Giovanni Verga

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Giovanni Verga

Giovanni Verga (1840 – 1922), scrittore italiano.

Citazioni di Giovanni Verga[modifica]

  • Sì, Milano è proprio bella, amico mio, e credimi che qualche volta c'è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue seduzioni, e restare al lavoro. Ma queste seduzioni sono fomite, eccitamento continuo al lavoro, sono l'aria respirabile perché viva la mente; ed il cuore, lungi dal farci torto non serve spesso che a rinvigorirla. Provasi davvero la febbre di fare; in mezzo a cotesta folla briosa, seducente, bella, che ti si aggira attorno, provi il bisogno d'isolarti, assai meglio di come se tu fossi in una solitaria campagna. E la solitudine ti è popolata da tutte le larve affascinanti che ti hanno sorriso per le vie e che son diventate patrimonio della tua mente. (Lettera a Luigi Capuana, 5 aprile 1873)
  • [Nella stessa casa] Suocera e nuora insieme ci stanno proprio come due mule selvaggie alla stessa mangiatoia. (da Pentolaccia, in Vita dei campi, 1880)[1]
  • Tu hai bisogno di vivere alla grand'aria, come me, e per noi altri infermi di mente e di nervi la grand'aria è la vita di una grande città, le continue emozioni, il movimento, le lotte con sé e con gli altri, se vuoi pur così. Tutto quello che senti ribollire dentro di te irromperà improvviso, vigoroso, fecondo appena sarai in mezzo ai combattenti di tutte le passioni e di tutti i partiti. (Lettera a Luigi Capuana, 13 marzo 1874)
  • Vi siete mai trovata, dopo una pioggia di autunno, a sbaragliare un esercito di formiche, tracciando sbadatamente il nome del vostro ultimo ballerino sulla sabbia del viale? Qualcuna di quelle povere bestioline sarà rimasta attaccata alla ghiera del vostro ombrellino, torcendosi di spasimo; ma tutte le altre, dopo cinque minuti di pànico e di viavai, saranno tornate ad aggrapparsi disperatamente al loro monticello bruno. – Voi non ci tornereste davvero, e nemmen io; – ma per poter comprendere siffatta caparbietà, che è per certi aspetti eroica, bisogna farci piccini anche noi, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle, e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori. (Vita dei campi (1880), Fantasticheria)

I Malavoglia[modifica]

Incipit[modifica]

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n'erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev'essere. Veramente nel libro della parrocchia, si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua, e delle tegole al sole.

Citazioni[modifica]

  • A buon cavallo non gli manca sella.
  • A chi vuol bene, Dio manda pene.[2] (cap. IV)
  • Ad albero caduto accetta! accetta![3] (cap. XV, 197)
  • Ad ogni uccello, suo nido è bello.
  • Al giorno d'oggi per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale.[4]
  • Al servo pazienza, al padrone prudenza.[5]
  • Alla casa del povero ognuno ha ragione.
  • Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio.
  • Ascolta i vecchi e non la sbagli.
  • Augura bene al tuo vicino, ché qualche cosa te ne viene.
  • Cane affamato non teme bastone. (cap. XV)
  • Certuni non sanno star soli neppure in paradiso. (la gente: XIII; 1983, p. 227)
  • Chi cade nell'acqua è forza che si bagni.
  • Chi comanda ha da dar conto.
  • Chi fa credenza senza pegno, perde l'amico, la roba e l'ingegno.
  • Chi ha carico di casa non può dormire quando vuole.
  • Chi ha roba in mare non ha nulla.
  • Chi non sa l'arte chiuda bottega, e chi non sa nuotare che si anneghi.
  • Chi pratica con zoppi all'anno zoppica. (cap. XIII)[6]
  • Chi va col lupo allupa.
  • Ciascuno deve pensare alla sua barba prima di pensare a quella degli altri.
  • Così dicendo si fregava le mani e rideva, ma colle labbra e non col cuore. (cap. VIII)
  • Dove ci sono i cocci ci son feste.
  • Ecco qua! la ferrovia da una parte e i vapori dall'altra. A Trezza non ci si può più vivere, in fede mia! (padron Fortunato: VII; 1983, p. 84)
  • Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai.[7]
  • Fra suocera e nuora ci si sta in malora.
  • [...] Gesù, il più gran rivoluzionario che ci sia stato [...]. (don Franco: XII; 1983, p. 201)
  • I vicini devono fare come le tegole del tetto, a darsi l'acqua l'un l'altro.
  • Il buon pilota si prova alle burrasche.
  • Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue l'umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato, visto nell'insieme, da lontano. Nella luce gloriosa che l'accompagna dileguansi le irrequietudini, le avidità, l'egoismo, tutte le passioni, tutti i vizi che si trasformano in virtù, tutte le debolezze che aiutano l'immane lavoro, tutte le contraddizioni, dal cui attrito sviluppasi la luce della verità. [...] Solo l'osservatore, travolto anch'esso dalla fiumana, guardandosi attorno, ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall'onda per finire più presto, ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d'oggi, affrettati anch'essi, avidi anch'essi d'arrivare, e che saranno sorpassati domani.
  • Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.
  • Il matrimonio è come una trappola di topi; quelli che son dentro vorrebbero uscire, e gli altri ci girano intorno per entrarvi. (padron Fortunato: XV; 1983, p. 255)
  • Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: – «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.
    – Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! rispondeva ’Ntoni. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.
    – Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos’hai! (XI; 1983, p. 174)
  • La Madonna ci ha fatto il miracolo, perché il Signore ci è stato troppe volte in questa casa!
  • Maritati e muli vogliono star soli.
  • Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto.
  • 'Ntrua, 'ntrua! ciascuno a casa sua!
  • Ogni buco ha il suo chiodo, chi l'ha vecchio e chi l'ha nuovo!
  • Una mela fradicia guasta tutte le altre.
  • Uomo povero ha i giorni lunghi.
  • [Su Mena] Ma la ragazza cantava come uno stornello, perché aveva diciotto anni, e a quell'età se il cielo è azzurro vi ride negli occhi, e gli uccelli vi cantano nel cuore.

Explicit[modifica]

Così stette un gran pezzo pensando a tante cose, guardando il paese nero, e ascoltando il mare che gli brontolava lì sotto. E ci stette fin quando cominciarono ad udirsi certi rumori ch'ei conosceva, e delle voci che si chiamavano dietro gli usci, e sbatter d'imposte, e dei passi per le strade buie. Sulla riva, in fondo alla piazza, cominciavano a formicolare dei lumi. Egli levò il capo a guardare i Tre Re che luccicavano, e la Puddara che annunziava l'alba, come l'aveva vista tante volte. Allora tornò a chinare il capo sul petto, e a pensare a tutta la sua storia. A poco a poco il mare cominciò a farsi bianco, e i Tre Re ad impallidire, e le case spuntavano ad una ad una nelle vie scure, cogli usci chiusi, che si conoscevano tutte, e solo davanti alla bottega di Pizzuto c'era il lumicino, e Rocco Spatu colle mani nelle tasche che tossiva e sputacchiava. "Fra poco lo zio Santoro aprirà la porta" pensò 'Ntoni "e si accoccolerà sull'uscio a cominciare la sua giornata anche lui." Tornò a guardare il mare, che s'era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro, riprese la sua sporta e disse: "Ora è tempo d'andarsene, perché fra poco comincerà a passar gente. Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu.

Mastro-don Gesualdo[modifica]

Incipit[modifica]

Suonava la messa dell'alba a San Giovanni; ma il paesetto dormiva ancora della grossa, perché era piovuto da tre giorni, e nei seminati ci si affondava fino a mezza gamba. Tutt'a un tratto, nel silenzio, si udí un rovinio, la campanella squillante di Sant'Agata che chiamava aiuto, usci e finestre che sbattevano, la gente che scappava fuori in camicia, gridando: "Terremoto! San Gregorio Magno!"

Citazioni[modifica]

  • – Eh? Cos'è stato? Lo sapete voi? Adesso si chiamano nervi... malattia di moda... Vi mandano a chiamare per un nulla quasi potessero pagare le visite del medico! – rispose Tavuso burbero.
    Quindi, piantando anche lui gli occhiali in faccia a donna Sarina:
    – Volete che ve la dica? Le ragazze a certa età bisogna maritarle! (I, 1)
  • – [...] Oggi non si ha più riguardo a nessuno. Dicono che chi ha più denari, quello ha ragione...
    Allora si rivolse verso don Diego, con grande enfasi, pigliandosela coi tempi nuovi:
    – Adesso non c'è altro Dio! Un galantuomo alle volte... oppure una ragazza ch'è nata di buona famiglia... Ebbene non hanno fortuna! Invece uno venuto dal nulla... uno come mastro-don Gesualdo, per esempio!... (I, 2)
  • Ciascuno fa il suo interesse... Al giorno d'oggi l'interesse va prima della parentela... (Gesualdo: I, 3)
  • – Perché dovrei averli tutti contro?... Non fo male a nessuno... Fo gli affari miei...
    – Eh, caro don Gesualdo! – scappò a dire infine il canonico. – Gli affari vostri fanno a pugni con gli affari degli altri, che diavolo!... Apposta bisogna tirarli dalla vostra... Fra di loro si danno la mano... son tutti parenti... Voi siete l'estraneo... siete il nemico, che diavolo! (I, 5)
  • Don Diego non stava né peggio né meglio. Era lì, aspettando quel che Dio mandava, come tutti i Trao, senza lagnarsi, senza cercare di fuggire il suo destino, badando solo di non incomodare gli altri, e tenersi per sé i suoi guai e le sue miserie. (I, 6)
  • – Sapete cosa ho da dirvi? – si mise a strillare allora il marchese levando il capo in su. – Che se non avessi il vitalizio della mia commenda di Malta per non crepare di fame, sarei costretto a dare uno schiaffo anch'io a tutta la nobile parentela... Sarei costretto a scopar le strade!...
    E se ne andò borbottando. (I, 7)
  • Voglio che tu sii meglio di una regina, se andiamo d'accordo come dico io!... Tutto il paese sotto i piedi voglio metterti!... Tutte quelle bestie che ridono adesso e si divertono alle nostre spalle!... Vedrai! vedrai!... Ha buon stomaco, mastro-don Gesualdo!... da tenersi in serbo per anni ed anni tutto quello che vuole... e buone gambe pure... per arrivare dove vuole... Tu sei buona e bella!... roba fine!... roba fine sei!... (I, 7)
  • Lo vedete? Comincia ad affezionarmisi. Già i figliuoli sono un gran legame. Speriamo almeno che abbiano ad esser felici e contenti loro; giacché io... Volete che ve la dica, eh, canonico, come in punto di morte? Mi sono ammazzato a lavorare... Mi sono ammazzato a far la roba... Ora arrischio anche la pelle, a sentir voi!... E che ne ho avuto, eh? ditelo voi!... (II, 1)
  • Nei piccoli paesi c'è della gente che farebbe delle miglia per venire a portarvi la cattiva nuova. (II, 5)
  • Oramai, per amore o per forza, mastro-don Gesualdo s'era ficcato nel parentado, e bisognava fare i conti con lui. Tutti perciò volevano vedere la bambina – un fiore, una rosa di maggio. (II, 5)
  • E anche lui, adesso che la roba passava per le sue mani, comprendeva finalmente i dispiaceri che aveva dato alla povera donna; se ne pentiva, cercava di farseli perdonare, colla pazienza, colle cure amorevoli standole sempre intorno, sorvegliando l'inferma e la gente che veniva a farle visita, impallidendo ogni volta che la mamma tentava di snodare lo scilinguagnolo dinanzi agli estranei. Sentiva una gran tenerezza al pensare che la povera paralitica non poteva muoversi né parlare per togliergli la roba siccome aveva minacciato.
    – No, no, non lo farà! Son cose che si dicono in un momento di collera... Vorrei vederla!... Sono infine il sangue suo... Morirebbe d'accidente lei per la prima, se dovesse lasciare la sua roba a questo e a quello... (don Ninì; II, 5)
  • Fra tutte quelle piccine, in tutte le famiglie, succedeva lo stesso diavoleto che mastro-don Gesualdo aveva fatto nascere nei grandi e nel paese. Non si sapeva più chi poteva spendere e chi no. Una gara fra i parenti a buttare il denaro in frascherie, e una confusione generale fra chi era stato sempre in prima fila, e chi veniva dopo. (III, 1)
  • Egli aveva di queste uscite buffe alle volte, da solo a solo con sua moglie, quando era contento della sua giornata, prima di coricarsi, mettendosi il berretto da notte, in maniche di camicia. A quattr'occhi con lei mostravasi proprio quel che era, bonaccione, colla risata larga che mostrava i denti grossi e bianchi, passandosi anche la lingua sulle labbra, quasi gustasse già il dolce del boccone buono, da uomo ghiotto della roba. (III, 1)
  • Ah! La mia roba? Voglio vederli! Dopo quarant'anni che ci ho messo a farla... un tarì dopo l'altro!... Piuttosto cavatemi fuori il fegato e tutto il resto in una volta, chè li ho fradici dai dispiaceri... A schioppettate! Voglio ammazzarne prima una dozzina! A chi ti vuol togliere la roba levagli la vita! (IV, 3)
  • A quelle parole don Gesualdo montò in furia: – I denari!... Vi stanno a tutti sugli occhi i denari che ho guadagnato!... A che mi servono... se non posso comprare neanche la salute?... Tanti bocconi amari m'hanno dato... sempre!... (IV, 4)
  • Il mondo andava ancora pel suo verso, mentre non c'era più speranza per lui, roso dal baco al pari di una mela fradicia che deve cascare dal ramo, senza forza di muovere un passo sulla sua terra, senza voglia di mandar giù un uovo. Allora, disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d'un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui. Mastro Nardo e il garzone dovettero portarlo di nuovo in paese, più morto che vivo. (IV, 4)

Explicit[modifica]

Così, nel crocchio, narrava le noie che gli aveva date quel cristiano – uno che faceva della notte giorno, e non si sapeva come pigliarlo, e non era contento mai. – Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi... Basta, dei morti non si parla.

– Si vede com'era nato... – osservò gravemente il cocchiere maggiore. – Guardate che mani!

– Già, son le mani che hanno fatto la pappa!... Vedete cos'è nascer fortunati... Intanto vi muore nella battista come un principe!...

– Allora, – disse il portinaio, – devo andare a chiudere il portone?

– Sicuro, eh! È roba di famiglia. Adesso bisogna avvertire la cameriera della signora duchessa.

Novelle rusticane[modifica]

  • È che la malaria v'entra nelle ossa col pane che mangiate, e se aprite bocca per parlare, mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e di sole, e vi sentite mancar le ginocchia, o vi accasciate sul basto della mula che va all'ambio, colla testa bassa. Invano Lentini, e Francofonte, e Paternò, cercano di arrampicarsi come pecore sbrancate sulle prime colline che scappano dalla pianura, e si circondano di aranceti, di vigne, di orti sempre verdi; la malaria acchiappa gli abitanti per le vie spopolate, e li inchioda dinanzi agli usci delle case scalcinate dal sole, tremanti di febbre sotto il pastrano, e con tutte le coperte del letto sulle spalle. (da Malaria, pp. 74-75)
  • Però dov'è la malaria è terra benedetta da Dio. (da Malaria, p. 77)
  • La malaria non ce l'ha contro di tutti. Alle volte uno vi campa cent'anni, come Cirino lo scimunito [...] Egli non prendeva più né solfato, né medicine, né pigliava le febbri. Cento volte l'avevano raccolto disteso, quasi fosse morto, attraverso la strada; infine la malaria l'aveva lasciato, perché non sapeva più che farsene di lui. Dopo che gli aveva mangiato il cervello e la polpa delle gambe, e gli era entrata tutta nella pancia gonfia come un otre, l'aveva lasciato contento come una pasqua, a cantare al sole meglio di un grillo. (da Malaria, pp. 81-82)
  • Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per pensare all'anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e strillava: — Roba mia, vientene con me! (da La roba, p. 119)

Storia di una capinera[modifica]

Incipit[modifica]

Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell'azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l'ala e l'indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c'era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un'infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l'amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l'ala ed era morta.
Ecco perché l'ho intitolata: Storia di una capinera.

Citazioni[modifica]

  • Siamo degli umili fiorellini avezzi alla dolce tutela della stufa, che l'aria libera uccide. (Lettera del 2 Novembre 1854)
  • Monte Ilice, 3 Settembre 1854
    Mia cara Marianna.
    Avevo promesso di scriverti ed ecco come tengo la mia promessa! In venti giorni che son qui, a correr pei campi, sola! tutta sola! intendi? dallo spuntar del sole insino a sera, a sedermi sull'erba sotto questi immensi castagni, ad ascoltare il canto degli uccelletti che sono allegri, saltellano come me e ringraziano il buon Dio, non ho trovato un minuto, un piccolo minuto, per dirti che ti voglio bene cento volte dippiù adesso che son lontana da te e che non ti ho più accanto ad ogni ora del giorno come laggiù, al convento.

Explicit[modifica]

Quando il sole tramontò parve che provasse un nuovo affanno; le sue lagrime scorrevano così abbondanti che una delle converse si mosse a pietà e le asciugò il viso, ché la poveretta l'aveva tutto bagnato e non ci vedeva più. Poi agitò le labbra come se chiamasse; io mi chinai su di lei; fece uno sforzo per accostare il suo viso al mio, e mi sussurrò all'orecchio quel suo ultimo desiderio con uno stento affannoso che spezzava il cuore... Il rantolo la soffocava. Indovinai più che non mi dicesse. Corsi a prendere l'involto che mi avea designato, e allorché me lo vide fra le mani sorrise come sorridono gli angeli del paradiso... Quando il rantolo non la soffocava, diceva sempre: «Per lui! per lui!». Sarà stato delirio. Volle che le facessi veder tutto: i fogli, i capelli, il crocifisso, le foglie secche; le baciò, le baciò tanto, che una di quelle foglie l'ho tolta dalle sue labbra dopo morta.
Poi volse appena il capo dall'altra parte e sospirò lievemente... Parve che si addormentasse... e si addormentò per sempre.
Povera suor Maria!
Però ella adesso è fra i beati e prega il Signore per noi miseri peccatori che abbiamo la debolezza di piangere la sua morte. Devo anche aggiungere, a lode della madre abbadessa e di tutta la comunità, e a conforto di tutti coloro che l'amarono in vita, che le sue esequie furono commoventissime. Più di trenta messe furono celebrate a tutti gli altari della chiesa e al De-profundis ardevano più di cento candele. Mi raccomandi al Signore nelle sue orazioni, e mi creda con stima:
Sua devotissima serva
Suor Filomena

Vagabondaggio[modifica]

  • Il colèra mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado – e anche dei ricchi: il parroco di Canzirrò, ch'era scappato ai primi casi, e veniva soltanto in paese per dir messa a sole alto, l'aveva pigliato nell'ostia consacrata: a don Pepè, il mercante di bestiame, gliel'aveva dato invece in una presa di tabacco, alla fiera di Muglia, un sensale forestiero – per conchiudere il negozio – diceva lui. Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; bestie e cristiani vi restavano, là! (da Quelli del colèra)
  • Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d'altra morte che manda Dio. Ma il colèra, no, non lo volevano! Nonostante, lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate. (da Quelli del colèra)
  • Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colèra e dalla fame, il giorno in cui s'erano viste lì pure certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colèra colle mani in mano. (da Quelli del colèra)

Incipit di alcune opere[modifica]

Eros[modifica]

Verso le quattro di una fra le ultime notti del carnevale, la marchesa Alberti, seduta dinanzi allo specchio, e alquanto pallida, stava guardandosi con occhi stanchi e distratti, mentre la cameriera le acconciava i capelli per la notte.
"Che rumore è cotesto?" domandò dopo un lungo silenzio.
"La carrozza del signor marchese."
"Cosí presto!" mormorò essa soffocando uno sbadiglio.

Eva[modifica]

Eccovi una narrazione – sogno o storia poco importa – ma vera, com'è stata e come potrebbe essere, senza retorica e senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voi, che vi appartiene, che è frutto delle vostre passioni, e se sentite di dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia – voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non alla presenza di duemila spettatori e alla luce del gas, o voi che, pur lacerando i guanti nell'applaudire le ballerine, avete il buon senso di supporre che ella non scorga scintillare l'ardore dei vostri desideri nelle lenti del vostro occhialetto – tanto meglio per voi, che rispettate ancora qualche cosa.

Cavalleria rusticana[modifica]

Turiddu Macca, il figlio della gnà Nunzia, come tornò da fare il soldato, ogni domenica si pavoneggiava in piazza coll'uniforme da bersagliere e il berretto rosso, che sembrava quella della buona ventura, quando mette su banco colla gabbia dei canarini. Le ragazze se lo rubavano cogli occhi, mentre andavano a messa col naso dentro la mantellina, e i monelli gli ronzavano attorno come le mosche. Egli aveva portato anche una pipa col re a cavallo che pareva vivo, e accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzoni, levando la gamba, come se desse una pedata.
Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla.

I nuovi tartufi[modifica]

Emilia presso il tavolino osservando il lavoro di Maria che ricama. Dottor Ferdinando, entrando dal fondo.
Ferdinando. La riverisco, cara signora Emilia. Buon giorno. Maria.
Emilia. Oh, ecco qui il Dottor Ferdinando che ci reca qualche notizia. Non sedete un momento?
Ferdinando. Cercavo il sig. Montalti.
Emilia. È uscito poco fa.
Ferdinando. Non per andare in piazza ad aspettare l'esito della votazione, ne sono sicuro!
Emilia. Oh, tutt'altro! È così agitato quel povero Prospero! Ma accordateci almeno cinque minuti (invitandolo a sedere sul canapè). Il caffé pel dottor Ferdinando, Maria! (siedono).
Maria. Subito, mamma (esce).
Emilia. A voi, sig. Ferdinando, che ci dite?
Ferdinando. Buone nuove, ottime nuove! Lodato sia il Signore! (inchinando il capo).

Il marito di Elena[modifica]

Camilla picchiò all'uscio, mentre i genitori stavano per andare a letto, e disse:
- Elena è fuggita.
Don Liborio rimase collo stivaletto in mano, sbalordito. Poscia andò ad aprire zoppicando, pallido come un morto.
La figliuola, colla sua voce calma di ragazza clorotica, ripeté tranquillamente:
- L'ho cercata dappertutto. Non c'è più.
Allora la mamma si rizzò a sedere sul letto e cominciò a strillare: – M'hanno rubata mia figlia! m'hanno rubata mia figlia! – Taci! le disse suo marito. Non gridare così, ché i vicini sentono!
Il pover'uomo, tutto sottosopra, ancora mezzo scalzo, colla camicia che gli si gonfiava al pari di una gobba fra la croce degli straccali, andò ad accendere un'altra candela; ma non ci riusciva, tanto gli tremavano le mani. Poi si misero insieme a cercar per la casa, come se l'Elena stesse giuocando a rimpiatterello.

La lupa[modifica]

Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – e pure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.

Le storie del Castello di Trezza[modifica]

La signora Matilde era seduta sul parapetto smantellato, colle spalle appoggiate all'edera della torre, spingendo lo sguardo pensoso nell'abisso nero e impenetrabile; suo marito, col sigaro in bocca, le mani nelle tasche, lo sguardo vagabondo dietro le azzurrine spirali del fumo, ascoltava con aria annoiata; Luciano, in piedi accanto alla signora, sembrava cercasse leggere quali pensieri si riflettessero in quegli occhi impenetrabili come l'abisso che contemplavano. Gli altri della brigata erano sparsi qua e là per la spianata ingombra di sassi e di rovi, ciarlando, ridendo, motteggiando; il mare andavasi facendo di un azzurro livido, increspato lievemente, e seminato di fiocchi di spuma. Il sole tramontava dietro un mucchio di nuvole fantastiche, e l'ombra del castello si allungava melanconica e gigantesca sugli scogli.

Rose caduche[modifica]

Il cavalier Falconi dal viale di sinistra, e Tonio dal padiglione.
Falconi La contessa?
Tonio Sarà qui a momenti, signor cavaliere.
Falconi (consultando l'orologio). Temevo d'essere in ritardo. Il rendez-vous non è per le dieci?
Tonio Non sa nulla adunque di quel ch'è accaduto al commendator Gaudenti?
Falconi No davvero.
Tonio Nel seguire a cavallo la calèche della signora contessa è andato giù bel bello, e si è trovato, senza sapersi poi il come, fra le quattro zampe d'Isolina.

Rosso Malpelo[modifica]

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

Teatro[modifica]

In Portineria[modifica]

Giuseppina e Luisina.
Giuseppina (attraversando il portico, dalla sinistra, e chiamando verso la portineria). Ehi, Màlia, è ora di accendere il gas.
Luisina (venendo dalla strada, in fondo). Pungolo e Corriere! — Sora Giuseppina? Ehi, sora Giuseppina?
Giuseppina. Ehi?
Luisina (passandole i giornali attraverso il cancello). Ecco!

La caccia al lupo[modifica]

Casolare di pastori. Notte di vento e pioggia – vero tempo da lupi. Si ode bussare ripetutamente all'uscio d'ingresso, a sinistra.
Mariangela (tutta sossopra, ancora mezzo discinta, chiudendo in fretta l'uscio della cucina in fondo). Vengo!... Vengo!... Sono in letto... mi vesto...
Va infine ad aprire la porta, si trova faccia a faccia Lollo, grondante acqua, col fucile in mano e il viso torvo. Egli resta un momento fermo sulla soglia, guardando intorno cogli occhi inquieti e sospettosi. – Fuori l'ira di Dio. – La moglie, al vedersi dinanzi il marito a quell'ora insolita, con quel tempo, e con quella faccia, comincia a tremare come una foglia, ed ha appena il fiato di balbettare:
Che fu?... Che avvenne?...

La caccia alla volpe[modifica]

Casa rustica presso Ponte Nomentano.
Entrano Donna Livia ed Artale reggendo Di Fleri zoppicante – i due uomini in abito rosso, Donna Livia in amazzone. Essa è commossa e un po' agitata; Artale più calmo e quasi sospettoso; Di Fleri sembra fresco come una rosa, malgrado la sua disgrazia e il viso lungo che fa.

Donna Livia. Qui... Fleri... su questa panca... S'appoggi bene... Non badi...
Di Fleri. Grazie, marchesa!
Artale (a Di Fleri). Ma come diavolo hai fatto?
Di Fleri. Ahi! Ahi! .
Donna Livia. (vivamente) Piano, Artale, per carità!
Artale. Se non l'ho toccato neppure!

Dal tuo al mio[modifica]

Il Barone, dal viso bonario, un po' rustico, reso burbero dalle avversità, sta accendendo le candele della lumiera, salito su di una vecchia seggiola di cucina, in maniche di camicia, ma già in cravattone bianco per la cerimonia. La giubba, di taglio antico, come tutto il suo vestiario, è buttata sul canapè. Sidoro, insaccato in una vecchia livrea, coi calzoni lunghi color nocciola, raso di fresco, ma coi capelli irti ed indocili malgrado l'unto, più arcigno del solito in grazia della solennità, aiuta goffamente il padrone. Nardo e Luciano stanno a guardare dall'uscio in fondo, aspettando.
Il Barone (a Sidoro). Così, santo Dio! Ci vuol tanto?
Sidoro (brontolando). Non so. Non ho mai fatto il sacrestano io!
Il Barone. Tu non hai fatto mai nulla!
Nardo. Dunque, signor Barone, cosa facciamo?
Il Barone (senza dargli retta e senza voltarsi). Lo vedi quel che sto facendo.

Dopo[modifica]

Maria. S'è fermato qui?
Giacinta. Sì.
Maria. Chi è?
Giacinta. Il signor Vitali.
Vitali (dalla strada). Buon dì, signorina.
Giacinta. (freddamente). Buon dì...

Tigre reale[modifica]

Non sapevo più nulla di Giorgio La Ferlita allorché ricevetti il biglietto che m'invitava alle sue nozze. Dacché si era messo nella carriera diplomatica non ci eravamo visti che a rari intervalli, e come di sfuggita. L'ultima volta che l'avevo incontrato a Firenze, in tutta la pompa della sua cravatta bianca, arrivava dal Giappone, e ci stringemmo la mano alla tavola rotonda dell'Albergo della Pace.

Una peccatrice[modifica]

In una bella sera degli ultimi di maggio, due giovanotti, tenendosi a braccetto, passeggiavano pel gran viale del Laberinto che dovea trasmutarsi in Villa Pubblica, con quella oziosità noncurante che forma il carattere degli studenti e dei giovanotti che non hanno ancora le pretensioni di dandys.
Passeggiavano da quasi cinque minuti in silenzio, quando una signora, abbigliata con gusto squisito, appoggiandosi con il molle e voluttuoso abbandono che posseggono solo le innamorate o le spose nella luna di miele, al braccio di un uomo, anch'esso molto elegante, passò loro dinanzi; e lo strascico della sua lunghissima veste sfiorò i calzoni del giovane alto e bruno che stava a diritta, il quale non sembrò accorgersene.

Note[modifica]

  1. Nell'edizione del 1897 di Vita dei campi, pubblicata da Treves, la frase venne modificata in: «Suocera e nuora insieme ci stanno proprio come cani e gatti».
  2. In alcune edizioni (ad es. Vallechi, 1926; Principato, 1985): «A chi vuol bene Dio manda pene».
  3. Nell'edizione Principato, 1985: «Ad un albero caduto accetta! accetta!».
  4. Una salma corrisponde a circa 280 litri. Vedi anche Guerra di santi, in Vita dei campi: «Prima di conoscere bene una persona bisogna mangiare sette salme di sale».
  5. Proverbio. In Giuseppe Giusti, Proverbi toscani, 1853: «Al servo pazienza, e al padron prudenza»; in Bonifacio Samarani, Proverbi lombardi, 1858: «El servitor el dev avê pazienza, el padron bona dosa de prudenza».
  6. Cfr. anche cap. XI: «Chi va coi zoppi, all'anno zoppica».
  7. Proverbio siciliano.

Bibliografia[modifica]

  • Giovanni Verga, Eva, a cura di Corrado Simioni, Milano, A. Mondadori, 1970.
  • Giovanni Verga, I Malavoglia, a cura di Salvatore Guglielmino, Ed. Principato, Milano, 1985.
  • Giovanni Verga, I Malavoglia (1881), introduzione di Carla Riccardi, con un saggio di Vincenzo Consolo, Mondadori, Milano, 1983. ISBN 8804525193
  • Giovanni Verga, I nuovi tartufi: commedia in quattro atti, Firenze, Le Monnier, 1980. ISBN 8800855857
  • Giovanni Verga, Il marito di Elena, Trento, Reverdito, 1995. ISBN 8840393420
  • Giovanni Verga, La lupa, in "Teatro", a cura di Gianni Oliva, Milano, Garzanti, 1987. ISBN 8811583535
  • Giovanni Verga, Le storie del Castello di Trezza, in "Storie di fantasmi", a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton, 1995.
  • Giovanni Verga, Rose caduche, in "Teatro", a cura di Gianni Oliva, Milano, Garzanti, 1987. ISBN 8811583535
  • Giovanni Verga, Storia di una capinera, introduzione di Santino Spartà, Tascabili Economici Newton, Newton Compton Editori, Roma, 1993. ISBN 8879831283
  • Giovanni Verga, Teatro, Milano, Mondadori, 1966.
  • Giovanni Verga, Tigre reale, Milano, Frassinelli, 1996. ISBN 8876843787
  • Giovanni Verga, Vagabondaggio, Verga: I grandi romanzi e tutte le novelle, a cura di Concetta Greco Lanza, Newton Compton editori, I Mammut, n. 5, 1992.

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