Andrea Zanzotto

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Andrea Zanzotto in un ritratto di Paolo Steffan

Andrea Zanzotto (1921 – 2011), poeta italiano.

Citazioni di Andrea Zanzotto[modifica]

  • Anche scorrendo con un rapido sguardo le singole opere di Pola, ci si trova subito chiamati ad una serie di riscontri ed incontri, di antinomie felicemente risolte oppure lasciate in sospeso su quella terra di nessuno che sempre è la poesia al suo limite, là dov'essa esplora le proprie ragioni. E Pola non si è mai soffermato a lungo, ha sempre esplorato e camminato; gli anni sono stati per lui conferma ed insieme sorpresa. Egli ha saputo sempre "divagare" anche restando alle prese con una sua antichissima zona interiore, con un suo sillogismo o funzione dalle molte variabili. E ancora oggi sta interrogandosi, e le risposte, che non possono non essere interlocutorie, sono tuttavia felicemente produttive, nutrienti. La gravità della situazione si è accentuata, sempre più esponenziale si è fatta la minaccia contro l'uomo, o ciò che resta dell'uomo. Ma Pola ci insegna ancora, ci aiuta a scommettere ancora su una, pur vaga, luminosità, su un amore. Che è la poesia e più della poesia.[1]
  • [Haiku] Delicato belletto di seta | nel riflesso di grandi distanze– | ogni pensiero semplice è vicino.[2]
  • Dopo il lungo labor nelle viscere del terreno dialettale, Pola ormai non può impunemente distaccarsene, e il felice reciproco stimolarsi di realtà e fantasia gli continua meglio in fioriture di lingua trentina. Così accade sia in «Davanti a mi» (1972), sia nel recente «Na strada per encontrarse» (1974), una gentile e partecipe serie di «cartoline» inviate ad amici poeti veneti, che si conclude con un atto di totale libertà, con un totale invito: «Liberi de pensar quel che volén – de lassar qualche segn che ne ricorda – o de finir en gnent – come 'n sofi de vent – che passa tra le fòie – dei àrboi – senza sbregarne una».[3]
  • [Su Marco Pola] E anche se egli resta in parte un poeta dell'idillio, e che concede alla "provincia" qualcosa, se egli permane sostanzialmente legato alle sue origini radicate nel tempo fra le due guerre, in un'area vagamente intimistica se non ermetica (figura monologante su uno sfondo di monti impervi e pur cari, o, più di recente, figura dai lievi o sofferti colloqui in una qualche piazza della sua nobile città), la sua attenzione costante, ansiosa, verso gli apporti del mondo culturale, e insieme l'auscultazione della "memoria" della sua gente, introducono sempre nella sua opera un fermento che rompe le riaffioranti tentazioni della staticità, per aprire verso molteplici orizzonti. E impresa non da poco è stata anche il suo appassionato e sottile lavoro di investigazione concreta nelle possibilità espressive del dialetto di Trento: una parlata che ha le tipiche asprezze dei linguaggi di montagna, ma che tuttavia è alquanto addolcita da elementi "urbani".[4]
  • Fiammelle qua e là per prati | friggono luci disperate ognuna in sé | quelle siamo noi, racimoli del fuoco | che pur disseminando resta pari a se stesso | è zero che dona, da zero, il suo vero.[5]
  • Gioisco ricordando certi momenti molto lontani della primissima infanzia: io provavo qualche cosa di infinitamente dolce ascoltando cantilene, filastrocche, strofette (anche quelle tipo «Corriere dei Piccoli») non in quanto cantate, ma in quanto pronunciate o anche semplicemente lette, in relazione ad un'armonia legata proprio al funzionamento stesso del linguaggio, al suo canto interno.[6]
  • [Su Biagio Marin] In realtà il «parlare dentro» che è tipico di Marin non può avere argomenti più di quanto ne abbiano i movimenti delle onde o i voli dei gabbiani anche se è pieno documento e autorità proprio perché è uno dei fattori più attivi in cui l'ambiente-isola, il mini contesto, si organizza, per riagganciarsi (almeno alludendovi) ad un intero arcipelago.[7]
  • La poesia è sempre più di attualità perché rappresenta il massimo della speranza, dell'anelito dell'uomo verso il mondo superiore.[8]
  • Mario Luzi, nella sua parabola esistenziale e poetica, ha confermato un'assoluta fedeltà a se stesso, anche in quella religiosità diffusa che per lui è sempre stata una vicinanza al cattolicesimo.[9]
  • [Haiku] Mondi paralleli, radici | di vitrei profondi linguaggi– | bolle piangono in gole.[2]
  • Quando ancora non lo conoscevo [Vittorio Sereni] e restavo quasi a bocca aperta, stordito dai rispecchiamenti, dalle fioriture, dal candore, dai misteri della sua Frontiera (e pensavo: ma allora lui ha già detto tutto, di me, di noi, proprio di questi giorni e attimi...) mentre la leggevo portandola con me in treno sotto le armi.[10]
  • [...] quando si scrive una poesia è frequente la serendipità: miri a conquistare le Indie e raggiungi l'America.[11]
  • Questa silloge vuol essere soltanto uno speciem di lavori in corso, che hanno un'estensione molto più ampia. Si tratta quasi sempre di "incerti frammenti", risalenti a tutto il periodo successivo e in parte contemporaneo a Idioma (1986). Non tutti sono datati e comunque sono qui organizzati provvisoriamente per temi che sfumano gli uni negli altri o in lacune, e non secondo una sequenza temporale precisa, ma forse "meteorologica. (Nota finale in Meteo, Donzelli)
  • Rigoni Stern fa risentire quell'eco misteriosa di una lingua che era in noi e che noi abbiamo perduta.[12]
  • Sappiate scrivere ma non leggere, non importa.[13]
  • Sono andato laggiù col fiume, | in un momento di noia le barche | le reti si sono lasciate toccare, | ho toccato la riva con mano.[14]
  • [Su Carlo Sgorlon] Un narratore discreto, diciamo pure buono, ma io scrivo versi e tra di noi c' è una differenza di interessi.[15]

Citazioni su Andrea Zanzotto[modifica]

  • Ma tu continua a consumarlo, il dorso della mano, | a consumarlo con le dita, | Zanzotto amico, | tu che non chiedi pietà, non è vero? | tu che vuoi verità a costo di non essere. (Franco Fortini)

Note[modifica]

  1. Da Pola e la poesia: un amore; in Marco Pola, Il villaggio di carta Poesie scelte, A cura della Biblioteca comunale di Trento, Comune di Trento, 1988, p. 18.
  2. a b Da Haiku for a season, citato in Marzio Breda, Haiku, la cura di Zanzotto. Le poesie della stagione più cupa. In inglese «Cercavo il grado zero di una lingua» in Corriere della Sera, Il club de La lettura, [1]
  3. Da Pola, una attiva fedeltà; in Marco Pola, Cento poesie scelte (1936-1974), All'insegna del pesce d'oro, Milano, 1975, p. 200.
  4. Da Pola e la poesia: un amore; in Marco Pola, Il villaggio di carta Poesie scelte, A cura della Biblioteca comunale di Trento, Comune di Trento, 1988, pp. 17-18.
  5. Papaveri, Conglomerati, citato in Marzio Breda, Haiku, la cura di Zanzotto.
  6. Da Autoritratto, in Le poesie e prose scelte, a cura di Stefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta, Mondadori, 1999.
  7. Da Poesia che ascolta le parole, Corriere della Sera, Milano, 5 giugno 1977.
  8. Da Avvenire, 15 febbraio 2011.
  9. Citato in Così lo ricordano, Poesia, Crocetti Editore, n. 193 aprile 2005.
  10. Da Per Vittorio Sereni, 1991, in Scritti sulla letteratura, a cura di Gian Mario Villalta, Mondadori.
  11. Dall'intervista di Zanzotto: "Le mie notti con Fellini quando sognavamo il cinema", Repubblica.it, 18 ottobre 2011.
  12. Dalla quarta di copertina di Mario Rigoni Stern, Uomini, boschi e api, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1980.
  13. Da L'elegia in petèl, in La beltà, Mondadori.
  14. Da Atollo, in Dietro il paesaggio, Mondadori.
  15. Citato in Corriere della Sera, 9 gennaio 2009.

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