Sergio Romano

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Sergio Romano (2008)

Sergio Romano (1929 – vivente), storico, scrittore e diplomatico italiano.

Citazioni di Sergio Romano[modifica]

  • Assad e Putin sono autoritari e spregiudicati, ma anche molti generali democratici, durante la Seconda guerra mondiale, non si sono comportati diversamente.[1]
  • [Sulla Guerra Iran-Iraq] Benché i risultati del conflitto fossero modesti, Saddam ne uscì politicamente rafforzato e dovette credere che l'Iraq fosse ormai una grande potenza militare.[2]
  • Berlusconi non perde occasione per spiegare al Paese che l'ideologia del suo movimento è in realtà l'ideologia della sua impresa.[3]
  • Commetteremmo un errore, a mio avviso, se pensassimo di essere il principale bersaglio dell'Islam jihadista. La vera guerra, oggi, è quella che si combatte all'interno del mondo musulmano. È la guerra tra una setta fanatica e regimi politici spesso incerti, titubanti, ma tutti più o meno collegati, per ragioni di affinità o convenienza, con l'Europa, gli Stati Uniti e la Russia. È una guerra civile senza quartiere dove le vittime musulmane sono incomparabilmente più numerose di quelle provocate dagli attentati terroristici nelle nostre città. Ed è ulteriormente complicata dall'antico odio fra le due famiglie religiose dell'Islam: sunniti e sciiti.[4]
  • Credo che non dovremmo più parlare di "primavera araba", piuttosto constatare che quei movimenti, quelle piazze piene di gente che protestava contro il regime di Ben Ali in Tunisia e contro quello di Mubarak in Egitto erano il segno di una protesta reale, non c'è dubbio che c'era una grande insoddisfazione, soprattutto generazionale. Nuove generazioni che avevano in qualche modo ambizioni suscitate anche dal fatto che potevano, a differenza dei loro padri e dei loro nonni, vedere meglio grazie alle nuove tecnologie quello che stava accadendo altrove, quello che la modernità rappresentava in altri Paesi.
    Però in quelle piazze non c'erano movimenti o partiti politici quindi sono certamente riusciti a cacciare Ben Ali e far dimettere Mubarak ma non sono stati in grado poi di istituire un regime nuovo, creare nuove stabilità basate su progetti organici e quindi i paesi sono in modo diverso precipitati nel caos.[5]
  • Durante i lavoro della conferenza che si aprì all’Hotel Semiramis del Cairo il 12 marzo 1921 per discutere gli assetti territoriali del Medio Oriente dopo la Grande guerra, Winston Churchill, allora ministro delle Colonie, non riusciva a distinguere i sunniti dagli sciiti. Tuttavia questo non gli impedì di creare in quella occasione due Stati arabi.
    Con la sabbia e le oasi di un territorio che si era chiamato sino ad allora Mesopotamia impastò il regno dell’Iraq.[6]
  • È certamente vero che i regimi nazionali e sociali, creati in alcuni Paesi europei negli anni Venti e Trenta, parvero a molti leader arabi e musulmani, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, particolarmente adatti alle loro esigenze. L'autorità indiscussa del leader, il partito unico, il ruolo delle forze armate e della burocrazia, l'uso spregiudicato della polizia e dei servizi segreti, il controllo della società e della stampa parvero ingredienti utili per Stati nascenti dove le masse erano in buona parte analfabete e l'albero della democrazia parlamentare stentava a crescere. Ma non tutti i regimi autoritari possono considerarsi fascisti o comunisti. Il più simile al fascismo, tra i gruppi politici sorti in Medio Oriente durante il Novecento, fu un movimento creato in Siria nel 1940. Il suo fondatore, Michel Aflaq, era siriano e cristiano. Aveva studiato alla Sorbona negli anni Trenta, aveva assistito alle battaglie politiche fra destra e sinistra nelle strade di Parigi, aveva inghiottito un inebriante cocktail di letteratura politica europea da Mazzini a Lenin, era anticolonialista, panarabista, fiero del grande passato arabo, ma risolutamente laico e socialista.[7]
  • È stato un errore combattere Gheddafi senza accettare le responsabilità politiche dell'intervento. È stato un errore chiedere all'ambasciatore americano in Siria di prendere posizioni inutilmente provocatorie contro il regime di Bashar Al Assad. E non ha giovato alla politica americana oscillare ambiguamente in Egitto fra i militari e la Fratellanza musulmana.[8]
  • Esiste una biografia ufficiale di Saddam Hussein in diciannove volumi. Esiste un grande documentario sulla sua vita (I lunghi giorni, sei ore di proiezione), prodotto con la supervisione di un regista britannico, Terence Young, noto tra l'altro per avere diretto uno dei primi film di Sean Connery nei panni di James Bond (Dalla Russia con amore). Ed esistono infine migliaia di inni, odi e poesiole infantili in onore del leader che la televisione irachena mandava in onda ogni sera. La biografia, il film e queste «spontanee» manifestazioni di cultura popolare sono l'equivalente letterario e cinematografico delle grandi statue leniniste e degli enormi ritratti con cui il raìs iracheno ha celebrato il culto della propria persona. In queste opere il protagonista è condottiero della nazione, principe illuminato e magnanimo, padre del popolo, difensore della patria, castigatore dei suoi nemici, paladino dell'Arabia, discendente di Maometto. Sul rovescio della medaglia vi è un altro Saddam composto con le informazioni fornite dagli esuli, il ricordo dei parenti delle vittime e i rapporti dei servizi segreti occidentali: il sanguinoso tiranno, il leader crudele, il massacratore dei curdi e degli sciiti, il satrapo capriccioso e imprevedibile, l'invasore del Kuwait. Gli storici, naturalmente, non si accontenteranno di queste opposte semplificazioni. Il contemporaneo, dal canto suo, può soltanto arricchire il quadro con qualche dettaglio raccontando al lettore che vi furono altri Saddam Hussein e che il protagonista del grande dramma iracheno fu protagonista di parecchie vite.[2]
  • Gli americani non si rendono conto che Assad non è solo un despota ma anche il leader di un blocco politico e sociale. Non dimentichiamo poi che esiste la simpatia dei cristiani, della media borghesia. Fino ad ora hanno parlato poco per non esporsi alle rappresaglie dell'una e dell'altra parte, ma la loro posizione è chiara.[9]
  • I curdi hanno presenze importanti in quattro Stati medio-orientali — Iran, Iraq, Siria, Turchia — e la loro partecipazione militare alla guerra siriana ha confermato l’esistenza di una orgogliosa identità nazionale, distinta da quella degli altri popoli che vivono nella regione. Non è tutto. Quello che sta accadendo nel Medio Oriente è il risultato di una crisi che investe quasi tutti gli Stati arabi nati dalla morte dell’Impero Ottomano e che avrà per effetto, probabilmente, la modifica di parecchie frontiere. Non è sorprendente che, in questa prospettiva, i curdi abbiano deciso di chiedere nuovamente la creazione di una grande casa comune per tutte le famiglie separate del loro popolo. Ma anche in questo caso vi sono protagonisti della vita politica internazionale che hanno il diritto di formulare riserve e prospettare pericoli. In una regione dove il ricorso alle armi è sempre più frequente, la creazione di uno Stato curdo darebbe probabilmente il colpo di grazia a ciò che ancora sopravvive del vecchio ordine e avrebbe per effetto nuove guerre.[10]
  • I talebani non hanno alcuna intenzione di negoziare con una potenza che ha già, comunque, deciso di ritirare le proprie truppe nel 2014. L'uccisione di Osama bin Laden nel suo fortilizio pachistano è parsa uno straordinario successo della presidenza Obama (la vendetta è sempre, per un certo periodo, consolatoria) ma ha peggiorato i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan. In Iraq si muore, grazie alle bombe sunnite, molto più di quanto si morisse all'epoca di Saddam Hussein. In Libia, infine, Obama ha avuto il merito di comprendere prima dei suoi alleati i rischi di una operazione che era divenuta molto più lunga del previsto. Ma del caos in cui il Paese è precipitato dopo la vittoria dei ribelli Obama non è meno responsabile di Nicolas Sarkozy e David Cameron. È davvero sorprendente che dopo tre guerre non vinte, come la buona educazione internazionale preferisce chiamare quelle perdute, gli americani e le opinioni pubbliche occidentali non vogliano essere trascinati nella quarta? Resta da capire, a questo punto, perché un uomo politico accorto e razionale come Barack Obama dovrebbe a tutti i costi prendere una iniziativa militare contro la Siria.[11]
  • Il colonnello Muammar Gheddafi non fu soltanto il satrapo orientale, vestito di una uniforme operistica che si pavoneggiava a Roma ostentando il ritratto di Omar El Mukhtar, martire della resistenza anti-italiana, sul bavero della giacca. Prima di seppellirlo conviene ricordare che il tiranno era pur sempre un leader nazionale e che perseguì progetti diversi, quasi sempre folli, ma non privi di una loro perversa genialità.[12]
  • [Sull'Iraq] Il Paese è un artefatto della politica internazionale, una invenzione di Churchill realizzata per le esigenze petrolifere della Royal Navy grazie a un assemblaggio di gruppi etnici e religiosi - arabi sunniti, arabi sciiti, curdi - in cui soltanto i primi, purché al vertice del potere, erano veramente interessati alla creazione di uno Stato unitario. Gli sciiti hanno un forte rapporto religioso con l'Iran e hanno spesso detestato i loro concittadini sunniti più di quanto temessero gli iraniani. I curdi hanno fratelli in Turchia, in Iran, in Siria, e non hanno mai smesso di sognare il grande Kurdistan che i vincitori del 1918 avevano lasciato intravedere alla fine della Grande guerra. Qualche intelligente diplomatico americano ha prospettato l'ipotesi di una federazione, ma non è facile tracciare frontiere là dove esistono grandi risorse naturali e ogni divisione rischia di farsi a spese di qualcuno. Oggi i curdi sono pressoché sovrani nelle loro terre e gli sciiti controllano buona parte del potere a Bagdad. Ma i sunniti si considerano «espropriati» e le loro formazioni più radicali non hanno mai smesso di combattere, se necessario, persino a fianco dei terroristi di Al Qaeda.[13]
  • Il presidente egiziano Al Sisi, il presidente siriano Al Assad, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Rouhani non sono diavoli. Sono alla testa di regimi che noi consideriamo carenti di democrazia, polizieschi e repressivi. Ma conoscono l'Islam meglio di noi, hanno già fatto in passato dolorose esperienze (abbiamo dimenticato ciò che accadde nella scuola di Beslan, nell'Ossezia del nord?) e hanno buone ragioni per battersi affinché il loro Paese non venga continuamente insidiato dall'estremismo sunnita o sia destinato a divenire una provincia del Califfato. Se qualche Paese occidentale fosse disposto a mettere truppe sul terreno potremmo forse fare a meno della loro collaborazione. Ma da quando gli Stati Uniti hanno eliminato questa opzione non abbiamo altra scelta fuor che quella di sostenere con tutti i mezzi di cui disponiamo quelli che sul terreno già ci sono.[4]
  • Il presidente siriano si è sicuramente screditato ma non è una persona inutilizzabile.[9]
  • Il regime di Bashar al-Assad, come quello di Saddam Hussein, era un regime laico; entrambi avevano cercato di fondare la loro esistenza su principi desunti dall'Occidente. Il partito al potere, sia in Iraq che in Siria, era il partito Ba'th, nazionalista e socialista, con una forte componente laica. Saddam Hussein non ha mai avuto rapporti con Al-Qaeda, anche se questa era l'accusa da parte degli Stati Uniti, l'argomento o il pretesto per cui hanno deciso di fargli la guerra.
    Paradossalmente era più simile a uno stato europeo quello di Bashar al-Assad, ma anche quello di Saddam Hussein insieme all'Egitto, di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani.[5]
  • [Su Giorgio La Malfa nel periodo di Mani pulite] Il segretario repubblicano ha due meriti che gli permetteranno probabilmente , prima o dopo, di "tornare in gara": ha denunciato, tra i primi, i vizi del sistema politico, e si è immediatamente dimesso appena è stato coinvolto nelle indagini.[14]
  • [Su Saddam Hussein] Il suo maggiore talento era una straordinaria capacità di ingannare.[2]
  • Kassem era un nazionalista, nello stile del colonnello Nasser che aveva conquistato il potere al Cairo pochi anni prima. E altrettanto nazionalista era un suo compagno di congiura, il colonnello Aref, che cinque anni dopo uccise Kassem e ne prese il posto.[2]
  • L'Iraq fu quindi il più fascista dei regimi medio-orientali degli ultimi decenni. Saddam si servì del partito unico per militarizzare la società, instaurò un culto del leader che era modellato su quello del Duce e del Führer, mise la burocrazia in uniforme, affidò la sua fama alla costruzione di grandi opere pubbliche, fu al tempo stesso nazionalista e, a modo suo, socialista. Fu questo il fascismo del mondo arabo. Mi sarebbe molto più difficile, invece, trovare tracce di fascismo nei movimenti politici di ispirazione religiosa, dalla Fratellanza musulmana a quelli che sono nati dopo la rivoluzione iraniana, l'invasione israeliana del Libano nel 1982 e la prima Guerra del Golfo nel 1991. Fra il Baath e il fanatismo religioso, anche quando si alleano contro un nemico comune, vi è un incolmabile fossato. A differenza dei suoi predecessori, Bush sembra avere dimenticato che il maggiore nemico dell'Iran di Khomeini fu l'Iraq di Saddam Hussein, e che nella lunga guerra fra i due Paesi, dal 1980 al 1988, gli Stati Uniti furono dalla parte dei fascisti contro gli islamisti.[7]
  • L'Isis è un movimento sunnita e noi sappiamo che in questi ultimi anni la destabilizzazione del Medio Oriente ha provocato il risveglio di un vecchio conflitto religioso tra le due anime dell'Islam, i sunniti e gli sciiti. Non c'è dubbio che questa vecchia ruggine fra le due maggiori componenti dell'Islam ha in qualche modo contribuito a rendere il conflitto ancora più aspro.
    Il principale obiettivo dell'Islam sono i Paesi occidentali ma non escludo effettivamente che questa sorta di guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti esplosa nuovamente sia diventata importante, soprattutto per i grandi Paesi come l'Arabia Saudita e l'Iran, vale a dire i Paesi che sono la maggiore espressione delle due grandi anime dell'Islam.[5]
  • [Sulla Guerra civile siriana] L'unico modo per uscire da questo imbroglio sarebbe quello di decidere quale sia il nemico peggiore: Assad o l'islamismo fanatico e radicale? La Russia ha scelto senza esitare perché vuole conservare le sue basi, deve fare fronte a un pericoloso islamismo domestico e ha un leader che può imporre la propria linea. Le democrazie occidentali, invece, devono rendere conto delle loro azioni alla pubblica opinione e tenere d'occhio il barometro elettorale. Ma se hanno deciso che la eliminazione di Assad è una condizione irrinunciabile dovrebbero almeno prepararsi a ciò che potrebbe succedere in Siria il giorno dopo. E gli europei, in particolare, dovrebbero ricordare che il Mediterraneo è la loro casa, non quella degli americani.[15]
  • La battaglia contro il surriscaldamento è in ultima analisi una battaglia tecnologica e sarà vinta quando la vendita e l'acquisto di nuovi impianti diventeranno un affare per il venditore e il compratore. In altre parole l'ambientalismo avrà la meglio quando sarà un business. I segnali esistono e mi auguro che l'Italia sia pronta a coglierli.[16]
  • La Francia lo detestava per le sue interferenze nel Ciad e per l’attentato contro un aereo francese, la Gran Bretagna per l’uccisione di una poliziotta colpita da uno sgherro libico di fronte all’ambasciata di Libia a Londra, gli Stati Uniti per il contenzioso sul golfo della Sirte e l’attentato in una discoteca di Berlino, la gran Bretagna e gli Stati Uniti insieme per l’attentato contro un aereo della Pan American nel cielo scozzese di Lockerbie, i leader arabi per le sue intollerabili irruzioni negli affari interni dei loro Paesi, la Fratellanza musulmana per il modo in cui aveva perseguito, incarcerato e ucciso gli islamisti libici, la Svizzera per le misure di rappresaglia decise dal colonnello dopo l’arresto di Hannibal in un albergo di Ginevra, la Bulgaria per la lunga detenzione di alcune infermiere accusate di un reato inesistente. Aveva anche qualche amico, tra cui alcuni Stati africani e quei Paesi che, come il Venezuela di Hugo Chavez, lo consideravano una provvidenziale spina nel fianco dell’Occidente imperialista.[12]
  • La Libia era una creazione artificiale del colonialismo italiano, uno Stato composto da due territori (la Tripolitania e la Cirenaica) che avevano avuto storie diverse, popolato da tribù che avevano interessi contrastanti, abitato da circa due milioni di persone (tanti erano i libici quando Gheddafi conquistò il potere), sparse su un enorme territorio prevalentemente desertico. Demograficamente povera, economicamente sottosviluppata e priva di un forte passato nazionale, la Libia di Gheddafi era tuttavia, potenzialmente, un paese ricco, e tale sarebbe diventato a mano a mano che le grandi compagnie petrolifere scoprivano nuovi giacimenti di petrolio e di gas. A differenza di altri leader nazionali dei paesi emergenti, il colonnello ebbe quindi sempre a sua disposizione i mezzi finanziari necessari al perseguimento dei suoi obiettivi; ed è probabile che tanta abbondanza lo abbia sollecitato a concepire sogni smisurati e stravaganti. La storia della sua politica è anche la storia del suo denaro e del modo in cui venne impiegato.[12]
  • Le ragioni per cui la Russia è entrata in campo in Siria sono abbastanza chiare. Quando scoppiarono le prime rivolte arabe, alcuni governi occidentali si schierarono subito contro il governo di Bashar al Assad. Lo hanno fatto molto probabilmente nella convinzione che la fine del regime avrebbe comportato anche la fine della vecchia presenza "sovietica" nelle basi siriane. Non è difficile comprendere quindi perché la Russia sia intervenuta. Voleva difendere il suo alleato e soprattutto la sua tradizionale posizione nella regione. Oggi la sua strategia mi sembra tutto sommato abbastanza chiara. La Russia e il governo siriano potrebbero rinunciare ad una parte del territorio soltanto se il regime di Assad riuscisse a ristabilire la sua autorità nell'area che va da Damasco ad Aleppo. Questa è la ragione per cui Aleppo è al cuore del conflitto. Non si può dunque parlare ancora di una "Pax russa" in Medio Oriente perché gli obiettivi non sono stati ancora raggiunti. Credo che la Russia continuerà a perseguirli. Ma non si può combattere indefinitamente e Mosca potrebbe essere costretta a rivedere la propria politica.[17]
  • Macron ha vinto perché la Francia aveva paura del vuoto creato dalla scomparsa di alcuni grandi partiti, del terrorismo islamista, della crisi economica, del grande disordine mondiale e della incognita rappresentata dalla destra nazional-populista.[18]
  • Mentre purgava il partito, rafforzava i servizi di sicurezza, schiacciava i dissidenti e promuoveva i «paesani» di Tikrit alle posizioni più ambite o remunerative, Saddam recitava un'altra parte in commedia: quella del modernizzatore illuminato.[2]
  • Nel corso della sua esistenza Saddam aveva tradito e raggirato i compagni di partito, i potenziali concorrenti, i comunisti, i curdi, gli sciiti e gli iraniani. Ma fu lui stesso vittima di almeno tre tradimenti.[2]
  • Nel linguaggio corrente la parola «fascista» ha perduto il suo senso originario e significa semplicemente violento, intollerante, se non addirittura mascalzone. Molti di coloro che se ne servono hanno del fascismo un'idea vaga e sanno soltanto che è un insulto, quindi buono per aggredire verbalmente un uomo politico.[7]
  • Nel suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995, François Mitterrand disse di essere nato durante la Prima guerra mondiale, di avere fatto la Seconda e di essere giunto alla conclusione, durante la sua vita, che «il nazionalismo è la guerra».[19]
  • Nella filosofia totalitaria e nazional-socialista del Baath, il partito è il cuore del Paese, la mente della nazione, l'anima dello Stato e il centro vitale delle sue funzioni.[2]
  • Non c'era Al-Qaeda in Iraq nel 2003 quando gli Stati Uniti invasero e occuparono il Paese, apparve nel momento in cui, avendo disintegrato il regime di Saddam Hussein, trovarono spazio per le loro ambizioni, per i loro piani strategici.[5]
  • Non commettiamo l’errore di pensare che il Colonnello sia stato sempre impopolare. Le sortite nazionaliste e anti-occidentali piacevano a una parte della società libica e dell’opinione pubblica africana. I laici e i musulmani moderati approvavano il rigore con cui aveva combattuto e spento i focolai dell’islamismo radicale. Le straordinarie risorse naturali del Paese hanno arricchito il clan familiare del leader e creato una larga cerchia di profittatori, ma hanno anche consentito la nascita di nuovi ceti sociali, soprattutto negli apparati della pubblica amministrazione e dell’economia statale.[20]
  • Non è interamente colpa di Obama se le primavere arabe non hanno schiuso ai loro Paesi le porte della democrazia, se il partito americano della sicurezza gli ha impedito la chiusura di Guantánamo, se gli ayatollah iraniani non hanno accolto la sua offerta, se l'Afghanistan è sempre per metà talebano, se i sunniti iracheni contestano ai loro fratelli sciiti il diritto di governare il Paese, se il primo ministro israeliano ha preferito puntare sulla vittoria dei repubblicani nelle ultime elezioni presidenziali americane, se la Russia di Putin è più poliziesca e repressiva di quella di Medvedev. Obama ha avuto la sventura di entrare alla Casa Bianca nel momento in cui era già iniziato il lento declino dell'impero americano, e deve ora convivere con una società politica che reagisce a questa prospettiva troppo nervosamente.[8]
  • Parlare con l'Iran è necessario per almeno tre ragioni. È una potenza regionale, ha un capitale petrolifero che può giovare all'intera regione ed è la guida autorevole di una minoranza musulmana, gli sciiti, che attraversa il Golfo, è maggioranza in Iraq, si estende sino alla Siria e soprattutto al Libano. Non riusciremo a spegnere i fuochi della Siria senza la collaborazione dell'Iran. E non vi saranno prospettive di pace in Afghanistan se l'Iran non sarà chiamato a fare la sua parte.[21]
  • Per molti aspetti Moham­med Reza appartiene di diritto alla piccola cerchia di quegli uomini di Stato che cercarono di rinnovare secondo modelli occidentali i costumi politici e civili delle società musulmane: Mohammed Ali, fondatore del­l'Egitto moderno, il padre Reza, fondatore dell'ultima dinastia iraniana, il grande Kemal Ata­türk, creatore della Turchia moderna, e per certi aspetti persino Saddam Hussein, dittatore dell'Iraq sino alla guerra americana del 2003.
    Ma non aveva, a differenza del padre e di Kemal, la tempra del combattente, il rigore strategico, lo stile puritano del potere. Amava lo sfarzo della corte, le uniformi sgargianti, le villeggiature a Saint Moritz e le stravaganti feste imperiali con cui celebrò nel 1971 l'improbabile discendenza dello Stato iraniano da quello di Dario e di Ciro.[22]
  • [Sulla Primavera araba] Per una serie di circostanze, che lascio volentieri agli storici e ai sociologi, quello a cui stiamo assistendo, dopo la rivolta tunisina del dicembre 2010, è il fallimento dello Stato arabo-musulmano. È fallito lo Stato dei nuovi sultani: l'Egitto di Hosni Mubarak, la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, la Libia del colonnello Gheddafi. È fallito il nazionalsocialismo iracheno di Saddam Hussein e quello siriano della famiglia Assad. È fallita la democrazia multireligiosa e multiculturale del Libano. È fallita la Lega Araba. E potrebbero fallire, prima o dopo, gli Stati patrimoniali del Golfo. Sopravvivono paradossalmente le monarchie, da quella di Mohammed VI in Marocco a quella di Abdullah II in Giordania, ma il rischio del contagio, soprattutto nella seconda, è altissimo. In alcuni casi, Siria e Libia, la crisi è diventata rapidamente guerra civile. In altri casi, Egitto e Libano, la guerra civile potrebbe scoppiare da un momento all'altro.[23]
  • [Sullo Stato Islamico] Per vincere abbiamo un'arma che potrebbe rivelarsi efficace: i musulmani europei. Se sapremo coinvolgerli, saranno i nostri migliori alleati. Ne esistono le condizioni. Come quella creata durante la prima guerra del Golfo, la coalizione contro l'Isis non potrà mai essere definita una «crociata» composta da Paesi cristiani. È una ragionevole alleanza fra Paesi di tradizione cristiana e Paesi di tradizione musulmana. Mi piacerebbe che gli storici, un giorno, parlassero della guerra contro l'Isis come dell'evento che maggiormente avvicinò il mondo della cristianità e quello dell'Islam.[24]
  • Quando invase l'Iraq, nel 2003, George W. Bush credette che gli americani sarebbero stati accolti come liberatori e annunciò la fine della guerra, poche settimane dopo, di fronte a una scritta che proclamava al mondo: «Missione compiuta». Il presidente riteneva che il conflitto fosse giustificato dai legami di Saddam Hussein con il terrorismo islamico e dall'esistenza di armi chimiche e nucleari, di cui il dittatore avrebbe potuto servirsi contro il «mondo libero». Nessuna di queste affermazioni era vera. Non erano veri i legami con Al Qaeda, non esistevano armi di distruzione di massa, gli americani erano «liberatori» soltanto per una parte del Paese e la guerra, quando finalmente Bush uscì dalla Casa Bianca, non era finita.[13]
  • Quanti uomini politici, soprattutto europei, verrebbero convocati all’Aja per rendere conto dei loro rapporti con il leader libico? La fine del regime di Gheddafi è una buona notizia. Ma se vogliamo che sia utile al futuro della Libia e più generalmente a quello dei Paesi dell’Africa del Nord, nessuna di queste domande può essere ignorata o sottovalutata. Non basta salutare la fine del tiranno, la vittoria del popolo, il trionfo della democrazia.[20]
  • Sappiamo che cosa è accaduto. L'Iraq è diventato teatro di una guerra che dura da quattordici anni, ha contagiato l'intera regione e ha lasciato sul terreno un numero incalcolabile di vittime civili. La Tunisia ha dimostrato di avere forti spiriti democratici, ma è continuamente minacciata da gruppi jihadisti lungo le sue frontiere meridionali ed è diventata un vivaio di reclute per le milizie dell'Isis. L'Egitto è stato governato per parecchi mesi dalla Fratellanza Musulmana (una organizzazione che ha rivelato, quando è andata al potere, il suo volto integralista) ed è passato dalla semi-democrazia di Mubarak al regime autoritario e poliziesco del maresciallo Al Sisi. La Libia è stata devastata da una guerra tribale non ancora conclusa ed è oggi il principale capolinea mediterraneo delle migrazioni provenienti dal continente africano. La matassa siriana, in questo quadro, è la più imbrogliata. Di fronte alle proteste popolari Bashar Al Assad ha scelto di restare al potere e di resistere agli insorti. Ha riscosso qualche successo militare perché, a differenza di altri leader, ha potuto contare su alcuni importanti alleati: gli alauiti (una minoranza etnico-religiosa che appartiene alla grande famiglia sciita), i militanti del partito Baath, la borghesia commerciale e industriale di Aleppo, i cristiani e due grandi potenze: la Russia, presente in Siria con due basi militari sin dagli anni in cui si chiamava Unione Sovietica, e l'Iran degli Ayatollah.[15]
  • Se avesse potuto difendersi in un’aula di tribunale, Gheddafi avrebbe forse chiamato sul banco dei testimoni molti soci d’affari. Ma della sua umiliante fine politica e umana, se avesse conservato un briciolo di intelligenza, avrebbe potuto rimproverare soltanto se stesso.[12]
  • Se la guerra di Libia come sembra è terminata, sappiamo chi l'ha perduta: il Colonnello, il suo clan familiare, i profittatori del regime, le tribù alleate, gli amici internazionali che hanno scommesso sulla sua vittoria. Non sappiamo invece chi l'ha vinta. I ribelli hanno combattuto coraggiosamente, ma sono una forza raffazzonata composta all'inizio da qualche nucleo islamista, senussiti della Cirenaica, nostalgici del regno di Idris, una pattuglia democratica. Le loro file si sono ingrossate quando l'intervento della Nato è sembrato garantire una vittoria sicura. Ma il fatto che molti notabili siano stati alla finestra per parecchi mesi e abbiano cambiato campo soltanto nelle ultime settimane dimostra che il risultato della partita era incerto e che nella migliore delle ipotesi il Paese sarà governato da una coalizione di opportunisti post-gheddafiani, lungamente complici di colui che ha dominato la Libia per 42 anni.[25]
  • Se le nostre democrazie hanno deciso che eliminare Assad è una condizione irrinunciabile, dovrebbero prepararsi a ciò che potrebbe succedere dopo.[15]
  • [Su Saddam Hussein] Separato dal mondo, isolato fra gli splendidi marmi dei palazzi presidenziali, abituato ad avere incontri durante i quali i suoi interlocutori potevano soltanto ascoltare, il raìs elaborò teorie che nessuno aveva il diritto di contraddire. Era convinto che gli arabi fossero un popolo superiore. Era certo che gli americani soffrissero ancora della sindrome del Vietnam e che non avrebbero sopportato la vista del sangue sparso dai loro soldati. Era sicuro che il suo popolo si sarebbe sacrificato per la causa nazionale.[2]
  • Toccò a Roosevelt, Churchill, Stalin. Doveva toccare anche a De Gasperi. Mentre gli storici inglesi continuano a scalpellare il monumento di Churchill e il generale Volkogonov non smette di rileggere criticamente la vita dei fondatori dello stato sovietico, Nico Perrone, docente di storia americana e collaboratore del manifesto, pubblica presso l'editore Sellerio di Palermo un libro fortemente "revisionista" su De Gasperi e l'America. [...] Perrone ci precipita all'indietro negli anni in cui De Gasperi era "lacchè degli Stati Uniti", Scelba era il suo "ministro della polizia", Saragat rompeva l'unità socialista con i soldi degli americani e Pacciardi cacciava i comunisti dagli opifici militari per obbedire agli ordini della CIA. Le tesi del libro sono sostanzialmente queste. Non è vero che gli americani abbiano assistito l'Italia per aiutarla a consolidare il suo regime democratico: lo hanno fatto per creare nel paese, con la collaborazione dei loro clienti, un duro fronte anticomunista. [...] Perrone è uno storico, e per convincere il lettore del buon fondamento delle sue convinzioni ha fatto lunghe ricerche negli archivi italiani e degli Stati Uniti, ha confrontato e integrato i documenti americani con quelli che rimangono negli archivi personali dei maggiori uomini politici del tempo, da Truman a Acheson.[26]
  • Un processo a Gheddafi sarebbe una pietra miliare nella lunga strada verso la giustizia internazionale.[20]
  • [Su Saddam Hussein] Voleva fare del partito una forza di quadri e di militanti devoti e disciplinati, nello stile dei partiti fascisti e comunisti d'Europa.[2]
  • Washington non vuole Assad, non vuole l'Isis e non vuole Putin nel Mediterraneo. Un tale groviglio di desideri incompatibili sarebbe più facilmente sostenibile se il presidente Obama fosse disposto a impegnare le forze americane sul terreno. Ma esclude anche questa possibilità, forse perché non vuole concludere il suo mandato con una operazione che ricorderebbe, anche se in circostanze alquanto diverse, quella del suo predecessore alla Casa Bianca. Ha un altro piano?[27]

Lettere al Corriere, Corriere della Sera[modifica]

  • L'Italia non è uno Stato laico: è uno Stato concordatario. (19 luglio 2005)
  • È vero che molti italiani non decidono la destinazione dell'8 per mille, ma la maggioranza di coloro che danno una indicazione sceglie la Chiesa. Che cosa può osservare un laico di fronte a una tale decisione? Forse semplicemente che molti italiani, credenti o no, riconoscono alla Chiesa un'utile funzione sociale o, peggio, che non si fidano del modo in cui lo Stato spende i suoi soldi. (20 luglio 2005)
  • [Sul magistrato che si è rifiutato di amministrare la giustizia finché nell'aula non toglieranno il crocifisso] Personalmente credo che un pubblico ufficiale non dovrebbe servirsi delle sue funzioni per promuovere una causa o condurre una personale battaglia politica o ideale. Le funzioni non gli appartengono. Gli sono state conferite nell'interesse della società e non possono essere interrotte semplicemente perché il suo titolare vuole manifestare preferenze o dissensi. (ottobre 2005)
  • Benché «filosofo del fascismo», secondo la definizione che accompagnava abitualmente il suo nome, Gentile proteggeva l'autonomia della Normale dalle ingerenze di Carlo Scorza, responsabile dei Fasci giovanili, e cercava di tenere la politica lontana, per quanto possibile, dallo straordinario palazzo del Vasari che domina la piazza dei Cavalieri. [...] Gentile e Capitini si separarono [...] nella sala delle adunanze del palazzo dei Cavalieri. Il filosofo disse di sperare che «le future esperienze gli facessero vedere la vita e la realtà delle cose sotto un aspetto diverso»; e Capitini rispose che non poteva fare altro che «contraccambiare l'augurio». Fu certamente una rottura. Ma non appena il giovane pacifista uscì dalla sala, il filosofo si voltò verso Francesco Arnaldi, che aveva assistito a questo scambio di battute, e disse «Abbiamo fatto bene a mandarlo via perché, oltre tutto, è un galantuomo». (da Aldo Capitini e il pacifismo alla Scuola Normale, 4 luglio 2006)
  • [Sulla casta dei giornalisti e la cancellazione dell'Ordine] L'idea che ogni persona debba essere giudicata dai suoi pari prefigura un possibile conflitto di interessi ed è feudale, cioè tipica di una società costituita da poteri autonomi, autogestiti e autoreferenziali. Gli Ordini obbediscono inevitabilmente alla logica dell'autoconservazione e del potere. (30 dicembre 2006)
  • Il trattato di Osimo (Ancona) del 1975 confermò le intese provvisorie del 1954 e fissò definitivamente la frontiera italo-jugoslava cedendo al regime di Tito l'Istria, le isole italiane della Dalmazia, Fiume e buona parte della Venezia Giulia. Oggi, dopo quanto  accaduto in Jugoslavia negli anni Novanta, sappiamo che sarebbe stato meglio non firmarlo. (15 febbraio 2007)
  • È bene ricordare che Roosevelt dichiarò guerra soltanto al Giappone. Furono i tedeschi e gli italiani che dichiararono guerra agli USA l'11 dicembre 1941. (23 maggio 2007)
  • In tutte le scuole europee e americane l'insegnamento della storia è servito ad affermare la legittimità degli Stati nazionali e a suscitare l'orgoglio dei loro cittadini. Gli autori dei manuali scolastici risalivano il corso del tempo per individuare e ingrandire fattori e vicende che sembravano preannunciare il destino nazionale dei popoli insediati su un particolare territorio. Abbiamo appreso la storia come un teorema rovesciato, ricavando le premesse che ci facevano comodo. (26 giugno 2007)
  • Esistono dichiarazioni a cui la classe politica italiana ricorre frequentemente: ho fiducia nella giustizia; le manifestazioni popolari sono il sale della democrazia; il capo dello Stato è il presidente di tutti gli italiani; gli scioperanti hanno esercitato il loro diritto; le forze dell'ordine hanno dato prova di abnegazione. Sono il "politicamente corretto" degli italiani e vengono usate generalmente quando colui che se ne serve pensa esattamente il contrario. (28 giugno 2007)
  • A proposito di Wikipedia, caro Magini, posso dirle soltanto che questa enciclopedia online è uno dei frutti più sorprendenti della grande rivoluzione che il computer personale e Internet hanno provocato nel campo della comunicazione. In un articolo pubblicato dal settimanale Mondo del 13 luglio, Andrea Turi ricorda che la parola "wiki" viene dal linguaggio parlato nelle isole Hawaii e significa "rapido". La parola allude alla rapidità con cui le informazioni appaiono sullo schermo, ma vale anche per il suo straordinario sviluppo in pochi anni. È nata in inglese il 15 gennaio 2001, ma sono bastati soltanto quattro mesi perché venissero create 13 edizioni fra cui una italiana. Oggi il suo sito è uno dei dieci più frequentati nel mondo e registra ogni sei mesi circa sei miliardi di accessi. È una enciclopedia in cui tutti possono scrivere e a cui tutti possono attingere. Si compone di circa sette milioni di voci (poco meno di 350.000 in italiano) ed è scritta in circa 250 lingue da uno stuolo di collaboratori anonimi, curiosi, appassionati di temi particolari e ansiosi di gettare le loro informazioni nel grande mondo della rete. Insomma Wikipedia è una cattedrale che cresce spontaneamente, senza disegni e architetti grazie alla collaborazione di parecchie migliaia di muratori volontari. È inevitabile, in queste condizioni, che qualche colonna sia sghemba, qualche arco mal calcolato, qualche pietra difettosa, qualche prospettiva ingannevole. Ma gli errori ideologici, le sviste e i partiti presi non mi impediranno di continuare a consultarla. Raccomando ai lettori di fare altrettanto con il tradizionale ammonimento che accompagna le buone medicine: usare con cautela.[28] (da Come insegnare il friulano e leggere Wikipedia, 25 settembre 2007)
  • Le riforme sono difficili in Italia [...] perché ogni corporazione, dai maggiori ordini professionali alla più modesta sigla sindacale, ha di fatto un diritto di veto. Abbiamo spinto il concetto di democrazia sino a generare il suo opposto: la tirannia delle minoranze. (da La battaglia per le riforme vinta a Berlino, persa a Roma, 30 luglio 2014)
  • [Sull'attentato alla sede di Charlie Hebdo del 2015] Le reazioni delle opinioni pubbliche e dei governi democratici all'attentato contro la redazione di un giornale satirico francese hanno dato l'impressione che l'Occidente consideri la libertà d'espressione alla stregua di un valore assoluto e intoccabile, da difendere sempre e comunque, indipendentemente da ogni altra considerazione. Non è vero, naturalmente. Non vi è Paese, fra quelli rappresentati in prima fila alla grande manifestazione di Parigi, che non abbia leggi in cui vengono fissati confini e paletti. (da Libertà di espressione si, ma con giudizio, Corriere.it, 15 gennaio 2015)
Da Gorizia: i tre volti di una piccola grande città, Corriere della Sera, 7 ottobre 2005
  • [A Quirino Principe] Caro Principe, negli annali della letteratura nazionalista sulla Grande guerra, Gorizia è stata a lungo la «città santa» per cui furono combattute le undici battaglie dell'Isonzo.
  • Negli annali della guerra fredda, infine, Gorizia è stata una piccola Berlino, la città deturpata da un muro, divisa da una frontiera e dominata da un colle su cui il Minculpop jugoslavo aveva scritto con le pietre a caratteri cubitali, perché tutti dal basso potessero leggere, «Nas Tito», il nostro Tito.
  • Nelle mie visite a Gorizia ho sempre avuto l'impressione che la città, nonostante i suoi monumenti e le sue lapidi, portasse il peso di questa immagine [«Nas Tito»] con una certa noncuranza. A costo di ferire qualche suscettibilità, le dirò, caro Principe, che non può essere né interamente italiana né interamente slava né interamente austriaca.
  • Per i tedeschi che scendevano verso il Sud, Gorizia era la prima città in cui l'aria, i portici delle vie, i sapori della cucina e il colore del vino avessero un «gusto» italiano. Per gli italiani che andavano a Vienna, a Salisburgo, a Monaco e a Dresda, era la prima città in cui le locande fossero pulite, le ostesse accoglienti, le kellerine servizievoli e graziose. Per gli sloveni del contado il Prato, come si chiamava nella loro lingua la piazza più grande, era il mercato dove si scambiavano merci e notizie. Oggi Gorizia è molto più di una locanda per viaggiatori di passaggio.

I volti della storia[modifica]

  • È difficile oggi, a più di vent'anni dalla morte, fare l'elogio di Tito. Il dio a cui si convertì è fallito.
    Le sue numerose riforme economiche non hanno sortito altro effetto fuor che quello di rallentare lo sviluppo del paese. Lo Stato che egli ha creata alla fine della seconda guerra mondiale si è drammaticamente disciolto. Il ricordo delle sue vittime (fra cui molti italiani) oscura quello dei suoi trionfi internazionali. [...] Come spiegare al lettore che il suo funerale fu onorato dalla presenza di tre re, ventuno capi di Stato (fra cui il presidente dell'Unione Sovietica) e sedici primi ministri? Come spiegare al lettore italiano, in particolare, che il governo di Roma, per coltivare l'amicizia, gli perdonò le foibe, il colpo di mano su Trieste nella primavera del 1945 e l'esodo degli istriani fra il 1945 e il 1947? Come spiegare che Tito rimane, nonostante i vizi e gli errori, uno dei grandi protagonisti del ventesimo secolo? (p. 166)
  • Dopo le riforme fallite degli anni Settanta i quattro mesi della sua agonia all'inizio del 1980 furono la metafora del male che avrebbe distrutto negli anni seguenti il suo Stato. Ma nessuno potrà mai scrivere la storia del Novecento senza ricordare che Tito combatté due guerre, una contro Hitler, l'altra contro Stalin; e le vinse entrambe. (p. 171)
  • Per Theodor Herzl, profeta dello «Stato ebraico» e fondatore del movimento sionista, i palestinesi non esistevano. La terra dove gli ebrei europei avrebbero costruito la loro nazione presentava ai suoi occhi il doppio vantaggio di essere povera e «vuota». Sperò che il sultano di Costantinopoli l'avrebbe venduta (gli offrì un milione e seicentomila sterline) e che avrebbe permesso in tal modo a un «popolo senza terra di far fiorire una terra senza popolo». Herzl non ignorava naturalmente l'esistenza di una popolazione indigena e sapeva che il numero degli arabi e degli ebrei a Gerusalemme, nella seconda metà dell'Ottocento, era pressoché eguale. Ma dovette giungere alla conclusione che non erano un popolo, che non avevano una identità nazionale e che si sarebbero spostati altrove, senza sollevare obiezioni, per fare posto ai cittadini dello Stato sionista. Non aveva del tutto torto. Alla fine dell'Ottocento «Palestina» era soltanto un termine storico, desunto dal nome di una provincia romana, e i «palestinesi» non esistevano. Li avrebbe creati, nei decenni seguenti, il movimento di Theodor Herzl. (p. 315)

Le altre facce della storia[modifica]

  • Non è vero che il Medio Oriente sia stato sempre «islamista». Negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente iracheno, fu sempre detestato dai movimenti islamici del Medio Oriente. Il suo fondatore Michel Aflaq fu una delle personalità più interessanti di quel periodo.
  • Nel fascismo italiano e nel nazionalsocialismo tedesco Aflaq credette di trovare tutti gli ingredienti necessari alla modernizzazione delle società arabe e alla nascita di un grande movimento panarabo: un partito di massa, un apparato composto da militanti laici, una società militarizzata e pronta a difendere la patria contro le potenze coloniali, una economia diretta dall'alto con una forte partecipazione dello Stato, capace di dare lavoro e prosperità ai ceti più miserabili della popolazione.

Incipit di Libera Chiesa. Libero Stato?[modifica]

Il 19 settembre 1870 Pio IX uscì dal Vaticano per visitare la Scala Santa. Sulla via del ritorno il popolo di Roma lo applaudì calorosamente. Gli stessi applausi, scrisse molti anni dopo Stefano Jacini, accolsero i bersaglieri del generale Cadorna la sera del 20 settembre. Comincia così, fra due manifestazioni popolari di segno opposto, la storia della convivenza fra Stato e Chiesa in una città che fu da quel momento capitale di un Regno e di una Chiesa universale.

Note[modifica]

  1. Da L'illusione di un ponte per Aleppo, Corriere.it, 13 agosto 2016.
  2. a b c d e f g h i Da Le sette vite del raìs, Corriere.it, 15 dicembre 2003.
  3. Da La politica di Berlusconi. Il partito-azienda, La Stampa, 17 dicembre 1993, p. 1.
  4. a b Da Una guerra che non va perduta, Corriere.it, 11 gennaio 2015.
  5. a b c d Citato in «Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell'ISIS», intervista a Sergio Romano, Sulromanzo.it, 19 novembre 2015.
  6. Da L’illusione inglese: un mondo senza ayatollah, Corriere.it, 29 settembre 2017.
  7. a b c Da Fascisti Islamici, Corriere.it, 12 agosto 2006.
  8. a b Da Ambizioni perdute di un presidente, Corriere.it, 12 agosto 2013.
  9. a b Citato in Siria. Romano: «Obama si oppone ad Assad a tutti i costi perché è ideologico», Tempi.it, 2 ottobre 2015.
  10. Da Dal Kurdistan fino alla Scozia: le ragioni deboli delle secessioni (e i diritti degli altri), Corriere.it, 14 luglio 2005.
  11. Da Armi democratiche, Corriere.it, 1 settembre 2013.
  12. a b c d Da I volti di un satrapo, Corriere.it, 21 ottobre 2011.
  13. a b Da Una missione mai compiuta, Corriere della Sera, 23 dicembre 2011.
  14. Da La rivoluzione brucia, La Stampa, 26 febbraio 1993.
  15. a b c Da Ma non bisogna dimenticare che in Siria le guerre sono due, Corriere.it, 12 aprile 2017.
  16. Da Corriere della sera, 28 dicembre 2009.
  17. Citato in Sul nuovo ruolo della Russia, un commento di Sergio Romano, Treccani.it, 3 novembre 2016.
  18. Da La sindrome bonapartista dei francesi, Corriere della Sera, 19 giugno 2017.
  19. Citato in L'alleanza effimera dei populisti, Corriere della Sera, 24 gennaio 2017, pp. 1 e 26.
  20. a b c Da I veleni in coda a una dittatura, Corriere.it, 24 agosto 2011.
  21. Da Il termometro di Teheran, Corriere.it, 14 giugno 2013.
  22. Da Vita e morte di Reza Pahlavi. Il rischio del denaro facile, Corriere.it, 1º agosto 2009.
  23. Da Il Mediterraneo dimenticato, Corriere.it, 30 giugno 2013.
  24. Da I terroristi che sono tra noi, Corriere.it, 27 settembre 2014.
  25. Da Strana guerra senza vincitori, Corriere.it, 22 agosto 2011.
  26. Da La Stampa, 7 agosto 1995.
  27. Da Il groviglio di Obama, Corriere.it, 10 settembre 2015.
  28. Rispondendo a un lettore preoccupato dell'attendibilità di Wikipedia, il quale citava una versione vandalizzata della voce Sergio Romano contenente opinioni personali e accuse di fascismo.

Bibliografia[modifica]

  • Sergio Romano, I volti della storia. I protagonisti e le questioni aperte del nostro passato, Rizzoli, 2001.
  • Sergio Romano, Libera Chiesa. Libero Stato? Il Vaticano e l'Italia da Pio IX a Benedetto XVI, Longanesi, 2005. ISBN 8830423203
  • Sergio Romano, Le altre facce della storia: Dietro le quinte dei grandi eventi, Bur, 2010. ISBN 8858623258

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