Giovanni Boccaccio

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Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio (1313 – 1375), poeta e prosatore italiano.

  • Fu adunque questo nostro poeta [Dante Alighieri] di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre vestito in quell'abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. (da Trattatello in laude di Dante)
  • Giovine donna è mobile, e vogliosa | È negli amanti molti, e sua bellezza | Estima più ch'allo specchio, e pomposa | Ha vanagloria di sua giovinezza; | La qual quanto piacevole e vezzosa | È più, cotanto più seco l'apprezza: | Virtù non sente, né conoscimento, | Volubil sempre come foglia al vento. (Filostrato, VIII, 30)
  • Nella montagna esiste ancora una grande apertura, chiaro testimone dell'avvenuto incendio. Alle radici di questa avvenne una battaglia famosa tra Romani e Latini, nella quale Publio Decio, console, per ottenere la vittoria si dedicò agli Dei profondi, e quindi morì. I contadini odierni chiamano frequentemente tutto questo monte la Somma. (da De montibus, silvis, fontibus, lacubis, fluminibus, stagnis, seu paludibus et nominibus maris, citato ne Il Vesuvio)
  • Il Vesuvio è un monte della Campania, non congiunto ad altro monte, abbondante in ogni parte di vigne e frutteti. Dal lato di Scirocco giace ai suoi piedi Pompei, e, quasi di Scirocco, Sarno, e, più lontana Benevento. Dal lato di Grecale giace Capua e da quello di Maestrale vi è Napoli dei Calcidensi, detta Partenope. Da mezzo questo, vicino la cima, usciva, con grandissima paura dei contadini, tanto fumo da ricoprire tutta la regione. (da De montibus, silvis, fontibus, lacubis, fluminibus, stagnis, seu paludibus et nominibus maris, citato ne Il Vesuvio)

Indice

[modifica] Decameron

[modifica] Incipit

Umana cosa è l'aver compassione agli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere, e hannol trovato in alcuni: fra' quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d'altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo io, si richiedesse, quantunque appo coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevol termine mi lasciava contento stare, più di noia che bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea.

[modifica] Citazioni

  • Fu dunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza dotato d'ingegno, il qual, forse credendosi con quelle medesime opere soddisfare alla moglie che egli faceva agli studi, cercò d'avere bella e giovine moglie.1.E quello gli venne fatto; ma nel consumare il matrimonio resesi conto di farcela a stento. Per ciò incominciò ad insegnar a costei un calendario in cui niun dì era che non fosse una festa, a reverenza delle quali mostrava l'uomo e la donna doversi astenere dallo congiungersi. E questa maniera, non senza grave malinconia della donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena, lungamente tenne, sempre guardandola bene, non fosse alcuno altro le 'nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli l'aveva insegnato le feste. Avvenne che un giorno essa venne rapita da un corsale chiamato Paganino, per la qual cosa messer lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dello aere stesso, fu oltremodo dolente. A Paganino, veggendola così bella, non avendo moglie pensò di sempre tenersi colei, e lei, che forte piagnea, cominciò dolcemente a confortare. E venuta la notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni festa o feria uscita di mente, la cominciò a conforare coi fatti; e per si fatta maniera la racconsolò che dopo poco il giudice e le sue leggi le furono uscite di mente, e cominciò a vivere lietamente con Paganino. Ma pervenuto agli orecchi del giudice dove la sua donna fosse, dispose d'andar per lei, disposto a spendere per lo riscatto assai denari. Arrivato, pregò Paganino che quello che gli piaceva prendesse e la donna gli rendesse. Al quale Paganino rispose: "Messere, se voi siete suo marito, vi menerò da lei, e se essa vogliasene con voi venire, quello che voi medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete". Disse allora il giudice: "Per certo ella è mia moglie, e sicuramente appena mi vedrà mi si gittarà incontinente al collo". Paganino adunque la fece chiamare ed ella uscì d'una camera, ma non fece al giudice altamente motto che fatto s'avrebbe ad un qualsiasi altro forestiero. Il che vedendo il giudice si maravigliò forte e disse: "Donna, non vedi tu che io sono il tuo messer Ricciardo, venuto a pagare per riaverti?... egli, per ciò che voglio, mi ti rende". La donna, rivolta a lui, sorridendo disse: " Messere, dite voi a me? Guardate che voi non mi abbiate scambiata per altra, che non mi ricordo che io vi vedessi giammai". Immaginossi il giudice che esso questo dicesse per tema di Paganino, e chiese di grazia che solo con essolei le potesse parlare. Acconsentendo Paganino, e trovandosi solo con lei, cominciò messer Ricciardo a dire: "Deh, anima mia dolce, non mi risconosci, io che t'amo più che me medesimo? Son io così trasfigurato?". La donna incominciò a ridere e disse:."Io non son così smimorata che io non conosca che voi siate Ricciardo, mio marito; ma voi mostrate assai male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio dovevate aver conoscimento che io era giovane e gagliarda e perciò conoscere quello che alle giovani donne, oltre che al vestire e al mangiar, si richiede; il che come voi il facivate, sapete. E mai mi parve che voi giudice foste, ma banditore di sagre e di feste, sì ben le sapevate. Sonmi abbattuta a costui, col quale non si sa che cosa festa sia; e però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane, e le feste e le perdonanze serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi andatevene, e senza di me fate feste quante vi piace." Messer Ricciardo, veggendosi a mal partito e conoscendo allora la sua follia d'aver moglie giovane tolta, dolente e tristo s'uscì dalla camera, e lasciata la donna a Pisa si ritornò, e in tanta mattezza per dolor cadde, che andando per Pisa, a chiunque lo salutava o d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva, se non: "Il mal furo non vuol festa".
  • E erano alcuni, li quali avvisavano che il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente [la peste] resistere: e fatta lor brigata, da ogni lato separati viveano, e in quelle case ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e da viver meglio, delicatissimi cibi e ottimi vini temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare a alcuno volere di fuori, di morte o d'infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quegli piaceri che aver poteano si dimoravano. (Introduzione, 20)
  • Ed essa che con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato a lui si coricò per pulcella, e fecegliele credere che così fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E perciò si disse: – Bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna.[1][2] (II giornata, novella VII)
  • È [...] meglio fare e pentere, che starsi e pentersi. (III giornata, novella V)
  • E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion della carne. (III giornata, novella X)
  • Et abbi questo per certo: che colei sola è casta la quale o non fu mai da alcuno pregata, o se pregò, non fu esaudita. (II giornata, novella IX)
  • Sola la miseria è senza invidia nelle cose presenti. (IV giornata, introduzione)
  • Amor può molto più che né voi né io possiamo. (IV giornata)
  • Le leggi deono essere comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. (VI giornata VI, novella VII)
  • Amor, s'io posso uscir de' tuoi artigli, | appena creder posso | che alcun altro uncin più mai mi pigli. (VI giornata, conclusione)
  • Voi dovete sapere che in Siena fu già un giovane assai leggiadro e d'orrevole famiglia, il quale ebbe nome Rinaldo; e amando sommamente una sua vicina e assai bella donna e moglie d'un ricco uomo, e sperando, se modo potesse avere di parlarle senza sospetto, dovere aver da lei ogni cosa che egli disiderasse, non vedendone alcuno ed essendo la donna gravida, pensossi di volere suo compar divenire; e accontatosi col marito di lei, per quel modo che più onesto gli parve gliele disse, e fu fatto. (VII giornata, novella III, 4)
  • Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il quale fu Tofano nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna, il cui nome fu monna Ghita, della quale egli, senza saper perché, prestamente divenne geloso. Di che la donna avvedendosi prese sdegno, e più volte avendolo della cagione della sua gelosia addomandato, né egli alcuna avendone saputa assegnare, se non cotali generali e cattive, cadde nell'animo alla donna di farlo morire del male del quale senza cagione aveva paura. (VII giornata, novella IV)
  • E così, a modo del villan matto, dopo danno fe' patto. (VII giornata, novella IV)
  • In Frioli, paese, quantunque freddo, lieto di belle montagne, di più fiumi e di chiare fontane, è una terra chiamata Udine, assai piacevole e di buona aria.

[modifica] Opere volgari

  • Donna del cielo, e non m' avere a sdegno, | Perch'io sia di peccati grave e brutto. | Io spero in te, e 'n te sempre ho sperato: | Prega per me, ed esser mi fa' degno | Di veder teco il tuo beato frutto.
  • Non spero mai di tal noia [fare poesia] guarire, | Si d' ogni parte circondato m' ave: | Ben so però che Dio mi può aiutare.
  • Poco senno ha chi crede la fortuna | O con preghi o con lacrime piegare, | E molto men chi crede lei fermare | Con senno con ingegno o arte alcuna. (XXXV)

[modifica] Incipit di alcune opere

[modifica] Corbaccio

Qualunque persona, tacendo, i benefìci ricevuti nasconde senza aver di ciò cagione convenevole, secondo il mio giudicio assai manifestamente dimostra sé essere ingrato e mal conoscente di quelli. Oh cosa iniqua e a Dio dispiacevole e gravissima a' discreti uomini, il cui malvagio fuoco il fonte secca della pietà! Del quale acciò che niuno mi possa meritamente riprendere, intendo di dimostrare nell'umile trattato seguente una speziale grazia, non per mio merito, ma per sola benignità di Colei che impetrandola da Colui che vuol quello ch'ella medesima, nuovamente mi fu conceduta. La qual cosa faccendo, non solamente parte del mio dovere pagherò, ma sanza niuno dubbio potrò a molti lettori di quella fare utilità.

[modifica] Della Canaria e delle altre isole oltre Ispania nell'oceano nuovamente ritrovate

Correndo anni Domini MCCCXLI vennono a Fiorenza lettere de' mercadanti fiorentini[3], che erano in Sivilia città de la Spagna ulteriore, et quivi sugiellate a' XV di novembre, dove era scritto quanto disotto racconteremo.
Dicono dunque come a dì primo luglio di questo anno sopradetto, dua navi provedute per lo re di Portogallo d'ogna bisognevile per lo passaggio, et con esse un'altra navicella bene guernita, con giente de' fiorentini, genovesi, et spanioli catalani, et altra giente d'Ispania sciolte le vele dalla città di Lisbona presono l'alto, conducendo con se cavalli, armi et macchine di guerra per isforzare cittadi et castella, et andaro a cercare quelle isole che volgarmente è voce essere state trovate.

Anno ab incarnato verbo MCCCXLI a mercatoribus florentinis[4] apud Sobiliam Hispaniae ulterioris civitatem morantibus Florentiam literae allatae sunt ibidem clausae[5] XVII kal. decembris anuo iam dicto, ia quibus quae disseremus inferius continentur.
Ajunt quidem primo de mense julii hujns anni duas naves, impositis in eisdem a rege Portogalli opportunis ad transfretandum commeatibus, et cum iis navìcula una munita, homines florentinorum, januensium, et hispanorum castrensium, et aliorum hispanorum a Lisbona civitate datis velis in altum abiisse, ferentes insuper equos et arma, et machinamenta bellorum varia ad civitates et castra capienda, quaerentes ad eas insulas, quas vulgo repertas dicimus.

[modifica] Elegia di Madonna Fiammetta

Suole a' miseri crescere di dolersi vaghezza, quando di sé discernono o sentono compassione in alcuno. Adunque, acciò che in me, volonterosa più che altra a dolermi, di ciò per lunga usanza non menomi la cagione, ma s'avanzi, mi piace, o nobili donne, ne' cuori delle quali amore più che nel mio forse felicemente dimora, narrando i casi miei, di farvi, s'io posso, pietose. Né m'è cura perché il mio parlare agli uomini non pervenga, anzi, in quanto io posso, del tutto il niego loro, però che sì miseramente in me l'acerbità d'alcuno si discuopre, che gli altri simili imaginando, piuttosto schernevole riso che pietose lagrime ne vedrei.

[modifica] Filocolo

Mancate già tanto le forze del valoroso popolo anticamente disceso del troiano Enea, che quasi al niente venute erano per lo maraviglioso valore di Giunone, la quale la morte della pattovita Didone cartaginese non avea voluta inulta dimenticare e all'altre offese porre non debita dimenticanza, faccendo degli antichi peccati de' padri sostenere a' figliuoli aspra gravezza, possedendo la loro città, la cui virtù già l'universe nazioni si sottomise, sentì che quasi nelle streme parti dello ausonico corno ancora un picciolo ramo della ingrata progenie era rimaso, il quale s'ingegnava di rinverdire le già seccate radici del suo pedale.

[modifica] Trattatello in laude di Dante

Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell'antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de' quali, con matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica, che 'l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo.

[modifica] Citazioni su Giovanni Boccaccio

  • Contiene l'ammaestramento a usare l'intelligenza contro la fortuna, a saper cogliere l'occasione e a comportarsi audacemente, perché è meglio correre dei rischi che affondar nell'inerzia. (Giuseppe Prezzolini)
  • Per chi trae diletto da una lingua viva e bella, leggere il Decamerone non è dissimile dal vagare tra alberi in fiore e bagnarsi in acque purissime. (Hermann Hesse)

[modifica] Note

  1. Questo distico fu ripreso da Arrigo Boito nel libretto dell'opera lirica Falstaff (atto II, quadro II) scritto per Giuseppe Verdi.
  2. Citazione ripresa nella commedia Decameron Pie
  3. Nel margine è scritto dalla stessa mano: il fiorentino che fu capitano in queste navi è chiamato Angiolino del Tegghia de' Corbizzi consobrino de' figliuoli di Gherardino di Gianni.
  4. In margine è scritto della stessa mano: Florentinus qui cum his navibus praefuit est Angelinus del Tegghia de' Corbizzis consobrinus filiorum Gherardini Giannis
  5. Si avverte il lettore, che nel codice non sono dittonghi, secondo l'uso di quell'età più comune.

[modifica] Bibliografia

  • AA. VV., Il Vesuvio, Pierro Gruppo Editori Campani, Napoli 2000.
  • Giovanni Boccaccio, Della Canaria e delle altre isole oltre Ispania nell'oceano nuovamente ritrovate, in "Brano contenuto in "Monumenti di un manoscritto autografo e lettere inedite di Messer Giovanni Boccaccio. Il tutto nuovamente trovato ed illustrato da Sebastiano Ciampi", Milano, coi tipi di Paolo Andrea Molina, 1830.
  • Giovanni Boccaccio, Filocolo, Mondadori, 1998. ISBN 8804456744
  • Giovanni Boccaccio, Opere volgari, Magheri, 1834.
  • Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, Garzanti, 1995. ISBN 8811585864

[modifica] Altri progetti

[modifica] Opere

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