Paolo Isotta

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Paolo Isotta (1950 – vivente), giornalista e critico musicale italiano.

Citazioni di Paolo Isotta[modifica]

  • A settant'anni, Alfredo Kraus era ancora il più grande tenore vivente.[1]
  • Arturo Toscanini incise la musica di Gershwin non per stima all'autore, per disprezzo agli altri compositori, giusta moto psichico a Lui consueto.[2]
  • Buscaroli non è un "musicologo" professionista. È un vero storico, possiede quindi profondità e ampiezza di visione che all'altro manca quasi sempre; e ha una cultura generale, una conoscenza del mondo classico, una preparazione specialistica sull'arte figurativa e l'iconologia che pochi possono vantare. Eppure non lavora costruendo il "grande affresco", metodo che ti rende inevitabile il grande, talora il fatale, errore. Con pazienza rabbiosa rilegge le sterminate fonti.[3]
  • Che cosa c'è di più bello d'un'Opera che si chiude con un rogo? Il finale della Valchiria [Opera di Richard Wagner] fa scender qualche lagrima anche al centesimo ascolto.[4]
  • Chi potrà dimenticare gli ultimi anni di Herbert von Karajan, che definirei un'agonia altezzosamente organizzata? Si trascinava sul podio sorreggendosi alle pareti e quando vi giungeva trasmetteva un messaggio di luce. Pochi hanno sottolineato, oltre alla capacità di dominare il dolore fisico, l'infinita pazienza di quest'uomo nel lavoro, come se da un'imperfezione sua potesse dipendere la sorte dell'universo.[5]
  • È ormai pacifico essere Carlo Gesualdo, il principe di Venosa, uno dei più grandi polifonisti di tutti i tempi; e contendere a Monteverdi (Marenzio, morto a soli quarantasei anni, mancò per pochi mesi l'ingresso nel nuovo secolo) la palma di più importante musicista a cavallo fra Cinque e Seicento, di massimo esponente dell'aurorale Barocco le radici del quale si sprofondano nel linguaggio, nello stile, nella stessa concezione del suono, del pieno Rinascimento.[6]
  • Gli artisti che pongono scoperte scientifiche loro, vere o presunte, a base della creazione, hanno sempre un che di fastidioso e dilettantesco.[7]
  • Ha insegnato Leonardo Sciascia che la Sicilia non è una. Ne esistono molteplici, forse infinite, che al continentale, forse al Siciliano stesso, si offrono e poi si nascondono in un giuoco di specchi.[8]
  • Il compositore moravo Leos Janacek fuse nella sua musica il linguaggio tardo-romantico con il canto popolare.[7]
  • Il linguaggio di Berg è avidamente, seppur occultamente, cosmopolita, e i rapporti con l' Impressionismo francese, oltre che col Verismo italiano, sono profondi: alla fine ha qualcosa di così tedesco che pensiamo a quanto lo zelo dei tedeschi censori si sia ritorto contro se stesso.[9]
  • Il più vibrante violoncello pareva freddo a paragone del raggio di luce scaturito dal suo fiato.[1]
  • [Beniamino Gigli] Il timbro è limpido e riconoscibile abbastanza perché il canto costituisca un insegnamento impareggiabile; e al tempo stesso per spandere intorno a sé la gioia, allo stato puro, di cui Gigli seppe essere il detentore.[10]
  • Il vocabolo latino «requies» col quale principia l'antifona della Missa defunctorum cattolica («Requiem aeternam dona ei Domine») ha finito col mutar di significato allo stesso modo che la coscienza religiosa s'è affievolita e la liturgia è divenuta una parodia dell'Inps. In tempi di fede l'officio dei defunti, che perciò metonimicamente si definiva «il Requiem», citandosene all' accusativo la parola mutata di genere dal femminile al neutro, era ritenuto effettualmente in grado di mondare in parte l'anima del trapassato pel quale l'officio veniva celebrato dal peso dei peccati commessi in vita e di conseguenza di alleggerirne la pena nell'al di là. Se la gran parte della gente di Chiesa abbia mai posseduto la fede, in qualsiasi epoca della Storia, è interrogativo destinato a rimanere irresoluto stante il costume di essa, sin dalla prima giovinezza, a una simulazione e una dissimulazione assolute.[5]
  • L'ungherese è non solo lingua isolata ma addirittura non indoeuropea né slava, sibbene della stessa famiglia del turco: e fortuna che il nazionalismo turco, adombrato da altri e più vasti crimini e problemi, non abbia ancora scoperto la «nativa musicalità» della sua lingua: fortuna, dico, per la musica e per noi suoi disgraziati storici.[11]
  • Praz era un nome per pochi, seppure di portata planetaria e millenaria. Egli aveva subito l'ostracismo degli antifascisti che lo costrinsero all'esilio a Manchester. [...] Dopo la guerra subì l'ostracismo dei comunisti, molti dei quali erano gli antichi crociani.[12]
  • Se Berg non fosse morto avrebbe trovato un accomodamento col Regime e non sarebbe stato il Wozzeck, derivante dai frammenti ottocenteschi di Georg Büchner, bollato in quanto «arte degenerata.[9]
  • Tedesco, Karajan aderì al partito nazionalsocialista come tutti i suoi compatrioti, anche artisti sommi. Dopo la guerra pago' duri prezzi non essendosi offerto a penose palinodie, a recite di "pentimenti", a carnevalate di "emigrazione interna" e a processi di "denazificazione". Il suo giudizio su di sé resto' chiuso nella coscienza; oggi egli è al cospetto di ben altro Giudice.[13]
  • [Carlo Gesualdo] Torbido, saturnino e fantastico doveva essere l'autore di questa musica; che lo fosse desumiamo da accenni delle fonti che lo riguardano: poche e insufficienti, al nostro gusto. Gesualdo non era, infatti, musico di professione, benché nella musica avesse conseguito una dottrina da porsi al vertice dell'arte: era bensì un personaggio d'alto affare. Era l'erede, l'unico erede, di una casata principesca fra le più cospicue del Regno di Napoli: nipote di san Carlo e del decano del Sacro Collegio, era imparentato con la più gran nobiltà napoletana; gli avi avevano ricavato solo onori e ricchezze dai re Aragonesi invece di quel capestro che assai più al loro costante tradimento sarebbe spettato; il padre era grande di Spagna.[6]

Citazioni su Paolo Isotta[modifica]

  • È napoletano del Reame e continuatore della lingua poetica del “dolce stil novo” ottocentesco e adopera perciò parole giammai sconciate dall'inabilità dello spirito ma sempre vive di timbro e prodigio. (Pietrangelo Buttafuoco)
  • È uno specialista con in più il buon gusto del dilettante, nel senso etimologico del termine. Nelle sue critiche la musica si mischia alle lettere, cede il passo alla pittura, corre incontro alla cultura, delicatamente polemizza con la memorialistica. [...] C'è in lui un elemento “scugnizzo” che solo chi conosce la realtà di Napoli può comprendere, il combinato disposto di plebe e aristocrazia, popolino e borghesia che anima il suo centro senza barriere economiche e sociali, un intreccio unico che ne è insieme tormento e estasi. Coniugato al dandismo, l'essere scugnizzo è spesso una miscela esplosiva. (Stenio Solinas)

Note[modifica]

  1. a b Da Alfredo Kraus il tenore hidalgo, Corriere della Sera, 10 ottobre 1999, p. 35.
  2. Da Gershwin Vale Schubert, Corriere della Sera, 31 ottobre 2005, p. 27.
  3. Da Uno scrittore «bastian contrario», ma baciato dal successo, Corriere della Sera, 16 aprile 2004, p. 37.
  4. Da Storia e tragedia di una Pulzella, Corriere della Sera, 5 ottobre 2008, p. 35.
  5. a b Da Muti e Karajan, applausi vietati, Corriere della Sera, 17 agosto 2008, p. 35.
  6. a b Da Il principe della musica che fece uccidere la moglie, Corriere della Sera, 6 febbraio 1994, p. 21.
  7. a b Da Janacek, il genio che copiò le voci della natura Corriere della Sera, 6 marzo 2006, p. 25.
  8. Da Addio a «Pippo» Di Stefano la voce generosa della lirica, Corriere della Sera, 4 marzo 2008, p. 51.
  9. a b Da Le Passioni del Wozzeck, Corriere della Sera, 28 ottobre 2007, p. 35.
  10. Da Protagonisti della musica, Longanesi & C., Milano, 1988, p. 140.
  11. Da Barbablù, mistero di lacrime e sangue, Corriere della Sera, 13 marzo 2008, p. 49.
  12. Da La virtù dell'elefante, Marsilio Editori, Venezia, 2014, p. 159.
  13. Da Ingiusta l'immagine di Von Karajan nazista e avaro, Corriere della Sera, 21 marzo 1998, p. 33.

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