Marcello Sorgi

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Marcello Sorgi (1955 – vivente), giornalista italiano.

Citazioni di Marcello Sorgi[modifica]

  • Avevo quattro anni, forse cinque, quando ho incontrato per la prima volta Vittorio Nisticò. Entrai nel suo ufficio, al primo piano del palazzo di piazza Napoli, a Palermo, che ospitava «L'Ora», insieme con mio padre Nino Sorgi, grande amico di Vittorio e legale del giornale. Il ruolo dell'avvocato, in un piccolo giornale di battaglia come «L'Ora», era decisivo; il suo consiglio, indispensabile, a volte, per la pubblicazione dei testi più rischiosi. Così, invece di aspettare al suo studio l'autista trafelato, che all'ultimo momento (non c'era ancora il fax) gli portava le bozze ancora umide da rileggere, mio padre aveva preso l'abitudine di passare al giornale, verso l'una, prima di tornare a casa per colazione. Ricordo ancora bene l'atmosfera di concitazione e confusione, tipica dell'ora di chiusura dei giornali, che vissi con sorpresa, senza sapere che mi avrebbe accompagnato per il resto della vita: il ticchettio crescente delle macchine da scrivere (non c'erano ancora i computer), le corse dei fattorini, gli urli da una stanza all'altra, le montagne di carta sparsa sul pavimento, i titoli abbozzati con matite rosse e blu su tipici fogli da «brutta».[1]
  • E per capire cosa significa «non accontentarsi», basta solo scorrere l'elenco dei principali titoli dell'«Ora» che, grazie anche a Mario Genco, un altro della «covata» Nisticò, accompagna questo libro: dall'inchiesta sui monopoli, ai rapporti tra Vaticano e politica, all'intervista con la moglie di Pancho Villa, ai grandi scandali, al cinema, alla letteratura, al ruolo della cultura siciliana sul palcoscenico nazionale. È un continuo rimbalzo di novità e tendenze nazionali sullo scenario siciliano; e di anticipazioni e curiosità locali che s'impongono all'attenzione nazionale. Ed in questa cornice, la lunga battaglia antimafia che rappresenta la ragione di vita dell'«Ora», finché vive, è l'esempio più chiaro del modo d'intendere il ruolo del giornale, e di uscire da una realtà periferica sforzandosi di imporla come emblema dei mali nazionali.[2]
  • L'altro grande segreto del metodo «L'Ora» è stato il lavoro di squadra. Mi accorgo che da un libro che raccoglie gli editoriali e gli articoli più importanti di un direttore come Nisticò questa sua capacità, questo impegno nel coinvolgere tutte le energie disponibili in un certo lavoro, non possono emergere chiaramente. È l'insieme di mestiere e passione civile, e ovviamente politica, che ha caratterizzato la prima generazione dell'«Ora», quel gruppo di giornalisti ed intellettuali siciliani che conobbi da bambino e con i quali ho fatto i primi passi nella professione.[3]

Le sconfitte non contano[modifica]

  • Siciliano alto, bruno e robusto, un incarnato di vaga ascendenza saracena e occhi verdi illuminati da lampi di intelligenza, nell'estate del '62 mio padre non aveva ancora quarant'anni. Era già un noto avvocato, seppur anomalo; in una città come Palermo, che amministrava nei grandi studi legali poteri e interessi inconfessabili, lui era il difensore dei deboli: dei contadini che occupavano le terre, degli operai che facevano a botte con la polizia, dei familiari delle vittime di mafia, dei giornalisti processati per le verità scomode, degli artisti, dei teatranti, dei poeti. E adeso anche dei cineasti arrivati a Palermo per girare il Il Gattopardo e piovuti nell'anticamera dello studio di via Catania 8 bis, affollato dalla sua dolente clientela. (pp. 7-8)
  • Mia madre, un velo di timidezza che celava sempre il suo viso grazioso, aveva studiato Giurisprudenza, si era laureata nella stessa università in cui mio padre aveva fatto, per qualche tempo, l'assistente di Diritto penale. E sarebbe diventata avvocato, se il peso di una famiglia, a lei come a tante altre, non le fosse piombato addosso a soli ventidue anni. (p. 8)
  • Il cuore della città batteva lì, fin dalle prime luci del giorno. Ma prima ancora, nel buio che precede l'alba, corso Vittorio Emanuele, 'u Càssaru, come lo chiamavano i palermitani, intrecciando l'antico nome arabo col dialetto corrente, si popolava dei rumori delle ruote dei carretti e degli zoccoli dei muli spelacchiati che li trainavano, condotti da uomini muti, avvolti da neri mantelli e con i visi nascosti dai cappelli calati sulle teste. Era l'ultimo tributo che la città con vestigia reali, da capitale, pagava alla civiltà contadina e alla campagna arida, perché cibo, frutta e altri generi di sostentamento pur sempre di lì dovevano venire. Per molti anni, buona parte dei carri che risalivano il corso si era fermata nei palazzi aristocratici, da cui sporgevano elegantemente le preziose facciate barocche, con balconi sorretti da sostegni scolpiti, morbidi come seni. Arance, mele, pere, forme rotonde di formaggi rustici passavano direttamente dai depositi delle masserie alle cantine ammuffite delle case nobiliari. (pp. 27-28)
  • Diversamente dal Garibaldi e dal Vittorio Emanuele, l'Umberto era l'unico dei tre licei cittadini a non essersi adeguato al regime, che aveva appunto nelle scuole statali un'importante rete di tarsmissione e di formazione del consenso.[...] Era in questa scuola che mio padre e i suoi amici più stretti si sarebbero formati, cambiando la loro visione del mondo e portandone i segni per il resto della vita. Nel vecchio banco a tre posti della prima B., Nino sedeva con Nicola Cipolla e Peppe Fazio. Alto e biondo, figlio e nipote di magistrati, Nicola era di famiglia borghese. In Sicilia si dice che in ogni famiglia c'è un figlio arabo e uno normanno, lui apparteneva indubbiamente alla seconda schiera. (pp. 28-29)
  • Nino, Nicola e Peppe erano tra i migliori della classe. Portati per le lettere, si divertivano a gareggiare fra loro quando l'insegnante di latino e greco, Salvatore Russo, figlio di un contadino socialista che lo aveva fatto studiare in seminario, assegnava la traduzione di greco. Invece di tradurla in italiano, com'era richiesto, i tre ragazzi la consegnavano in latino. Russo li stimava molto. Una volta, a casa sua, il professore, estraendola con cura da un vecchio armadio in cui era nascosta, aveva mostrato a Nicola la copia di un libro proibito, Il Manifesto del Partito comunista di Karl Marx pubblicato nel 1890 dalle Edizioni Avanti! Nicola, impressionato dalla confidenza, l'aveva subito raccontato agli amici. L'intesa con il loro professore si era così arricchita della condivisione di un eccezionale segreto. (p. 29)
  • Uno dei primi obiettivi da conquistare, per ragioni sentimentali, oltre che politiche, era stato individuato in Villalba, il paese d'origine dei Cipolla, la famiglia di Nicola. Era lì che, nei loro piani strategici, sarebbe dovuta confluire tutta la rete sotterranea di rapporti e contatti stabiliti con gli attivisti siciliani del movimento contadino. Per loro, che l'avevano conosciuta da ragazzini, Villalba rappresentava anche un panorama e un insieme familiari. Ma adesso, che ci tornavano con propositi bellicosi, dovevano scoprirne l'impermeabilità e la durezza. Circondata da enormi proprietà agricole e rimasta sottomessa al feudalesimo siciliano anche dopo la fuga dei feudatari, la piana di Villalba era da tempo controllata da amministratori e gebellotti mafiosi, a cui i nobili latifondisti avevano affidato la proprietà. (pp. 42-43)
  • Prima di cambiare le sue generalità da Salvatore Lucania a Charles Luciano, e poi a Lucky Luciano – il nome d'arte che lo aveva reso famoso e ricercato presso le polizie di tutto il mondo –, il boss, nato nel 1897 a Lercara Friddi, un desolato paesino di braccianti e minatori della provincia di Palermo, era emigrato a New York a soli dieci anni, nel 1907, scendendo a Ellis Island e sottoponendosi alla dura quarantena prevista dalle leggi sull'immigrazione. Gracile, di statura modesta e con lo scheletro curvato dalla denutrizione, si era subito ammalato di una rara forma di vaiolo che gli aveva devastato il viso. Le sofferenze infantili, aggravate dallo scherno dei compagni per le cicatrici della malattia, ne avevano formato il carattere già predisposto alla durezza, spingendolo a uscire dai confini rassicuranti della comunità siciliana di Little Italy e a misurarsi senza timori con la malavita locale. (p. 47)
  • La storiografia e i documenti infatti ci dicono che Lucky Luciano era ufficialmente tornato in patria solo dopo la fine della guerra, a bordo del piroscafo Laura Keane che aveva attraccato il 27 febbraio 1946 a Napoli, da dove era poi ripartito per Palermo. Non si può però escludere che, prima di questo viaggio pubblico, il capomafia avesse ottenuto dall'Fbi il permesso di rientrare in Sicilia in incognito, per meglio preparare l'accoglienza dei marines. La sua presenza sull'isola era comunque indispensabile, specie a quei tempi, non potendo certo Luciano parlare con i suoi sottoposti mafiosi al telefono. (p. 48)
  • La leggenda dello sbarco preventivo aveva preso piede a dispetto dello scetticismo di molti storici e dell'interesse delle successive amministrazioni americane a smentire un collegamento organizzativo così stretto con il boss dei boss, sottratto per ragioni inconfessabili alla pena lungamente meritata. Si diceva che Lucky fosse stato accompagnato con mille attenzioni, a bordo di un sommergibile statunitense in prossimità della costa siciliana, e lì fosse stato consegnato a un equipaggio di pescatori che rispondevano a Cosa Nostra e che lo avevano traghettato a terra. (p. 48)
  • Ma se Lucky Luciano aveva avuto il ruolo di regista del coinvolgimento di Cosa Nostra nei piani americani per lo sbarco, il basista – il responsabile dell'accoglienza che trasformò in una passeggiata l'operazione, valutata sulle carte ad alto rischio – era stato Calogero Vizzini. Don Calò, come lo chiamavano tutti, era il capo riconosciuto della mafia di Caltanissetta, su cui regnava proprio da Villalba. Personaggio in tutto diverso dal boss siculo-americano, che lo aveva indicato come referente sul territorio, Vizzini aveva alle spalle una storia di angherie e di prepotenze tipiche dei mafiosi di campagna. Nato nel 1877 in una famiglia che vantava uno zio vescovo e due fratelli preti, fin da piccolo aveva rivelato un temperamento deviante. La condizione borghese, che gli veniva soprattutto dal padre della madre, la gnura Turidda Scarlata, e l'atmosfera di pia devozione che aveva respirato sin da bambino, con i due fratelli ritiratisi in seminario, avevano indotto in lui una reazione opposta, facendone uno scapestrato. Un incosciente che ancora ragazzo, alla fine dell'Ottocento, si spingeva a sfidare i banditi, pronti a depredare chiunque osasse passare per le loro strade. (49)
  • Don Calò aveva un'inesauribile fame e sete di terra, avrebbe voluto avere l'intera Sicilia per sé. Il suo metodo di conquista si era consilidato nel tempo e assomigliava a quello dei guerrieri medioevali. Si era trovato a riempire il vuoto lasciato dagli aristocratici che, via via, si erano ritirati. All'inizio aveva imposto il suo controllo sulla cancia, una forma di baratto primordiale che gli agricoltori solevano fare tra frumento e farina molita, specie nei paesi che non disponevano di mulini. Affrontare un lungo viaggio attraverso la campagna con un carro carico di frumento appena raccolto, significava in quell'epoca rischiare l'assalto dei banditi: ed era in questo mercato che, ancor giovane, si era inserito don Calò, garantendo il trasporto, ma ricavandone forti ricompense per i suoi servizi. Di lì a poco, la conquista di un feudo in affitto doveva fare di lui un classico mafioso, membro dell'onorata società, e presto il capo riconosciuto dell'intera mafia di Caltanissetta, che dominava un terzo del territorio siciliano. Con queste credenziali si era presentato il 10 luglio 1943 all'apppuntamento con la VII Armata americana del generale George Patton. (p. 51)
  • Girolamo Li Causi, primo segretario comunista siciliano, aveva passato quindici anni in carcere, dal 1928 al 1943 per attività antifascista. Uscito di galera, era diventato uno dei dirigenti del Clnai, il Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia. Nato nel 1896 a Termini Imerese, vicino Palermo, si era trasferito a vivere in Veneto. Togliatti, appena rientrato dall'Urss, l'aveva rimandato in Sicilia per riorganizzare il partito e metterlo alla testa delle lotte contadine. L'età, l'esperienza, la lunga permanenza in carcere, ne avevano fatto un politico che, a dispetto della fede stalinista connaturata a un uomo della sua generazione, poteva concedersi largi margini di libertà, anche rispetto alle indicazioni di partito. Per esempio, aveva nominato dirigente del Partito comunista un anarchico, Accursio Miraglia. Così in Sicilia la sua parola d'ordine era stata quella dell'unità delle forze antifasciste e autonomiste contro il predominio della vecchia classe dirigente e della mafia che ne garantiva gli interessi. (pp. 57-58)
  • Nei piani di Li Causi la rivoluzione nelle campagne doveva essere, dunque, prevalentemente tecnica e legale. Soprattutto, non doveva sottostare a pregiudizi ideologici. Di conseguenza, incurante del disoriontamento che accompagnava ogni suo gesto, Li Causi cominciò a costruire, per l'aspetto tecnico della battaglia che si proponeva, un rapporto straordinario con un esperto di problemi agricoli, l'ingegner Mario Ovazza. Era un ex ufficiali degli arditi, nazionalista, mutilato e medaglia d'argento nella Prima guerra mondiale. Quanto di più lontano dal capo partigiano rispedito in Sicilia da Togliatti. Eppure, reclutato a dispetto delle sue idee, secondo Li Causi, poteva dare un contributo concreto per uscire da un'agricoltura, quella siciliana, destinata a stento alla sopravvivenza. (58-59)
  • Alla fine di una guerra, durata quasi un decennio, i contadini morti ammazzati risultarono cinquantacinque. Undici soltanto nella strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947. Proprio quell'anno, sull'onda del movimento per l'occupazione delle terre, le sinistre unite avevano conquistato alle prime elezioni regionali del 20 aprile un terzo dell'Assemblea regionale. E pur essendo state escluse dal governo (la DC si era alleata con tutta la destra, Msi e monarchici compresi), erano in grado di condizionarne i lavori. Per questo, la vittoria del Fronte del popolo ebbe come risposta l'attentato del bandito Salvatore Giuliano e la strage dei contadini. Fu l'episodio più grave, e destinato a restare oscuro, della guerra di mafia che si trascinava da anni. Giuliano restò alla macchia per due anni e mezzo e poi fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale, a sua volta, catturato fu avvelenato nel carcere dell'Ucciardone. Un modo rapido e puntuale di chiudergli la bocca per sempre, che aveva fatto pensare a una sorta di negoziato, forse perfino a un'intesa con i carabinieri del Nucleo anti-banditismo guidati dal generale Ugo Luca. (pp. 63-64)
  • L'altro grande omicidio simbolico di questa lunga guerra fu quello di Salvatore «Turiddu» Carnevale. Ucciso vicino a Sciara, nelle campagne della provincia di Palermo, la mattina del 16 maggio 1955, durante uno sciopero di braccianti organizzato malgrado ripetute minacce. Gli spararono mentre si recava nel luogo della protesta. E Nicola fu tra i primi ad accorrere sul posto. Per terra c'era soltanto una macchia di sangue, perché il corpo era stato caricato alla meglio su un aratro tirato da due muli e trasportato verso casa. (p. 66)
  • Il processo per l'assassinio di Carnevale fu il primo evento mediatico-politico della storia della mafia e dell'antimafia: l'accusa e la difesa erano rappresentate da due futuri capi di Stato, Pertini e Giovanni Leone. Papà aveva convinto Francesca Serio a rilasciare interviste a tutti gli inviati dei grandi giornali: nasceva così il personaggio di una madre-coraggio che rompeva l'immagine rituale di una Sicilia familistica e rassegnata, per schierarsi in prima linea contro i carnefici del figlio. Il suo spirito battagliero s'intuiva già nelle prime righe della denuncia, scritta da mio padre e da lei firmata, in cui emergevano le connivenze dell'apparato di sicurezza locale con la mafia e si chiedeva che le indagini fossero condotte direttamente da Palermo. (p. 67)
  • In tre paginette, con un linguaggio essenziale e qualche intercalare dialettale, Francesca ripercorreva, come cronaca di una morte annunciata, la storia del figlio Turiddu, che nel '51 aveva aperto la prima sezione del Psi a Sciara, poi la Camera del Lavoro, fino a organizzare i braccianti del feudo Giardinello, un latifondo in gran parte abbandonato, di proprietà della principessa Nicoletta Notarbartolo. Turiddu aveva preteso e ottenuto l'applicazione delle nuove regole per la divisione del raccolto. Nel corso della trattativa era stato blandito e minacciato, aveva ricevuto e rifiutato offerte, non solo di favori nella spartizione, ma anche di assegnazione personale di un picolo fondo. (p. 67)
  • Un'altra volta c'era a pranzo il pittore messicano David Alfaro Siqueiros. Era ancora un personaggio mitico, un comunista stalinista che aveva combattuto con i repubblicani in Spagna. Amico di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il 24 maggio 1940, proprio per ordine di Stalin, aveva organizzato a Huerta il primo attentato, fallito, contro Lev Trockij, che viveva nascosto in Messico e rimase ucciso nel secondo, pochi mesi dopo, il 20 agosto, ad opera di Ramón Mercader del Río. Intanto Siquerios era stato arrestato. Finito in carcere per tre anni a Chillàn in una cella di due metri per due, la affrescò tutta, fino al soffitto, dando sfogo a un talento di muralista che l'avrebbe reso famoso fino in America, a dispetto delle sue idee politiche. (126-127)
  • Gli anni di Aspra (la casa la chiamavamo così) furono anche quelli della scoperta dei pescatori e della comunità marinara del vicino paese di Porticello. All'inizio, quando mamma andava a fare la spesa in paese, si sentiva un'intrusa. Non c'era la farmacia né il supermercato, solo un fornaio che faceva una pane buonissimo. Un negozietto vendeva di tutto, biscotti ammuffiti e scope artigianali, detersivi, croste di formaggio e materiali da pesca. la titolare, Maria, di solito sottoponeva i forestieri a una sequela di domande. Era il suo modo di fare amicicizia: «A cu' appartieni? R'unni si?», cominciava. Noi bambini per timidezza restavamo silenziosi, toccava a mamma rispondere. (p. 129)
  • Claudia Cardinale si divideva tra Il Gattopardo e Otto e mezzo, tra Visconti e Fellini. Faceva la spola tra Palermo e Roma e, per esigenze di copione, era costretta a cambiare colore di capelli ogni tre giorni. Uno solo dei suoi vestiti di scena era costato quasi un milione. E per il suo ingaggio, la Vides del compagno Franco Cristaldi aveva preteso cento milioni, una cifra incommensurabile. (p. 153)

Note[modifica]

  1. Da Un «biondino» in redazione, citato in Vittorio Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell'«Ora» di Palermo, vol. 1, Sellerio, Palermo, 2001, p. 11. ISBN 88-389-1410-9
  2. Da Un «biondino» in redazione, citato in Vittorio Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell'«Ora» di Palermo, p. 14.
  3. Da Un «biondino» in redazione, citato in Vittorio Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell'«Ora» di Palermo, p. 14.

Bibliografia[modifica]

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