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Federico Ozanam

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Frédéric Ozanam

Frédéric Antoine Ozanam (1813 – 1853), storico, giornalista, apologista, docente universitario, religioso e beato francese.

Citazioni di Frédéric Ozanam

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  • A troppa gioventù, per amare il cristianesimo, manca solo di conoscerne la bellezza.[1]
  • [Ci sono] quelli che hanno troppo e vogliono avere ancora, e quelli che non hanno abbastanza, cioè non hanno niente, e vogliono prendere se non gli si dà.[1]
  • Ho conosciuto i dubbi del secolo presente, ma tutta la mia vita mi ha convinto che non c'è riposo per lo spirito e per il cuore se non nella Chiesa e sotto la sua Autorità.[1]
  • Io credo fermamente di essere consacrato alla propagazione della verità.[1]
  • La giustizia suppone già molto amore.[1]
  • Ogni volta che un professore alza la voce contro la Rivelazione, le nostre voci cattoliche si alzano per rispondere. Siamo uniti e già in molti.[1]
  • Perché non venite dove si lavora a sradicare il male con un solo colpo, a rigenerare il mondo, a riabilitare i diseredati?[1]
  • [Al termine di una lezione alla Sorbona] Signori non ho l'onore di essere un teologo, ma ho la fortuna di essere un cristiano ed ho l'ambizione di mettere tutte le mie forze e tutto il mio cuore al servizio della verità.[1]

Lettere

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A Ernest Falconnet
Mio caro Ernest,
dovrei dirvi che le vostre due lettere mi hanno fatto molto piacere? No, sarebbe una espressione troppo debole per descrivere il sentimento che prova un uomo quando il proprio amico gli apre il cuore e gli consente di leggervi dentro. La nostra amicizia non è mai stata in difficoltà. Le nostre anime sono come due giovani stelle che si levano insieme e si guardano l'una di fronte all'altra sull'orizzonte: un leggero vapore può passare tra esse e offuscarle per qualche ora, ma presto l'illusione si dissolve e riappaiono pure, intatte, brillanti l'una per l'altra e si riscoprono sorelle. Riconosco che ho avuto torto di pensare ciò che ho pensato e di scrivere ciò che ho scritto. Ma ascoltate, amico mio, l'amicizia è anche una vergine timida e gelosa.

Citazioni

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  • Forse un giorno ci sarà dato di aver cosparso i nostri passi di qualche opera buona e di essere salutati uomini dabbene nell'assemblea dei saggi. (p. 76)
  • A forza di sentir parlare di incredulità, cominciai a chiedermi perché credevo. Dubitavo, mio caro amico, e tuttavia volevo credere, respingevo il dubbio, leggevo tutti i libri dove la religione era provata e nessuno di quelli mi soddisfala pienamente. Credevo per uno o due mesi al valore di tali ragionamenti, un dubbio si affacciava ed io dubitavo ancora! Oh ! Come soffrivo perché volevo essere credente! La mia fede non era solida… Credetti per un istante di poter dubitare della mia esistenza. Alla fine mi decisi a credere. Poco a poco tutto si rafforzò ed oggi credo nell'autorità del principio di causa (in colui che tutto ha creato). (A Auguste Materne, Lione, 5 giugno 1830, p. 31).
  • Il primo bisogno dell'uomo, il primo bisogno della società sono le idee religiose: il cuore ha sete di infinito. Se esiste un Dio e degli uomini, occorrono dei rapporti fra loro e quindi una religione. La vita religiosa è quella che si è trasmessa dal primo uomo alla sua discendenza. Questa enorme colonna a cui tutti ci aggrappiamo è illuminata dai raggi della Gloria, della Scienza e della Bellezza. Allora uniremo i nostri sforzi e creeremo un'opera insieme. La società si raccoglierà tutta intera sotto quest'ombra protettrice; il Cattolicesimo pieno di gioventù e di forza si eleverà ad un tratto sul mondo, si metterà alla testa del secolo per condurlo alla felicità!!! (A Hippolyte Fortoul E Huchard, Lione, 15 gennaio 1831, p. 37).
  • Sembra che i signori mariti, prendendo moglie, prendano una catena così pesante che, se si assentano per un momento, esse li riconducono presto alla ragione. Voi mi avete scritto, mammina, nella vostra lettera del 13, delle cose molto dolci ed amichevoli: io penso che i vostri occhi vorrebbero poter oltrepassare le cento leghe che ci separano e vedere un po' quel che è di me. A dire il vero, essi non vedrebbero granché: mi osserverebbero ora a lavorare un po', ora a sbadigliare al vento; vedrebbero che mi riscaldo a buon mercato e che per 13 franchi un brav'uomo, cui mi ha indirizzato uno dei miei amici, mi ha fornito legna da bruciare per quasi tutto l'inverno; vedrebbero poi che la mia testa non corre pericolo la notte, perché le ho trovato tre berretti di cotone e la faccio riposare su di un eccellente guanciale. Vedrebbero infine, quegli occhi materni, che ho finito il vostro vaso di marmellata, ma che mi godo il vostro cioccolato; che so fare a mio piacere cioccolato e caffellatte; che, in una parola, vi è motivo di sperare che con un po' di esperienza, potrei essere un buon caffettiere e crearmi in tal modo un'attività in proprio. Fare il caffettiere è una professione onorevole come un'altra e forse la più dolce poiché nessuno al mondo maneggia tanto zucchero! (Alla madre, Parigi, 25 dicembre 1833, p. 66).
  • Riguardo alle opinioni politiche io vorrei l'annientamento dello spirito politico a vantaggio di quello sociale; io credo all'autorità come mezzo, alla libertà come mezzo, alla carità come scopo. Ci sono due specie di governo:
  1. o lo sfruttamento di tutti a profitto di uno solo
  2. o è il sacrificio di ciascuno al profitto di tutti ed è la Repubblica Cristiana della Chiesa, il grado più alto dell'umanità.
Io credo che di fronte al potere è necessario anche il sacro principio della libertà. L'opposizione è una cosa utile e lodevole, ma non l'insurrezione. Ora, noi altri siamo troppo giovani per intervenire nella lotta sociale: resteremo dunque inerti in mezzo al mondo che soffre e geme ? No, c'è stata aperta una via preparatoria: prima di fare il bene pubblico, possiamo fare il bene individuale. (A Ernest Falconnet, Parigi, 21 luglio 1834, p. 33).
  • Bisogna quindi formare un'associazione di mutuo incoraggiamento per i giovani cattolici, dove si trovi amicizia, sostegno ed esempi, dove si possa trovare un simulacro della famiglia religiosa nella quale si sia stati nutriti. Il legame più forte è la carità: e la carità non può esistere nei cuori di più senza espandersi all'esterno. La fede e la virtù non hanno bisogno dell'associazione per conservarsi, ma solamente per svilupparsi. Occorre che ci siano contatti più frequenti, che ci diano una lodevole emulazione per il bene, e che ci rendano comunque la gioia dei successi di ciascuno. (A Leonce Curnier, 4 novembre 1834, p. 41).
  • La carità non deve mai guardare dietro di sé, ma sempre avanti poiché il numero delle sue buone opere passate è sempre troppo piccolo e perché infinite sono le miserie presenti e future, che essa deve alleviare. (A Leonce Curnier, Parigi, 23 febbraio 1835, p. 48).
  • Dei malesseri continui, dei dolorosi impegni, hanno incominciato a spegnere il mio ardore. Vedo i giovani della mia età avanzare a testa alta sulle strade di un glorioso progresso mentre io mi arresto e dispero di poterli seguire e passo il tempo a rammaricarmi mentre bisognerebbe farlo fruttificare. (Ad Alexandre Dufieux, Parigi, 2 marzo 1835, p. 79).
  • Le persone povere che assistiamo dimostrano nei nostri confronti una freddezza ed un'indifferenza scoraggiante. Si tratta di nature logorate dal progresso materiale che non offrono più nessun appiglio alla religione, che non hanno più il senso delle cose invisibili, che tendono la mano per avere il pane, mentre le loro orecchie restano quasi sempre "sorde" alla Parola che annunciamo a loro. Si tratta di anime che si guarderanno bene dal contraddire una sola delle nostre parole, ma che non per questo cambieranno le loro azioni. Il bene si fa soprattutto fra di noi. Speriamo di diventare un giorno operai abili e laboriosi; allora faremo una gara fra di noi a chi farà sbocciare più felicità e più virtù intorno. (A Leonce Curnier, Lione, 29 ottobre 1835, p. 55)
  • Abbiamo una casa per apprendisti stampatori, dove alloggiamo, manteniamo ed istruiamo dieci ragazzi poveri, quasi tutti orfani. Un nostro amico ecclesiastico fa loro il catechismo. Io sono convinto che in fatto di opere di carità non bisogna mai preoccuparsi delle risorse finanziarie, arrivano sempre. Alcuni nostri colleghi sono stati incaricati dal tribunale civile di far visita ai fanciulli detenuti. Questi piccoli sfortunati (…) è impossibile correggerli. Non importa, si semina sempre, la sciando a Dio la cura di far germogliare il seme a suo tempo. (Alla moglie, Parigi, 23 luglio 1836, p. 66)
  • Credo che sia una follia consumare i propri giorni ad accumulare ciò di cui non si potrà godere. Sollevate il velo e vi vedrete sotto l'egoismo che trova nella proprietà un mezzo per estendere e prolungare in qualche modo il personalismo. Io sento anche che quest'umile condizione in cui mi trovo, mi dà la capacità di meglio servire i miei simili. Se deve essere la lotta tra quelli che nulla hanno e quelli che troppo hanno, il nostro dovere di cristiani, è di interporci tra questi nemici irriconciliabili. Che l'uguaglianza si restauri! Che la carità faccia da sola ciò che la giustizia non riesce a fare ! Io so che Dio e la Chiesa non hanno bisogno né di poeti né di dottori; ma quelli che ne hanno bisogno, sono i deboli credenti scandalizzati dalle defezioni. Sì, noi siamo degli inutili servitori; ma noi rimaniamo dei servitori, e il salario non ci verrà dato che a condizione del lavoro che faremo nella "vigne del Signore" nella parte che ci verrà assegnata. Sì, la vita è spregevole. Ma se noi vediamo l'uso che se ne possiamo fare, se noi la consideriamo come l'opera più perfetta. Del Creatore, la vita allora è degna di rispetto ed amore. Preghiamo l'uno per l'altro. Diffidiamo delle nostre noie, delle nostre tristezze e delle nostre diffidenze. Andiamo semplicemente dove la Provvidenza misericordiosa ci conduce. Superiamo spesso le distanze col pensiero, scriviamoci, consigliamoci, sosteniamoci. (A Francoise Lallier, 5 novembre 1836, p. 84).
  • La questione che divide gli uomini dei nostri giorni non è più una questione di forme politiche ma una questione sociale; si tratta di sapere chi avrà la meglio, se lo spirito dell'egoismo o lo spirito del sacrificio; se la società non sarà altro che un grande sfruttamento a profitto dei più forti o la consacrazione di ciascuno al bene di tutti e specialmente alla protezione dei deboli. Vi sono molti uomini che hanno troppo e che vogliono avere ancora; ve ne sono molti di più che non hanno abbastanza, che non hanno niente e che vogliono prendere se non gli dà. Fra queste due classi di uomini una lotta si prepara; e questa lotta minaccia di essere terribile: da una parte la potenza dell'oro, dall'altra la potenza della disperazione. Tra questi due eserciti nemici, noi dovremmo precipitarci, se non per impedire, almeno per attutire lo scontro. La nostra età giovanile, la nostra media condizione ci rendono più facile questo ruolo di mediatori che ci è posto come obbligo dal nostro titolo di Cristiani. (A Louis Janmot, Lione, 13 novembre 1836, p. 93)
  • Ecco l'utilità possibile della nostra Società di San Vincenzo de Paoli. Ma perché mi perdo in vane parole, quando tutte queste cose voi avete dovute pensarle ai piedi della tomba dei santi Apostoli; quando voi dormite sul cuore della Chiesa madre delle chiese e ne sentite il calore da vicino, e respirate le sue ispirazioni? Voi avete già fatto un'eccellente opera fondando laggiù una conferenza e siete stati guidati da un'ammirevole istinto quando l'avete dato come scopo la visita dei poveri francesi negli ospedali di Roma. Dio vi darà la benedizione che lui stesso diede alle sue prime opere: Crescete e moltiplicatevi. È poca cosa tuttavia crescere, bisogna nello stesso tempo unirsi man mano che la conferenza si estende, bisogna che ciascuno dei sui punti comunichi con il centro mediante raggi ininterrotti. (A Louis Janmot, Lione, 13 novembre 1836, p. 94).
  • Bisogna tuttavia convenire che l'amicizia, essendo armonia fra le anime, non potrebbe sopravvivere ad una lontananza prolungata, se queste anime non si dessero di tanto in tanto segni di buon accordo, e questi segni possono essere di due specie: le parole e le azioni. Le parole portate dal foglio fedele fanno comprendere a colui che dimentica che non è affatto dimenticato; esse fugano le inquietudini, mettono in comune i dispiaceri e le tristezze; è davvero un commercio epistolare in cui si guadagna sempre e non si perde mai. Tuttavia ci sono dei legami più forti ancora delle parole: sono le azioni. Nulla rende più familiari due uomini fra loro come il mangiare insieme, viaggiare insieme, lavorare insieme; ora, se degli atti puramente materiale hanno questa potenza, gli atti morali ne avranno molta di più, e se due o più persone sono d'accordo per fare insieme il bene, la loro unione sarà perfetta. Così almeno assicura Colui che dice il Vangelo:In verità, quando voi sarete uniti nel mio nome, io sarò in mezzo a voi. (A Leonce Curnier, Lione, 9 marzo 1837, p. 101).
  • Ahimè! Noi vediamo ogni giorno la scissione iniziata nella Società farsi più profonda: non sono più le opinioni politiche che dividono gli uomini; non si tratta delle opinioni, ma degli interessi; da una parte il campo dei ricchi, dall'altra il campo dei poveri. Nell'uno, l'egoismo che tutto vuole avere; nell'altro, l'egoismo che vorrebbe impadronirsi di tutto: tra loro un odio irriducibile, la minaccia di una prossima guerra, che sarà una guerra di sterminio. Rimane un solo mezzo di salvezza, ed è che, in nome della Carità, i Cristiani si frappongano fra i due campi, che vadano transfughi benefici, dall'uno all'altro campo, che ottengano dai ricchi molte elemosine, dai poveri molta rassegnazione, che portino ai poveri dei doni, ai ricchi parole di riconoscenza, che li abituino a guardarsi nuovamente come fratelli, che comunichino loro un po' di mutua Carità, e questa Carità, paralizzando, soffocando l'egoismo delle due parti, attenuando ogni giorno le antipatie, farà rimuovere i campi. Essi distruggeranno le loro barriere di pregiudizi, getteranno via le loro armi di collera e marceranno l'uno incontro all'altro, non per combattersi, ma per fondersi, abbracciarsi e fare un unico gregge sotto un solo pastore. (A Leonce Curnier, Lione, 9 marzo 1837, p. 102).
  • La giustizia è l'ultimo asilo morale, l'ultimo santuario dell'attuale società; vederla circondata d'immondizia è per me motivo d'indignazione che si rinnova ogni istante. (A Francois Lallier, Pierre Benite (LN), 5 ottobre 1837, p. 108).
  • Sento che vi è una virile verginità nel mio essere e nell'unione coniugale vi è una sorta di abnegazione e di vergogna. Può darsi che ci sia in ciò qualche ingiusto disprezzo per le donne. A queste figlie di Eva dichiaro che generalmente non le capisco. La loro sensibilità è qualche volta ammirevole, ma la loro intelligenza è di una incoerenza disperante. (A Francoise Lallier, Pierre-Benite (LN), 5 ottobre 1837, p. 110).
  • Il fine della Società è soprattutto quello di ravvivare e diffondere nella gioventù lo spirito del cattolicesimo; a questo scopo sono indispensabili l'assiduità alle riunioni, l'unione d'intenti e di preghiera, e che la visita a i poveri sia un mezzo e non lo scopo della Società. Infine si scongiura il consiglio di riunirsi più spesso e di intrattenere una corrispondenza più attiva con le conferenze di provincia, allo scopo di prevenire l'isolamento e l'estrema individualità di alcune di esse. Con una forte organizzazione potreste facilmente darci l'opera per la rigenerazione della gioventù studentesca. (A Francoise Lallier, Lione, 11 agosto 1838, p. 162).
  • Ho smesso di essere solo, io mi sottraggo a questo continuo riferimento alla mia persona, a questo egoismo involontario al quale l'uomo, è condannato allorché non si circonda di affetti sacri. Ci vuole nel profondo dell'anima un centro al quale possano ricondursi i suoi desideri. Gli occorre un altare dove offrire le sue gioie e i suoi dolori; gli occorre un'immagine adorata ai piedi della quale consacrare tutta la sua esistenza; e se l'altare resta vuoto si finisce di collocarci solo la propria immagine e vivere solo per se stessi. Io mi sono salvato dal pericolo. Un'angelica figura è venuta a prendere possesso di questo santuario del cuore; là essa domina tutto ciò che lo circonda, e si lascia per così dire scorgere da tutti gli angoli. Ho già fin d'ora un diritto serio che ricevo da Dio e dai vostri genitori, un diritto che è il più bello di tutti: il diritto di amare. (Alla signorina Soulacroix, Parigi, 22 dicembre 1840, p. 92).
  • Questi giorni veloci trascorsi sulla terra devono essere ben occupati. Lo saranno solo con l'adempimento fedele della vocazione alla quale siamo destinati. Spesso Dio ci lascia in una lunga incertezza, ma non trattiene mai la sua luce nel momento del bisogno. La sua volontà sia fatta sulla terra come in cielo; vale a dire non come gli uomini dove spesso la si compie con ignoranza, bensì come fra gli angeli dove la si serve con intelligenza e amore. (A Charles Ozanam, Parigi, 30 gennaio 1842, p. 160).
  • Quattordici anni fa mi nacque il desiderio di dedicarmi completamente alla diffusione della verità. Penso che Dio mi ha ispirato, che mi ha fatto agire con un coraggio che contrasta col mio debole carattere. La Verità non ha bisogno di me, ma io di lei. Poiché la Provvidenza mi ha posto sulle braccia, io non ne scenderò. Farò uso di quella capacità oratoria per riunire e guidare i giovani cristiani sulla strada dei buoni studi. Il primo mezzo è di chiedere a Dio impegno e perseveranza e saper resistere alle tentazioni che vorranno impedirlo. Ho promesso di tenere lontano l'ozio e il disordine di spirito. (Alla moglie, Parigi, 13 ottobre 1843, p. 200).
  • Nel bel mezzo dei disordini degli spiriti vi sono due cose da evidenziare per rassicurare i cristiani deboli:
  1. la Chiesa è ancora la sola istituzione in cui si sono rifugiati l'eroismo e la devozione.
  2. il Cattolicesimo è ancora in grado di rinnovare i prodigi dei suoi primi secoli.
Forse io mi appassiono molto per un progetto senza consistenza. Ma a dire il vero più vedo agire contro di noi, più vorrei vedere noi stessi agire per la difesa della verità e del bene. È impossibile che una città così caritatevole come Parigi non si associ ad un genere di elemosina che è al più sacra di tutte, l'elemosina della verità. (A Dominique Meynis, Parigi, 12 luglio 1845, p. 223).
  • Così c'è un piccolo angelo in più in famiglia; un cuore in più per imparare a voler bene delle piccole mani che si abitueranno a pregare. Ed io sono padre…
Sono depositario e guardiano di una creatura immortale !!! Vedrò nascere tutte le grazie della sua infanzia, e mentre la stringerò fra le braccia, penserò che vi è in lei un'anima fatta per Dio e per l'eternità. Queste riflessioni mi commuovono fino alle lagrime, e mi confondono. Ah! Che momento quello in cui, inginocchiato ai piedi del letto della mia piccola Amelie, ho visto il suo ultimo sforzo, e nel contempo, il mio bambino veniva alla luce! La felicità è più di quella che io possa sopportare. Un po' di più ed il mio cuore si spezzava. Ed ora preghiamo Dio che il seguito sia felice. (Al Sig. e Sig.ra Harander, Parigi, 24 luglio 1845, p. 228).
  • Noi non siamo che un'associazione nascente, fondata da dodici anni, composta soprattutto da laici e da giovani che vogliono provvedere alla loro salvezza. Noi non avremmo alcuna qualifica per trattare con voi se il Sommo Pontefice Gregorio XVI non si fosse degnato, con un Breve del 10 gennaio 1845, di approvare paternamente la nostra istituzione, e di attribuirle delle ricche indulgenze di cui egli estende il beneficio a tutti coloro che noi avremo aggregato alla nostra Società. Il nostro primo scopo è stato quello di consolidare la fede e di rianimare la carità nella gioventù cattolica, di rafforzare i ranghi con amicizie edificanti e solide, e di formare così una nuova generazione, capace di riparare, se è possibile, il male che I'empietà ha fatto nel nostro paese. II primo modo di realizzare questo disegno fu di radunarsi tutte le settimane, di imparare così a conoscerci e ad amarci; e al fine di dare un interesse alle nostre riunioni, intraprendemmo la visita dei poveri a domicilio: gli portammo del pane, dei soccorsi temporali di vario genere, e sopratutto dei buoni libri e buoni consigli. Questa Società, fondata dodici anni fa da otto giovani, del tutto oscuri, conta oggi circa 10.000 membri, in 133 città; si è insediata in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda, in Belgio, in Italia. Si sono sempre persegui questi due principali risultati: la santificazione della gioventù cristiana e la visita dei poveri a domicilio. Noi abbiamo in ciascuna città delle opere pei gli ammalati, per I'istruzione dei bambini, per il collocamento di operai, che sono affidate a dei comitati poco numerosi e soccorsi dal denaro della Società tutta intera. Possa I'unione della nostra umile Società diventare il simbolo dell' unione di tutti i popoli al di là e al di qua dei mari, nella pratica della legge di Dio, nella fedeltà alla fede, nell'attaccamento alla SS. Chiesa Romana e nell'amore di Nostro Signore Gesù Cristo.
Christus vincit! Christus regnat! Christus imperat! (Al Presidente della Società di San Vincenzo de Paoli del Messico, Parigi, 19 settembre 1845, p. 232).
  • Sappiamo che le circostanze sono minacciose e che la Rivoluzione può schiacciarci, ma crediamo che la Provvidenza ha il suo disegno. La Repubblica può morire da un momento all'altro, ma la democrazia è maestra. Noi non siamo più socialisti, perché non vogliamo lo sconvolgimento della società, ma vogliamo una riforma libera, progressiva, cristiana. Bisogna coraggiosamente porre mano alla piaga del pauperismo. È stata proposta l'imposta progressiva, si potrebbero fare tre classi:
  1. la piccola proprietà che pagherebbe un ventesimo
  2. la media che pagherebbe un decimo
  3. la grande un quinto.
Temo che se la proprietà non saprà spogliarsi liberamente, presto o tardi sarà violentemente compromessa. (Ad Alexandre Dufieux, Parigi, 31 maggio-2 giugno 1848, p. 309).
  • È arrivato il momento per i cattolici di passare ai barbari (il proletariato n.d.r.), cioè alla democrazia, al partito del popolo. Dietro alla rivoluzione politica c'è una rivoluzione sociale: lavoro, riposo, salario. D'altra parte far intervenire lo Stato per far tariffare il lavoro, vuol dire rovinare l'industria. Due cose mi rassicurano:
  1. La prima è che la classe operaia mi sembra molto più preparata e morale. C'è molta ignoranza, ma non i vizi delle classi superiori.
  2. Nei giorni che seguirono la vittoria, non hanno saccheggiato Parigi, ma hanno rispettato Dio nelle sue Chiese e nei suoi sacerdoti. Il popolo si è convinto di avere più alleati tra padri e fratelli della dottrina cristiana che fra giornalisti e avvocati.
  3. Il secondo motivo è la Provvidenza.
  4. Il governo disponeva di una forza immensa di baionette ed interessi: è caduto tuttavia con un soffio e nessuno sa spiegarselo.
  5. Credo di scoprire il piano divino che sta per svilupparsi: per diciotto anni Luigi Filippo aveva sostenuto l'ordine materiale del mondo, ora Pio IX ha ristabilito l'ordine morale.
  6. Se le grandi cose scuotono i cuori, al tempo stesso esse si elevano; e se è giunto il momento dei grandi tradimenti è giunto anche quello in cui la devozione diventa più facile, considerato che si tenga meno agli interessi di cui si è vista la fragilità.
  7. Niente vigliaccheria, in fondo il "loro" motto Libertà, Uguaglianza e Fraternità è il Vangelo stesso. (Al Rev. Alphonse Ozanam, Parigi, 6 marzo 1848, p. 300).
  • Sono proprio io l'incaricato su questo giornale di tutti gli affari riguardanti l'Italia. La differenza con gli altri giornali è che noi abbiamo la fiducia del popolo che essi non hanno:
  1. io persisto a paragonare la rivoluzione con la caduta dell'impero romano e non posso dimenticare che i barbari, costrinsero i vecchi proprietari dell'impero alla divisione delle terre.
  2. sono stato di quelli che credono nel partito della fiducia e credo nella possibilità di una democrazia cristiana; idee generali che possono trionfare nel tumulto delle passioni. (Ad Alexadre Dufieux, Parigi, 31 maggio-2 giugno 1848, p. 311)
  • Il testo di questa lettera dimostra che i principali redattori dell'Ere Nouvelle cercavano l'appoggio del Papa per far fronte ai numerosi attacchi della maggioranza cattolica francese e che essi ignoravano le trattative avviate da J. Maurice per la vendita del giornale. In questo mare inesplorato una stella brilla innanzi a loro: l'Opera immortale di conciliare la libertà con la religione. Dimostrare al popolo che non c'è una vera libertà senza religione, che la civiltà moderna, emancipazione del cristianesimo, perirà se non si rigenera nella sorgente da cui è nata. Invochiamo senza sosta la libertà della Chiesa. (Al Papa Pio IX, Parigi, 25 marzo 1849, p. 315).
  • A Pisa le sedute delle conferenze, qui, sono brevi, ma ben condotte, risolvono prontamente i problemi. Mi dispiace di non veder un numero più cospicuo di studenti.
Pontedera conta nove membri, tutti artigiani. È povera e non ha che quattro famiglie da visitare. Grazie alle loro cure centocinquanta bambini si riuniscono ogni sera ed il presidente Bertelli insegna loro la dottrina cristiana. La mattina conduce lui stesso un gruppo di questi ragazzi e fa loro imparare a leggere e a scrivere.
A Firenze vi ho trovato ventotto membri tra cui avvocati, professionisti e medici. La conferenza ha fondato "La cassa degli affitti". Il patronato assicura loro le risorse economiche.
Prato conta già diciotto membri attivi e ottanta benefattori. I nostri si occupano soprattutto di patronato. Si portano a passeggio un gruppo di cinquanta ragazzi, si fanno divertire, si istruiscono e si catechizzano; presto un locale adatto permetterà loro di frequentare la scuola serale.
Livorno ha trentadue membri che visitano settanta famiglie. Opera con impegno nella struttura sociale della città. Hanno ottenuto riforme importanti: ritorno ai sacramenti, invio dei giovani in buone scuole, l'interesse per i problemi dei poveri, la gioia per far sì che si vada alle riunioni con piacere e non con dovere. (Al Consigliere Generale della Società di San Vincenzo de paoli, Antignano (LI), 10 luglio 1853, p. 348).

Mi accorgo solo ora che rinnovo il vecchio proverbio francese Gros Jean veut precher son ruè. No, Padre Mio, io non le faccio una predica, sono il suo esempio, la sua conversazione, la sua carità che mi predicano, che mi dicono di aver confidenza in Lei e di rimettere quest'opera nelle sue mani.

Citazioni su Frédéric Ozanam

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  • A momenti, la passione religiosa infondeva un certo ardore nella sua oratoria, sotto i cui ghiacci ribolliva una corrente di sorda violenza. Nei suoi numerosi scritti su Dante, su san Francesco, sull'autore dello Stabat, sui poeti francesi, sul socialismo, sul diritto commerciale, su ogni argomento, quest'uomo patrocinava il Vaticano, a suo avviso infallibile, e giudicava tutte le cause con lo stesso criterio: a seconda che si avvicinassero alla sua o se ne discostassero in maggiore o minore misura.
  • Con il più imprudente sangue freddo, costui distorceva i fatti, confutava, ancor più sfrontatamente dei panegiristi degli altri partiti, gli atti riconosciuti dalla storia, garantiva che la Chiesa non aveva mai nascosto la considerazione in cui teneva la scienza, definiva le eresie miasmi impuri, trattava il buddismo e le altre religioni con un tale disprezzo che giungeva a scusarsi di insozzare la prosa cattolica con l'attacco stesso sferrato alle loro dottrine.
  • Più affettato, più temperante, più grave era l'apologista prediletto della Chiesa, l'inquisitore della lingua cristiana, Ozanam. Benché si sorprendesse difficilmente, des Esseintes si stupiva moltissimo della sicurezza di questo scrittore che parlava degli oscuri disegni di Dio senza produrre le prove delle sue inverosimili asserzioni.

Bibliografia

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  • Pavoni N. (1999) La mia vita: Federico Onanam, Roma, Libreria Editrice Vaticana.
  • Federico Ozanam, (1994) Lettere (Lettres de Frédérik Ozanam), a cura di Mons. Nicola Pavoni, Tipografia Vaticana.

Note

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  1. a b c d e f g h Citato in Antonio M. Sicari, Santi nella carità. Figli, discepoli, amici di Vincenzo de' Paoli, Editoriale Jaca Book, 1999.

Altri progetti

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