Maurizio Ferraris

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Maurizio Ferraris (1956 – vivente), filosofo italiano.

Citazioni di Maurizio Ferraris[modifica]

  • [Su Nietzsche] Era un accanito lettore di giornali e se fosse vissuto oggi sarebbe sul Web tutto il giorno, nonostante i problemi di vista. Nietzsche conosceva molto bene il mondo delle comunicazioni. Il suo mito del superuomo non a caso è passato indenne attraverso oltre un secolo di sconvolgimenti arrivando fino a noi: basti pensare ai personaggi celebri fotografati sulle copertine dei settimanali. In fondo sono tutte incarnazioni di quell'idea, di cui però rivelano il lato comico e malinconico. Come disse l'artista americano Andy Warhol negli anni '60: un giorno saremo tutti celebri per 15 minuti.[1]
  • [Su Benedetto XVI] Pontefice molto moderno: è un conservatore ma sotto questo profilo è molto innovatore, molto aperto alle tecnologie anche perché, storicamente, c'è una dottrina sociale della Chiesa estremamente attenta ai mezzi di comunicazione di massa come la radio e la tv. C'è un'idea che bisogna fare apostolato attraverso strumenti più evoluti.[2]

    la Repubblica, 8 agosto 2011.

  • Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche "non ci sono fatti, solo interpretazioni", che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l'emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: "La ragione del più forte è sempre la migliore". È anche per questo, credo, che a partire dalla fine del secolo scorso si sono fatte avanti delle rivendicazioni di realismo filosofico.
  • Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L'errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c'è e quello che sappiamo a proposito di quello che c'è. È chiaro che per sapere che l'acqua è H2O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l'acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c'è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo "inemendabilità", il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d'appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia.
  • L'umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la verità e la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l'alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell'autorità.

Manifesto del nuovo realismo[modifica]

  • Il postmodernismo ha trovato una piena realizzazione politica e sociale. Gli ultimi anni hanno infatti insegnato una amara verità – e cioè che il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività si è compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipativi profetizzati dai professori. [...] Il mondo vero certo è diventato una favola, anzi [...] è diventato un reality, ma l'esito è stato il populismo mediatico, un sistema nel quale (purché se ne abbia il potere) si può pretendere di far credere qualsiasi cosa. Nei telegiornali e nei talk show si è assistito al regno del "Non ci sono fatti, solo interpretazioni", che – con quello che purtroppo è un fatto non una interpretazione – ha mostrato il suo significato autentico: "La ragione del più forte è sempre la migliore". (pp. 5-6)
  • L'ambito in cui lo scetticismo e l'addio alla verità hanno mostrato il loro volto più aggressivo è stata la politica. Qui la deoggettivizzazione post-moderna è stata, esemplarmente, la filosofia della amministrazione Bush, che ha teorizzato che la realtà fosse semplicemente la credenza di "comunità basate sulla realtà", cioè di sprovveduti che non sanno come va il mondo. Di questa prassi abbiamo trovato la più concisa enunciazione nella risposta di un consulente di Bush al giornalista Ron Suskind[3]: "Noi siamo ormai un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà. Una realtà che voi osservatori studiate, e sulla quale poi ne creiamo altre che voi studierete ancora". Una arrogate assurdità, certo: ma otto anni prima il filosofo e sociologo Jean Baudrillard aveva sostenuto che la Guerra del Golfo altro non era che finzione televisiva. (p. 23)
  • Invece di riconoscere il reale e immaginare un altro mondo da realizzare al posto del primo, [il postmodernismo] pone il reale come favola e assume che questa sia l'unica liberazione possibile: sicché non c'è niente da realizzare, e dopotutto non c'è nemmeno niente da immaginare: si tratta al contrario, di credere che la realtà sia come un sogno che non può fare male e che appaga. (p. 24)
  • Il realismo è la premessa della critica, mentre all'irrealismo è connaturata l'acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno. (p. 30)
  • Nel costruzionista osserviamo [...] una strategia [...] che esalta la funzione del professore nella costruzione della realtà: il suo testo fondamentale è Le parole e le cose di Foucault, dove si legge che l'uomo è costruito dalle scienze umane, e che potrebbe scomparire con loro.[4] (pp. 43-44)
  • Affermare che tutto è socialmente costruito e che non ci sono fatti, solo interpretazioni, non è decostruire ma, al contrario, formulare una tesi – tanto più accomodante nella realtà quanto più è critica nella immaginazione – che lascia tutto come prima. (p. 70)
  • Ben lungi dall'essere fluida, la modernità è l'epoca in cui le parole sono pietre, e in cui si attua l'incubo del verba manent. (p. 78)
  • Esattamente come in "non ci sono fatti, solo interpretazioni", si può sempre ritorcere contro il pensiero debole l'argomento per cui, se l'esplicitazione del nesso tra violenza e verità è una verità, allora il pensiero debole si rende responsabile di quella stessa violenza che condanna. (p. 91)
  • Le obiezioni che il pensiero debole muove alla verità come violenza sono, anche a un esame superficiale, obiezioni alla violenza, non alla verità, e dunque si fondano su un equivoco. Omettere queste circostanze ci porta a situazioni senza vie d'uscita: il potere ha sempre ragione; o, inversamente, il contropotere ha sempre torto; e addirittura, in forma piuttosto perversa, il contropotere e controsapere – fosse pure quello di un mafioso o di una fattucchiera – ha sempre ragione. (p. 91)
  • Non solo c'è un sentiero ininterrotto che dalla percezione conduce all'etica sabauda, ma questo sentiero può essere percorso anche in senso inverso, un po' come avviene a Parigi e Melbourne. L'antichità va rivisitata. (p. 92)
  • Nel suo manifestarsi prima facie, quella della verità come puro potere è una affermazione molto rassegnata, quasi disperata: "la ragione del più forte è sempre la migliore" (..) Giacché, diversamente da quanto ritengono molti postmoderni, ci sono fondati motivi per credere, anzitutto in base agli insegnamenti della storia, che realtà e verità siano sempre state la tutela dei deboli contro le prepotenze dei forti. Se viceversa un filosofo dice che "La cosiddetta 'verità' è una questione di potere", perché fa il filosofo invece che il mago? (p. 96)
  • Da qui l'impasse: se il sapere è potere, l'istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l'istanza che produce subordinazione e dominio. Ed è per questo che, con un ennesimo salto mortale, l'emancipazione radicale si può avere solo nel non-sapere, nel ritorno al mito e alla favole. L'emancipazione, così, gira a vuoto. Per amore della verità e della realtà, si rinuncia alla verità e alla realtà, ecco il senso della "crisi dei grandi racconti" di legittimazione del sapere. (p. 101)
  • Vivere nella certezza, per quello che abbiamo detto sin qui, non è vivere nella verità. E proprio in nome della verità dovremo osservare che la promessa di certezza [...] dà pace. Ma è anche vero che la pace, come diceva Kafka, è ciò che si augura alle ceneri. (p. 106)
  • Sbagliando si impara, o altri imparano. Dire addio alla verità è non solo un dono senza controdono che si fa al "Potere", ma soprattutto la revoca della sola chance di emancipazione che sia data all'umanità, il realismo, contro l'illusione e il sortilegio. (p. 112)

Note[modifica]

  1. Citato in Focus Storia, n. 64, febbraio 2012, p. 108.
  2. Citato in "Papa più moderno dello Stato", La Stampa, 24 gennaio 2011.
  3. Ferraris cita da: R. Susskind, Faith, certainity and the presidency of George W. Bush, "New York Times magazine", 17 ottobre 2004.
  4. In nota Ferraris richiama il brano di Michel Foucault secondo cui: L'uomo è un'invenzione di cui l'archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Michel Foucault, Le parole e le cose [1966], Rizzoli, Milano 1967, p. 444 (sic) ma in realtà 414.

Bibliografia[modifica]

  • Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, GLF editori Laterza, 2012. ISBN 8842098922

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