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René Guénon

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René Guénon

René Guénon (1886 – 1951), autore e saggista francese.

Citazioni di René Guénon

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  • Considerando il simbolismo di Giano come riferito al tempo, è il caso di fare un'osservazione molto importante: fra il passato che non è più e il futuro che non è ancora, il vero volto di Giano, quello che guarda il presente, non è, si dice, né l'uno né l'altro di quelli visibili. Questo terzo volto, infatti, è invisibile perché il presente, nella manifestazione temporale, non è che un istante inafferrabile; ma, quando ci si innalza al di sopra delle condizioni di questa manifestazione transitoria e contingente, il presente contiene al contrario ogni realtà. Il terzo volto di Giano corrisponde, in un altro simbolismo, a quello della tradizione indù, all'occhio frontale di Shiva, anch'esso invisibile, poiché non è rappresentato da nessun organo corporeo, e che raffigura il "senso dell'eternità". È detto che uno sguardo di questo terzo occhio riduce tutto in cenere, cioè distrugge ogni manifestazione; ma quando la successione è tramutata in simultaneità, tutte le cose rimangono nell'"eterno presente", di modo che l'apparente distruzione non è in verità che una "trasformazione", nel senso più rigorosamente etimologico della parola. Da queste poche considerazioni, è già facile capire che Giano rappresenta veramente colui che è, non soltanto il "Signore del triplice tempo" [...], ma anche e soprattutto "il Signore dell'eternità".[1]
  • Evola mi scrive che senza dubbio andrà prossimamente a Bucarest, e mi domanda di indicargli delle persone che vi potrebbe incontrare. Ci siete soltanto voi e M. Vâl. (san) [Michel Vâlsan], ed io spero che non avrete nulla in contrario se gli do i vostri indirizzi, affinché vi chieda un appuntamento (glieli darò tutti e due, nel caso in cui uno di voi due sia assente). (da Lettera a Vasile Lovinescu, Il Cairo, 29 gennaio 1938[2])
  • [...] il parere della maggioranza non può essere che la espressione dell'incompetenza, la quale poi risulta dalla mancanza d'intelletto o dall'ignoranza pura e semplice. Qui si potrebbero fare intervenire alcune osservazioni in fatto di "psicologia collettiva" ricordando soprattutto il fatto ben noto, che in una folla l'insieme delle reazioni mentali producentisi negli individui che ne fanno parte forma una risultante che non corrisponde nemmeno al livello medio, bensì a quello degli elementi più bassi. (da La crisi del mondo moderno, a cura di Gianfranco de Turris, Andrea Scarabelli e Giovanni Sessa, traduzione di Julius Evola, Edizioni Mediterranee, Roma, 2015)
  • [Riguardo al significato di "eggregora"] [...] in questa accezione si tratta di un termine che non ha niente di tradizionale e rappresenta soltanto una delle numerose fantasie del moderno linguaggio occultista. Il primo ad impiegarlo in questo modo è stato Eliphas Levi e, se i nostri ricordi sono esatti, è sempre lui che, per giustificare tale significato, ne ha dato un'inverosimile etimologia latina facendolo derivare da grex, «gregge», quando invece il termine è prettamente greco e in realtà ha sempre e soltanto avuto il senso di «colui che veglia». È noto d'altronde che questo termine si trova nel Libro di Enoch, ove designa certe entità di carattere piuttosto enigmatico, ma che in ogni caso sembrano appartenere al «mondo intermedio»: ecco tutto ciò che hanno in comune con le entità collettive cui si è preteso applicare lo stesso nome. Queste ultime in effetti, sono essenzialmente d'ordine psichico, ed è soprattutto questo che determina la gravità dell'equivoco da noi segnalato, perché, a questo proposito [...] ci appare in definitiva come un nuovo esempio di confusione tra psichico e spirituale.[3]
  • Nelle condizioni intellettuali in cui versa attualmente il mondo occidentale, la metafisica è qualcosa di dimenticato, di generalmente ignorato, di quasi interamente perduto, mentre in Oriente essa è tuttora oggetto di una conoscenza effettiva.[4]
  • Non si venga dunque a dire che la forma simbolica è buona solo per il volgo; sarebbe piuttosto vero il contrario; o, meglio ancora, essa è ugualmente buona per tutti, poiché aiuta ciascuno a comprendere più o meno completamente, più o meno profondamente la verità che rappresenta, secondo la misura delle proprie possibilità intellettuali. (da Simboli della Scienza sacra, traduzione di Francesco Zambon, Adelphi, Milano, 1978)
  • Tutto ciò che è, sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo principio nell'Intelletto divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo il suo ordine d'esistenza; e, così, da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, che è come un riflesso dell'Unità divina stessa. (da Simboli della Scienza sacra)

Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi

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La qualità e la quantità vengono generalmente considerate come due termini complementari, benché molto spesso si sia lontani dal capire la ragione profonda di questa relazione; tale ragione risiede nella corrispondenza da noi indicata nell'ultima parte dell'introduzione. Occorre dunque partire dalla prima di tutte le dualità cosmiche, da quella cioè che è nel principio stesso dell'esistenza o della manifestazione universale, e senza la quale nessuna manifestazione sarebbe in alcun modo possibile; questa dualità è quella di Purusha e Prakriti secondo la dottrina indù, oppure, per servirci di un'altra terminologia, quella di «essenza» e «sostanza». Queste ultime devono essere considerate come principi universali, essendo i due poli di qualsiasi manifestazione; ma ad altri livelli, cioè a quelli corrispondenti ai molteplici campi più o meno particolarizzati che si possono considerare all'interno dell'esistenza universale, si possono anche usare questi stessi termini per analogia, in senso relativo, per designare ciò che corrisponde a questi princìpi, o ciò che più direttamente li rappresenta in relazione ad una certa modalità più o meno ristretta della manifestazione. Si potrà così parlare di essenza e di sostanza, sia per un mondo, cioè per uno stato di esistenza determinato da certe particolari condizioni, sia per un essere considerato in particolare, o anche per ciascuno degli stati di questo essere, cioè per la sua manifestazione in ciascuno dei gradi dell'esistenza; in quest'ultimo caso, l'essenza e la sostanza rappresentano naturalmente la corrispondenza microcosmica di ciò che esse, dal punto di vista macrocosmico, sono per il mondo in cui si situa questa manifestazione, o, in altri termini, esse non sono altro che particolarizzazioni degli stessi princìpi relativi, i quali sono essi stessi determinazioni dell'essenza e della sostanza universali in rapporto alle condizioni del mondo in questione.

Citazioni

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  • [...] e in fondo, non è forse vero che le forme geometriche sono necessariamente la base stessa di qualsiasi simbolismo figurato o « grafico », a cominciare dai caratteri alfabetici e numerici di tutte le lingue fino a quello degli yantra iniziatici in apparenza più complessi e più strani? (p. 15)
  • [...] la dominazione occidentale non è altro essa stessa che un'espressione del "regno della quantità". (p. 17)
  • Queste stesse idee platoniche inoltre, sotto altro nome e per filiazione diretta, sono la stessa cosa dei numeri pitagorici; e ciò rende ben evidente che tali numeri pitagorici, [...] non sono affatto numeri nel senso quantitativo e ordinario del termine, ma sono al contrario puramente qualitativi, corrispondendo inversamente, dal lato dell'essenza, a ciò che sono i quantitativi dal lato della sostanza. (pp. 21-22)
  • [...] i fisici moderni, nel loro sforzo di ridurre la qualità alla quantità, sono arrivati, per una specie di «logica dell'errore», a confondere l'una con l'altra, e per conseguenza ad attribuire la qualità stessa alla loro «materia» in quanto tale, nella quale finiscono così per porre tutta la realtà, o almeno tutto quanto essi sono capaci di riconoscere come tale, il che costituisce il «materialismo» propriamente detto. (p. 25)
  • Se prendiamo in esame l'insieme di quell'àmbito di manifestazione che è il nostro mondo, possiamo dire che in esso, man mano che si allontanano dall'unità principale, le esistenze diventano sempre meno qualitative e sempre più quantitative; in effetti quest'unità, che contiene in sé tutte le determinazioni qualitative delle possibilità di tale àmbito, ne è il polo essenziale, mentre il polo sostanziale, [...] è rappresentato dalla quantità pura, con l'indefinita molteplicità «atomica» ad essa implicita, e con l'esclusione di qualsiasi distinzione che non sia numerica fra i suoi elementi. (p. 53)
  • Le opere dell'arte tradizionale, ad esempio quella medioevale, sono generalmente anonime, ed è del tutto recente il tentativo, frutto dell'«individualismo» moderno, di attribuire taluni nomi conservati dalla storia a capolavori noti, tentativo che conduce ad «attribuzioni» spesso fortemente ipotetiche. Questo anonimato è precisamente l'opposto della preoccupazione, costante negli artisti moderni, di affermare e di far conoscere a tutti i costi la propria individualità. (p. 65)
  • In realtà, non vediamo come la «vita sociale» nel significato prettamente profano inteso dai moderni, possa avere dei legami con la spiritualità, a cui, al contrario, non apporta che impedimenti; essa ne aveva invece quando si integrava in una civiltà tradizionale, ma è precisamente lo spirito moderno che li ha distrutti, o che mira a distruggerli là ove essi ancora esistono; e quindi cosa mai ci si può attendere da uno «sviluppo» il cui tratto caratteristico è proprio di andare all'opposto di ogni spiritualità? (p. 87)
  • La mentalità moderna, quindi, è tale da non poter sopportare alcun segreto e nemmeno delle riserve; cose del genere, poiché ne ignora le ragioni, le appaiono soltanto come «privilegi» istituiti a vantaggio di qualcuno, ed essa non può più soffrire alcuna superiorità; se si volesse tentare di spiegarle che i cosiddetti «privilegi» hanno un loro reale fondamento nella natura stessa degli esseri sarebbe fatica sprecata, poiché è proprio questo che il suo «egualitarismo» ostinatamente nega. (p. 88)
  • [...] c'è da rimanere ammirati di fronte alla solenne scempiaggine di certe declamazioni care ai «volgarizzatori» scientifici [...] i quali si compiacciono di affermare ad ogni piè sospinto che la scienza moderna fa indietreggiare senza posa i confini del mondo conosciuto, quando, in realtà, è vero esattamente il contrario: mai questi confini sono stati così angusti come lo sono nelle concezioni ammesse dalla pretesa scienza profana, e mai il mondo e l'uomo si erano trovati così rimpiccioliti, al punto di essere ridotti a semplici entità corporee prive, per ipotesi, della sia minima possibilità di comunicazione con ogni altro ordine di realtà! (pp. 115-116)
  • Ma cosa può importare ad un occidentale moderno che, per esempio, ci sia una «porta dei Cieli» in un certo luogo, od una «bocca degli Inferi» in un certo altro, dal momento che lo «spessore» della sua costituzione «psicofisiologica» è tale che assolutamente in nessuno dei due egli può provare qualcosa di speciale? Queste cose sono dunque letteralmente inesistenti per lui, il che, è sottinteso, non vuole affatto dire che esse abbiano cessato di esistere... (p. 132)
  • In modo generale le opere dei popoli sedentari possono esser dette opere del tempo: costretti nello spazio in un campo strettamente limitato essi sviluppano la loro attività in una continuità temporale che appare loro indefinita. All'opposto, i popoli nomadi e pastori non edificano nulla di durevole, e non lavorano in vista d'un avvenire che sfugge loro; ma hanno davanti a sé lo spazio, il quale non oppone nessuna limitazione, aprendo loro, al contrario, costantemente nuove possibilità. (p. 144)
  • [...] c'è da notare che, fra le facoltà sensibili, la vista è in rapporto diretto con lo spazio, e l'udito col tempo: gli elementi del simbolo visivo si esprimono in simultaneità, quelli del simbolo sonoro in successione. (p. 145)
  • La costituzione delle teorie scientifiche, [...] dovette anch'essa procedere per gradi; e [...] il meccanicismo aprì direttamente la strada al materialismo, che doveva significare, in modo pressoché irrimediabile, la riduzione dell'orizzonte mentale al campo corporeo, considerato da allora in poi l'unica «realtà», privata per di più di tutto ciò che non poteva essere inteso come semplicemente «materiale»; naturalmente l'elaborazione della nozione stessa di «materia» da parte dei fisici doveva avere in questo senso una parte importante. Da quel momento si era propriamente entrati nel «regno della quantità». (p. 189)
  • [...] gli Occidentali già da molto tempo non sanno più distinguere tra «anima» e «spirito» [...] di conseguenza questa confusione si manifesta ad ogni piè sospinto nello stesso linguaggio di tutti i giorni. (p. 231)

Incipit di Oriente e Occidente

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La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalìa; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente; se non diciamo equivalente, è perché si tratta di due ordini di cose tra i quali non può esistere nessuna misura comune.

Note

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  1. Da Simboli della scienza sacra, traduzione di Francesco Zambon, Adelphi, Milano, 201010. ISBN 978-88-459-0764-7; citato in Massimo Frana, Lucifer: i sentieri dello scarabeo sacro, prefazione di Claudio Bonvecchio, Mimesis, Udine, 2021, p. 119. ISBN 9788857577890
  2. Citato da Claudio Mutti in Michel Vâlsan, Sufismo ed esicasmo, Edizioni Mediterranee, pp. 12-13. ISBN 88-272-1369-4
  3. Da Iniziazione e realizzazione personale, cap. VI Influenze spirituali ed eggregori, p. 29.
  4. Citato in La fine della metafisica e la sua rinascita, 6-8 ottobre 2023

Bibliografia

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  • René Guenon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi. ISBN 978-88-459-2386-9
  • René Guénon, Oriente e Occidente, traduzione di Pietro Nutrizio, Luni, 2005.

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