Hermann Hesse

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1946)
Hermann Hesse (ritratto del 1905)

Hermann Hesse (1877 – 1962), scrittore e poeta tedesco naturalizzato svizzero.

Citazioni di Hermann Hesse[modifica]

  • Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno. (da Il giuoco delle perle di vetro; citato anche nel film Il caso Thomas Crawford)
  • Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio. (da Klein e Wagner)
  • Chi ha un forte senso individualistico deve riconoscere che la vita è una lotta tra sacrificio e fierezza, tra il riconoscimento sociale e la salvezza della personalità. (da Letture da un minuto, a cura di Volker Michels, traduzione di Maria Teresa Giannelli, Rizzoli, 1983)
  • Della sua vita non c'è altro da raccontare. Il resto si è svolto al di là delle immagini e della storia. Da quel bosco non è uscito più. (da Il giuoco delle perle di vetro)
  • Destino e carattere sono due nomi del medesimo concetto. (da La cura)
  • [Su L'idiota] Egli nega, questo mite Idiota, tutta la vita, tutti i pensieri e i sentimenti, tutto il mondo e la realtà degl'altri. Per lui la verità è una cosa tutta diversa che per loro. La loro realtà, per lui, è come un'ombra. Il fatto di vedere e di pretendere una realtà assolutamente nuova fa di lui loro nemico. [...] [Egli] una o più volte si è trovato sulla magica soglia ove si accetta ogni cosa, dove non solo è vero ogni pensiero remoto, ma anche il suo contrario. La sua innocenza è tutt'altro che innocua, e a ragione gl'altri ne hanno terrore. [...] Non che infranga le tavole della legge, ma le gira solo dall'altra parte e ci mostra che sul retro è scritto il contrario. (da Saggi; Poesie scelte)
  • Già mezza Europa... è sulla via del caos, ebbra di fanatiche illusioni cammina sull'orlo dell'abisso e canta, canta un inno ebbro come cantava Dmitri Karamasoff[1]. Il borghese oltraggiato ride di questi canti, ma il santo e il veggente li ascoltano piangendo. (citato in Robero Sanesi, T.S. Eliot, CEI, Milano)
  • Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci. (da Peter Camenzind)
  • Il dipingere è meraviglioso, rende più allegri e più pazienti. Dopo non si hanno le dita nere come quando si scrive, ma rosse e blu. (da L'infanzia dell'incantatore)
  • Il principio di ogni arte è l'amore; valore e dimensione di ogni arte vengono soprattutto determinati dalle capacità d'amore dell'artista. (da una recensione del 1914)
  • Il prodigio della Bhagavad-gita è nella sua rivelazione, davvero bella, della saggezza della vita, che rende possibile alla filosofia di fiorire nella religione.
The marvel of the Bhagavad-Gita is its truly beautiful revelation of life's wisdom which enables philosophy to blossom into religion. (citato in A Tribute to Hinduism)
  • Il richiamo della morte è anche un richiamo d'amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell'amore e della trasformazione. (lettera del 1950, Montagnola, da Gesammelte Briefe – Tutte le lettere)
  • Il viaggio fu, in realtà, una delusione, cioè per allora, perché in seguito esso fece maturare i più splendidi frutti. (da una lettera a Romain Rolland, 1923)[2]
  • Io non credo in quei poeti dalle cui menti, si dice, i versi prorompono già compiuti, come dee corazzate. Io so quanta vita interiore e quanto sangue rosso vivo ogni singolo verso genuino deve aver bevuto, prima di poter alzarsi in piedi e camminare da solo. (da Hermann Lauscher)
  • La tua vita non sarà piatta e scialba se saprai che la tua lotta non avrà successo. Sarà molto più piatta se tu, combattendo per qualcosa di degno e di spirituale, pensi che lo dovresti anche ottenere. (da Letture da un minuto)
  • L'uomo si differenzia dal resto della natura soprattutto per una viscida gelatina di menzogne che lo avvolge e lo protegge.
L'uomo si distingue dal resto della natura soprattutto per uno strato gelatinoso di menzogna che lo veste e lo protegge. (da Peter Camenzind)
  • Nella nostra vita frettolosa, assordante, sono maledettamente poche le ore in cui l'anima può diventare cosciente di sé stessa, in cui tace la vita dei sensi e quella dello spirito e l'anima sta senza veli davanti allo specchio dei ricordi e della coscienza. (da Notti insonni)[3]
  • Non sapevano, invece, che questo ordinamento delle cose non è affatto ovvio, che presuppone una data armonia fra mondo e spirito la quale può sempre essere turbata, che la storia universale non aspira, tutto sommato, a ciò che è desiderabile, bello e ragionevole, ma tutt'al più lo tollera come eccezione. (da Il giuoco delle perle di vetro)
  • Ogni essere umano è qualcosa di personale e irripetibile; voler sostituire al posto della coscienza personale una collettiva è già una violenza, e il primo passo verso ogni forma di totalitarismo. (da Letture da un minuto)
  • Parlare: ecco la via più sicura per fraintendere, per rendere tutto piatto e insulso. (da Klein e Wagner)
  • Perciò mi sembra che si debba coltivare l'arte del regalare anche alle cose belle che ci sono vicine e abituali, l'amore e la venerazione che riserviamo a quelle lontane e remote. (L'azzurra lontananza, da Il vagabondo)
  • Poter addormentarsi quando si è stanchi e poter deporre un peso che si è portato per tanto tempo, è una delizia, è un fatto meraviglioso. Da quando abbiamo scavato la fossa [...] sono stato più lieto e soddisfatto di quanto non lo fossi da molti anni. (da Il Giuoco delle perle di vetro)
  • Solo chi ha necessità di un tocco delicato, sa toccare con delicatezza. (da Notti insonni)[3]
  • Stare a riflettere e scervellarsi conta poco, perché poi si fa ciò che si pensa, ma ogni passo, in fondo, è senza riflessione, così come lo vuole il cuore. (da Knulp)
  • Tutti gli uomini sono santi, se prendono veramente sul serio i propri pensieri e le proprie azioni. Chi reputa che una cosa sia giusta deve anche farla. (da Knulp)
  • Tutti i libri del mondo | non ti danno la felicità, | però in segreto | ti rinviano a te stesso. (da Libri, in La felicità)
  • Vale per l'amore ciò che vale per l'arte: chi sa amare soltanto l'immenso è più povero e meschino di chi sa entusiasmarsi per il minimo. (da Expressionismus in der Dichtung – L'espressionismo nella poesia)
  • Due persone possono andare d'accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine. Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto e nessuno può avvicinarsi troppo all'altro senza abbandonare la sua radice, cosa peraltro impossibile. I fiori effondano il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente perché il seme giunga nel posto giusto; tocca al vento che va e viene come vuole. (da Knulp, storie di un vagabondo)
  • Nei periodi di grandi traversie ci si accorge con stupore che sono di più le persone capaci di morire per degli ideali che quelle disposte a vivere per essi. (da Lektüre für Minuten, pg 11)

Aforismi[modifica]

  • A nulla l'uomo rinuncia con più fatica che a un vizio, e pochi vizi sono così ostinati come quello di cui è vittima il ladro. (p. 53)
  • Chi ama come si dovrebbe amare, diventa poeta ed eroe per un sorriso, per un cenno, per una parola di colei che ama. (p. 68)
  • Chi possiede coraggio e carattere, è sempre molto inquietante per chi gli sta vicino. (p. 57)
  • Ciò che è tesoro e saggezza di un uomo suoni sempre un po' sciocco alle orecchie di un altro. L'arte della vita sta nell'imparare a soffrire e nell'imparare a sorridere.
  • Di una storia è vero solo quello che l'ascoltatore crede. (p. 54)
  • Eleonora Duse. La sua recitazione, anche quella delle mani, è favolosamente fine, sensibile e trascinante; la sua meravigliosa voce è capace di ogni sfumatura e riesce ad essere commoventemente infantile o far gelare il sangue nelle vene. La sua presenza sul palcoscenico è serrata, flessibile e, in ogni istante, di grande effetto plastico. (p. 36)
  • Fa parte delle imperfezioni e delle rinunce della vita umana il fatto che la nostra infanzia debba diventarci estranea e cadere nell'oblio, come un tesoro sfuggito a mani che giocavano, e precipitato in un pozzo profondo. (p. 29)
  • Gesù aveva dodici anni quando confuse i dottori nel Tempio. Noi tutti, a dodici anni, abbiamo confuso i nostri insegnanti e dottori; eravamo più saggi di loro, più geniali di loro, più coraggiosi di loro. (p. 57)
  • Gli inglesi sarebbero di gran lunga il primo popolo della terra, se non mancassero loro due virtù elementari e indispensabili per un popolo di cultura: il gusto per la buona cucina e quello per la musica. (p. 82)
  • Gran parte dei nostri sogni li viviamo con assai maggiore intensità della nostra esistenza da svegli. (p. 45)
  • Il lato diabolico della malinconia è quello non solo di far ammalare le sue vittime, ma anche di renderle presuntuose e miopi, addirittura quasi superbe.
    Si crede di essere come Atlante che da solo deve reggere sulle proprie spalle tutti i dolori e gli enigmi del mondo, come se mille altri non sopportassero gli stessi dolori e non vagassero nello stesso labirinto. (p. 39)
  • Il vino mi ama e mi seduce solo fino al punto in cui il suo e il mio spirito si intrattengono in amichevole conversazione. (p. 66)
  • Imparare a soffrire è difficile. È una cosa che si riscontra più spesso e in forma migliore nelle donne piuttosto che negli uomini. (p. 78)
  • In Leonardo come in Goethe è l'amore il mistero che sta alla base dell'universalità. (p. 36)
  • In nessun'altra città come a Venezia, ho trovato una tale unità della vita odierna con la vita che ci parla dalle opere d'arte della sua età aurea e nella quale sole e mare sono più essenziali di tutta la storia. (p. 36)
  • L'aforisma è una sorta di gemma, tanto più preziosa quanto più rara, e godibile solo in dosi minime. (p. 44)
  • L'Asia non è solo un continente, ma un luogo ben definito eppure misterioso, situato da qualche parte fra l'India e la Cina. Da lì sono venuti i popoli, le loro dottrine e le loro religioni,; lì sono le radici di tutto il genere umano e le oscure sorgenti di tutte le vite; da lì provengono le immagini degli dèi e le tavole delle leggi. (p. 83-84)
  • L'asiatico dell'Est è molto più pulito dell'europeo; dagli indiani e dai malesi noi abbiamo appreso tutta la nostra moderna pulizia europea. (p. 82)
  • L'arte si è sempre sforzata, in ogni tempo, di fornire all'uomo una voce affinché egli possa esprimere il suo muto desiderio del divino. (p. 65)
  • L'eccessivo valore che diamo ai minuti, la fretta, che sta alla base del nostro vivere, è senza dubbio il peggior nemico del piacere. (p. 60)
  • L'uomo che guardo con timore, con speranza, con desiderio, con precise intenzioni e richieste, non è un uomo, ma solo un torbido specchio della mia volontà. (p. 75)
  • La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare. (p. 71)
  • La fede, così come l'amore, non passa attraverso la ragione. (p. 48)
  • La politica esige i partiti, lo spirito umanitario li vieta. (p. 80)
  • La vita delle persone che lavorano è noiosa. Interessanti sono le vicende e le sorti dei perdigiorno. (p. 49)
  • Le lacrime sono lo sciogliersi del ghiaccio dell'anima. E a chi piange, tutti gli angeli sono vicini. (p. 59)
  • Le piccole gioie, non quelle grandi, ci servono da sollievo e da conforto quotidiano. (p. 79)
  • Nei periodi di grandi traversie ci si accorge con stupore che sono di più le persone capaci di morire per degli ideali che quelle disposte a vivere per essi. (p. 80)
  • Nella musica e nell'actus tragicus della Passione secondo Matteo di Bach, ritrovo ancor oggi la quintessenza di ogni poesia e di ogni espressione artistica. (p. 88-89)
  • Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda. (p. 57)
  • Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude. (p. 42)
  • Non è un piacere stare a osservare il lavoro umano quando questo è ancora fatica, maledizione e schiavitù. (p. 81)
  • Nulla è più pericoloso e mortale per l'anima che occuparsi continuamente di sé e della propria condizione, della propria solitaria insoddisfazione e debolezza. (p. 43)
  • Non si deve dare molto credito agli uomini che parlano dei loro difetti. Taluni si credono perfetti perché non chiedono molto a sé stessi. (p. 68)
  • Ognuno ha un suo compito nella vita, ma nessuno quello che egli avrebbe voluto scegliere, delimitare e amministrare. (p. 91)
  • Osservando la vita e la natura di Francesco d'Assisi non si può fare a meno di pensare che quell'uomo deve aver avuto una madre dolcissima. (p. 38)
  • Per chi trae diletto da una lingua viva e bella, leggere il Decamerone [Giovanni Boccaccio] non è dissimile dal vagare tra alberi in fiore e bagnarsi in acque purissime. (p. 36-37)
  • Per tutti, anche per i più fortunati, l'amore comincia necessariamente con una sconfitta. (p. 41)
  • Probabilmente in ogni esistenza ci sono periodi di questo genere: davanti a noi vediamo strade pianeggianti, nessun ostacolo, nessuna nube nel cielo, nessuna pozzanghera sul cammino. Allora ci libriamo imponenti sulla vetta e ci sembra di accorgerci, ogni giorno di più, che caso e fortuna non esistono e che quel presente, e anche parte del futuro, ce li siamo meritati e conquistati, semplicemente perché ci sono toccati in sorte. E sarebbe bene rallegrarsi di questa constatazione perché su di essa è fondata la felicità dei principi azzurri, proprio come la felicità dei passeri è fondata sul letame, e non dura mai a lungo. (p. 40)
  • Quando mi sprofondo in un bel libro, faccio qualcosa di meglio, di più intelligente, di più meritevole di quanto non abbiano fatto da anni tutti i re e i ministri di questo pazzo mondo. Io costruisco là dove loro distruggono; raccolgo là dove loro disperdono; amo Dio là dove loro lo rinnegano e lo crocifiggono. (p. 72)
  • Se temiamo qualcuno, riconosciamo a costui un potere su di noi. (p. 57)
  • Si ha paura di migliaia di cose, del dolore, dei giudizi, del proprio cuore; si ha paura del sonno, del risveglio, paura della solitudine, del freddo, della follia, della morte. Specialmente di quest'ultima, della morte. Ma sono tutte maschere, travestimenti.
    In realtà c'è una sola paura: quella di lasciarsi cadere, di fare quel passo verso l'ignoto lontano da ogni certezza possibile... c'è una sola arte, una sola dottrina, un solo mistero: lasciarsi cadere, non opporsi recalcitrando alla volontà di Dio, non aggrapparsi a niente, né al bene né al male. Allora si è redenti, liberi dalla sofferenza, liberi dalla paura. (p. 73)
  • Spesso è accaduto che il mondo venisse accusato di essere cattivo per il semplice fatto che colui che lo condanna ha dormito male o ha fatto indigestione. Ed è spesso accaduto che il mondo sia stato proclamato benedetto perché colui che lo lodava aveva baciato un momento prima una ragazza. (p. 79)
  • Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l'amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l'amore no. (p. 75)
  • Un bravo artista è destinato ad essere infelice nella vita: ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, vi trova dentro solo perle. (p. 53)
  • Un figlio può prendere dal padre e il naso, gli occhi e perfino l'intelligenza, ma non l'anima. L'anima è nuova ad ogni uomo. (p. 54)

Lettere[modifica]

    lettera a Ervino Pocar anno 1954; citato da Armando Torno, Corriere della sera, 24 novembre 2008, pag. 33

  • Stimatissimo Professore, grazie per la sua lettera. Cercherò di rispondere alle sue domande. L'edizione francese non è ancora stata pubblicata. È in preparazione presso la casa editrice Calaman-Lévy di Parigi, rue Auber n. 6, alla quale in caso di bisogno può rivolgersi. Gli inglesi hanno risolto il problema chiamando il libro Magister Ludi.
  • Glasperlenspiel è da me inteso proprio nel senso di giuoco. Il fatto che la parola s'incontri anche al plurale, non è assolutamente una contraddizione.
  • «Schwan von Boberfeld» è (Il cigno di Boberfeld) è il poeta barocco della Slesia Opitz.
  • In molti conventi vengono chiamati Dormente sia i dormitori che i passaggi o corridoi tra i dormitori.

Poesie[modifica]

La firma di Hermann Hesse
  • CHOPIN.
    Spargi ancora a profusione
    su di me i gigli pallidi,
    grandi gigli dei tuoi canti, rose rosse dei tuoi valzer.
    E il respiro intessi greve
    del tuo amore, che appassendo
    dà profumo e del tuo orgoglio
    garofani di fuoco flessuosi
    . (Trad. di Mario Specchio). (1985)
  • FUGA DI GIOVINEZZA
    [...] E vado stanco e impolverato
    e dietro a me resta esitante
    la giovinezza, china il capo
    e non vuol più seguirmi avanti
    . (Trad. di Jaime Pintor).
  • I CIPRESSI DI SAN CLEMENTE
    [...] Ma la sera, quando vengono le tempeste,
    in mortale angoscia noi ci chiniamo, mesti,
    puntiamo le radici e aspettiamo tremanti
    se la morte ci colga oppure passi avanti
    . (Trad. di Jaime Pintor).

Bella è la gioventù[modifica]

Incipit[modifica]

Persino mio zio Matteo si rallegrò a suo modo nel rivedermi. Quando un giovanotto è stato qualche anno all'estero, e un giorno torna, ed è diventato una persona decente, anche i parenti più circospetti sorridono e gli stringono lieti la mano.
La valigetta scura nella quale portavo i miei beni era nuova di zecca, con una buona serratura e cinghie lucenti. Conteneva due abiti puliti, sufficiente biancheria, un paio di stivali nuovi, libri e fotografie, due belle pipe e una piccola pistola. Avevo con me la custodia del violino e uno zaino pieno di cosucce, due cappelli, un bastone e un parapioggia, un mantello leggero e un paio di scarpe di gomma, tutta roba nuova e solida, e, per di più, cuciti nella tasca interna, avevo più di duecento marchi di risparmi e una lettera in cui mi si prometteva per il prossimo autunno un buon impiego all'estero. Portavo dunqueun discreto bagaglio e adesso, così equipaggiato, dopo lungo peregrinare tornavo da signore in quella patria che avevo lasciato come difficile e timido figlio.
[Hermann Hesse, Bella è la gioventù, traduzione di Mirella Ulivieri, TEN, 1992]

Citazioni[modifica]

  • Dove si è stati fanciulli tutto è bello e santo. (p. 31; 1992)
  • Camminare all'aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo. (p. 37; 1992)
  • La notte rimuove l'abituale sensazione di una vita comunitaria; quando non brilla luce, né si ode più voce umana, chi ancora veglia prova un senso di solitudine, e si vede isolato e affidato a sé stesso. (p. 37; 1992)

Demian[modifica]

Incipit[modifica]

Volevo solo cercare di vivere
ciò che spontaneamente veniva da me.
Perché fu tanto difficile?

Per raccontare la mia storia devo incominciare dal lontano inizio. Dovrei, se mi fosse possibile, risalire ancora più indietro, fino ai primissimi anni della mia infanzia, e di là oltre ancora nelle lontananze della mia origine.
I poeti, quando scrivono romanzi, si comportano come se fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo la storia di un qualche uomo, come se Dio la narrasse a sé stesso, senza veli, e del tutto veritiera. Io non posso, come non possono gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanta non ne abbia per qualche scrittore la sua; infatti è la mia, la storia di un uomo, non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, di un uomo che vive.
[Hermann Hesse, Demian, traduzione di Bruna Maria Dal Lago Veneri, Newton Compton editori, 1988]

Citazioni[modifica]

  • Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito. (1988)
  • L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in sé stesso. Allora non sarà trascinato, ma trascinerà. (1988)
  • Molte volte avevo fantasticato sul mio futuro, avevo sognato ruoli che mi potevano essere destinati, poeta o profeta o pittore o qualcosa di simile. Niente di tutto ciò. Né io ero qui per fare il poeta, per predicare o dipingere, non ero qui per questo. Tutto ciò è secondario. La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi. Uno può finire poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Il problema è realizzare il suo proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto fino in fondo dentro di sé. (1988)
  • Per gli uomini non esiste nessunissimo dovere, tranne uno: cercare se stessi, consolidarsi in sé, procedere a tentativi per la propria via ovunque essa conduca. (1988)
  • Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualche cosa che sta dentro di noi. Ciò che non è in noi non ci mette agitazione. (1988)
  • La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero. (1988)
  • L'amore non era più l'oscuro istinto animale che nella mia angoscia mi era parso da principio, né era la pia e spirituale adorazione che avevo avuto per Beatrice. Era l'uno e l'altra, era più ancora, angelo e Satana, uomo e donna insieme, umanità e bestialità, supremo bene e male estremo. (1988)
  • Si deve domandare sempre e sempre dubitare. (2010)
  • Soltanto il pensiero vissuto ha valore. (2010)
  • Gli uomini di carattere hanno facilmente la peggio nella storia sacra. (2010)
  • Chi è veramente assorto nei suoi pensieri è al sicuro. (2010)
  • Le persone coraggiose e di carattere riescono sempre sospette agli altri. (2010)
  • Ognuno di noi deve trovare per conto suo che cosa sia lecito e che cosa proibito: proibito per lui. (2010)
  • Ciò che la natura vuole dall'uomo sta scritto in ognuno, in me e in te. (2010)

Il coraggio di ogni giorno[modifica]

Incipit[modifica]

Non c'è altra via che conduca al compimento e alla realizzazione di sé, se non la rappresentazione quanto più compiuta del proprio essere. "Sii te stesso" è la legge ideale, per un giovane almeno; non c'è altra via che conduca alla verità e allo sviluppo.
Che questo cammino sia reso impervio da innumerevoli ostacoli morali e da altri impedimenti, che il mondo preferisca vederci rassegnati e deboli anziché tenaci: da qui nasce la lotta per la vita per chiunque abbia una spiccata individualità. Perciò ciascuno deve decidere per sé solo, secondo le proprie forze e le proprie esigenze, fino a che punto sottomettersi alle convenzioni, o piuttosto sfidarle. Qualora decida di gettare al vento le convenzioni, le pretese avanzate dalla famiglia, dallo stato, dalla società, deve sapere di farlo a proprio rischio. Non esiste una misura oggettiva del rischio che ciascuno è in grado di assumersi. Ogni eccesso, ogni superamento della propria misura dovrà essere scontato; non è consentito spingersi impunemente oltre né con l'ostinazione né con l'adattamento.
[Hermann Hesse, Il coraggio di ogni giorno, a cura di Volker Michels, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990]

Citazioni[modifica]

  • "Poiché sono come sono; poiché avverto esigenze e problemi che a tanti altri sembrano essere risparmiati, cosa devo fare per sopportare la vita, malgrado tutto, e farne, per quanto possibile, qualcosa di bello?". (p. 4; 1990)
  • Contro le infamie della vita le armi migliori sono: la forza d'animo, la tenacia e la pazienza. la forza d'animo irrobustisce, la tenacia diverte e la pazienza dà pace. (p. 75; 1990)
  • C'è una virtù che molto amo, l'unica. Essa ha nome tenacia. Delle molte virtù di cui leggiamo nei libri e di cui sentiamo parlare i maestri non so che farmene. E, d'altro canto, tutte le molte virtù che l'uomo si è inventato potrebbero essere raccolte sotto un'unica denominazione. Virtù significa obbedienza. Solo che c'è da chiedersi a chi si obbedisce. Anche la tenacia, infatti, è obbedienza. Ma tutte le altre virtù, tanto amate e lodate, sono obbedienza a leggi che sono state imposte da uomini; soltanto la tenacia non si inchina a queste leggi. Chi è tenace obbedisce infatti a un'altra legge, una legge particolare, assoluta, ente sacra, la legge che ha in sé stesso, il "tenere a se stesso". (p. 68; 1990)

Explicit[modifica]

Anche le formiche combattono guerre, anche le api hanno Stati. La tua anima cerca altre vie e quando non riesce a proseguire per te non sboccia al felicità.
[Hermann Hesse, Il coraggio di ogni giorno, a cura di Volker Michels, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990]

Il lupo della steppa[modifica]

Incipit[modifica]

Questo libro contiene le memorie lasciate da quell'uomo che, con una espressione usata sovente da lui stesso, chiamavamo il "lupo della steppa". Non stiamo a discutere se il suo manoscritto abbia bisogno di una prefazione introduttiva; io in ogni caso sento il bisogno di aggiungere ai fogli del Lupo della steppa alcune pagine dove tenterò di segnare i ricordi che ho di lui. È poca cosa quello che so, e specialmente il suo passato e la sua origine mi sono ignoti. Tuttavia ho avuto della sua persona un'impressione forte e, devo dire, nonostante tutto simpatica.
[Hermann Hesse, Il lupo della steppa (Der Steppenwolf), traduzione di Ervino Pocar, Oscar Mondadori, 1999. ISBN 8804460350]

Citazioni[modifica]

  • Vedendo il mio sbalordimento Mozart si mise a ridere forte. Dal ridere fece una capriola e si mise a far trilli con le gambe. E m'investiva: "Ehi, giovanotto, ti brucia di sotto? sei crudo, sei cotto? Pensi ai lettori, i biondi e i mori, i divoratori? Pensi al tuo proto, ai redattori, sempre in moto, tra mille furori, aizzanti alla guerra di dentro e di fuori? Oh com'è buffa, la zuffa, baruffa, una truffa! Che ridere! Da smascellarsi, da scompisciarsi! Va' là, credulone, sporco d'inchiostro, ti accendo un moccolo, ti batto il groppone, per spasso, per chiasso. E il diavolo ti porti, nel regno dei morti, per i tuoi rapporti storti, contorti, plagiati ed estorti!"
  • Alcune parole di Haller mi hanno fornito la chiave per questa comprensione. Una volta mi disse, dopo che avevamo parlato della cosiddetta ferocia del Medioevo: «Questa ferocia non è in realtà nulla. Un uomo del Medioevo detesterebbe l'intero odierno nostro stile di vita considerandolo nient'altro che atroce, terribile e barbaro! Ogni tempo, ogni cultura, ogni costume e tradizione ha il proprio stile di vita, ha le debolezze e le durezze, bellezze e crudeltà che gli si confanno, considera ovvie certe sofferenze, accetta pazientemente determinati mali. La vita umana diviene una vera sofferenza, un inferno solo laddove due epoche, due culture e due religioni si intersecano. Un uomo dell'antichità che avesse dovuto vivere nel Medioevo, si sarebbe sentito dolorosamente soffocare esattamente come un selvaggio si sentirebbe soffocare in mezzo alla nostra civiltà. Ci sono solo tempi nei quali una intera generazione capita fra due epoche, due stili di vita, cosicché ogni ovvietà, ogni costume, ogni sicurezza affettiva ed innocenza per lui sono perdute» (da Der Steppenwolf, Suhrkamp Taschen buch Verlag, Frankfurt a. M., ISBN 3-518-36675-0, p. 31; traduzione propria)
  • Come corpo ognuno è singolo, come anima mai.
  • Tutto era molto bello, tanto la lettura dei vecchi libri quanto l'immersione nell'acqua calda, ma tutto sommato non era stata una giornata di felicità entusiasmante né di gioia raggiante, bensì una di quelle giornate che da parecchio tempo dovrebbero essere per me normali e comuni: giornate moderatamente piacevoli, abbastanza sopportabili, giornate tepide e passabili di un uomo non più giovane e malcontento, giornate senza dolori particolari, senza particolari preoccupazioni, senza crucci veri e propri, senza disperazione, giornate nelle quali si esamina pacatamente, senza agitazioni o timori, la questione se non sia ora di seguire l'esempio di Adalberto Stifter e di esser vittime di una disgrazia facendosi la barba.
  • Haller è uno di quelli che vengono a trovarsi fra due epoche, che hanno perduto ogni protezione e innocenza, uno di quelli che il destino costringe a vivere tutte le ambiguità della vita umana come sofferenza e inferno personale. (p. 55)
  • A noi immortali non piace essere presi sul serio, ci piace scherzare. La serietà, caro mio, è una nota del tempo: nasce, te lo voglio confidare, dal sopravvalutare il tempo. Anch'io una volta stimavo troppo il tempo e desideravo perciò di arrivare a cent'anni. Ma nell'eternità, vedi, il tempo non esiste; l'eternità è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo. (p. 117)
  • Certo per essere religiosi ci vuol tempo, ci vuole anche di più: l'indipendenza dal tempo. Non puoi essere seriamente religioso e vivere contemporaneamente nella realtà magari prendendola sul serio: il tempo, il denaro, il bar dell'Odeon e così via. (p. 120)
  • Per ballare ci vogliono qualità che io non avevo assolutamente: allegria, ingenuità, leggerezza, slancio. (p. 143)
  • Come sei vigliacco! Chiunque si avvicini a una ragazza rischia di essere deriso: questa è la posta. Su, Harry, rischia dunque e alla peggio lasciati deridere. (p. 146)
  • L'infelicità che mi occorre, l'infelicità che vorrei è diversa: è tale da farmi soffrire con avidità e morire con voluttà. Questa è l'infelicità o la felicità che aspetto. (p. 177)
  • Chi pretende musica invece di miagolio, gioia invece di divertimento, anima invece di denaro, lavoro invece di attività, passione invece di trastullo, per lui questo bel mondo non è una patria…(p. 180)
  • Ebbene, ogni superiore umorismo incomincia col non prendere sul serio la propria persona. (p. 211)
  • Non è bene che l'umanità sforzi troppo l'intelletto e cerchi di ordinare le cose con l'aiuto della ragione se queste non sono accessibili alla ragione. In tal caso sorgono ideali come quelli degli americani o dei bolscevichi, straordinariamente razionali entrambi, quantunque violentino e depauperino la vita perché la semplificano in un modo troppo ingenuo. (p. 224)
  • Come la pazzia, in un certo senso elevato, è l'inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia è l'inizio di tutte le arti, di ogni fantasia. (p. 231)
  • Così era stata tutta la mia vita, come quelle labbra rigide, così era stato quel poco di felicità e di amore che avevo goduto: un po' di rosso dipinto sul volto di una morta. (p. 251)
  • Il buon umore è sempre allegria da impiccati e, se occorre, lei lo imparerà sulla forca. (p. 256)
  • Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d'arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.
  • La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.
  • L'uomo avido di potere incontra la sua rovina nel potere, l'uomo bramoso di denaro nel denaro, il sottomesso nella servitù, il gaudente nel piacere. E così il lupo della steppa si rovinò con l'indipendenza.
  • Se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l'animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento.
  • In fondo al cuore sapeva (o credeva di sapere) di non essere veramente un uomo, ma un lupo venuto dalla steppa.
  • Esse sono, alla lettera, un viaggio attraverso l'inferno, un viaggio ora angoscioso ora coraggioso attraverso il caos d'un mondo psichico ottenebrato, un viaggio intrapreso con la volontà di attraversare l'inferno, di tener testa al caos, di soffrire il male sino in fondo.
  • Ma se per la tua gioia hai bisogno del permesso di altri, sei proprio un povero sciocco.

La fine del dottor Knölge[modifica]

Incipit[modifica]

Il dottor Knölge, un insegnante di ginnasio andato presto in pensione e dedito privatamente a studi di filologia, non sarebbe di certo mai entrato in contatto con i vegetariani e il vegetarianismo se una tendenza all'affanno e ai reumatismi non l'avesse indotto, un bel momento, a seguire una dieta vegetariana. I risultati furono così strepitosi che da allora in poi, ogni anno, lo studioso trascorse alcuni mesi in una casa di cura o una pensione vegetariana, perlopiù nei paesi del Sud; di conseguenza, nonostante la sua avversione verso tutto quanto fosse insolito ed eccentrico, si ritrovò a frequentare ambienti e individui dissimili da lui, le cui rare visite a casa sua, che non riusciva del tutto a evitare, egli non amava affatto.

Citazioni[modifica]

  • A un certo punto, dapprima attraverso i giornali, poi direttamente dalla cerchia dei suoi conoscenti, il dottor Knölge apprese dell'importante avvenimento della fondazione della Società vegetariana internazionale, che aveva acquistato un enorme appezzamento di terreno in Asia Minore e invitava tutti i confratelli del mondo, a prezzi modicissimi, a farvi visita come ospiti o per insediarsi in pianta stabile. L'iniziativa era stata promossa da quei gruppi idealisti di vegetariani tedeschi, olandesi e austriaci le cui aspirazioni rappresentavano una sorta di sionismo vegetariano, e miravano quindi ad acquistare, per gli accoliti e apostoli del loro credo, una terra propria con un'amministrazione propria, in una qualche parte del mondo in cui esistessero le condizioni naturali per vivere secondo l'ideale che avevano in mente. Un primo passo era proprio questa fondazione in Asia Minore.
  • La maggioranza di questi europei e americani usciti dai consueti binari portava con sé come unico vizio una certa pigrizia tipica di così tanti vegetariani. Essi non volevano né oro né beni di consumo, né potere né divertimenti, ma volevano innanzitutto poter condurre la loro modesta vita senza lavorare e senza essere importunati.
  • Qui in Asia Minore tutto sembrava alquanto ragionevole e nulla impossibile. Di quando in quando si vedevano nuovi arrivati che, in preda all'estasi provocata da questa realizzazione dei loro desideri, andavano in giro con visi luminosi e spiritati o con lucide lacrime di gioia, le mani colme di fiori e salutando con il bacio della pace ogni persona che incrociavano.

Narciso e Boccadoro[modifica]

Incipit[modifica]

Davanti all'arco d'ingresso, retto da colonnette gemelle, del convento di Mariabronn, sul margine della strada c'era un castagno, un solitario figlio del Sud, che un pellegrino aveva riportato da Roma in tempi lontani, un nobile castagno dal tronco vigoroso; la cerchia de' suoi rami si chinava dolcemente sopra la strada, respirava libera ed ampia nel vento; in primavera, quando intorno tutto era già verde ed anche i noci del monastero mettevano già le loro foglioline rossicce, esso faceva attendere ancora a lungo le sue fronde, poi quando le notti eran più brevi, irradiava di tra il fogliame la sua fioritura esotica, d'un verde bianchiccio e languido, dal profumo aspro e intenso, pieno di richiami, quasi opprimente; e in ottobre, quando l'altra frutta era già raccolta ed il vino nei tini, lasciava cadere al vento d'autunno i frutti spinosi dalla corona ingiallita: non tutti gli anni maturavano; per essi s'azzuffavano i ragazzi del convento, e il sottopriore Gregorio, oriundo del mezzodí, li arrostiva in camera sua sul fuoco del camino.
[Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, a cura di Ervino Pocar, traduzione di Cristina Baseggio, Arnoldo Mondadori Editore, 1989]

Citazioni[modifica]

  • "Mai più!" diceva imperiosa la sua volontà. "Domani ancora!" supplicava il cuore singhiozzante. (p. 22; 1989)
  • "Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come non si avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra méta non è di trasformarci l'uno nell'altro, ma di conoscerci l'un l'altro e d'imparar a vedere ed a rispettare nell'altro ciò ch'egli è: il nostro opposto e il nostro complemento." (1989)
  • Di chi era quella voce? Tese l'orecchio, pensò, trovò. Era Narciso. Narciso? E in un attimo, con un colpo brusco, tutto ritornò presente: ricordò, seppe. Oh! mamma, mamma! Montagne di macerie, mari d'oblìo erano rimossi, scomparsi; con superbi occhi azzurri e luminosi la Perduta lo guardò di nuovo, l'ineffabilmente Amata. (p. 49; 1989)
  • «Lo spirito ama ciò che è saldo, formato, vuole poter essere sicuro dei suoi segni, ama ciò che è, non ciò che diviene, il reale e non il possibile. […] Lo spirito non può vivere nella natura, ma solo di fronte ad essa, come suo contrapposto.» (p. 57; 1989)
  • "Hai Paura Narciso?" gli diceva, "Hai orrore, hai veduto qualcosa? Sì reverendo, il mondo è pieno di morte; essa sta su ogni siepe, dietro ogni albero e non vi giova costruire mura e dormitori e cappelle e chiese, essa guarda dentro dalla finestra e ride e conosce perfettamente ciascuno di voi; nel cuore della notte la sentite ridere dietro le vostre finestre e pronunciare i vostri nomi. Cantate pure i vostri salmi e bruciate per bene le candele sull'altare e recitate i vostri vespri e i vostri mattutini e raccogliete erbe nel laboratorio e raccogliete libri nella biblioteca! Digiuni amico? Ti privi del sonno? Ti aiuterà ben lei, madonna Morte, e ti priverà di tutto, fino alle ossa. (p. 125; 1989)
  • Le ossa vogliono staccarsi, non rimarranno con noi. (p. 125; 1989)
  • Amore e voluttà gli parevano l'unica cosa che potesse davvero scaldare la vita, e darle un valore. […] L'amore delle donne e il gioco dei sessi stava per lui in cima a tutto e il fondo della sua frequente tendenza alla malinconia e al disgusto aveva origine nell'esperienza di quanto sia instabile e fugace fosse la voluttà. (p. 151; 1989)
  • Come l'estasi d'amore nel momento della sua massima tensione e felicità è sicura di dover scomparire e morire l'istante appresso, così l'intima solitudine e l'abbandono alla tristezza erano sicuri d'essere ad un tratto inghiottiti dal desiderio, da un nuovo volgersi al lato luminoso della vita. (p 152; 1989)
  • Tutti erano soddisfatti o affaccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano, ridevano, si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan dello spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene, tutti erano in regola, soddisfattissimi di sé e del mondo. Porci erano, ah, molto peggio, molto più sozzi dei porci! Anch'egli, è vero, era stato spesso in mezzo a loro e s'era sentito contento fra i suoi simili ed aveva fatto la corte alle ragazze ed aveva mangiato ridendo senza orrore i pesci arrostiti. Ma poi sempre, talora tutt'a un tratto come per incanto, la gioia e la tranquillità l'avevano abbandonato e quell'illusione grassa e corpacciuta era caduta dal suo spirito, quella soddisfazione di sé, quell'importanza e quella calma stagnante dell'anima, e s'era sentito trascinare via nella solitudine e nella fantasticheria tormentata, spinto alla vita vagabonda, alla contemplazione del dolore, della morte, dell'incertezza d'ogni attività, costretto a fissar gli occhi nell'abisso. (p. 160; 1989)
  • Tutto sfioriva presto, presto era esaurito ogni piacere e nulla rimaneva fuor che ossa e polvere. Ma no, una cosa rimaneva: la Madre eterna, antichissima ed eternamente giovane, col sorriso d'amore triste e crudele. La rivedeva a momenti: gigantesca, con le stelle nei capelli, seduta a sognare sul margine del mondo, coglieva giocando con la mano un fiore dopo l'altro, una vita dopo l'altra e lentamente li lasciava cadere nell'abisso senza fondo. (p. 169; 1989)
  • Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei sessi? (p. 174; 1989)
  • Era proprio così: anche le cose tristi passavano, anche i dolori, le disperazioni, come le gioie, impallidivano, perdevano la loro profondità e il loro valore, fin che veniva un momento in cui non ci si poteva più ricordare cos'era stato a far tanto male. Anche i dolori sfiorivano ed appassivano. (p. 210; 1989)
  • Nulla aveva consistenza, neppure il dolore. (p. 211; 1989)
  • Dall'ultimo foglio tagliò via un pezzo e vi disegnò chiaro, a tratti sobri, il viso di Maria, coi suoi begli occhi e nella bocca un'espressione di rinuncia. Glielo donò. (p. 214; 1989)
  • Era una cosa terribile essere burlati così dalla vita, c'era da riderne e da piangerne! O si viveva lasciando giocare i propri sensi, succhiando perdutamente al petto dell'antica Madre Eva: allora si gustavano bensì piaceri sublimi, ma nulla salvava dalla caducità; si era allora come un fungo nel bosco, oggi rigoglioso e di colori vivaci, domani marcito. Oppure si cercava di difendersi, ci si chiudeva in un'officina e ci si sforzava a costruire un monumento alla vita fugace: e allora bisognava rinunciare alla vita, allora non si era più che strumenti, allora si serviva bensì l'immortalità, ma intanto ci s'inaridiva e si perdeva la libertà, la pienezza, la gioia della vita. (p. 223; 1989)
  • Creare, ma non a prezzo della vita! Vivere, ma senza rinunciare alla nobiltà della creazione! Non era dunque possibile? (p. 223; 1989)
  • Che sarebbe l'amore senza la necessità di nascondersi? Che sarebbe l'amore senza pericolo? (p. 225; 1989)
  • L'uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L'uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tommaso d'Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? (pp. 270-271; 1989)
  • Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire. (p. 283; 1989)
  • Una delle notti seguenti trovò asilo in un villaggio presso poveri contadini, che non avevano pane ma una zuppa di miglio. Qui l'aspettavano nuove esperienze. La contadina di cui era ospite partorì nella notte e Boccadoro assistette: erano corsi a chiamarlo sul suo pagliericcio, perché prestasse aiuto; in realtà non trovò altro da fare che tenere il lume mentre la levatrice s'affaccendava. Era la prima volta che assisteva a un parto; fissava con occhi ardenti e stupiti il volto della donna e si sentì arricchito a un tratto di una nuova esperienza. Ciò che scorse in quel volto di partoriente parve almeno a lui degno del più vivo interesse. Alla luce della fiaccola di pinastro, mentre osservava con grande curiosità il volto della donna in preda alle doglie, ebbe una rivelazione inattesa: le linee di quel volto contratto che gridava erano ben poco dissimili da quelle ch'egli aveva viste in altri volti di donne nel momento dell'ebbrezza d'amore! l'espressione della grande sofferenza nel volto umano era più violenta e più sfigurante che l'espressione di un grande godimento... ma in fondo non era diversa: lo stesso contrarsi in una specie di smorfia, lo stesso accendersi e spegnersi. Questa rivelazione, che dolore e piacere potessero essere simili come fratelli, lo sorprese in modo strano, senza che ne comprendesse il perché. (p. 123; 1989)
  • La bellezza di Elisabetta, così diversa da quella delle donne vagabonde, e delle contadine, aveva attirato fin dal primo giorno l'attenzione di Boccadoro. C'era qualcosa in lei che ancora gli era rimasto ignoto, qualcosa di strano, che lo attraeva violentemente, ma gl'ispirava al tempo stesso diffidenza e perfino dispetto: una grande calma ed innocenza, un'onestà e una purezza, che non eran tuttavia ingenuità; dietro tutta la sua cortesia e il suo decoro si celava una certa freddezza, un orgoglio, per cui quell'innocenza non lo commoveva e non lo disarmava (egli non sarebbe mai stato capace di sedurre una bambina), ma anzi lo eccitava e lo provocava. Non appena la figura di lei gli divenne un poco familiare come immagine intima, sentì il desiderio di rappresentarla, ma non com'era allora, bensì coi tratti ridesti, sensibili e sofferenti, non una piccola vergine ma una Maddalena. Talvolta la sua brama avrebbe voluto vedere quel volto tranquillo, bello ed immobile, contrarsi e sfogliarsi, sia nella voluttà, sia nella sofferenza, e rivelare così il suo segreto. (p. 244; 1989)
  • La semplicità fanciullesca della vita girovaga, la sua origine materna, il suo staccarsi dalla legge e dallo spirito, il suo abbandonarsi al destino, la vicinanza segreta e costante della morte, avevano preso da un pezzo l'anima di Boccadoro, imprimendole il loro marchio profondo. Ma in lui albergavano anche lo spirito e la volontà, egli era un artista, e ciò rendeva la sua vita più ricca e più difficile. Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei sessi? (p. 281; 1989)
  • Se allora invece di lanciarti nel mondo tu fossi diventato un pensatore, avresti potuto provocare qualche guaio. Saresti cioè diventato un mistico. I mistici sono, per dirla in breve e un po' grossolanamente, quei pensatori che non sanno staccarsi dalle rappresentazioni, quindi non sono per nulla pensatori. Sono artisti segreti: poeti senza versi, pittori senza pennello, musicisti senza note. Ci sono fra loro spiriti nobili e altamente dotati, ma sono tutti, senza eccezione, degli uomini infelici. (1989)
  • Tu sei un artista, io un pensatore. Tu dormi sul petto della madre, io veglio nel deserto. (1989)

Explicit[modifica]

Poi il malato spalancò gli occhi ancora una volta e fissò a lungo il viso dell'amico. Con gli occhi prese congedo da lui. E con un movimento, quasi tentasse di scuotere la testa, sussurò [Ultime parole]: «Ma come vuoi morire un giorno, Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire».
Ciò che mormorò ancora in seguito non fu più comprensibile. Le due ultime giornate Narciso rimase seduto al suo letto giorno e notte, e lo guardò spegnersi. Le ultime parole di Boccadoro gli bruciavano nel cuore come fuoco.
[Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, a cura di Ervino Pocar, traduzione di Cristina Baseggio, Arnoldo Mondadori Editore, 1989]

Siddharta[modifica]

Copertina della prima edizione di Siddharta, 1922

Incipit[modifica]

Nell'ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche, nell'ombra del bosco di Sal, all'ombra del fico crebbe Siddharta, il bel figlio del Brahmino, il giovane falco, insieme all'amico suo, Govinda, anch'egli figlio di Brahmino. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti. Ombre attraversavano i suoi occhi neri nel boschetto di mango, durante i giochi infantili, al canto di sua madre, durante i santi sacrifici, alle lezioni di suo padre, così dotto, durante le conversazioni dei saggi. Già da tempo Siddharta prendeva parte alle conversazioni dei saggi, si esercitava con Govinda nell'arte oratoria, nonché nell'esercizio delle facoltà di osservazione e nella pratica della concentrazione interiore.
[Hermann Hesse, Siddharta, traduzione di Massimo Mila, Adelphi, 1975. ISBN 884590184X]

Citazioni[modifica]

  • Così tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano piacere. Ma egli, Siddharta, a sé stesso non procurava piacere, non era di gioia a sé stesso. (p. 28)
  • Ma valeva la pena saper tutto questo, se non si sapeva l'uno e il tutto, la cosa più importante di tutte, la sola cosa importante? (p. 30)
  • "L'anima tua è l'intero mondo": così vi stava scritto. E vi stava scritto che l'uomo nel sonno, nel profondo sonno, penetra nel proprio Io e prende stanza nell'Atman. (p. 30)
  • Ma dov'erano i saggi, dove i sacerdoti o i penitenti, ai quali fosse riuscito, non soltanto di conoscerla, questa profondissima scienza, ma di viverla? Dove era l'esperto che sapesse magicamente richiamare dal sonno allo stato di veglia l'esperienza dell'Atman, ricondurla nella vita quotidiana, nella parola e nell'azione? (p. 31)
  • Eppure era questa che bisognava trovare: scoprire la fonte originaria nel proprio Io, e impadronirsene! Tutto il resto era ricerca, era errore e deviazione. (p. 31)
  • Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a sé stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. (p. 37)
  • Quando ogni residuo dell'Io fosse superato ed estinto, quando ogni brama e ogni ripulso tacesse nel cuore, allora doveva destarsi l'ultimo fondo delle cose, lo strato più profondo dell'essere, quello che non è più Io: il grande mistero. (p. 38)
  • L'amore mi sembra di tutte la cosa più importante. Penetrare il mondo, spiegarlo, disprezzarlo, può essere opera di filosofi. A me importa solo di poterlo amare; a me importa solo di poter considerare me, tutti gli esseri e il mondo con amore, ammirazione e rispetto.
  • Obbedire così, non a un comando esterno, ma solo alla voce, essere pronto così, questo era bene, questo era necessario, null'altro era necessario. (p. 84)
  • L'amore si può mendicare, comprare, regalare, si può trovarlo per caso sulla strada, ma non si può estorcere. (p. 92)
  • A volte percepiva, nella profondità dell'anima, una voce lieve, spirante, che piano lo ammoniva, piano si lamentava, così piano ch'egli appena se ne accorgeva. Allora si rendeva conto per un momento che viveva una strana vita, che faceva cose ch'erano un mero gioco, che certamente era lieto e talvolta provava gioia, ma che tuttavia la vita vera e propria gli scorreva accanto senza toccarlo. Come un giocoliere con i suoi arnesi, così egli giocava coi propri affari e con gli uomini che lo circondavano, li osservava, si pigliava spasso di loro: ma col cuore, con la fonte dell'essere suo, egli non era presente a queste cose. E qualche volta rabbrividì a simili pensieri, e si augurò che anche a lui fosse dato di partecipare con la passione di tutto il suo cuore a questo puerile travaglio quotidiano, di vivere realmente, di agire realmente e di godere e di esistere realmente, e non solo star lì come uno spettatore.
  • E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.
  • La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell'aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c'è vento che li tocchi, hanno in sé stessi la loro legge e il loro cammino.
  • La saggezza non può essere trasmessa. La saggezza che un saggio tenta di trasmettere suona sempre simile alla follia.
  • Mai ho visto un uomo guardare, sorridere, sedere, camminare a quel modo, egli pensava, così veramente desidero anch'io saper guardare, sorridere, sedere e camminare, così libero, venerabile, modesto, aperto, infantile e misterioso. Così veramente guarda e cammina soltanto l'uomo che è disceso nell'intimo di sé stesso. Bene, cercherò anch'io di discendere nell'intimo di me stesso.
  • Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l'acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nell'anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.
  • Non era il tempo la sostanza di ogni pena, non era forse il tempo la sostanza di ogni paura, e non sarebbe stato superato e soppresso tutto il male, tutto il dolore del mondo, appena si fosse superato il tempo, appena si fosse trovato il modo di annullare il pensiero del tempo?
  • Tutti sono sottomessi, tutti desiderano obbedire e pensare meno che si può: bambini sono gli uomini.
  • Ho avuto pensieri e princìpi. Tante volte ho sentito in me il sapere, per un'ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. Ma questo è un pensiero che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, viverla, si possono fare miracoli con essa, ma spiegarla e insegnarla non si può.
  • Ho capito che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell'ambizione, della vanità, e avevo bisogno della più profonda disperazione, per smettere di confrontarlo con un certo mondo da me desiderato, con una specie di perfezione da me voluta. Per lasciarlo, invece, così com'è. Per amarlo e appartenergli con gioia.
  • Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbire nulla, in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo.

Storie di vagabondaggio[modifica]

  • Siamo in pieno inverno, la neve si alterna al föhn e il ghiaccio al fango, i sentieri di campagna sono impraticabili, si è tagliati fuori dal mondo. Il lago, nel gelido mattino, esala bianchi vapori e forma un bordo di ghiaccio fragile come il vetro; ma al primo vento caldo ondeggia di nuovo nero e vivo e verso est diventa azzurro come nelle più belle giornate di primavera. (da Voglia di viaggiare, 1991)

Knulp[modifica]

  • Sentori di primavera
    Lo stanco vagabondo | è andato al ristorante; | non ha nessuno al mondo | quell'anima vagante. (1991)
Come fiori sono gli uomini, | anch'essi torneranno | a primavera. | Non saranno più malati | e tutto è perdonato. (1991)

Pellegrinaggio d'autunno[modifica]

  • Il villaggio silenzioso
    Il mio sguardo stupisce, si deve abbassare, | ogni porta chiude il mio cuore | per poter pensare in segreto al prodigio... | tanto sei bella amore! (1991)
Stoccarda è una bella città | Stoccarda è in fondo alla valle | dove le ragazze sono belle ma anche crudeli... (1991)
  • Nebbia
    Pieno di amici era il mio mondo | quando chiara era la vita mia; | adesso, che calata è la nebbia | non ne vedo più nemmeno uno. (1991)

Vagabondaggio[modifica]

  • Casa colonica

Giunto a questa casa prendo commiato. Passerà molto tempo prima che possa rivederne una simile. Mi avvicino infatti al passo alpino e qui lo stile artitettonico nordico, tedesco, cessa insieme al paesaggio tedesco e alla lingua tedesca. (1991)

  • Cimitero di campagna
    Su croci oblique pendio e edera, | leggero sole, profumo e canto d'api. || Felici voi che giacete al riparo | stretti al cuore buono della terra
    . (1991)
Soave tesoro di pace nel grembo della tomba | si culla non più greve di un sogno della notte. (1991)
Solo un fumo torbido è il sogno della morte, | e il fuoco della vita sotto vi arde. (1991)
  • Vagando nella sera
    Sulla strada polverosa, a tarda sera me ne vado, | ombre di muri cadono oblique, | e tra i sarmenti vedo la luce | della luna su sentiero e ruscello. (1991)
  • Smarrimento
    Quante volte la realtà in cui vivete | mi ha ridestato e richiamato a sé! | Io stavo in lei deluso ed atterrito | e di nuovo mi sono dileguato. (1991)
  • Il ponte
    Un giorno verrà la pace con l'ultima stanchezza, e la terra madre mi accoglierà in sé. (1991)
  • Mondo splendido
    Afoso vento notturno negli alberi, scura zigana, | mondo ricolmo di nostalgia pazza e profumo di poesia, | mondo splendente, di cui sono schiavo eternamente, | dove a me guizzano i tuoi bagliori, dove riecheggia per me la tua voce. (1991)
  • Magia di colori
    Alitar di Dio di quando in quando | cielo in alto, cielo in basso, | luce canta canzoni a mille a mille, | Dio si fa mondo in colori variopinti. (1991)
  • Niente è più odioso dei confini, niente è più stupido. (1991)
  • Patria non è qua o là. Patria è dentro te, o in nessun luogo. (1991)
  • Non puoi essere vagabondo e artista e contemporaneamente borghese e uomo sano e decoroso. Ti vuoi ubriacare, allora tieniti anche il mal di testa! Se dici di sì alla luce del sole e alle fantasie leggiadre, devi dire sì anche alla sporcizia e al disgusto. Tutto questo è in te, oro e fango, bramosia e pena, riso infantile e paura della morte. Di' a tutto sì, non sottrarti a niente, non tentare di eludere niente. (1991)
  • E poi di nuovo, come oggi, può divenirmi problematico il fatto che abbia veramente visto, udito, odorato qualcosa o se invece tutto ciò che credo di percepire altro non sia se non l'immagine della mia vita interiore proiettata fuori di me. (1991)

Sull'amore[modifica]

Incipit[modifica]

Fu un inverno lungo e rigido, e il nostro bel fiume della Foresta Nera rimase coperto dal ghiaccio per molte settimane. Non posso dimenticare la strana sensazione, il brivido estatico con cui misi piede sul fiume nella prima mattina di gelo, perché era profondo e il ghiaccio era così limpido che potevo vedere sotto di me, come attraverso una sottile lastra di vetro, l'acqua verde, il fondo sabbioso cosparso di pietre, le piante acquariche fantasticamente intrecciate e di tanto in tanto il dorso scuro di un pesce.

Citazioni[modifica]

  • L'amore lo si patisce, ma più lo si patisce con dedizione, più ci rende forti. (p. 21)
  • Più è difficile avere una cosa, più la si ama (p. 22)
  • Felicità non è l'essere amati. Ogni persona ama se stessa, ma amare questa è felicità. (p. 87)
  • Il fatto che ogni amore abbia la sua profonda tragicità non è un buon motivo per amare più. (p. 50)
  • L'amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo. L'amore deve avere la forza di attingere la certezza in sé stesso. Allora non sarà più trascinato, ma trascinerà. (p. 50)
  • E per me un mondo senza Mozart sarebbe ancora più povero di un mondo senza Socrate. (p. 172)
  • La felicità è amore, nient'altro. Felice è chi sa amare. (p. 174)
  • Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. (p. 174)
  • L'amore è desiderio fattosi saggio; l'amore non vuole avere; vuole soltanto amare. (p. 174)
  • Il fondamento di ogni saggezza è questo: la felicità viene solo dall'amore. Se ora dico "Ama il prossimo tuo!", questa è già una falsa dottrina. Forse sarebbe molto più giusto dire: "Ama te stesso come il prossimo tuo!". E forse l'errore originario è stato quello di voler sempre cominciare dal prossimo. (p. 174)
  • Per ciascuno l'unica cosa importante al mondo è il suo intimo stesso – la sua anima – la sua capacità d'amare. Se questa è in ordine, allora, che si mangi miglio o si mangi torta, che si portino stracci o gioielli, il mondo è in perfetta sintonia con l'anima, è buono, è in ordine. (p. 175)
  • Il male nasce sempre dove l'amore non basta. (p. 184)

Explicit[modifica]

Il richiamo della morte è anche un richiamo d'amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se la accettiamo come una della grandi, eterne forme dell'amore e della trasformazione.

Viaggio in India[modifica]

Incipit[modifica]

Da due ore i moscerini molestano la nave; è molto caldo e l'aspetto tranquillo del Mediterraneo si è dissolto con sorprendente rapidità. Molti temono semplicemente il famigerato caldo del Mar Rosso, la maggior parte dei viaggiatori rientra da brevi vacanze o da visite fatte in patria oppure va all'estero per la prima volta e per tutti loro il ricordo della patria incomincia appena ora ad attenuarsi, mentre l'Oriente li aggredisce con il caldo, la sabbia, le albe precoci e i moscerini, quell'Oriente che essi non amano, quantunque sia proprio lì che guadagnano il loro denaro. Soltanto nel ristorante di seconda classe sono rimasti a far bisboccia alcuni giovani tedeschi, la maggior parte dei passeggeri è già in cabina. Un impiegato sanitario egiziano, che accompagnava la nostra nave da Porto Said, va avanti e indietro di cattivo umore.
[Hermann Hesse, Viaggio in India (Aus Indien), a cura di Brunamaria Dal lago Veneri e Viviana Finzi Vita, Newton Compton, 1994]

Citazioni[modifica]

  • In qualche tomba maomettana si ritiene siano sepolti sultani del tempo passato e lì alcuni portali sono così belli e armoniosi come nel migliore stile rinascimentale. Ci si stupisce molto nel trovare questi sepolcri a Sumatra, ma ci si stupisce ancora di più, quando si sente dire che, secondo un'antica leggenda di Palembang, Alessandro Magno sarebbe sepolto qui. Sarebbe arrivato fin qui e qui sarebbe morto. Mi viene in mente la conversazione che un mio amico ha avuto in Italia con un pescatore sul lago Trasimeno. Il pescatore raccontava cose terribili sulla sanguinosa battaglia che il grande generale Annibale aveva combattuto lì nei tempi andati e quando il mio amico gli chiese contro chi mai avesse combattuto Annibale, l'uomo divenne indeciso, ma poi ricordò, con una certa sicurezza, che s'era trattato di Garibaldi. (1994)
  • L'inglese [...] è l'unico europeo capace di vivere a contatto con popoli primitivi senza rendersi ridicolo. (1994)
  • Abbiamo fatto progressi ed è bello pensare che noi, piccola parte dell'umanità, non abbiamo più un assoluto bisogno né del crocifisso sanguinante, né del levigato e sorridente Buddha. Vogliamo avere ragione di questi e anche di altri déi, per imparare a farne a meno. Sarebbe bello comunque se un giorno i nostri figli, cresciuti senza dèi, ritrovassero il coraggio, la gioia e lo slancio interiore per erigere monumenti e simboli della loro interiorità così limpidi, così grandi e così chiari. (1994)
  • I popoli oppressi dei Tropici stanno alla nostra civilizzazione come creditori di diritti antichi ed irrinunciabili, alla stessa maniera della classe operaia in Europa. (1994)
  • In tutto l'Oriente si respira religiosità, quanto in tutto l'Occidente si respira ragione e tecnica. Primitiva ed esposta a ogni evento appare la vita spirituale dell'occidentale, in confronto con la religiosità protetta, coltivata e piena di fiducia dell'uomo asiatico, sia buddhista, maomettano o altro. (1994)
  • [...] che la religione, o il suo surrogato, sia ciò che profondamente ci manca, non mi è mai risultato così amaramente chiaro come fra i popoli dell'Asia. (1994)

Taedium vitae[modifica]

  • Perché Dio ti ha abbandonato? Dov'è la tua giovinezza? Non lo so, non lo scoprirò mai. Ma sono domande, ma è ribellione, ma non è più morte. (p. 58; 1992)
  • La coscienza dell'identità è una cosa magica, molto gaia a vedersi, e tuttavia inquietante. La si possiede, eppure si può viverne senza, e spesso anzi, se non nella maggior parte dei casi, lo si fa. È meravigliosa, perché annulla il tempo; ed è cattiva, perché nega il progresso. (p. 58; 1992)
  • Cominciai a pensare a Monaco con un testardo desiderio a ogni ora del giorno, come se in quella piacevole città avessi perduto qualcosa di essenziale. E, lentissimamente, quel qualcosa di essenziale prese forma nella mia coscienza, ed era la forma snella e leggiadra della bionda diciannovenne. (p. 64; 1992)
  • È andato perduto qualcosa che prima c'era nel mondo, un certo quale innocente profumo e fascino d'amore, e non so se potrà ritornare. (p. 76; 1992)

Incipit di alcune opere[modifica]

Hermann Hesse

Animo infantile[modifica]

Talvolta operiamo, andiamo e veniamo, facciamo questo e quello e tutto è facile, lieve e, direi, senza impegno, quasi che tutto potesse anche essere diverso. E talvolta, in ore diverse, nulla è più facile e senza impegno, e ogni respiro è condizionato da forze possenti, grevi di ogni destino. Le azioni della nostra vita che noi chiamiamo buone e di cui ci è facile raccontare, sono quasi tutte di quella "facile" specie e le dimentichiamo facilmente. Altre, di cui ci costa fatica parlare, non le dimentichiamo più, sono in un certo senso più nostre di altre e le loro ombre ricadono lunghe su tutti i giorni della nostra esistenza.
[Hermann Hesse, Animo infantile, traduzione di Maria Teresa Mandalari, Arnoldo Mondadori Editore]

Farfalle[modifica]

Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e colorato geroglifico. Nonostante una scienza della natura molto evoluta, oggi non siamo affatto ben preparati, né educati ad una corretta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra. Altri tempi, forse tutti i tempi e tutte le epoche antecedenti la conquista della terra da parte della tecnica e dell'industria, hanno avuto sensibilità e comprensione per il magico linguaggio dei segni della natura e sapevano decifrarlo in modo più semplice e innocente di noi. Questa sensibilità non era assolutamente qualcosa di sentimentale, il rapporto sentimentale dell'uomo con la natura, è un fatto recente sì, forse scaturito dalla nostra cattiva coscienza nei confronti della natura.
[Hermann Hesse, Farfalle, traduzione di Cristina Scassellati, Edizioni Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, 1991]

Gertrud[modifica]

Se dall'esterno percorro con lo sguardo la mia vita, essa non appare particolarmente felice. Meno che mai mi è possibile, tuttavia, giudicarla infelice, malgrado ogni errore. Ma infine, è davvero stolto preoccuparsi di felicità e infelicità, giacché a me sembra che farei maggiore difficoltà a privarmi dei giorni più infelici anziché di tutti quelli sereni, Se in una vita umana importa accettare consapevolmente l'ineluttabile, gustare appieno il bene e il male e conquistare oltre al destino esteriore anche uno interiore più autentico e non casuale, la mia vita non è stata né povera né cattiva.
[Hermann Hesse, Gertrud, traduzione di Maria Pia Crisanaz Palin, Arnoldo Mondadori Editore.]

Il giuoco delle perle di vetro[modifica]

In questo libro abbiamo intenzione di registrare il materiale biografico che si è potuto trovare su Josef Knecht, il Ludi Magister Josephus III, come è chiamato negli archivi del Giuoco delle perle di vetro. Non ci nascondiamo che questo tentativo è o sembra un poco in contraddizione con le vigenti norme e consuetudini della vita spirituale. Tanto è vero che uno dei supremi princìpi di questa è la soppressione dell'individualità, l'inserimento possibilmente perfetto della persona singola nella gerarchia dell'autorità pedagogica e delle scienze.
[Hermann Hesse, Il giuoco delle perle di vetro, traduzione di Ervino Pocar, Arnoldo Mondadori Editore.]

L'azzurra lontananza[modifica]

Negli anni della mia prima giovinezza ho sostato spesso, solo, sulle alte montagne, e il mio occhio indugiava a lungo nella lontananza, nella vaporosa foschia trasfigurante delle ultime delicate alture, dietro alle quali il mondo affondava in un'infinita azzurra bellezza. Tutto l'amore della mia fresca anima bramosa confluiva in una grande nostalgia e si mutava in lacrime, mentre l'occhio beveva con sguardo ammaliato la soavità del lontano azzurro. La vicinanza delle cose patrie mi pareva fredda, dura e chiara, senza alito e mistero; al di là, invece, tutto era accordato su toni soavi, traboccante di melodia, di enigma e di seduzione.
[Hermann Hesse, L'azzurra lontananza, traduzione di Luisa Coeta, SugarCo Edizioni 1985. ]

Peter Camenzind[modifica]

In principio era il mito. Come il gran Dio aveva portato la poesia nelle anime degli Indiani, dei Greci e dei Tedeschi, lottando per farle giungere alla parola, così seguitava a poetare, giorno dopo giorno, nell'animo di ogni bambino. Non sapevo ancora come si chiamassero il lago e le montagne e i ruscelli della mia patria, ma già vedevo la verdeazzurra levigata distesa del lago, intessuta di piccole luci, stendersi al sole, ed in compatta cerchia attorno ad esso le montagne scoscese, e nelle loro più alte spaccature lucenti macchie di neve e piccole, minuscole cascate; ai loro piedi, i luminosi prati alpini in declivio, coperti da frutteti, capanne e grigie vacche alpine. E poiché la mia povera, piccola anima giaceva immobile e vuota, in attesa, gli spiriti del lago e dei monti vi scrivevano le loro ardite gesta.
[Hermann Hesse, Peter Camenzind, traduzione di Giorgio Quieto, Newton Compton editori, 1980.]

Racconti indiani[modifica]

Nell'antica India degli dèi, ancora molti secoli prima della comparsa del Gotama Buddha, il sublime, fu una volta consacrato dai bramini un nuovo re. Questo giovane re godeva dell'amicizia e degli ammaestramenti di due saggi, i quali gli insegnavano a santificarsi con i digiuni, a sottomettere alla volontà le passioni del sangue e a preparare il suo pensiero alla comprensione dell'Unico.
Infatti, a quel tempo, vivace era la disputa tra i bramini sulle caratteristiche e i poteri degli dèi, sul reciproco rapporto tra di loro, e di ciascuno di essi con l'Unico. Alcuni pensatori avevano preso a negare l'esistenza degli dèi, volendo che i nomi delle diverse divinità fossero assunti solo come nomi delle parti percettibili dell'invisibile Uno.
[Hermann Hesse, Racconti indiani, a cura di Brunamaria Dal lago Veneri e Viviana Finzi Vita, Newton Compton, 1994.]

Rosshalde[modifica]

Quando dieci anni prima, Johann Veraguth l'aveva comprata ed era andato ad abitarvi, Rosshalde era una vecchia residenza signorile con i sentieri del giardino invasi dall'erba, le panchine coperte di muschio, gradini pieni di crepe e un parco abbandonato divenuto impenetrabile. Su quella proprietà di forse otto iugeri non c'erano altre costruzioni se non la bella casa padronale, un po' malandata, con la stalla e, nel parco, un piccolo padiglione a forma di tempio, il cui portale pendeva sghembo dai cardini deformati e sulle cui pareti un tempo tappezzate di seta azzurra crescevano muschio e muffa.
[Hermann Hesse, Rosshalde, traduzione di Viviana Finzi Vita, Newton Compton editori, 1980.]

Sotto la ruota[modifica]

Joseph Giebenrath, mediatore e agente di commercio, non si distingueva dai suoi concittadini per nessuna virtù e per nessun pregio particolare. Come loro era tarchiato e robusto, dotato di un discreto senso commerciale unito a una sincera, congenita venerazione per il denaro; e come loro possedeva una villetta con giardino, una tomba di famiglia al cimitero e una devozione alquanto spregiudicata che con l'andar del tempo aveva finito col mostrar la corda, il debito rispetto per il Signore Iddio e per l'autorità costituita e una sottomissione cieca ai ferrei comandamenti del decoro borghese.
[Hermann Hesse, Sotto la ruota, traduzione di Lydia Magliano, Arnoldo Mondadori Editore.]

Tre storie dalla vita di Knulp[modifica]

All'inizio degli anno '90 il nostro amico Knulp dovette passare diverse settimane in ospedale, e quando venne dimesso si era già a metà febbraio, con un tempaccio spaventoso, così che dopo pochi giorni di vagabondaggio sentì che gli era di nuovo tornata la febbre e dovette pensare a procurarsi un ricovero. Amici non gli erano mai mancati, ed avrebbe trovato accoglienza cordiale in quasi tutti i villaggi dei dintorni. Ma su questo punto era particolarmente orgoglioso, tanto che se accettava qualcosa da un amico, quest'ultimo poteva considerarsi onorato.
[Hermann Hesse, Tre storie dalla vita di Knulp, traduzione di Mario Specchio, Marsilio.]

Citazioni su Hermann Hesse[modifica]

  • Pregiatissimo Dr. Hesse, innanzitutto la ringrazio di cuore per le righe gentili e le faccio i miei migliori auguri per la sua salute. Per quanto riguarda la mia traduzione, mi permetto di approfittare della sua disponibilità per sottoporle alcuni dubbi che mi preoccupano. Dapprima il titolo! Come si deve tradurre Glasperlenspiel? (Ervino Pocar)

Marcello Bartoli[modifica]

  • Hesse, il poeta del viaggio interiore, raggiunge i suoi toni più alti nel dipingere le sensazioni, le visioni irreali e psichedeliche tipiche di uno stato percettivo ad alto livello provocato da droghe e allucinogeni. Può sorgere la curiosità se anche Hesse abbia provato in India la «divine plant» di cui fecero uso Huxley e Michaux.
  • Il grande scrittore tedesco, ormai noto a tutti per i suoi libri ispirati verso una riconquista dell'io, viveva già questa crisi nei primi decenni del '900, una crisi che lo tormentò per tutta la vita.

Mario Specchio[modifica]

  • C'è in Camenzind una volontà tenace, che bene si attaglia alla sua robusta figura di montanaro, di venire a capo della propria vita e del senso da conferire in un ordine prospettico che trascenda la provvisorietà della vicenda individuale.
  • L'«eterna domenica del cuore», il vagabondaggio come affrancamento totale dal mondo e dalle strettoie della società organizzata, la gioia della peregrinazione fine a sé stessa, sono certamente presenti nel giovane Hesse, ma il veleno della condizione moderna, la consapevolezza di uno sfaldamento psicologico dell'individuo conferisce al vagabondo Knulp una inquietudine vibrante, seppure coscientemente sedimentata, ignota ai suoi predecessori romantici.
  • Come l'uomo che Musil paragonava ad un equilibrista sulla corda, costretto dalla sua stessa condizione di instabilità ad avanzare alla conquista di un nuovo e sempre precario equilibrio, anche i vagabondi di Hesse sono sospinti da un vento che spira dalle cime, stormisce sulle cime degli alberi, un vento che porta – come nel bellissimo capitolo Lago, albero, monte del racconto Vagabondaggio – la voce di Dio che canta, avvolto in un mantello marrone, ma un Dio sconosciuto che non concede soste che non siano pause meridiane, godute con la bruciante ed effimera letizia di un fuoco estivo.
  • Liberarsi dalla morale tradizionale significa, per Hesse, emanciparsi dalla schematizzazione precettistica del cristianesimo familiare e ricostruire una morale che tenga conto anche del demoniaco, del disumano.
  • Hybris [...] e l'opera di Hesse, scrittore profondamente religioso, è pervasa da una corrente di radicale empietà come solo un'anima religiosa può conoscere; l'empietà di chi è disposto a tutto per possedere la sua anima, disposto anche a perderla se questo è l'unico modo per percorrere la via della salvezza: «il cammino della salvezza non porta a destra né a sinistra, esso conduce nell'intimo del proprio cuore, e solo là è Dio, solo là è la pace».

Armando Torno[modifica]

  • In lui convissero – notò Ladislao Mittner nella sua fondamentale Storia della letteratura tedesca – pietismo e buddismo; nelle sue pagine si trova la religione che nasce da un simile connubio, capace di riflettere le tendenze senza offenderle.
  • Se Nietzsche era tornato ai primordi della Grecia per ricostruire la gerarchia dei valori, Hesse era un antiautoritario che piaceva alle istituzioni; se Spengler aveva diagnosticato l'agonia della nostra civiltà, lui scoprì l'Asia. Il Canton Ticino fu la sua vera patria. Lì trovò quanto cercava. Lì è sepolto.

Note[modifica]

  1. Uno dei personaggi del romanzo I fratelli Karamàzov (cfr. w:I fratelli Karamàzov).
  2. Citato in Marcello Bartoli, Hesse in India, Schede, La Fiera Letteraria, aprile 1973.
  3. a b In Hermann Hesse, Il piacere dell'ozio, a cura di Paola Sorge, Newton, 1995. ISBN 88-7983-991-8.

Bibliografia[modifica]

  • Hermann Hesse, Aforismi, a cura di Paola Sorge, Newton & Compton, 1994. ISBN 88-7983-315-4
  • Hermann Hesse, Bella è la gioventù (Schön ist die Jugend, Taedium vitae, Die Verlonunch), traduzione di Mirella Ulivieri, TEN, 1992. ISBN 88-1982-003-1
  • Hermann Hesse, Demian, traduzione di Bruna Maria Dal Lago Veneri, Newton Compton editori, 1988.
  • Hermann Hesse, Demian, traduzione di Ervino Pocar, Oscar Mondadori editore, 2010.
  • Hermann Hesse, Farfalle, traduzione di Cristina Scassellati, Edizioni Stampa Alternativa Nuovi Equilibri, 1991.
  • Hermann Hesse, Hermann Lauscher, traduzione di Francesca Ricci, Newton Compton editori, 1993.
  • Hermann Hesse, Il coraggio di ogni giorno, a cura di Volker Michels, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990.
  • Hermann Hesse, Il lupo della steppa (Der Steppenwolf), traduzione di Ervino Pocar, Oscar Mondadori, 1999. ISBN 8804460350
  • Hermann Hesse, La cura, traduzione di Italo Alighiero Chiusano, Adelphi, 1979. ISBN 884590346X
  • Hermann Hesse, La felicità, a cura di Volker Michels, traduzione di Nicoletta Salomon, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010.
  • Hermann Hesse, La fine del dottor Knölge, in L'arte dell'ozio, traduzione di Luisa Coeta e Anna Martini, Oscar Mondadori, Milano, 2013. ISBN 9788852032851 (Anteprima su Google Libri)
  • Hermann Hesse, L'azzurra lontananza, traduzione di Luisa Coeta, SugarCo Edizioni 1985.
  • Hermann Hesse, Letture da un minuto. Aforismi di un grande moralista, a cura di V. Michels, traduzione di T. Giannelli, Rizzoli, 1995. ISBN 8817151173
  • Hermann Hesse, L'infanzia dell'incantatore, traduzione di Gianna Ruschena Accatino, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2004.
  • Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro, traduzione di Cristina Baseggio, Oscar Mondadori, 1989.
  • Hermann Hesse, Peter Camenzind, traduzione di Giorgio Quieto, Newton Compton editori, 1980.
  • Hermann Hesse, Poesie, a cura di Roberto Fertonani, Oscar Mondadori, 1985.
  • Hermann Hesse, Racconti indiani, a cura di Brunamaria Dal Lago Veneri e Viviana Finzi Vita, Newton Compton, 1994.
  • Hermann Hesse, Rosshalde, traduzione di Viviana Finzi Vita, Newton Compton editori, 1980.
  • Hermann Hesse, Saggi; poesie scelte, traduzioni di Italo Alighiero Chiusano et al., Mondadori, Milano, 1965.
  • Hermann Hesse, Siddharta, traduzione di Massimo Mila, Adelphi, 1975. ISBN 884590184X
  • Hermann Hesse, Storie di vagabondaggio, a cura di Mario Specchio, traduzioni di Paola Sorge, Mario Specchio, Francesca Ricci, BEN, 1991.
  • Hermann Hesse, Sull'amore, traduzione e introduzione di Bruna Bianchi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1988.
  • Hermann Hesse, Taedium vitae; in Bella è la gioventù (Schön ist die Jugend, Taedium vitae, Die Verlonunch), traduzione di Mirella Ulivieri, TEN, 1992. ISBN 88-1982-003-1
  • Hermann Hesse, Viaggio in India (Aus Indien), a cura di Brunamaria Dal Lago Veneri e Viviana Finzi Vita, Newton Compton, 1994.

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