Stenio Solinas

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Stenio Solinas (1951 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Stenio Solinas[modifica]

  • [Su Paolo Isotta] È uno specialista con in più il buon gusto del dilettante, nel senso etimologico del termine. Nelle sue critiche la musica si mischia alle lettere, cede il passo alla pittura, corre incontro alla cultura, delicatamente polemizza con la memorialistica. [...] C'è in lui un elemento "scugnizzo" che solo chi conosce la realtà di Napoli può comprendere, il combinato disposto di plebe e aristocrazia, popolino e borghesia che anima il suo centro senza barriere economiche e sociali, un intreccio unico che ne è insieme tormento e estasi. Coniugato al dandismo, l'essere scugnizzo è spesso una miscela esplosiva.[1]
  • [Su André Malraux] Ha accettato dei compromessi, ma per scelta, non per disciplina imposta dall'alto. Non ha sacrificato le amicizie alla ragione di partito (quella con Drieu è, in proposito, una delle più belle pagine della letteratura francese). È entrato negli anni Quaranta da destra senza essere ne liberale né nazionalista. Non è stato un ministro della Repubblica, ma il ministro di de Gaulle, ha fatto politica, ma per l'idea e non per un carriera. Malraux... C'è chi l'ha definito il più fascista degli scrittori francesi, ed è un'affermazione paradossale che contiene molti elementi di verità. E d'altra parte è sua, nell'Espoir, la più lucida indicazione di cosa sia un fascista, una volta spogliato di tutti gli orpelli della storia e della cronaca: «Un homme actif et pessimiste à la fois, c'est ou ce sera un fasciste, sauf s'il a une fidélité derrière lui».[2]
Che vergogna l'Europa: i crimini staliniani pesano meno della Shoah, il Giornale, 24 dicembre 2010
  • Quando per giustificare la superiorità «morale» del comunismo nei confronti del nazionalsocialismo si dice che, a differenza di quest'ultimo, non ci fu l'eliminazione, razzialmente sistematica, di un'etnia, ci si dimentica di aggiungere che fu qualcosa di peggio: l'eliminazione forzosa di tutto ciò che non era in sintonia con l'ideologia professata. Il comunismo in Russia non eliminò gli ebrei in quanto tali, eliminò l'intera Russia.
  • Fu un'eliminazione ottenuta con la violenza, la delazione, l'inganno e resa altresì possibile dalla più assoluta mancanza di pietà: non c'erano legami familiari, amicali, di ceto o di costume a cui potersi richiamare, c'era la sottomissione totale a un sistema di pensiero e di potere, alla instaurazione della società comunista in terra.
  • Il fascismo e il nazionalsocialismo furono spietati nei confronti dei loro avversari, ma la loro spietatezza coincideva con l'annientamento fisico. Qui, invece, sempre, comunque e prima dell'eliminazione fisica c'è l'eliminazione psicologica. Non ci si accontenta del corpo, si vuole l'anima. Le «confessioni», i «processi» miravano a questo, al riconoscimento dell'errore, alla espiazione e alla riaffermazione della giustezza della causa: non solo io sono colpevole, ma mi faccio schifo in quanto tale ed esigo il castigo che la mia colpevolezza comporta...
  • La costruzione di un sistema del genere può reggersi solo se il grado di spietatezza è totale e se tutti ne sono consapevoli. Ed è questa militarizzazione della vita pubblica, questa trasformazione di ciascuno dei suoi membri in combattente e custode dell'ortodossia, e quindi spia, delatore, tutti traditori di tutti, che permette negli anni la durata del regime. Una volta che essa comincia a venir meno, via via che la tensione si allenta, perché inumana, non in grado di mantenersi per più di una generazione, il risultato è la crisi e poi la dissoluzione del regime stesso.
  • È l'incredibilità dell'esperimento che aiuta a spiegare, non a scusare, il plauso, anch'esso intellettuale, che in Occidente lo accompagnò.
Arletty, la diva ribelle che girò capolavori e si condannò all'oblio, il Giornale.it, 8 gennaio 2017
  • [Su Arletty] Bisessuale, ai tempi del suo processo per collaborazionismo, interrogata su conquiste e frequentazioni femminili, replica: «Sono un gentiluomo», e quando le chiedono come si senta in carcere, risponde: «Non troppo resistente». Anni prima, a un indiscreto che le aveva chiesto se fosse gollista, aveva detto: «No, gauloise»
  • [Su Arletty] Di estrazione semplice, famiglia operaia («non sono stata allevata, mi sono elevata»), nata a Courbevoie, a due passi dalla casa dove pochi anni prima era nato Céline, il suo vero nome era Léonie Marie Julia Bathiat: il nome d'arte le venne dato dall'anglicizzazione di Arlette, un personaggio di Mont-Oriol di Maupassant, e dopo aver scartato quello che lei ironicamente si era scelto: Victoire de la Marne.
  • Rispetto ad altre attrici più belle, Arletty aveva dalla sua un'allure tutta particolare, una voce inimitabile, uno spirito aristocratico nel suo essere popolo.
Ora Madame Céline è di nuovo con il suo Louis, Il Giornale.it, 24 novembre 2019
  • Da vent'anni ormai, Madame Céline non usciva più: le gambe avevano smesso di funzionare, tre persone si occupavano della sua salute, ma i rendez-vous domenicali per quanto diminuiti hanno continuato ad esserci quasi fino all'ultimo: dal punto di vista della verve e della testa, Lucette era rimasta quella di sempre.
  • Intelligentemente, Madame Céline aveva messo la sordina sul Céline maledetto, dedicandosi al suo riscatto di scrittore puro e costruendo in alternativa l'immagine di un uomo sofferente, buono, travolto dagli eventi... Fatalmente, la casa di Meudon era divenuta lo spazio dove la sovversione si era fatta istituzione, il sole nero dell'ignominia era andato sempre più tramontando, un cimitero di vivi che assomigliavano a dei morti e dove l'unico veramente vivente era il morto periodicamente ricordato, difeso e amato, una sorta di Père-Lachaise alla rovescia. Il più infrequentabile degli scrittori di Francia aveva lasciato la più frequentata delle vedove. Adesso sono di nuovo insieme.
  • Nel 1961, quando Louis-Ferdinand Céline morì all'età di 67 anni, Lucette, sua moglie, fu finalmente libera di vivere. Ci prese talmente gusto che è morta solo ieri, a 107 anni di età, e si potrà anche dire che il destino in qualche modo avesse deciso sin dall'inizio di ripagare con gli interessi ciò che nel primo mezzo secolo le aveva fatto pagare.
  • Nel mezzo secolo e passa di Lucette senza Louis, per lei ci sono stati l'esame per prendere la patente e l'acquisto di una macchina, i viaggi in Asia, Giappone, India, Tailandia, in Africa, Kenya, Tanzanica, nel Mediterraneo, Marocco e Grecia, Tunisia e Spagna, Italia, nel nord-Europa, i fine settimana a Dieppe, le corse a Parigi per uno spettacolo di teatro o di danza, una serata al cinema, gli acquisti da Fauchon per le cene della domenica con amici, conoscenti, ammiratori: Charles Aznavour e Maurice Ronet, Claude Berri e Fabrice Luchini, Françoise Hardy e Philippe Sollers, Jacques Vergès e... Carla Bruni. Un universo completamente diverso rispetto al precedente, eppure non nuovo.

Compagni di solitudine[modifica]

Citazioni[modifica]

  • [Su Alain Gerbault] Ventenne, possiede un coupé, partecipa ai rallly, occhialoni, calottina di tela, tuta da pilota. Gli piace anche sfrecciare per le stradine di Laval, lambendo i passanti... Al provinciale suo concittadino, alle gente comune e perbene, probabilmente è odioso: superbo, vincente, racé, ricco... Non hanno tutti i torti. Per i coetanei però è affascinante. (pp. 169-170)
  • Fra una partita, un tè e un party, Alain riceve i pochi, rari amici sulla barca che gli fa da albergo. Si chiama Firecrest, l'ha comprata in Inghilterra, è un due alberi costruito lo stesso anno della sua nascita, il 1893. Se si eccettua Pierre Albaran, suo compagno di gioco al doppio e poi grande bridgista, Borotra, Cochet e Lacoste, i tre futuri moschettieri del tennis francese, le sue amicizie sono quasi tutte femminili. (pp. 170-171)
  • È il 6 giugno del 1923 quando Gerbault, levata l'ancora dal porto di Cannes, arriva a Gibilterra. A Pierre Albaran prima di partire ha inviato una cartolina. C'è scritto: 300 litri d'acqua, 40 chili di carne salata, 30 chili di gallette, 15 chili di burro, 24 barattoli di marmellata, 30 chili di patate. Il tutto corredato da una freccia e un'indicazione: 4500 miglia. Quante ne occorrono per attraversare l'Atlantico, da solo, da est a ovest. Nessuno c'è mai riuscito. […] Quando, dopo 14 settimane di navigazione, il 15 settembre 1923 arriva a New York è il delirio. E la nascita di un mito. Famoso, ammirato, assediato, Gerbault non pensa che a fuggire di nuovo. (pp. 172-173)
  • Thesiger è la quintessenza di tutto ciò che è britannico, ma ha passato il suo tempo a fuggire i connazionali: ha combattuto con e per gli abissini, viaggiato con i beduini, vissuto con i samburu e i turkana. (p. 199)
  • A Eton, e prima ncora a St. Aubiyn's, Thesiger era stato uno studente infelice. Figlio di diplomatici, primo inglese a nascere a Addis Abeba, dove il padre era ministro plenipotenziario, nipote di lord Frederic Chelmsford, allora viceré dell'India, aveva passato la sua infanzia come il piccolo principe, cui nulla è negato, di un mondo del «barbarico splendore». Ignorava cosa fosse il cricket o il football, ma sapeva tutto di caccia grossa, non conosceva la composizione dei ministeri inglesi, ma aveva visto la sanguinosa lotta per la successione al trono di Menelik, con i vinti trascinati in catene, al suono dei tamburi, l'armata vittoriosa di Ras Tafari con le insegne di guerra, i colori, le spoglie del nemico ucciso... (pp. 199-200)
  • All'Abissinia Thesiger dedicherà la sua prima spedizione geografica, alla scoperta di uno degli ultimi misteri africani, l'ubicazione della foce del fiume Awash, nel territorio dei Dancali: spedizione lunga, pericolosa e coronata da successo. Ha solo ventitré anni. (p. 203)
  • [Su Willi Münzenberg] Lo trovarono ai piedi di una quercia, in terra di Francia, il 17 ottobre del 1940. Era sdraiato sul dorso, le gambe ripiegate, il braccio sinistro lungo il fianco, il destro sul petto. Del volto erano rimaste solo le ossa, il corpo era in avanzato stato di putrefazione, il tanfo orribile. Nelle tasche, oltre i documenti, un paio di occhiali e una protesi dentaria. Annodati intorno al collo c'erano trenta centimetri di spago; da un ramo, a oltre tre metri dal suolo, ne penzolava un altro metro. Il medico legale chiamato a constatare il decesso fu sbrigativo: «Morte dovuta a suicidio per impiccagione». Nel suo rapporto non c'è alcuna indicazione di una indagine, sia pur minima, per verificare la fondatezza di tale referto. (p. 265)
  • Definito da Trockij «il più infame degli agenti di Stalin», proprio in lotta con Stalin si sarebbero svolti gli ultimi anni della sua vita, privato di tutte le cariche, espulso dalle organizzazioni che aveva contribuito a creare, calunniato e diffamato con quella tecnica della disinformazione che egli stesso aveva contribuito a rendere un'arma micidiale. Sì, perché è a Münzenberg e al suo insegnamento che noi dobbiamo la strategia dell'attenzione e dell'arruolamento degli intellettuali, la manipolazione dei mezzi di informazione, la creazione degli organismi nominalmente indipendenti, di fatto guidati dagli apparati di partito... È lui il teorizzatore dei «compagni di strada», degli «utili idioti», delle marce pacifiste a senso unico, dei «documenti di solidarietà», dei tribunali internazionali, degli «appelli», tutto l'armamentario di sigle, comportamenti, riflessi condizionati che ancor oggi vediamo rispuntare dietro i fatti più diversi. (p. 266)
  • La grande stagione di Münzenberg coincise con l'epoca dei «Fronti popolari», strategia che del resto egli aveva perseguito fin da quando il termine socialista era per l'Internazionale Comunista ancora sinonimo di traditore o, peggio, di fascista. (p. 270)
  • Il 14 luglio del 1937 Münzenberg, che vede la sua organizzazione sfaldarsi, amici e parenti arrestati, lui stesso sottoposto a inchieste, biasimato ufficialmente e privato di alcuni incarichi, decide di rivolgersi direttamente a Stalin, procedura inusuale, una sorta di extrema ratio. Ribadisce la «fiducia assoluta e illimitata» nei suoi confronti, fa atto di sottomissione, ma insiste nel difendere le sue posizioni politiche. I mesi che seguono sono un tiramolla terribile. «Vieni a Mosca a spiegarti», è il leitmotiv che arriva dal Komintern. «Sento dire che se venissi a Mosca sarebbe per essere fucilato», è la risposta. Chiede una commissione d'inchiesta, ricorda il suo passato, insiste sulla sua fedeltà. Nel marzo del '30, il terzo processo di Mosca chiude l'epoca delle «purghe». [...] Nel gennaio dell'anno dopo si dimette dal partito, precedendo l'espulsione; in agosto è ratificato il patto russo-tedesco di non aggressione. Münzenberg va allo scoperto con una serie di articoli «Tu Stalin sei il traditore», termina il primo di essi. È l'amara conclusione di un'avventura politica e intellettuale prestigiosa e incredibile. Ci vorrà ancora un anno prima che la longa manus di Stalin ponga termine anche a una vita senza pari. (pp. 273-274)

Note[modifica]

  1. Da Isotta, lo scugnizzo dandy che non suona a comando, il Giornale.it, 4 febbraio 2013.
  2. Da Per farla finita con la Destra, Ponte alle Grazie, Milano, 1997, p. 62.

Bibliografia[modifica]

  • Stenio Solinas, Compagni di solitudine Una educazione intellettuale, Ponte alle Grazie, Milano, 1999. ISBN 88-7928-439-8

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