della fantascienza, Volponi non vuole ammonire o mettere in guardia i suoi lettori contro le conseguenze della dissipazione ecologica e il fatale approssimarsi della catastrofe; al contrario, sembra assaporarne in anticipo le delizie, abbandonandosi con i sensi e la fantasia a una sorta di dilagante, contagiosa ilarità.[1]
  • Che cosa, in effetti, può trattenere un essere umano da un gesto di solidarietà che, oltretutto, non "costa" nulla, visto che ciò che viene donato non ha più, per il donatore, alcuna utilità? Ho formulato apposta la domanda in un modo così semplicistico e brutale per suggerire che la risposta – non dico la giustificazione – è da cercare su un piano che non è né quello della conoscenza razionale né, tantomeno, quello del buon senso. A nessuno di noi, credenti o non credenti, è estraneo il sogno della resurrezione dei corpi: un sogno che non riguarda tanto il nostro, di corpo (del quale, del resto, è difficile se non impossibile immaginare la non – più – esistenza), quanto quello delle persone che abbiamo amato e che non ci sono più. Fra credenti e non credenti c'è, in questo, una sola anche se, certamente, essenziale differenza: che ciò che per i secondi è un sogno, per i primi è una speranza o, almeno, la volontà di una speranza. E io credo che da questo sogno o da questa speranza discenda il desiderio struggente di "salvare" non, ripeto, il proprio corpo, ma quello dei propri cari appena scomparsi, di difenderne l'integrità, di sentire come un ulteriore strazio, come un'ulteriore separazione, come un'ulteriore perdita il fatto che esso venga immediatamente – e, come la scienza e la tecnica esigono, a morte cerebrale accertata, ma a cuore ancora battente – lacerato, diminuito, privato di sé.[2]
  • Il messaggio del Romanticismo si è, nella coscienza collettiva, talmente affievolito o degradato da sopravvivere soltanto, ormai, come un equivoco lessicale? Oppure, al contrario, la dilagante fortuna di quest'uso confusamente metaforico dell'aggettivo è la prova d'una sotterranea ma tenace vitalità del sostantivo?[3]
  • Il teatro di Sabbath [di Philip Roth], grandioso romanzo sulla vecchiaia e sull'impotenza, rivela una potenza immaginativa trascinante. Impossibile dimenticare l'ossessione sessuale del marionettista Sabbath, la sua estremistica volontà di sfidare la morte sempre più immergendosi nella vita, in essa sprofondando.[4]
  • [A proposito della bufera sul Premio Viareggio] Il fatto è che a me piacciono le riunioni dove ognuno esprime la propria opinione e la porta fino in fondo, non quelle che si risolvono in una selezione fatta per gruppi o fazioni.[5]
  • Critico rigoroso e al tempo stesso inventivo, capace di grandi immagini suggestive che fanno pensare a colui che per molti aspetti può essere considerato il suo predecessore, Giacomo Debenedetti, Baldacci lascia un' eredità di cui ancora dobbiamo valutare fino in fondo l'importanza e che risulterà indispensabile per la comprensione della letteratura negli ultimi decenni.[6]
  • La vita è questa cosa, la cosa in cui si sta, in cui non si può non continuare a stare anche quando teoricamente la vita finisce.[7]
  • Come dai romanzi-poemi di Beckett (altro scrittore che mi sembra non del tutto estraneo, sebbene in una particolarissima accezione, al mondo espressivo di Cattafi) anche dalle poesie di Cattafi è completamente assente una normale nozione del tempo. Tutto vi si svolge nello stesso momento e tutto, d'altra parte, si direbbe che continui a svolgersi da secoli. Questo forma un contrasto molto curioso e molto suggestivo con la «precisione» di Cattafi, evidente nel suo linguaggio così terso, appropriato e scandito.[8]
  • Se ci affidiamo all' orecchio e solo all' orecchio certe poesie di Cattafi ci sembrano dei veri e propri epigrammi: preparazione cauta e insieme rapida e poi lo scatto bruciante, il veleno.[8]
  • [Come si incomincia scrivere una poesia] È un'esigenza che nasce, io credo, da un desiderio di emulazione. Si leggono poeti che si ammirano da ragazzi, da adolescenti, e si vuole essere come loro [...]. Naturalmente, a monte, c'è una qualche ferita, perché io credo che se uno fosse perfettamente felice e in pace con se stesso non gli verrebbe in mente di scrivere poesie.[9]

Senza data[modifica]

  • Mi è capitato spesso di pensare che dai futuri studiosi di letteratura il nostro tempo verrà ricordato, con grave e (speriamo) compassionevole stupore, come quello in cui si è potuto credere che Jorge Luis Borges fosse un grande scrittore.[10]
  • Bilanci di fine anno. Sono stato a lungo incerto se includere o non includere Il pendolo di Foucault fra i libri più brutti letti nel corso dell'88. A farmi decidere per il no è stata la convinzione che non può essere brutto un libro che in nessun caso avrebbe potuto essere bello. Il bello, in letteratura, è una sorta di utilità marginale: nasce, se nasce, dal sovrappiù di senso che lo stile riesce a strappare al di là della realizzazione del progetto. E basta aprire il secondo romanzo di Eco per accorgersi che non vi spira alito di stile, che il motorino della scrittura ce la fa appena a smuovere la carretta dell'intreccio con il suo greve carico erudito. Il pendolo di Foucault può assomigliare a tutto – a un'inchiesta dell'"Espresso", a un'enciclopedia tascabile, a un'annata della "Settimana enigmistica", al "papiro" di una matricola – tranne che al libro di uno scrittore. Sotto il profilo letterario Eco va assolto per non aver commesso il fatto.[11]
  • Credo proprio che i lettori italiani, intenti come sono a contemplare le eleganti volute di fumo che Kundera riesce a sprigionare dalle ceneri del romanzo mitteleuropeo o, peggio ancora, a farsi deliziare dai suoi aforismi da Scettico Blu, non troveranno né tempo né cuore per rendere giustizia a un exploit come quello di Don DeLillo, che nelle cinquecento pagine di Libra rivive e ci fa rivivere una delle grandi tragedie storiche del secolo, l'assassinio del presidente Kennedy. Peggio per loro. A parte la grandiosa accuratezza della ricostruzione e l'interesse della tesi politica (DeLillo è convinto che nel progetto originario della CIA, modificatosi poi strada facendo su "ispirazione" della United Fruit e di altri potentati economici, Kennedy dovesse uscire illeso dall'attentato, la cui paternità sarebbe stata attribuita a Fidel Castro per rilanciare in grande stile l'offensiva contro Cuba), il libro riflette come pochissimi altri in questi anni l'idea, per me fondamentale, che compito supremo di un romanzo non sia tanto formare con la scrittura una metafora della realtà, quanto riuscire a fare della realtà una nuova metafora romanzesca.[12]
  • Quanto poi a infastidirsi, l'unico che ne avrebbe un buon motivo è lo stesso Bufalino, se la contemplazione simultanea di tutti i suoi romanzi, racconti, saggi, elzeviri e poesie rende ancora più lampante la discrepanza fra le pretese di portentosità della sua scrittura e la timorata, inoffensiva ovvietà della sua immaginazione e del suo pensiero. Alla luce di quanto l'ha seguita, anche la Diceria dell'untore si rivela sempre più nitidamente per quello che è, un trucco, una sorta di montaggio fotografico: Serenus Zeitblom travestito da Adrian Leverkuhn, un professore di liceo alla Francesco Chiesa (o, volendo largheggiare, alla Panzini) che si atteggia a grande decadente e fa, per impressionarci, ferocissime smorfie d'agonia.[13]

Stanze per la musica di Adriano Guarnieri

in Quare tristis, a cura di Andrea Cortellessa, Mondadori, 1998, in Poesia, anno XII, n. 126, marzo 1999, Crocetti Editore.

  • E pensare che la guerra | è finita che avevo tredici anni, | poi c'è stata, lo sappiamo, la pace.
  • Eroi dispersi, non più o non ancora | mio reggimento oltre il reticolato | della luce, con che povero fiato | mi chiamate, con quanta pena affiorano | dal vocio del vento che le divora | o le ammucchia come foglie sul lato | dell'ombra le voci che ho tanto amato!
  • L'oro – be', quello si sapeva: oro | alla patria. Ma il ferro! Cancellate | intere portate via a camionate | per farne, dicevano, qualche loro | cannone!
  • Stare coi morti, preferire i morti | ai vivi, che indecenza! Acqua passata.

Citazioni su Giovanni Raboni[modifica]

  • Critici militanti per eccellenza sono stati Luigi Baldacci e Giovanni Raboni che nel suo I bei tempi dei brutti libri, giocava sui parallelismi, su coppie di autori da mettere in contrapposizione e tra cui fare una scelta. (Massimo Onofri)
  • L'ultimo Raboni presenta [...] se stesso e le proprie parvenze come "spoglie del futuro". (Andrea Cortellessa)
  • La sua poesia si fa, con gli anni, sempre più corposa e densa di visività (in parallelo, magari, a un crescente interesse per le arti: che sarebbe materia per altre ricerche) (Andrea Cortellessa)
  • Uomo antiretorico, Giovanni Raboni è un poeta di poche epigrafi. Quelle dei suoi libri, allora, vanno lette attentamente. (Andrea Cortellessa)
  • Lei è un caro figliolo, tale la poesia, tale la lettera. Ciò che Lei mi dice è all' altezza della sua ispirazione, vera e profonda: e dei doni che Lei ha ricevuto [...]. Li custodisca, figliolo caro, con la virtù, con lo studio, e con l' amore intenso che Lei ha per la verità. (Carlo Betocchi)
  • Tutto quel che mi ha detto è stato oro. Perdìo, e bisognava arrivare alla mia età per trovare un aiuto, un consiglio vero, come quelli che lei mi ha dato. E poi la mia vanità era soddisfatta; colavo sugo da tutte le parti. (Franco Fortini)

Note[modifica]

  1. Da La Stampa – Tuttolibri, 27 maggio 1978.
  2. Da Trapianti e coscienza, Corriere della Sera, 1 aprile 2000, p. 11.
  3. Citato in Corriere della sera, 11 febbraio 2001.
  4. Citato in Corriere della sera, 27 luglio 1997.
  5. Citato in Corriere della Sera, 30 agosto 1997.
  6. Citato in Corriere della Sera, 27 luglio 2002.
  7. Citato in Corriere della Sera, 18 ottobre 2005.
  8. a b Citato in Corriere della sera, 12 marzo 2009.
  9. Citato in Corriere della Sera, 8 settembre 2009.
  10. Da I bei tempi dei brutti libri, Transeuropa, 1988.
  11. Da Devozioni perverse, Rizzoli, 1994.
  12. Da L'Europeo, 1990; poi in Devozioni perverse, Rizzoli, 1994.
  13. Da Contraddetti, Scheiwiller, 1998, p. 13. ISBN 88-7644-249-9

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