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Sandra Petrignani

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Sandra Petrignani (1952 – vivente), scrittrice, giornalista e blogger italiana.

Citazioni di Sandra Petrignani[modifica]

  • Animata da un precoce bisogno di emanciparsi e da una segreta quanto chiara vocazione letteraria, Grazia Deledda riempì autonomamente le lacune della sua educazione, leggendo qualsiasi libro le capitasse a tiro, dalla Invernizio a Tolstoj. I suoi primi esercizi poetici e narrativi muovevano da influenze decadentiste e tardoromantiche verso più congeniali ispirazioni veriste.[1]
  • Gerardo Mercatore, grande matematico fiammingo del Cinquecento, inventore di una proiezione cartografica che è la carta delle carte, quella a cui tutti gli atlanti successivi si sono rifatti.[2]
  • [...] il sacrificio non è per Deledda una soluzione salvifica, non c'è nella sua poetica alcun intento assolutorio o moralistico, ma unicamente descrittivo. La tragicità è insita nella vita, ed è l'incapacità (generalmente maschile) di assumere la responsabilità dei propri istinti a radicalizzare il male. Rileggendo in questa chiave Grazia Deledda e sistemando intorno alla centralità del tema erotico (capito perfettamente da D.H. Lawrence) anche il suo splendido panteismo, la sua «ieraticità biblica» e il suo «verismo folclorico» [...], si può tornare a leggerla oggi con attualità e sorpresa insospettabili.[3]
  • [Laudomia Bonanni] Il romanzo Il bambino di pietra, del '79, è una coraggiosa critica della famiglia borghese, la scrittura è intanto diventata sempre più precisa e sintetica, ironica, aspra eppure leggera e cristallina fino alla trasparenza del suo ultimo lavoro, Le droghe, caduto, nell'82, nell'indifferenza di una società letteraria ormai radicalmente diversa da quella dei suoi esordi, una società nella quale la Bonanni non era fatta per navigare, né per accettarne neanche lontanamente le regole.[4]
  • Prima o poi qualche editore dovrà prendersi la briga di riscoprirla. O forse si dovrebbe dire: di scoprirla. Il destino di Laudomia Bonanni, infatti, è ingiustamente oscuro, vittima come fu di un cambiamento sociale a cui non ha saputo e voluto tener dietro.[5]

Da Il cuore svelato del Manga

Il Foglio Quotidiano, 21 novembre 2020.

  • "Ma sì", ammette Romana, "l'ho detto tante volte: ho avuto due padri, uno naturale e uno letterario". Mario Petri, il basso-baritono de Le serenate del Ciclone (Neri Pozza) e, appunto, Manganelli.
  • [Su Romana Petri] Memorie come queste hanno acceso in lei la voglia di raccontare uno scrittore tanto stravagante, prendendosi pure tutte le libertà dell'invenzione. Quella, per esempio, di infilarsi dentro la storia di Cuore di furia non come Romana Petri, ma con il suo anagramma, Norama Tripe, in qualità di figlia. Figlia abbandonata e negletta, che – si precipita un giorno da Milano a Roma (pardon da Barcellona a Siviglia stando al romanzo) presentandosi inattesa alla porta del padre. Il quale la fa entrare sì, ma la chiude subito in terrazzo perché deve ricevere nientepopodimenoche Carlo Emilio Gadda, venuto a insultarlo come vigliacco imitatore.
  • "Mi lasci 'sta roba in portineria" disse scontroso Giorgio Manganelli nel telefono a Romana Petri sui vent'anni che aveva osato cercare il suo numero in elenco (allora funzionava così, erano i primi anni Ottanta) per chiedergli di leggere certi racconti che aveva scritto. "Mi lasci 'sta roba in portineria": immagino esattamente il tono fra lo scocciato e l'imbarazzato, la voce indimenticabile con la erre moscia, quel buttar fuori la frase come un colpo di tosse.
  • [Sulla storia d'amore tra Giorgio Manganelli e Alda Merini] Uno che un giorno se ne scapppò da Milano in Lambretta, o forse era una Vespa (che differenza c'è fra una Vespa e una Lambretta?) mollando tutto, ma proprio tutto per trasferirsi a Roma. Ma che dico trasferirsi, per fuggirsene da un matrimonio disgraziato, da una paternità per lui invivibile, soprattutto da un amore folle, nel vero senso della parola, per una giovanissima Alda Merini già poeta e già fuori di testa. Si erano conosciuti che lui aveva diciassette anni e lui ventisei. A un certo punto lui – trentunenne – salì sulla famosa Lambretta e faticosamente arrivò a Roma. Senza bagaglio. Senza casa. Senza niente. Rompendo i ponti con l'università dove insegnava, con la famiglia, con quella donna impossibile – la Merini, che un giorno aveva fermato per strada la Fausta, legittima moglie di Giorgio, apostrofandola: "Signora, lo sa che mi sono innamorata di suo marito?" e l'altra, senza fare una grinza: "Ma se lo prenda, benedetta, se lo prenda".

Da La madre geniale

Il Foglio Quotidiano, 19 febbraio 2022.

  • Maria Giudice, virgola, la madre di Goliarda Sapienza. Da quando la figlia è diventata molto più famosa di lei, anche a Maria è toccata la sua fetta di celebrità. Ma quanto ingiustamente limitata e di deriva per un'attivista politica, sindacalista, arruffapopolo, dirigente di partito, giornalista e pure maestra, che con la sua vita spericolata, difficilissima, perseguitata, ha contribuito a scrivere la Storia d'Italia, e delle donne in particolare.
  • Era nata, Maria, nel 1880 nell'Oltrepò Pavese, a Codevilla, nella provincia di Pavia, da due genitori, Ernesta ed Ernesto Bernini, "uguali nel nome e opposti nel carattere". [...] Pur non volendosi definire femminista, vede bene la doppia ingiustizia sociale che grava sulle donne e, già all'inizio del 1900, quando ha solo vent'anni, rivendica il loro diritto al voto mettendosi in vista non solo fra operai e contadini, ma presso la prefettura di Pavia, dove si è trasferita, e dove la tengono d'occhio.
  • Arrivano gli anni Venti, l'ascesa del fascismo. Ma intanto Maria, inviata in Sicilia dal partito [socialista] con funzioni di propaganda, nel clima surriscaldato dalle camicie nere che disturbano i suoi comizi, s'innamora di nuovo: dell'avvocato catanese Peppino Sapienza, detto l'avvocato dei poveri (e quindi soldi pochi), generoso, colto, dongiovanni con l'immancabile gardenia nell'occhiello della giacca. Va a vivere a Catania con lui. E una notte i fascisti cercano di dar fuoco alla casa. Ma lei, che soffre d'insonnia, sente l'odore del fuoco e prontamente annoda le lenzuola e fugge con Peppino calandosi dalla finestra come fuggisse da un carcere.
  • Peppino è un vedovo con tre figli a carico, dai nomi che la dicono lunga sulle sue inclinazioni politiche: Goliardo (che muore molto giovane), Libero e Carlomarx. Più altri illegittimi sparsi per il mondo... E siccome la prolificità s'accompagna a queste vite esuberanti, ecco che con Maria (che nel frattempo ha chiamato a vivere con sé nella casa dell'avvocato tutti i suoi figli) ne produce altri tre: ma due muoiono e ne resta una sola, Goliarda, la più amata, l'unica per la quale Maria Giudice è stata una madre normale, l'unica che vede davvero crescere e a cui si affeziona moltissimo in un rapporto addirittura simbiotico.

Note[modifica]

  1. Da Grazia Deledda, in AA.VV., Italiane. Dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale, vol. I, Dipartimento per l'informazione e l'editoria, Roma, 2004, p. 60.
  2. Da L'atlante dello scrittore, Il Foglio Quotidiano, Roma, 30 ottobre 2021.
  3. Da Grazia Deledda, in AA.VV., Italiane. Dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale, vol. I, Dipartimento per l'informazione e l'editoria, Roma, 2004, p. 63.
  4. Da Bonanni Laudomia, in AA.VV., Italiane. Dalla prima guerra mondiale al secondo dopoguerra (1915-1950), www.150anni.it
  5. Da Bonanni Laudomia, in AA.VV., Italiane. Dalla prima guerra mondiale al secondo dopoguerra (1915-1950), www.150anni.it

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