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Giuseppe Parini

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Giuseppe Parini

Giuseppe Parini (1729 – 1799), poeta e abate italiano.

Citazioni di Giuseppe Parini[modifica]

  • Aborro in su la scena | Un canoro elefante, | Che si strascina a pena | Su le adipose piante, | E manda per gran foce | Di bocca un fil di voce. (da La Musica, 1)
  • Amor con l'età fervida | convien che si dilegue; | ma l'amistà ne segue | fino a l'estremo dì. || Le belle, ch'or s'involano | schife da noi lontano, | verranci | allor pian piano | lor brindisi ad offrir. || E noi compagni amabili | che far con esse allora? | Seco un bicchiere ancora | bevere, e poi morir. (da Il brindisi, in Odi)
  • Con altri e spessi | Segni del tuo valore, o Sfregia, impressi. (da In morte del barbiere, 25-26)
  • Dall'alma origin solo | han le lodevol'opre. | Mal giova illustre sangue | ad animo che langue. [...] Chi de la gloria è vago | sol di virtù sia pago. [...] È d'uopo, Achille, alzare | nell'alma il primo altare. | Giustizia entro al tuo seno | sieda e sul labbro il vero, | e le tue mani sieno | qual albero straniero | onde soavi unguenti | stillin sopra le genti. (da L'educazione, 1764)
  • E a che credete voi che servir possano le gotte, o sia quel mal che gotta artetica chiamasi più comunemente? A vivere, risponderete voi, sempre in continove doglie, a star lì confitto in s'una seggiola senza moversi mai. Eh! perdonatemi, Chè può servire a tutt'altro ne gli uomini cotesto male. Egli m'è stato socio fido ed amico nel corso di varii giorni, e di varie notti: e stato è causa ch'io abbia fatto i lontani e lunghissimi viaggi ch'io ho fatto. [...] Adunque siavi noto, che quando vennemi ad aflliggere giovine com'io son la gotta artetica per sollevarmi un poco da la doglia, e da la noia di quel male, diedimi a studiare un poco sopra un piccolo Libretto Geografico; ed in simile guisa mi vendicai di quello stranio mal che volea rapirmi a i dolci studii.[1]
  • E se i duri mortali | A lui voltano il tergo, | Ei si fa, contro ai mali, | De la costanza suo scudo ed usbergo. (da La caduta, str. 14)
  • Ho scritto sull'amore, e non ho mai avuto una donna. (da una lettera a Febo d'Adda, 1798)
  • Mal giova illustre sangue | Ad animo che langue. (da La Educazione, in Odi)
  • Me non nato a percotere | Le dure illustri porte, | Nudo accorrà, ma libero, | Il regno de la morte. | No, ricchezza né onore | Con frode o con viltà | Il secol venditore | Mercar non mi vedrà. (da La vita rustica, 4)
  • O s'a un marito alcuna | d'anima generosa orma rimane, | ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra | dama al fianco s'assida il cui marito | pranzi altrove lontan d'un'altra al fianco | ch'abbia lungi lo sposo, e così nuove | anella intrecci a la catena immensa | onde alternando Amor l'anime avvince.[2] (da Il mezzogiorno, 59-66)
  • Oh beato terreno del vago Eupili mio, ecco al fin nel tuo seno m'accogli; e del natìo aere mi circondi, e il petto avido inondi […] Austro scortese qui suoi vapor non mena: e guarda il bel paese alta di monti schiena, cui sormontar non vale Borea con rigid' ale […] Io de' miei colli ameni nel bel clima innocente passerò i dì sereni tra la beata gente, che di fatiche onusta è vegeta e robusta. (dal secondo libro delle Odi)
  • [Vincenzo Monti] Sempre minaccia di cadere colla repentina sublimità de' suoi voli, e non cade mai. (Citato da Francesco Cassi, Notizie intorno alla vita ed alle opere di Vincenzo Monti in Tragedie del cavaliere Vincenzo Monti, Leonardo Giardetti, Firenze 1825)
  • Va per negletta via | Ognor l'util cercando | La calda fantasia, | Che sol felice è quando | L'utile unir può al vanto | Di lusinghevol canto. (da La salubrità dell'aria, 22, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 546)
  • Voglio, ordino e comando che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all'uso che si costuma per il più infimo dei cittadini. (da Testamento, Milano, 15 ottobre 1798, in Poesie e prose, Ricciardi, 1951)

Dialogo sopra la nobilità[modifica]

Incipit[modifica]

Benché l'umana superbia sia discesa fino ne' sepolcri, d'oro e di velluto coperta, unta di preziosi aromi e di balsami, seco recando la distinzione de' luoghi perfino tra' cadaveri, pure un tratto, non so per quale accidente, s'abbatterono nella medesima sepoltura un Nobile ed un Poeta, e tennero questo ragionamento:

Nobile Fatt'in là mascalzone!
Poeta Ell'ha il torto, Eccellenza. Teme Ella forse che i suoi vermi non l'abbandonino per venire a me? Oh! le so dir io ch'e' vorrebbon fare il lauto banchetto sulle ossa spolpate d'un Poeta.

Citazioni[modifica]

  • Colui ch'è inferiore è tenuto a rispettar l'altro, che gli è superiore; e il non osare accostarsi è segno di rispetto; laddove il contrario è indizio di troppa famigliarità, come dianzi ti accennai. (Nobile)
  • Il Rispetto non è altro che un certo sentimento dell'animo posto fra l'affetto e la meraviglia, che l'uomo pruova naturalmente al cospetto di colui ch'ei vede fornito d'eccellenti virtù morali o d'eccellenti doti dell'ingegno o del corpo. Questo sentimento per lo più stassi rinserrato nel cuore di chi lo prova; e talvolta ancora per una certa ridondanza prorompe di fuora ne' cenni o nelle parole. (Poeta)

Explicit[modifica]

Poeta Egli non può più parlare; la lingua gli si è infracidita. Riposatevi, Eccellenza, sul vostro letame. La lingua de' Poeti è sempre l'ultima a guastarsi. Beato voi, se colassù aveste trovato uno sì coraggioso che avesse ardito di trattarvi una sola volta da sciocco! Se io avessi a risuscitare, io per me, prima d'ogni altra cosa, desidererei d'esser uomo dabbene, in secondo luogo d'esser uomo sano, dipoi d'esser uomo d'ingegno, quindi d'esser uomo ricco, e finalmente, quando non mi restasse più nulla a desiderare, e mi fosse pur forza di desiderare alcuna cosa, potrebbe darsi che per istanchezza io mi gettassi a desiderar d'esser uomo nobile, in quel senso che questa voce è accettata presso la moltitudine.

Il mattino[modifica]

Incipit[modifica]

Giovin Signore, o a te scenda per lungo
di magnanimi lombi ordine il sangue
purissimo celeste, o in te del sangue
emendino il difetto i compri onori
e le adunate in terra o in mar ricchezze
dal genitor frugale in pochi lustri,
me Precettor d'amabil Rito ascolta.
Come ingannar questi nojosi e lenti
giorni di vita, cui sì lungo tedio
e fastidio insoffribile accompagna
or io t'insegnerò. Quali al Mattino,
quai dopo il Mezzodì, quali la Sera
esser debban tue cure apprenderai,
se in mezzo agli ozj tuoi ozio ti resta
pur di tender gli orecchi a' versi miei.

Citazioni[modifica]

  • Ben folle è quegli | che a rischio de la vita onor si merca. (21)
  • Ti feron troppo i queruli ricinti | ove l'arti migliori e le scïenze, | cangiate in mostri e in vane orride larve [...] (26-28)
  • Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo | qual istrice pungente irti i capelli | al suon di mie parole? Ah il tuo mattino | signor questo non è... (53)
  • Oh se te in sì gentil atto mirasse | Il duro capitan, quando tra l'arme, | Sgangherando la bocca, un grido innalza | Lacerator di ben costrutti orecchi, | Onde a le squadre vari moti impone. (106-110)
  • Ruttar plebeiamente il giorno intero. (185)
  • Che segga intorno a te, manchi, o Signore, | il precettor del tenero idioma | che da la Senna, de le Grazie madre, | pur ora a sparger di celeste ambrosia | venne all'Italia nauseata i labbri. | All'apparir di lui l'itale voci | tronche cedano il campo al lor tiranno; | e a la nova ineffabile armonia | de' soprumani accenti, odio ti nasca | più grande in sen contra a le impure labbra | ch'osan macchiarle ancor di quel sermone | onde in Valchiusa fu lodata e pianta | già la bella Francese, e i culti campi | a l'orecchio dei re cantati furo | lungo il fonte gentil da le bell'acque. | Misere labbra, che temprar non sanno | con le galliche grazie il sermon nostro, | sì che men aspro a' dilicati spirti | e men barbaro suon fieda gli orecchi! (202-220)
  • A voi, divina schiatta, | più assai che a noi mortali, il ciel concesse | domabili midolle entro al cerèbro, | sì che breve lavor nove scïenze | vale a stamparvi. Inoltre a voi fu dato | tal de' sensi e de' nervi e degli spirti | moto e struttura, che ad un tempo mille | penetrar puote e concepir vostr'alma | cose diverse, e non però turbate | o confuse giammai, | ma scevre e chiare | nei loro alberghi ricovrarle in mente. (244-254)
  • [Su Voltaire]... maestro | Di coloro che mostran di sapere. (602-603, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921, p. 409)
  • Ma a possente signor scender non lice | dale stanze superne infin che al gelo | o al meriggio non abbia il cocchier stanco | durato un pezzo, onde l'uom servo intenda | per quanto immensa via natura il parta | dal suo signore. (1049-1054)
  • Se noiosa ipocondria t'opprime, | O troppo intorno a le vezzose membra | Adipe cresce, de' tuoi labbri onora | La nettarea bevanda, ove abbronzato | Fuma et arde il legume a te d'Aleppo | Giunto, e da Moca, che di mille navi | Popolata mai sempre insuperbisce.

Incipit di alcune opere[modifica]

Canzone in morte del barbiere[modifica]

O Sfregia, o Sfregia mio, | o dolce mio barbieri, o delle guance amor, delizia e cura, | ahimè, che farò io, | poiché ti trasse ai regni oscuri e neri | empia morte immatura?
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il giorno[modifica]

Sorge il mattino in compagnia dell'alba
Dinanzi al sol che di poi grande appare
Su l'estremo orizzonte a render lieti
Gli animali e le piante e i campi e l'onde.

La vita rustica[modifica]

Perché turbarmi l'anima,
o d'oro e d'onor brame,
se del mio viver Atropo
presso è a troncar lo stame?
e già per me si piega
sul remo il nocchier brun
colà donde si niega
che più ritorni alcun?

Le odi[modifica]

O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?

Citazioni su Giuseppe Parini[modifica]

  • Abbondavano i satirici. Era la moda. Goldoni e Passeroni, ci erano i fratelli Gozzi [Carlo Gozzi e Gasparo Gozzi], ci era Pietro Verri, ci era Martelli e Casti. Tutti mordevano quella vecchia società, per un verso o per l'altro, a frammenti. Ci era tutto un materiale, più o meno elaborato. Mancava l'artista. e quando uscì il Mattino, tutti s'inchinarono. Era comparso l'artista. (Francesco De Sanctis)
  • Ben era quel Parini che richiesto di gridare Viva la Repubblica e muoiono i tiranni rispose: – Viva la Repubblica e morte a nessuno! Ben era quel Foscolo che diede l'ultima pennellata al suo ritratto dicendo: – Morte sol mi darà pace e riposo. (Ippolito Nievo)
  • E tu gli ornavi del tuo riso i canti | che il lombardo pungean Sardanapalo | cui solo è dolce il muggito de' buoi, | che dagli antri abdüani e dal Ticino | lo fan d'ozi beato e di vivande.[3] (Ugo Foscolo)
  • Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi Italiani che all'eccellenza nelle lettere congiunsero la profondità dei pensieri, e molta notizia ed uso della filosofia presente: cose oramai sì necessarie alle lettere amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti esempi. Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza, pietà verso gl'infelici e verso la patria, fede verso gli amici, nobiltà d'animo, e costanza contro le avversità della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita misera ed umile, finché la morte lo trasse dall'oscurità. Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli coll'eloquenza e colla poesia. (Giacomo Leopardi)
  • Io amo moltissimo il Parini; sono uno dei pochi ad amarlo. Ma come possono i critici scrivere, ancora oggi, che Il giorno «sferza i costumi effeminati del secolo» mentre (quello che Parini credeva di fare non importa) un liceale dovrebbe vedere che la sua vena secreta, quella senza la quale il poema non sarebbe nato, è l'invidia del plebeo per il nobile, inasprita da una sfumatura di quel sentimento amoroso, o quasi amoroso, che ispirò i sonetti di Shakespeare, rivolti anche quelli a un «giovane signore»? (Umberto Saba)
  • Parini è come uomo, a cui sanguina il cuore e che fa il viso allegro. Appunto perché ha la forza di contenere il suo sentimento, l'ironia è possibile, e non diviene una sconciatura o una dissonanza. Il che gli riesce per quell'interno equilibrio delle sue facoltà, che gli dà un'assoluta padronanza su' moti e sulle sue impressioni. (Francesco De Sanctis)
  • Parini che in pieno teatro, contro chi urlava: «Morte agli aristocratici!» grida: «Viva la libertà! Morte a nessuno!» doveva avere un cuore meglio temperato del nostro, che ai primi bisbigli di abbasso e di viva, scantoniamo nel viottolo più buio. (Emilio De Marchi)

Note[modifica]

  1. Da Giuseppe Parini, Opera, Volume 3, a cura di Francesco Reina, 1802, p.147.
  2. Ci si riferisce alla pratica del cicisbeismo, forma di adulterio istituzionalizzato.
  3. Parlando a Talia dei versi che ispirava a Giuseppe Parini, critico verso i nobili nullafacenti.

Bibliografia[modifica]

  • Giuseppe Parini, Dialogo sopra la nobiltà, in Opere scelte, a cura di G. M. Zurardelli, Torino, UTET, 1961,
  • Giuseppe Parini, Il giorno, Fabbri Editori, 2001.
  • Giuseppe Parini, Le odi, Fabbri Editori, 2001.

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