Attilio Momigliano

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Attilio Momigliano (1883 – 1952), critico letterario italiano.

Citazioni di Attilio Momigliano[modifica]

  • Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico. (da Le tendenze della lirica italiana dal Carducci ad oggi, in La Nuova Italia, dicembre 1934; ristampato nel volume Introduzione ai poeti, Roma, 1946, pp. 213-236[1])
  • I Fioretti sono il poema dell'umiltà, dell'aspettazione fiduciosa: tutto il resto, tutto ciò che non giova a questo sentimento, non è veduto, è come se non esistesse. La realtà è orientata in un certo modo, e ridotta, come avviene sempre nell'opera di un poeta: nulla vi è di estraneo a quell'orizzonte. E perciò il libro è pieno di armonia, ed è tutto consapevole del suo fine; e questo fine, purissimo, spira nella sua prosa come il soffio che informa una fiala di cristallo.[2]
  • [Il Milione è] il libro più grandioso del Duecento: leggendolo vi si sente l'uomo felice di aver vissuto una vita così straordinaria: un senso di potente fecondità, di incommensurabile ricchezza, di gigantesca attività sale da queste pagine; e Marco Polo, il protagonista instancabile e imperterrito, sembra un personaggio degno d'esser messo vicino all'Ulisse dantesco. (da Storia della letteratura italiana[3])
  • L'unico vero e grande storico dei primi secoli della nostra letteratura è Dino Compagni, contemporaneo di Dante e simile a lui per forza della tempra morale ed artistica. (da Storia della letteratura italiana[3])
  • [Riferendosi alla frase «Il coraggio, uno non se lo può dare»] Questa confessione è un così fedele e compiuto ritratto di Don Abbondio, circoscrive così bene l'angustia invincibile del suo spirito, svela una tale penosa coscienza della sua natura e una tale rassegnazione a non saperla mai varcare, che in questo momento il nostro giudizio tace. (citato in Tommaso Giartosio, Perché non possiamo non dirci, Feltrinelli, 2004, p. 182)
  • Sainte-Beuve diceva che «le critique n'est qu'un homme qui sait lire et qui apprend à lire aux autres[4]»; De Sanctis pensava che le teorie astratte danno una falsa sicurezza e indeboliscono il gusto: anche perciò... preferisco parlare di esperienza critica piuttosto che di storia. Non ho lezioni da dare, ma ricordi da richiamare alla mia memoria, perché il lettore veda se in essi non trovi le tracce delle prove da lui tentate o superate per trarre dalle pagine mute dei capolavori le tracce della poesia che, come quella dei sogni, canta forte nel cuore e non fa rumore. (da Antologia della letteratura italiana, Milano, Principato[5])
  • Quanto ha di scenico e di fastoso l'età della Controriforma, è quanto rimane di quella sovranità [rinascimentale dell'uomo sull'universo]: una pompa a cui non risponde più lo slancio fiducioso dell'anima. Dietro quel fasto c'è un senso di vuoto e d'angoscia. Questa è la giustificazione storica della costante oscillazione della Liberata tra lo scenico e l'elegiaco. (da I motivi del poema del Tasso, pp. 95, 100, in Introduzione ai poeti, Roma, 1946[6])

In Maria Acrosso, La critica letteraria[modifica]

  • Il Porta è uno di quegli uomini franchi che non offendono nemmeno quando spiattellano la verità sul muso. (p. 485)
  • Le sue pagine più grandi sono questa squallida trenodìa di mastro-don Gesualdo e l'elegia che chiude I Malavoglia: la nostalgia del lavoro e la nostalgia delle pareti sacre della casa, i due motivi dominatori dello spirito verghiano. Dopo il Manzoni nessuno ha scritto in Italia pagine marmoree come quelle della morte di don Gesualdo: per la loro grandezza sinistra, per la loro sobrietà terribile le so paragonare soltanto alla scena del Griso che deruba don Rodrigo. Don Gesualdo muore, abbandonato dalla figlia, affidato ai servi cinici: il tono freddo di quelle due pagine ripercuote sordamente il loro fastidio e la loro insensibilità. Bisogna leggerle e ripensare alla nostra letteratura contemporanea, per sentire l'enorme differenza tra l'arte e la frase.[7] (p. 597)
  • Di Giacomo ha interpretato i due aspetti di Napoli, quello teatrale e quello struggente, ma ha dato al secondo la voce che rimarrà legata ad esso per sempre.[8] (p. 615)
  • Montale scrive con un verso senz'aria, fitto di parole disseccate, che sfocia talvolta in una larga battuta desolata; cerca il senso della sua vita in paesaggi grami e disarmonici; e con la sua poesia rende l'immagine di un volto chiuso in un'impassibilità duramente volontaria. (p. 742)

In Aldo D'Asdia e Pietro Mazzamuto, Letteratura italiana, Pagine di documentazione critica[modifica]

  • [Su Carlo Porta] La qualità fondamentale della sua poesia è la vitalità gagliarda e comunicativa. Leggendo quelle pagine, dove ogni cosa è chiamata col suo nome, dove non ci sono attenuazioni od eufemismi eleganti, dove tutte le scene sono ritratte con una simpatia così spregiudicata e con una così franca bonomia che – anche quando la materia è satirica – quello che colpisce non è tanto lo sdegno quanto lo spontaneo accostarsi e immedesimarsi del poeta con il suo tema, si ripensa alla tempra sanguigna, cordiale e rumorosa di Rabelais.[9] (p. 775)
  • Con tanta oscenità quanta se ne trova nelle sue poesie, non si può dire che egli sia un poeta corrotto: perché anche in quest'argomento quelli che dominano sovrani sono il senso della verità e quello della vita. Senza il secondo, il Porta sarebbe stato un piccolo e pesante naturalista: il senso della vita ha alleggerito e purificato quel suo amore della verità. La moralità e la poesia del Porta sono questo suo avvicinarsi sereno e franco alle scene più disparate.
    Perciò si può parlare di simpatia anche a proposito dei personaggi che sembrano più evidentemente canzonati: fraa Condutt, la Marchesa Travasa, Polpetta de rognon. C'è in essi la simpatia che hanno certi grandi scrittori per i loro personaggi, di qualunque levatura morale essi siano: la simpatia del Boccaccio per frate Cipolla, per ser Ciappelletto, per la Ciciliana. C'è la spia della gioia con cui certi poeti creano le loro figure, siano esse di candido marmo o di fango: la gioia di sentire la vita – senza aggettivi – e di tradurla in parole.[9] (p. 775)
  • Di rado ho provato tanta difficoltà a penetrare nell'anima d'un artista come di fronte al Porta, che è così alla mano, così schietto, così cristallino! I poeti più sapienti sono quelli che sembrano dir meno, quelli in cui la rappresentazione non sembra né preceduta né accompagnata dal pensiero.[9] (p. 776)
  • Nel Parini c'è ancora un po' del rancido tradizionale della satira; nel Porta e nel Belli questo è scomparso affatto: tanto che per essi l'appellativo di «satirico» sembra impreciso. In realtà appartengono entrambi alla grande corrente europea del Verismo, anticipandola il Porta per forza di temperamento e per virtù della spinta veristica che era insita nel Romanticismo, seguendola il Belli consapevolmente e con un proposito metodico, se non architettonico, simile a quello di Balzac, il quale alcuni anni prima aveva iniziato il suo ciclo Scènes de la vie privée e andava poi allargando fino al disegno di una Comédie humaine. Che il Porta e il Belli appartengano non solo alla letteratura italiana ma a quella europea, è una verità non ancora affermata dalla critica, soltanto perché il pregiudizio della inferiorità della letteratura dialettale grava ancora sulla nostra cultura più che non sembri. Poeti tanto minori di questi sono studiati tanto più largamente in sé e in relazione con le correnti contemporanee.[10] (p. 778)
  • I dialettali appartengono con maggior titolo dei letterari alla schiera degli scrittori che hanno diseroicizzato la nostra letteratura e sostituito ad una se pur olimpica Arcadia di amatori, di pastori e di eroi, la folla del quarto stato che urgeva oramai alle porte della storia. Un giorno, rimosse le ultime incrostature aristocratiche depositate da una tradizione multisecolare, la critica si avvicinerà con occhi più sgombri alla poesia di questi grandi. [10] (p. 779)
  • Il Belli concepiva per sonetti: sono i più facili della nostra letteratura, quantunque sembri tanto difficile costringere ogni argomento in una misura così fissa e così breve. Non c'è nel Belli nessuna traccia di uno scorcio forzato: ragionamenti, scene, racconti, tutto si adagia in quel letto di Procuste come in un ampio e comodo letto.[10] (p. 780)
  • In quegli interni dalle tinte sbattute, in quei poveri particolari disseminati nel quadro da una mano potente, in quei mendicanti, mezzani, donne svergognate che parlano senza infingimenti e senza eufemismi, in quell'oggettività da grande realista c'è tanta umanità e tanta poesia quanta non ce ne sarà nella letteratura umanitaria di qualche decennio dopo.[9] (p. 781)

Bibliografia[modifica]

  • Maria Acrosso, La critica letteraria, con avviamento alla composizione, Palumbo, stampa 19703.
  • Aldo D'Asdia e Pietro Mazzamuto, Letteratura italiana, Pagine di documentazione critica, Felice Le Monnier, Firenze, 19739.

Note[modifica]

  1. Citato in I classici italiani nella storia della critica, opera diretta da Walter Binni, vol. II, da Vico a D'Annunzio, La Nuova Italia, Firenze, 1974, p. 591.
  2. Da I fioretti di San Francesco, in Studi di poesia, Laterza, Bari, 1938, pp. 14-18; in Walter Binni e Riccardo Scrivano, Antologia della critica letteraria, Principato Editore, Milano, 19813, p. 287.
  3. a b Citato in Antologia della critica, p. 16, Letteratura Italiana, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1965.
  4. Il critico è solo un uomo che sa leggere e che insegna a leggere agli altri.
  5. In De Marchi e Palanza, Protagonisti della civiltà letteraria nella critica, Antologia della critica Letteraria dalle Origini ai nostri giorni, Casa Editrice Federico & Ardia, Napoli, 1974, p. 780.
  6. Citato in I classici italiani nella storia della critica, opera diretta da Walter Binni, vol. I, da Dante a Marino, La Nuova Italia, Firenze, 1974, p. 594.
  7. Da Dante, Manzoni, Verga, D'Anna, 1955, pp. 258-260.
  8. Da Ultimi studi, La Nuova Italia, 1954, pp. 17-20.
  9. a b c d Da Introduzione ai poeti, Roma, 1946, pp. 161-166.
  10. a b c Da Introduzione ai poeti, Roma, 1946, pp. 205-211.

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