Eugenio Montale

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1975)
Eugenio Montale

Eugenio Montale (1896 – 1981), poeta italiano.

Citazioni di Eugenio Montale[modifica]

  • Ai poeti è inutile chiedere comprensione di certe cose.[1]
  • Amo l'atletica perché è poesia | Se la notte sogno, | sogno di essere un maratoneta.[2]
  • Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. (da Non chiederci la parola)
  • [Sugli analfabeti] Da loro c'è sempre da imparare. Possiedono alcuni concetti fondamentali, quelli che contano. Purtroppo, pare che ne siano rimasti pochi.[3]
  • Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrej Sakharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi.[4]
  • E senti allora, se pure ti ripetono che puoi, fermarti a mezza via o in alto mare, che non c'è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare. (da Poesie Disperse)
  • Eravamo una famiglia numerosa, i miei fratelli andavano nello scagno[5], l'unica mia sorella frequentò l'università, per me non era il caso di parlarne. In molte famiglie esisteva il tacito accordo che il cadetto fosse dispensato dal tenere alto il buon nome della famiglia. (da Genova nei ricordi di un esule, in Opere complete, A. Mondadori, 1996, vol. 2-3)
  • Ho imparato una verità che pochi conoscono: che l'arte largisce le sue consolazioni soprattutto agli artisti falliti. (Il successo, in Farfalla di Dinard)
  • Ho letto tempo fa che un uomo ha scelto a Mosca lo sciopero della fame. Si chiama Andrej Sackharov ed è un fisico famoso. Mi sembra importante che un uomo di scienza prenda l'arma di protesta che fu di Gandhi.[4]
  • [Sergio Solmi] Il suo dono naturale è di vedere senza essere visto e di essere presente come può esserlo un fatto o meglio un dono di natura.[6]
  • Io penso spesso alla bella Torino, dove dev'essere dolce sentirsi vivere.[1]
  • Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo. (da È ancora possibile la poesia?, discorso tenuto all'Accademia di Svezia, ricevendo il premio Nobel, 12 dicembre 1975, in Sulla poesia, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, 1997)
  • Io sono stato un poeta che ha scritto un'autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell'impossibile. Non oserei parlare di mito nella mia poesia, ma c'è il desiderio di interrogare la vita. Agli inizi ero scettico, influenzato da Schopenhauer. Ma nei miei versi della maturità ho tentato di sperare, di battere al muro, di vedere ciò che poteva esserci dall'altra parte della parete, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attende una risposta.[7]
  • L'idea di una poesia «europea musicale e colorita» era stata in Campana, oltre che istinto, un fatto di cultura; ma certo era stata accompagnata o preceduta, in lui, da una pratica ancora un po' inerte e passiva dei nuovi ismi trovati in aria. Anche il futurismo ufficiale aveva preteso, come già i novatori di fine secolo, di «rompere i vetri», di rinnovare l'aria. Campana s'era però scelto maestri più fini di quelli seguiti dai suoi provvisori iniziatori. Ripudiò d'istinto la parte più meccanica, più elencativa del liberismo di moda; andò, si può affermarlo anche con sicurezza di fatto, verso le sorgenti più certe di quel movimento, da Whitman a Rimbaud. Riportò per conto suo, nell'arte e nella vita, un fatto di stile a un fatto di coscienza e fu consapevole di rappresentare, nel suo tempo e nel suo ambiente, una voce nuova, diversa. (da "L'italia che scrive", 1942; citato in Antologia critica a Dino Campana, Canti orfici e altri scritti, Oscar Mondadori, 1972)
  • [Su Ercole Patti] L'ispirazione spesso sembra morderlo come una tarantola, scuoterlo da un sonno atavico e in quei momenti è impossibile scrivere meglio di lui, con più scaltra misura, con gusto più perfetto. (citato in Ercole Patti, Diario siciliano, Valentino Bompiani, Milano, 1971)
  • L'uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi. Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione sine qua non di piccole e intermittenti felicità. (da Il volo dello sparviero, in Farfalla di Dinard, Mondadori)
  • L'uomo d'oggi ha ereditato un sistema nervoso che non sopporta le attuali condizioni di vita. In attesa che si formi l'uomo di domani, l'uomo d'oggi reagisce alle mutate condizioni non opponendosi agli urti bensì facendo massa, massificandosi. (da Il nostro tempo)
  • L'uomo dell'avvenire dovrà nascere fornito di un cervello e di un sistema nervoso del tutto diversi da quelli di cui disponiamo noi, esseri ancora tradizionali, copernicani, classici. (da Mutazioni, in Auto da fé)
  • Ma bisogna andare in Oriente per capire cos'è la religione. Ho inteso veramente il sentimento religioso solo laggiù; la vera sede delle religioni è l'Oriente. E, dopo tutto, il cattolicesimo è una religione orientale, che si è diffusa dovunque, ma che forse solo lo spirito di quei paesi può assimilare e accettare totalmente. (dall'intervista a G. Vigorelli, 1964)
  • Ma in attendere è gioia più compita. (da Gloria del disteso mezzogiorno, in Ossi di seppia, Mondadori)
  • Milano è un enorme conglomerato di eremiti. (da Epoca; citato in Selezione dal Reader's Digest, marzo 1973)
  • Nei tempi più gloriosi dell'arte, gli artisti […] si esprimevano imitando i grandi artisti del passato, e imitando trovavano se stessi. Un capolavoro era un'imitazione mal riuscita. (L'arte di vivere a Parigi, da Fuori di casa)
  • Noi siamo con chiunque scelga l'arma della non violenza: si chiami in terra lontana, Andrej Sakharov, o più vicino a noi, Marco Pannella.[4]
  • Occorrono troppe vite per farne una. (da L'estate, ne Le occasioni, Einaudi)
  • Ormai sono abituato a soffrire, e forse ne ho la necessità.[1]
  • Quando il sesso era misterioso aveva un certo fascino che ora non ha più. I nostri antenati amavano donne che portavano sei paia di mutande e destavano passioni che oggi non suscitano più.[3]
  • Sogno che un giorno nessuno farà più goal in tutto il mondo.[8]
  • Sotto l'azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto "più in là". (da Ossi di seppia)
  • Vai, parole, tradite invano il morso secreto, il vento nel cuore soffia. La più vera ragione è di chi tace. (da So l'ora, in Ossi di seppia)
  • Il genio purtroppo non parla | per bocca sua. | Il genio lascia qualche traccia di zampetta | come la lepre sulla neve. (da Il genio, in Satura)
  • [Titta Ruffo] La sua voce sembrava, ed era, eccezionale per l'ampiezza e la continuità dell'arco sonoro e per l'incredibile estensione, e in questo senso si poterono leggere, su du lui, referti medici che misurarono le sue corde vocali, i "seni" della sua vasta fronte, e tutti i risonatori della sua "maschera". (Prime alla Scala, p. 49, Leonardo, Milano, 1995)
  • [Titta Ruffo] Con Titta Ruffo, e con qualche raro suo simile, non è morto il canto, ma è morto il canto eroico. (Prime alla Scala, p. 49, Leonardo, Milano, 1995)
  • Rocco Scotellaro ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significative del nostro tempo... in lui l'impasto tra la vena che direi internazionale e la vena popolare hanno trovato un'insolita felicità d'accento. (da Rocco Scotellaro, Franco Vitelli; È fatto giorno, Mondadori, 1982)

Versi[modifica]

  • Torna l'avvenimento | del sole e le diffuse | voci, i consueti strepiti non porta. (da Quasi una fantasia, in Ossi di seppia)
  • Spesso il male di vivere ho incontrato: | era il rivo strozzato che gorgoglia, | era l'incartocciarsi della foglia | riarsa, era il cavallo stramazzato. (da Spesso il male di vivere ho incontrato, in Ossi di seppia)
  • Lontano, ero con te quando tuo padre | entrò nell'ombra e ti lasciò il suo addio. (da Lontano, ero con te, in Le occasioni)
  • Ascoltami, i poeti laureati | si muovono soltanto fra le piante | dai nomi poco usati. (da I limoni, in Ossi di seppia, Mondadori)
  • Riviere, | bastano pochi stocchi d'erbaspada | penduli da un ciglione | sul delirio del mare. (da Riviere, in Ossi di seppia)
  • Folta la nuvola bianca delle falene impazzite | turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette, | stende a terra una coltre su cui scricchia | come su zucchero il piede [...] | e l'acqua seguita a rodere | le sponde e più nessuno è incolpevole. (da La primavera hitleriana, in La bufera e altro)
  • Ho sceso, dandoti il braccio almeno un milione di scale | e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. (da Ho sceso, in Xenia II, 1967)
  • Il mio dura tuttora, né più mi occorrono | le coincidenze, le prenotazioni, | le trappole, gli scorni di chi crede | che la realtà sia quella che si vede. (da Ho sceso, in Xenia II, 1967)
  • Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato. | Ah l'uomo che se na va sicuro, | agli altri ed a se stesso amico, | e l'ombra sua non cura che la canicola | stampa sopra a uno scalcinato muro! (da Non chiederci la parola, in Ossi di seppia, 1925)
  • Felicità raggiunta, si cammina | per te sul fil di lama. | Agli occhi sei barlume che vacilla, | al piede, teso ghiaccio che s'incrina; | e dunque non ti tocchi chi più t'ama. (da Felicità raggiunta, in Ossi di seppia, 1925)
  • Non so come stremata tu resisti | in questo lago | d'indifferenza ch'è il tuo cuore; forse | ti salva un amuleto che tu tieni | vicino alla matita delle labbra, | al piumino, alla lima: un topo bianco, | d'avorio; e così esisti! (da Dora Markus, in Le occasioni, 1928-1939)
  • Dalla Torre cade un suono di bronzo: | la sfilata prosegue fra tamburi che ribattono | a gloria di contrade. (da Palio, in Le occasioni)
  • Forse un mattino andando in un'aria di vetro, | arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: | il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro | di me, con un terrore di ubriaco. (da Forse un mattino andando, in Ossi di seppia, 1925)
  • Tu non ricordi la casa dei doganieri | sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: | desolata t'attende dalla sera | in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri | e vi sostò irrequieto. (da La Casa Dei Doganieri, in Le occasioni)
  • Va', per te l'ho pregato, – ora la sete | mi sarà lieve, meno acre la ruggine [...] (da In limine, in Ossi di seppia, 1920-1927)

L'estetica e la critica[modifica]

Incipit[modifica]

Confesso il mio estremo imbarazzo: non so a quale titolo sono stato chiamato a parlare di lui, io che da molti anni vivo lontano da quella che Anatole France chiamava la città dei libri, io che da molti anni (e non per colpa mia) non ho nello scaffale un solo libro di Benedetto Croce e svolgo il mio lavoro terra a terra, lontano dalle alte sfere della filosofia e della critica erudita.
Ho conosciuto Benedetto Croce, l'ho incontrato più volte a Firenze prima dell'ultima guerra, quando chiedere di vederlo e di parlargli non era scevro di qualche inconveniente. Credo che sia stato all'albergo Bonciani e più tardi in casa di Luigi Russo. E altre due volte ho visitato Croce, a Napoli, in casa sua, negli ultimi anni della sua vita.

Citazioni[modifica]

  • Al cerchio ristretto dei discepoli e amici di Croce – composto per lo più di uomini che rappresentano la cultura ufficiale (la scuola, le università, le accademie) io non ho mai appartenuto. Ma ho invece respirato l'aria di altri ambienti in cui l'insegnamento di Croce era penetrato per vie forse indirette. (p. 37)
  • Andate a dire all'uomo della strada, all'uomo che non è stato all'università, che un uomo può essere un grande artista e, insieme, un uomo immorale e persino un criminale; e l'uomo della strada non avrà difficoltà ad ammettere che dentro un uomo ce ne possono essere due, tre, quattro diversi l'uno dall'altro. (p. 40)

Citazioni su Eugenio Montale[modifica]

  • Con Montale ero molto reverenziale. Non ero di quelli che si vantavano di dare del tu a Montale. Lui mi dava del tu, ma io gli ho sempre dato del lei. Poi gli feci anche delle interviste e lui mi regalò un quadretto, dicendomi che era l'unico quadretto rotondo che avesse fatto. Non è che sia un granché, ma è pur sempre un Montale. (Giovanni Giudici)
  • L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo. (Bianca Montale)
  • Montale, | ciottolo roso, | dal greto che più non risuona, | ha tolto una canna | bruciata dal sole, | e intesse liscosa canzone. (Giorgio Caproni)

Note[modifica]

  1. a b c Citato in Montale: Giacomino, l'amico rinnegato, Corriere della Sera, 24 maggio 1996.
  2. Citato in Giuseppe Pederiali, Il sogno del maratoneta, Garzanti 2008.
  3. a b Citato in Enzo Biagi, Mille camere, Mondadori, 1984.
  4. a b c Da un articolo sul Corriere della Sera; citato in Selezione dal Reader's Digest, ottobre 1974.
  5. L'ufficio, in genovese.
  6. Citato in Corriere della Sera, 19 dicembre 1999.
  7. Citato in Loretta Marcon, Giobbe e Leopardi: La notte oscura dell'anima, Guida Editore, Napoli, 2005, p. 15. ISBN 88-7188-970-3
  8. Da Il bulldog di legno, Editori Riuniti, 1985.

Bibliografia[modifica]

  • Eugenio Montale, Ossi di seppia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1991, ISBN 88-04-34359-1
  • Autori vari, Poesia italiana del novecento, a cura di Edoardo Sanguineti (vol. II), Giulio Einaudi Editore, Torino, 1993, ISBN 88-06-13240-7
  • Eugenio Montale, L'estetica e la critica, in Vittorio de Caprariis, Eugenio Montale, Leo Valiani, Benedetto Croce, Edizioni Comunità, Milano, 1963.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]