Francisco de Quevedo

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Francisco de Quevedo

Francisco de Quevedo (1580 – 1645), scrittore e poeta spagnolo.

  • Ieri sparì, Domani non è giunto, | l'Oggi se ne va via senza fermarsi; | sono un Fu, un Sarà, un È già smunto. (da Ehi, della vita! nessuno risponde?, in Sonetti amorosi e morali)
Ayer se fue; mañana no ha llegado; | hoy se está yendo sin parar un punto: | soy un fue, y un será, y un es cansado.

Vita del Pitocco[modifica]

Incipit[modifica]

Io, signore, sono di Segovia. Mio padre si chiamò Clemente Paolo (Dio l'abbia in gloria) nativo del borgo appunto di questo nome. Fu, come si dice comunemente, barbiere, quantunque le sue spirazioni fossero tanto elevate che si limava perché chiamato cosí, e diceva che lui era lavoratore della guancia e sartore delle barbe. Era, come si dice, di molto buon vitigno e, a come beveva, c'è da crederci. Aveva in moglie Aldonza Saturno de Rebollo, figlia di Ottavio de Rebollo Codillo e nepote di Lepido Ziuraconte.

Citazioni[modifica]

  • Bisogna fare il muso secondo la luna, dice il proverbio, e dice bene. A furia di rifletterci sopra finii col risolvermi ad essere briccone coi bricconi e piú degli altri, se potessi. Non so se ci riuscissi; però stia sicuro, signor lettore, che feci tutto il possibile. (p. 77)
  • «Possibile che non ci abbiate badato? Non so come fare a dirlo: l'irriverenza è tale che non me ne dà l'animo. Non vi ricordate d'aver detto pio pio ai polli? E Pio è nome di papi, dei Vicari di Dio e capi della Chiesa! O mandatevelo giú quel peccatuccio!». Lei rimase mezza morta e disse: «Paolo, è vero! ma, che Dio non mi perdoni se l'ho fatto a malizia. Io mi ricredo: tu guarda se c'è una via da potersi evitare l'accusa, perché se mi vedessi davanti all'Inquisizione ne morirei». (p. 82)
  • Venne il giorno in cui dovetti separarmi dalla vita migliore che mai mi sia trovato a vivere. Dio lo sa l'impressione che mi fece il lasciare tanti amici, e amici affezionati, senza numero. Vendetti quel poco che avevo, di nascosto, per poter fare il viaggio, e, aiutandomi con degli imbrogli, feci circa seicento reali. (p. 94)
  • Credendo che io possedessi del denaro, bisognava vedere come mi dicevano che in me tutto stava bene! Non facevano che dire dei miei discorsi, che non c'era chi avesse nel parlare grazia pari alla mia. Al vederle tanto inuzzolite, io feci la mia dichiarazione d'amore alla ragazza e lei mi stette a sentire, contentona, dicendomi mille cose piacevoli. Ci separammo, e una sera per confermarle di piú nella idea della mia ricchezza, chiuso in camera mia, che era divisa dalla loro da un tramezzo molto sottile, e cavati fuori cinquanta scudi, tante volte li contai che dovettero sentirne contare un seimila. Questo del vedermi possedere, secondo loro, tanto denaro, era quel che potessi desiderare di meglio, perché non dormivano dalla voglia di trattarmi bene e servirmi. (p. 182)
  • Fui contento della lettera, perché la donna era davvero intelligente e bella. Mangiai e mi misi il vestito con cui solevo sostenere nelle commedie la parte degli amorosi; me ne andai poi subito alla chiesa, pregai e subito cominciai con gli occhi a passare una per una tutte le incrociature e i pertugi della grata per vedere se lei appariva. Quando Dio volle alla buonora (meglio quando il diavolo volle, alla malora), ecco che sento il segnale usato; cominciò a tossire, cioè, ma era invece un tossir malandrino: contraffacemmo cosí un'infreddatura e pareva che nella chiesa fosse stato sparso del peperone. Alla fine ero già stanco di tossire quando mi si affaccia alla grata una vecchia a tossire. Capisco allora il mio guaio: è segnale quanto mai pericoloso nei conventi la tosse, perché quello che è un segnale per le giovani è abitudine nelle vecchie; cosí che uno crede che sia richiamo per un rosignolo e invece vien fuori una civetta. (p. 223 – 224)
  • Non voglio illuminarti intorno ad altro: questo basterà per sapere che devi vivere guardingo, giacché è certo che sono infinite le gherminelle che ti taccio. Si chiama dar morte il portar via il denaro, e l'espressione è propria; garbuglio chiamano il tiro contro l'amico, che per essere davvero cosa ingarbugliata, non è capita; doppi sono coloro che attirano i sempliciotti, perché questi rastrellatori di borse li sveltiscano; bianco chiamano chi è privo di malizia e buono come il pane; nero colui che, avendo fatto del suo meglio, resta deluso. (p. 230)

Explicit[modifica]

Vedendo che questa faccenda andava in lungo e piú durava a perseguitarmi la fortuna (non per avere imparato a mie spese, poiché non sono cosí assennato, ma perché pur peccatore caparbio) decisi, consigliandomi prima con la Grajales, di passare alle Indie con lei, per vedere se, mutando mondo e paese, avessi avuto una sorte migliore. Ma fu peggio, giacché non migliora mai la propria condizione chi muta soltanto di paese e non di vita o di costumi.

Bibliografia[modifica]

  • Francisco de Quevedo, Sonetti amorosi e morali, traduzione di V. Bodini, Einaudi, 1965.
  • Francisco de Quevedo, Vita del Pitocco, traduzione di Alfredo Giannini, Formiggini editore in Roma, 1917.

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