Donatella Di Cesare

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Donatella Di Cesare

Donatella Di Cesare (1956 – vivente), filosofa, saggista e accademica italiana.

Stranieri residenti[modifica]

  • Per i figli della nazione, che sin dalla nascita hanno condiviso l’ottica statocentrica, ancora ben salda e dominante, lo Stato appare un’entità naturale, quasi eterna. La migrazione è allora devianza da arginare, anomalia da abolire. Dal margine esterno il migrante rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. Ecco perché riflettere sulla migrazione vuol dire anche ripensare lo Stato. (p. 11)
  • Migrare non è un dato biologico, bensì un atto esistenziale e politico, il cui diritto deve essere ancora riconosciuto. (p. 12)
  • Il gesto discriminatorio rivendica per sé il luogo in modo esclusivo. Chi lo compie si erge a soggetto sovrano che, fantasticando una supposta identità di sé con quel luogo, reclama diritti di proprietà. Come se l’altro, che proprio in quel luogo l’ha già sempre preceduto, non avesse alcun diritto, non fosse, anzi, neppure esistito. (p. 13)
  • La migrazione, nelle forme e nei modi in cui si manifesta nel nuovo millennio, è fenomeno della modernità. Perché è strettamente legata allo Stato moderno. Nell’intento di vigilare le proprie frontiere, custodire il territorio, controllare la popolazione, sono gli Stati-nazione a discriminare, a segnare la barriera tra i cittadini e gli stranieri. Questo non vuol dire che imperi, monarchie, repubbliche del passato non difendessero i propri confini, ben più blandi e incerti, tuttavia, di quelli giuridicamente stabiliti e militarmente sorvegliati dallo Stato moderno. (p. 21)
  • Il migrante smaschera lo Stato. Dal margine esterno ne interroga il fondamento, punta l’indice contro la discriminazione, rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. E perciò spinge a ripensarlo. In tal senso la migrazione porta con sé una carica sovversiva. (p. 21)
  • Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati-nazione limitrofi che al contempo si fronteggiano e si fiancheggiano. Questo ordine statocentrico è assunto come norma. [...] Se lo Stato è il fulcro essenziale dell’assetto politico, la migrazione è l’accidente. (p.22)
  • L’ottica statocentrica è sempre anche normativa. Ai cittadini, appartenenti allo Stato, viene riconosciuta a priori la libertà di decidere, la prerogativa di accogliere o escludere lo straniero che bussa alla loro porta. (p. 22)
  • Il potere sovrano di dire "no" appare indubbio e incontrastato. Gli Stati rivendicano la facoltà di stabilire chi può entrare nei loro confini e chi invece va fermato alla frontiera. In un ordine globale statocentrico, minacciato dalla migrazione, il diritto all’esclusione diventa così la controprova e il segno della sovranità statuale. Perché ne attesta e ne misura la potenza. Gli Stati-nazione avanzano la pretesa di disporre dei propri confini territoriali e politici anche ricorrendo alla forza. (p. 22)
  • Il diritto internazionale, con le sue norme, non fa che suffragare e convalidare la pretesa degli Stati. È possibile espatriare, uscire dal territorio nazionale, così come è possibile muoversi al suo interno. Non è invece possibile trasferirsi liberamente da uno Stato all’altro, accedere dunque all’interno di uno Stato o addirittura stabilirsi in permanenza. Il principio di non-refoulement è l’eccezione che conferma la regola. [...] Si tratta, però, di un principio molto limitato, che per di più si applica solo a chi già si trova sul territorio del paese che dovrebbe offrire asilo oppure sotto il suo controllo. (pp. 22-23)
  • Nel discorso politico-mediatico, [...] l’"ospitalità" conserva ormai un senso solo nella morale privata o nella fede religiosa. Sottratto il suo valore politico, diventa sintomo di sprovveduto buonismo. Lascia così emergere quella denominazione rivale che da sempre la abita: l’ostilità. (p.23)
  • Il migrante si situa alla frontiera, nel tentativo di varcarla. Non è né cittadino, né straniero. Ovunque di troppo, è un intruso che fa saltare le barriere, cancella i confini, suscita imbarazzo. Sta qui la difficoltà di pensarlo. A meno di non rimettere in discussione i limiti convenuti del mondo, di non rivedere i fondamenti secolari della città e della cittadinanza, di non emendare i pilastri consolidati dello Stato, della sovranità, della nazione. (p. 28)
  • Considerare il migrante dalla riva, anche soltanto per perorarne il liberale diritto di movimento, equivale a rinsaldare la barriera tra "noi" e ‘"oro", il confine tra residenti e stranieri. Soprattutto vuol dire non mettersi dalla parte del migrante, non vestirne i panni, non assumerne il punto di vista. (p. 34)
  • È la dicotomia metafisica tra interno ed esterno, fondamento della separazione politica, che deve essere messa in questione. (p. 35)
  • Non mancano nel passato forme diverse di spostamento, dal nomadismo alle conquiste militari, dalle invasioni ai viaggi audaci e avventurosi, sino alle prime vere e proprie fondazioni di colonie. In tutte queste forme domina la collettività: a muoversi è il gruppo che intende stabilire o ampliare il dominio su un territorio. Il singolo partecipa a un agire collettivo, non necessariamente unanime, in cui la sua meta è quella degli altri, è anzi quella di un riconosciuto capo politico o militare. (p. 39)
  • Il migrare antico, che non sa ancora di nostalgia, né di sdoppiamento, ripristina in un altrove la precedente forma di vita, senza che il mutamento di luogo abbia effetti sul sé e sulla sua introspezione. Ecco perché il carattere collettivo si impone anche quando a spostarsi è il singolo, che resta comunque protetto, non esposto alla spazialità vertiginosa della migrazione moderna. (p. 39)
  • Il mondo non è più una dimora. Esposti, senza riparo, gli esseri umani si accorgono di condurre la propria esistenza sul margine esterno della rotonda superficie terrestre, su un punto dell’astro errante, smarrito nell’universo, dal quale il loro sguardo si perde in quel gelido fuori sterminato. (p. 40)
  • Al loro rientro quei primi testimoni oculari della rotondità del pianeta portarono una buona e una cattiva novella: esistevano sconosciute regioni, inesplorati continenti da occupare, ma la terra era finita. (p. 41)
  • Da quando gli Stati-nazione si sono spartiti il pianeta, si è andata producendo, tra un confine e l’altro, una "schiuma della terra", che può essere impunemente calpestata e che, malgrado ciò, non smette di fluttuare e di accrescersi. La schiuma è quel che resta della terra spartita, sono i senza-patria, gli apolidi, i rifugiati, rimasti presi tra le frontiere nazionali, che appaiono rifiuti ingombranti, corpi estranei, esseri indesiderabili. Per loro non è previsto alcun posto nell’ordine mondiale. Ecco emergere un nuovo genere umano: i "superflui". (p. 46)
  • Il tentativo di conformare le frontiere degli Stati europei alle nazioni fece emergere una contraddizione profonda: l’impossibilità di assicurare diritti a chi non fosse cittadino di una nazione. Il che era paradossale, dato che chi veniva condannato a essere apolide, privato dei diritti garantiti dalla cittadinanza, avrebbe avuto semmai bisogno di essere più difeso e protetto. (p. 47)
  • Vertice dell’anomalia, figura della devianza, preso in mezzo nella rete di Stati-nazione tessuta intorno alla terra, l’apolide scopre che, non avendo protezione statuale, ha perso anche quei diritti umani considerati prima inalienabili. (p. 49)

Il tempo della rivolta[modifica]

  • Questo non vuol dire che la polizia sia illegale. Piuttosto è legalmente autorizzata a svolgere funzioni extralegali. Non si limita ad amministrare il diritto, ma ne stabilisce ogni volta i confini. (p. 11)
  • Riaffiora così il nesso tra rivolta e spazio pubblico. La conferma ulteriore viene da quelle proteste che, soprattutto nelle città americane, hanno preso di mira le statue. Stigmatizzate polemicamente come moti iconoclastici, a ben guardare rappresentano l'esigenza non solo di rioccupare il paesaggio urbano, ma anche di articolarne la memoria. La lotta si proietta su quel passato celebrato nei monumenti eretti a generali confederali, mercanti di schiavi, re genocidi, architetti della supremazia bianca, propagandisti del colonialismo fascista. Perché continuare a vivere circondati da statue del genere in un’atmosfera soffocante? Se è socrretto cancellare il passato, è tuttavia non meno sbagliato reificarlo. Di fronte all’onore e alla gloria concessi ai carnefici e agli opressori urge far valere lo sugardo dei venti. Si profila così uno scontro tra diritti e memoria. (p. 13)
  • La rivolta giunge a mettere in questione lo Stato. Che sia democratico o dispotico, laico o religioso – ne porta alla luce la violenza, ne destituisce la sovranità. (p. 17)
  • La rivolta esprime un malessere impreciso, manifesta un disagio vago ma assillante, rivela tutte le aspettative deluse. Lo sviluppo promesso, il progresso decantato hanno lasciato indietro un mondo dove si consente e si asseconda l’abisso dell’ineguaglianza, la logica del profitto, il saccheggio dell’avvenire, l’arroganza spettacolarizzata di pochi di fronte all’impotenza di molti. (p. 21)
  • Il raduno si svolge nella piazza, quello spazio lasciato vuoto dalla politica, che è insieme richiamo simbolico dell’agorà, primo luogo della democrazia e ultima riserva disponibile di comunità. Si capisce il mescolarsi di rassegnazione e resistenza. Essere-insieme significa reagire a un mondo che isola, che separa. La risposta, oltre a essere politica, è anche etica. In tal senso l’occupazione stessa è già opposizione. In piazza convergono forme diverse di mobilitazione : dalle femministe agli attivisti per i diritti umani, dagli ecologisti a coloro che difendono i migranti, dai pacifisti agli antirazzisti. Tuttavia quel convergere è spesso un’addizione temporanea in cui le singole lotte non riescono a legarsi. (pp. 26-27)
  • La resistenza è un movimento che non ha la verticalità della sollevazione, né il viso aperto della ribellione, ma la latenza diffusa e anonima della clandestinità. (p. 28)
  • [...] La resistenza va già al di là del mero sdegno, del semplice rifiuto; ha un cuore disobbediente, prelude alla rivolta. (p. 29)
  • Chi partecipa [alla rivolta] va incontro a una rara esperienza: quel rifugio del tempo storico, che aveva cercato, si amplia d’un tratto in un rifugio condiviso. Nello spazio e nel tempo della rivolta trova scampo un’intera comunità. (p. 53)
  • La rivolta richiede una politica della rabbia. (p. 62)
  • Nella democrazia attuale, però, il potere, lontano e scisso dalla sua fonte popolare, appare sempre più indiscernibile. Sfuggente, ubiquo, reticolare, proiettato sui canali della tecnica e sui flussi dell’economia, privo di centro e forse di direzione, non ha volto, non ha nome, non ha indirizzo. Questo soft power non è tuttavia meno violento. Il disagio avvertito da chi ne è colpito sta proprio nella difficoltà di localizzarlo. Si percepisce solo la presenza diffusa. Deriva da qui la crisi della rappresentanza. (p. 64)
  • Il vento della protesta attraversa, una dopo l’altra, le città. Il che non stupisce. La storia dei movimenti rivoluzionari si è sviluppata sempre nel contesto urbano, in cui si concentra il capitale e si condensa il potere politico. (p. 66)
  • Il "soggetto" della rivolta non si manifesta, né vuole manifestarsi come tale, perché si assimila, si unisce agli altri, in un’alleanza solidale di corpi, quasi uno stesso corpo opaco capace, però, di esprimersi chiaramente. I senza-parte, privati del diritto di apparire, esibiscono in forma paradossale la propria invisibilità: mentre se ne avvalgono come via di fuga, la spettacolarizzano, la ostentano. Portano quel torto nello spazio pubblico. (p. 70)
  • La disobbedienza non vale solo nei regimi dispotici. È il sale della democrazia. I cittadini non sono sudditi e non possono perciò accettare supinamente una legge che, prima ancora dei limiti di costituzionalità, supera quelli di umanità. (p.73)
  • Dove la difesa dei diritti umani è considerata eversione, la democrazia rischia il tracollo. (pp. 73-74)
  • Chi disobbedisce non viola la legge – la sfida. E la sfida in nome di una Legge più alta, di una Costituzione tradita, di una giustizia mancata. (p. 74)
  • Chi trasgredisce platealmente un decreto in nome della giustizia, ne risponde mettendo alla prova l’autenticità del suo impegno, preparandosi a pagare. D’altronde la repressione dello Stato non si fa attendere. Il disobbediente non sfugge; riconosce la legittimità di quell’intervento. Così lascia emergere la violenza dell’autorità che lo punisce. Il carcere è quasi la meta finale e il sigillo ultimo della sua lotta. (p. 78)
  • Disobbedire è anzi un obbligo in un mondo dove la responsabilità è frantumata, l’indifferenza esonera dal reagire, l’impotenza politica viene scambiata per neutralità sovrana. (p. 80)
  • Come se fossero assodate le frontiere, come se fosse ovvia una comunità retta da discendenza genetica. Si assumono tali questioni come dati naturali, e così vengono espulse dalla politica, o meglio, depoliticizzate. (p. 109)
  • Migrare non è un semplice movimento, ma uno scambio complesso di luogo che si compie nell’incontro con lo straniero. Chi emigra non chiede di circolare liberamente per il pianeta; spera piuttosto di essere infine accolto. Il suo è un gesto esistenziale e politico che ha una carica sovversiva. (p. 111)
  • La storia non si risveglia, perché non si è mai assopita. (p. 113)
  • Laboratorio del riscatto, tempo di liberazione, che mentre affranca dai vecchi vincoli, lega in modo nuovo, che mentre estranea, accomuna, la rivolta non è evasione, rifugio dal tempo storico, né mezzo effimero in vista di un fine più alto. Piuttosto è passaggio anarchico a uno spazio di tempo dove il dopodomani non è evocato, ma già vissuto nell’affrancamento dal luogo, dall’identità, dall’appartenenza, nella violazione delle frontiere nazionali e dei confini statutali, nel disimpegno dall’architettura politica. (p. 116)

Bibliografia[modifica]

  • Donatella Di Cesare, Stranieri residenti: una filosofia della migrazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2017. ISBN 978-88-339-2735-0
  • Donatella Di Cesare, Il tempo della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino, 2020. ISBN 978-88-339-3476-1

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