Paolo Monti

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Paolo Monti

Paolo Monti (1908 – 1982), fotografo italiano.

Citazioni di Paolo Monti[modifica]

  • Arrivato a Milano nel 1953, dopo lunghi anni di assenza, per iniziare il mio nuovo lavoro di fotografo professionista, il passato di questa città mi inseguiva: una Milano in parte immaginaria e quasi stendhaliana. Come guarirne? Anch'io ebbi il problema delle domeniche che in parte risolsi fotografando quelle degli altri: operai, piccoli impiegati e gli immigrati che scoprivano negli stabilimenti della Bovisa e di Baggio il fascino delle nuove cattedrali. E poi le coppie che passeggiavano al sole di Ripa Ticinese, quasi senza automobili, e nei prati divisi dalle rotaie della ferrovia, con lontane voci di giochi del calcio. Dopo quasi un quarto di secolo dal mio nuovo incontro con Milano, risuonano ancora nella mia memoria gli zoccoli dei cavalli che trascinavano le grandi barche, sul naviglio lungo le sforzesche strade Alzaia di via Senato, via Santa Sofia, via Molino delle Armi. Ma queste fotografie, per me tanto attuali, mi correggono: Leonardo è morto da un pezzo e i cavalli ci sono solo a San Siro. E altre coppie, venute anche da lontano, passano ancora la domenica così.[1][2]
  • Da qualche tempo si parla con sempre maggior insistenza di una civiltà dell'immagine destinata a sostituirsi quasi interamente e presto alla millenaria civiltà della parola. Non è questo il luogo per esaminare le profezie, né per tentare una definizione di quelli che potranno essere in futuro i rapporti fra parola e immagine. Occorrerebbe anzitutto definire le possibilità espressive e i limiti di comunicazione del visibile, e non basterebbe un volume. Bisognerà rilevare invece la periodica necessità di fare confronti e di fissare qualche punto di riferimento, altrimenti l'invadente marea delle immagini destinate al consumo immediato ci impedirebbe di "vedere" quello che merita di essere ricordato. A questo servono le esposizioni di fotografia: selezionare per conoscere, giudicare e conservare il meglio. [...] Dopo tanto parlare di fotografie vogliamo chiudere con un ammonimento di Emilio Cecchi che in America Amara, dopo aver visitato una enorme collezione di fotografie della Biblioteca civica di New York, scriveva: "Nella igiene e nella salute del mondo ha gran parte, forse la parte suprema, il trascurare, il distruggere, semplificare e dimenticare. Le antiche civiltà erano vigorose e vitali perché generosamente distruggitrici e si affidavano spavaldamente all'oblio." Siamo d'accordo, purché si aggiunga che occorre distruggere con giudizio per poter conservare secondo giustizia e nel nostro caso con quel giudizio critico che può lentamente formarsi attraverso mostre come questa dove ci è quasi consentito di essere posteri di noi stessi.[3][2]
  • Il paese non riconosce un fotogiornalista come giornalista.
The country does not recognize a photojournalist as a journalist.[4]
  • La fotografia è ritenuta il mezzo più perfetto di riproduzione della realtà oggettiva, ma l'esperienza ci dimostra che essa è pur sempre una traduzione in bianco e nero, accettata come altre convenzioni e abitudini visive. [...] Si è temuto da molti che con l'avvento del colore la fotografia cedesse a un eccessivo e noioso verismo e infatti ogni giorno ci vengono proposte immagini che nulla giungono alla nostra esperienza visiva [...]. Ma il colore come nuovo mezzo visivo si è rivelato prezioso per molti fotografi che hanno sperimentato in diverse direzioni le sue varie possibilità. [...] Il colore fotografico come favola, fantasia, invenzione. Sempre il colore è stato usato anche in funzione decorativa, secondo una esigenza edonistica che proprio ora, nelle continue scoperte della chimica, trova stimoli e utilizzazioni così imponenti quali l'uomo non aveva mai conosciuto. [...] Come usare il colore: non documento ma invenzione visiva, da un realismo quasi magico all'astrazione. I mezzi usati sono quasi sempre quelli soliti per la fotografia in bianco e nero: una utilizzazione razionale e immaginosa delle proprietà ottiche, meccaniche e chimiche del processo fotografico.[5][2]
  • L'uomo è sempre stato affascinato dal mistero del tempo, e atterrito dal mistero del suo veloce divenire ha desiderato vincerne il corso o almeno rallentarne la marcia, fermarne alcune immagini strappandole al passato. Ognuno aveva solo la sua memoria che con il passare degli anni, incapace di documentare, si sforzava di illudere arricchendo il passato di quegli sperati splendori che non ebbe. Finalmente ad aiutare i ricordi venne una macchina, l'apparecchio fotografico un tempo ingombrante come un mobile in mezzo alla stanza, oggi leggero, lucido e preciso come un'arma. Preciso. E fedele? [...] Questa serie di ritratti di Mariel vuole essere un tentativo di biografia di un volto dall'infanzia alla giovinezza, come il mutare di un paesaggio nel volgere delle stagioni, in luci e ore diverse; immagini che un giorno potranno forse aiutare a non deludere quella che un filosofo giustamente definì "la memoria creatrice". E poiché la giovinezza di Mariel comincia ora, le fotografie più numerose sono quelle dell'adolescenza. [...] Poi passerà anche la lucente giovinezza e allora? Fino a quando inseguire un volto, inseguire una vita? Un giorno l'obiettivo dovrà chiudere il suo gelido occhio e lasciare che il tempo compia la sua opera. Come dice Leonardo "O tempo, consumatore di tutte le create cose".[6][2]
  • Non vediamo mai ritratti scattati da fotografi italiani fatti con quel minimo di cattiveria che spesso assicura un buon risultato: più o meno c'è sempre un ossequio al personaggio. Per capire cosa intendiamo per cattiveria si vedano i molti ritratti di Avedon e in particolare quelli dell'ultimo suo libro Nothing Personal. Vero è che l'Italia è un paese dove il reato di vilipendio sovrasta come una nera nuvola le teste dei cittadini. Si teme il vilipendio del personaggio? Forse la ragione è diversa; il fotografo da noi non ha ancora lo status sociale che gli permetta di essere almeno moderatamente insolente. Guadagna bene ma se ne stia buono e tranquillo; resta però il fatto che senza acido non si fanno acqueforti.[7][2]
  • Presentandomi dopo oltre due anni agli amici romani devo confessare che la mia attività di fotografo mostra ancora un interesse indiscriminato per immagini tra loro differentissime, quali possono essere un ritratto di artista e una composizione che si affida unicamente rapporti di bianco e nero di un piccolo particolare di roccia corrosa. Questa presunta indifferenza di fronte al soggetto mi è costata qualche accusa di aridità di sentimento, cosa che polemicamente non mi dispiace, visto che nel nostro paese si fa un consumo esagerato di "anema e core". Persuaso che le mie fotografie non a tutti possono piacere, ammetto subito che gli eventuali dissenzienti sono pienamente giustificati; vorrei però aggiungere che non a tutti la natura appare arcadica, gli uomini felici e Venezia una divertente città turistica. Il carattere comune di questi lavori è il tentativo di raggiungere uno stile unitario anche attraverso quelle operazioni di camera oscura che ad alcuni puristi della fotografia sembrano inammissibili manomissioni del negativo. A questo proposito dirò solo che io non sono un purista, ma unicamente un fotografo che accetta i limiti di questo entusiasmante mestiere.[8][2]
  • Una cosa che secondo me bisogna fare quando si fanno fotografie è non accontentarsi della prima visione, cioè occorre girare attorno alle cose e individuare più punti di vista. [...] Non bisogna aver fretta, né accettare la prima risposta dell'occhio, perché quest'ultimo è molto più frettoloso del cervello. Girando intorno all'oggetto da fotografare l'occhio vede molte soluzioni e poi si può decidere per la migliore. Ora, invece, data la poca fatica con cui si fanno le fotografie, c'è una estrema facilità a scattare, con il risultato di fotografie brutte o inutili. [...] Occorre agire diversamente: prima pensare e poi scattare la fotografia. D'altra parte le cose che io ho fotografato, e che anche voi fotograferete, sono di un tale interesse che a guardarle bene ci si guadagna sempre. [...] Ho parlato anche dei "capricci" del fotografo, che vuole cercare di capire le cose che ritrae. Il fotografo è un voyeur, uno a cui piace guardare; ma non gli basta guardare, vuole possedere quello che ha guardato. La fotografia dà l'illusione del possesso. Quando si ha il negativo di una cosa è come se si possedesse quella cosa. Molte volte, infatti, non si stampa neanche, basta sapere di avere quell'immagine. Lascio da parte il fotografo professionista che, oltre ad essere un po' voyeur, è anche narcisista...[9][2]

Note[modifica]

  1. Citato nel catalogo della mostra L'occhio di Milano. 48 fotografi 1945/1977, a cura di Cesare Colombo, Magma, Milano, 1977.
  2. a b c d e f g Citato in Conversazioni, Archivio Paolo Monti, Beic.it.
  3. Citato nel catalogo della mostra Quarta Mostra Biennale Internazionale della Fotografia, Edizioni Biennale Fotografica, Venezia, 1963.
  4. (EN) Citato in Photojournalism and Film-making in Europe, a cura di R. Smith; in Photographic Communication, New York, Hastings House, 1972, p. 350; citato in Dolores Marisa e Martínez Moscoso, Fotoperiodismo. Apuntes para su estudio, Egresada de la maestría en Comunicación de la Universidad de Guadalajara.
  5. Citato nel catalogo della mostra Il colore e la fotografia, Centro Culturale Pirelli, Milano, maggio 1963.
  6. Da una versione italiana originale dattiloscritta, poi pubblicata come Mariel: un visage dans le temps, Camera, Lucerna, numero 10, ottobre 1956.
  7. In Popular Photography Italiana, Milano, numero 116, marzo 1967.
  8. Da Mostra personale di Paolo Monti, Associazione Fotografica Romana, Roma, 3-10 dicembre 1954.
  9. In Lavoro contadino, fotografia e disegno tecnico, Atti del seminario per operatori di musei rurali, Bologna, 1981.

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