Viktor Andrijovyč Kravčenko

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Manifesto commemorativo di Viktor Kravčenko

Viktor Andrijovyč Kravčenko (1905 – 1966), diplomatico e defezionista sovietico.

Ho scelto la libertà[modifica]

Incipit[modifica]

Quella notte di sabato, durante la corsa del taxi che dalla mia camera mobiliata mi conduceva alla stazione dell'Unione, mi parve che ogni istante trascorresse sotto il segno di una paurosa fatalità. Nelle case cariche d'ombra e nelle strade stesse scoprivo qualche cosa di ostile e vagamente minaccioso. Eppure, nei sette mesi di soggiorno nella capitale americana, avevo fatto quel percorso dozzine di volte, col cuore leggero e la mente che notava appena ciò che mi circondava. Invece quella notte tutto mi sembrava cambiato, poiché quella era la notte della mia fuga.

Citazioni[modifica]

  • Ogni ora che passa mi trasforma sempre più in un uomo senza patria, senza famiglia, senza amici... Non rivedrò mai più i miei parenti, i miei amici, tutti coloro che sono la carne della mia carne e il sangue del mio sangue; non stringerò più le loro mani, non sentirò più le loro voci... Esattamente come se non esistessero più: qualcosa d'infinitamente prezioso è dunque morto in me. D'ora in avanti, la mia vita sarà muta e vuota per sempre, irremissibilmente... (vol. 1, cap. 1, p. 12)
  • Nessun uomo libero, ne sono certo, può spiegarsi come, per un cittadino di un paese totalitario, tutto ciò [la defezione] sia il "delitto" più spaventoso che si possa immaginare per le sue ripercussioni e le sue conseguenze. Un gesto simile costituisce la suprema apostasia che si possa commettere al cospetto di un dio terrestre. Non solo chi l'ha commessa si trova trasformato ufficialmente in un relitto, in un povero diavolo i cui giorni sono contati, ma non gli è neppure consentito di corrispondere con coloro che ama e che sono rimasti nel paese nativo. La sua fronte porta il segno fatale di Caino, poiché qualunque cittadino sovietico si condannerebbe a un vero suicidio politico, nonché al suicidio tout court, se osasse avvicinarlo o attestargli la minima simpatia. (vol. 1, cap. 1, p. 14)
  • La mia decisione di rompere col regime sovietico, cioè, in effetti, la mia dichiarazione di guerra personale a quello stato poliziesco e a tutti quelli che gli assomigliano, non era il risultato di un colpo di testa, ma la conseguenza naturale di tutto ciò che che mi era accaduto di vedere, pensare e soffrire; in questo senso, non era tanto una decisione nel vero senso della parola, cioè la manifestazione di una volontà, quanto la conclusione logica e inevitabile di un processo evolutivo. (vol. 1, cap. 1, p. 15)
  • [Sulla carestia in Ucraina nell'estate del 1921] Non vi sono parole per descrivere gli orrori di quei giorni. Si guardavano con una disperazione mista a cupidigia tutti gli animali viventi: i cavalli, i cani, i gatti e le altre bestie che popolavano le nostre case. Il bestiame sfuggito al coltello del macellaio moriva di fame in piedi, e si divoravano quelle carogne senza ascoltare gli avvertimenti delle autorità. Si strappava la corteccia degli alberi per farne del "tè" o della "zuppa". Per cavarsi la fame si arrivava fino a masticare cuoio greggio. Nei campi non restava più una festuca di paglia, un filo d'erba: tutto era stato raccolto, divorato. Sempre più spesso si sentivano raccontare storie di contadini che mangiavano i loro morti – e queste storie, purtroppo, erano molte volte veridiche: io stesso ho saputo di casi del genere a Romankovo, ad Auly, a Pankovka e in altri villaggi dei dintorni. (vol. 1, cap. 3, p. 66)
  • La N.E.P. (Nuova Politica Economica), riammettendo nella legalità il commercio libero, aveva fatto sorgere centinaia di botteghe nuove: ristoranti, caffè, ecc... Chi aveva denaro poteva ora procurarsi tutto ciò che voleva. (vol. 1, cap. 4, p. 89)
  • Per diversi anni i giornali pubblicarono macabre storie che sottolineavano la ferocia dei basmatsci, i quali venivano rappresentati come banditi assetati di stragi e di rapine, al comando di capi religiosi mussulmani; se ne parlava anche come di mercenari al soldo di sultani detronizzati, o come di strumenti dell'imperialismo britannico. La loro crudeltà sembrava senza fine. Erano accusati di seviziare i soldati sovietici, e uno dei loro sistemi preferiti, a quanto si diceva, consisteva nel seppellire i prigionieri fino al collo, per lasciarli morire poco a poco di caldo e di sete, se non erano divorati ancor vivi dagli avvoltoi e dai vermi. (vol. 1, cap. 4, p. 91)
  • [...] i basmatsci erano guerriglieri e patrioti che avevano preso le armi per difendere le proprie libertà nazionali, minacciate, a loro avviso, dagli invasori stranieri; rischiavano la loro vita per respingere quello che sembrava loro un oltraggio alle loro credenze e alle loro antiche usanze. In sostanza, assomigliavano alquanto ai patrioti indù che dall'altra parte della frontiera lottavano contro l'Inghilterra. (vol. 1, cap. 4, pp. 91-92)
  • [...], le voci che correvano delle crudeltà commesse dai basmatsci non erano esagerate. Ho avuto personalmente la possibilità di raccogliere da testimoni oculari o da qualche raro superstite di quei massacri, particolari di un'atrocità da far fremere. È anche vero che nei basmatsci l'amore per il saccheggio e per il contrabbando si aggiungevano al fervore politico e religioso; in molti casi, anzi, era difficile stabilire dove finiva il patriottismo e dove cominciavano gli affari. (vol. 1, cap. 4, p. 92)
  • Nell'Unione Sovietica, il regno dell'autocritica fu l'ultima espressione della volontà del popolo. La samokritika rappresentava l'opinione pubblica e, anche se non aveva alcuna influenza sulle decisioni sovrane e senza appello del'autorità centrale di Mosca, permetteva, almeno in parte, di addolcire la rigidezza dei funzionari provinciali. (vol. 1, cap. 5, p. 107)
  • Nel regime sovietico, il racconto della propria vita è un rito indispensabile: essere accettati o respinti dipende molte volte da esso e bisogna ripeterlo all'infinito, a voce o riempendo un questionario. (vol. 1, cap. 5, p. 112)
  • Nel settembre del 1935 avvenne un "miracolo" nella regione carbonifera del bacino del Donez. Un minatore di nome Stakhanov era riuscito a estrarre, da solo, cento due tonnellate di carbone in una volta sola, vale a dire quattordici volte più di quanto poteva fare, normalmente, un operaio qualunque! In tutta la storia contemporanea del nostro paese, pochi avvenimenti hanno ricevuto applausi così frenetici, sostenuti ed entusiasti. Si trattava però di un "miracolo" piuttosto profano e discretamente sospetto. Per qualsiasi tecnico, la frode era evidente: Stakhanov doveva certamente aver tratto vantaggio da condizioni di lavoro eccezionali, e doveva ovviamente essere stato fornito di attrezzi speciali e di facilitazioni di ogni sorta allo scopo preciso di raggiungere questo record senza precedenti. Doveva trattarsi di un "miracolo" fabbricato su ordinazione, per far piacere al Cremlino e permettergli di lanciare la nuova dottrina: quella della rapidità. (vol. 1, cap. 13, p. 343)
  • Quel che aveva fatto Stakhanov, poteva farlo ogni minatore! E quel che facevano i minatori, avrebbero potuto farlo anche tutti gli altri lavoratori! Questo, grosso modo, il nocciolo del dogma della nuova dottrina. Gli increduli erano votati al diavolo e si sarebbe provveduto ad inviarli da lui, senza ulteriore indugio! Quanto ai tecnici che osassero avanzare delle obiezioni pratiche su questa meraviglia dell'attività umana, non poteva trattarsi che di disfattisti e di nemici dello "stakhanovismo". L'operaio che si dimostrasse incapace di eguagliare il rendimento del meraviglioso minatore del Donez non sarebbe stato che un fannullone! (vol. 1, cap. 13, p. 343)
  • Tutta Mosca risuonò ben presto dei nuovi slogans sullo stakhanovismo e il telegrafo cominciò a trasmetterci, senza interruzione, istruzioni categoriche provenienti da Karkov o addirittura dalla capitale: e si trattava di minacce appena appena velate. Venne l'ordine di costituire immediatamente delle squadre di stakhanovisti che servissero di stimolo ai tardi e agli inetti: e tutti gli ingegneri e capitecnici che avessero opposto obiezioni di qualsiasi genere contro il nuovo procedimento, sarebbero stati giudicati sabotatori e trattati come tali. (vol. 1, cap. 13, pp. 343-344)
  • [Dopo la firma nel 1939 del trattato di non aggressione fra il Reich e l'Unione Sovietica[1]] Dovemmo vedere coi nostri occhi le attualità cinematografiche e le fotografie dei giornali che mostravano uno Stalin sorridente, con la mano nella mano di von Ribbentropp, per cominciare finalmente a credere all'incredibile. A Mosca gli stendardi con la svastica e le bandiere con la falce e il martello sventolavano insieme. Poi Molotov ci spiegò che il fascismo, dopo tutto, era soltanto una "questione di gusto", e Stalin rivolse al suo collega in dittatura le dichiarazioni più fervorose sulla loro "amicizia cementata nel sangue". (vol. 2, cap. 21, pp. 600-601)
  • Il mattino del 22 giugno 1941[2] le città e gli aeroporti sovietici subirono i primi bombardamenti e gli eserciti sovietici, presi dal panico, si ritirarono su un vasto fronte davanti alle divisioni blindate dei nazisti.
    I giornali del mondo intero annunciarono a grandi caratteri l'improvvisa invasione della Russia da parte della Germania. Quel mattino, poco prima dell'alba, la polizia segreta cominciò ad arrestare gli "indesiderabili", a decine di migliaia in tutto il Paese. (vol. 2, cap. 22, p. 633)
  • I Russi lo chiamano con una parola: Vlast, "il potere". Questa parola designa parimenti Stalin, il Politburo, la Polizia Segreta e i favoriti del dittatore, sia quelli che posseggono titoli ufficiali, sia i cortigiani veri e propri. Il cittadino comune non la pronuncia, questa tremenda parola, che con espressione di collera e di paura. In bocca sua, equivale a: "i nostri padroni", ed esprime l'infinita distanza che separa questi padroni dal gregge volgare dei comuni mortali. (vol. 2, cap. 24, p. 706)
  • Se il Cremlino avesse avuto a disposizione la bomba atomica prima della più grande democrazia del mondo, ne avrebbe fatto uso per promuovere una rivoluzione del genere di quella che aveva predicato? A questa domanda posso rispondere soltanto a titolo personale. Ma la mia opinione è basata su quanto ho appreso nel corso di tutta la mia vita, sulla mentalità bolscevica, sulla sua spregiudicatezza e sulla sua mancanza assoluta di di scrupoli morali quando la «causa» è in gioco.
    E la mia risposta è: . (vol. 2, cap. 25, p. 766)
  • Stalin passa poi per un amatore di musica, ma, ahimè, i suoi gusti non sono molto elevati. Questo non gli impedisce, ben inteso, di darsi arie di conoscitore e di tranciare giudizi perentori sulle creazioni musicali. La storia di un suo giudizio, che costò per molto tempo il completo oblio a Shostakovic, è nota; ma è meno nota l'avventura toccata al giovane compositore Tikhon Khrennikov. La sua opera «Nella tempesta» era stata acclamata dai critici della capitale, ma il «Capo» andò a sentirla e dichiarò che non gli piaceva. Istantaneamente, i critici modificarono il loro parere. L'opera venne tolta dal cartellone e non fu più rappresentata. (vol. 2, cap. 25, p. 770)

Explicit[modifica]

Dedico questo libro al popolo russo, al popolo da cui sono uscito. Lo dedico malla memoria dei milioni di creature morte nella lotta contro l'assolutismo sovietico; ai milioni di innocenti che languiscono nelle innumerevoli prigioni e nei campi di lavoro forzato del Kremlino; alla memoria dei milioni di miei compatrioti che hanno donato la vita per la difesa della nostra patria amatissima, sognando un avvenire migliore per il nostro popolo. Infine, dedico questo libro a tutti gli uomini di buona volontà, ansiosi di progresso e di giustizia sociale, che in tutto il mondo lavorano all'avvento di quella 'Russia democratica' senza la quale non portà esservi pace durevole sulla terra.
New York, 11 febbraio 1946.

Citazioni su Viktor Andrijovyč Kravčenko[modifica]

  • Il '48 italiano annoverò fra le sue presenze più clamorose un eroe russo, Victor Andreevic Kravcenko. Di professione era ingegnere industriale. Trovandosi negli Stati Uniti come funzionario della Commissione sovietica per gli acquisti di materiale bellico, accumulò una nutrita documentazione sullo spinaggio sovietico in America e, in genere, sulle attività "antinazionali" in quel paese. Ricco di questo suo dossier, Kravcenko ruppe ogni rapporto con la madre patria. Fece molto rumore la sua deposizione sulle "trame" anti-americane davanti al Congresso. Albeggiava il maccartismo. In Italia, la testimonianza di Kravcenko venne pubblicata nel 1948, con prefazione di Edilio Rusconi. Assai maggior successo ottenne in agosto l'uscita, presso Longanesi, del volume Ho scelto la libertà, traduzione fedele dell'opera I choose freedom, appara in America due anni prima. Se padre Lombardi[3] fu un protagonista delle settimane preelettorali[4], Kravcenko fornì ai vincitori del 18 aprile la riprova di essere nel giusto. Le colpe del regime sovietico, venivano sviscerate in 860 pagine ricche di pathos. (Nello Ajello)
  • Vi fu un periodo, più di quarant'anni fa, quando il nome di Viktor Andreevic Kravchenko era una scintilla. Bastava pronunciarlo, soprattutto in Italia e in Francia, perché l'atmosfera d'una conversazione si caricasse di elettricità e lo spazio d'una riunione venisse attraversato da micidiale saette intellettuali. Ho scelto la libertà, il libro che egli aveva scritto negli Stati Uniti fra il 1944 e il 1945, apparve in Italia presso Longanesi nel marzo del 1948, durante una delle più aspre campagne elettorali che si siano mai combattute nel nostro Paese[4]. Divenne subito un'arma e un bersaglio. (Sergio Romano)

Note[modifica]

  1. Noto anche come patto Molotov-Ribbentrop.
  2. Tra le 3:15 e le 3:45 di quel giorno, iniziò l'invasione tedesca dell'Unione Sovietica (operazione Barbarossa).
  3. Riccardo Lombardi (1908–1979), predicatore e religioso della Compagnia di Gesù, noto come «il microfono di Dio».
  4. a b Riferimento alle elezioni politiche del 1948 che videro contrapposte le liste della Democrazia Cristiana e del Fronte Democratico Popolare (socialisti e comunisti).

Bibliografia[modifica]

  • Viktor Kravchenko, Ho scelto la libertà (I chose freedom), traduzione dall'inglese di C. Dallari, 2 voll., Longanesi, Milano, 1948.

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