Francisco de Quevedo

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Francisco de Quevedo

Francisco de Quevedo (1580 – 1645), scrittore e poeta spagnolo.

Citazioni di Francisco de Quevedo[modifica]

  • Il gusto di compiacere l'amico è un demonio tentatore.
El gusto de complacer al amigo es diablo tentador.[1]
  • Nelle Indie con onore nasce | e in giro dove il mondo l'accompagna | finisce per morir qui in Spagna | mentre a Genova qualcun lo seppellisce [...][2]

Sonetti[modifica]

  • Chiudere potrà i miei occhi l'estrema | ombra che a me verrà col bianco giorno, | e l'anima strappare al suo soggiorno | quell'ora che lenisca i miei dolori. ("Amor constante más allá de la muerte")[1]
  • Era un uomo attaccato a un naso. ("A un hombre de gran nariz")[1]
  • Fu sogno ieri; domani sarà terra! | Poco prima, nulla; e un po' dopo, fumo![1]
  • Ieri sparì, Domani non è giunto, | l'Oggi se ne va via senza fermarsi; | sono un Fu, un Sarà, un È già smunto. ("Ehi, della vita! nessuno risponde?")[3]
  • Un'anima che ha avuto un dio per carcere, | vene che a tanto fuoco han dato umore, | midollo che è gloriosamente arso, | il corpo lasceranno, non l'ardore; | anche in cenere, avranno un sentimento; | saran terra, ma terra innamorata. ("Gli occhi miei potrà chiudere l'estrema")[4]

Vita del Pitocco[modifica]

Incipit[modifica]

Io, signore, sono di Segovia. Mio padre si chiamò Clemente Paolo (Dio l'abbia in gloria) nativo del borgo appunto di questo nome. Fu, come si dice comunemente, barbiere, quantunque le sue spirazioni fossero tanto elevate che si limava perché chiamato cosí, e diceva che lui era lavoratore della guancia e sartore delle barbe. Era, come si dice, di molto buon vitigno e, a come beveva, c'è da crederci. Aveva in moglie Aldonza Saturno de Rebollo, figlia di Ottavio de Rebollo Codillo e nepote di Lepido Ziuraconte.

Citazioni[modifica]

Libro I[modifica]

  • [...] salii su di un cavallo rifinito e languente, il quale, più perché zoppo che perché bene educato, andava facendo continue riverenze. Nel deretano pareva una bertuccia, coda non ne aveva quasi, il collo era quello di un cammello e anche più lungo, in testa non aveva che un occhio e pure sbiancato. Gli si riconoscevano le penitenze, i digiuni patiti, le ladrerie di chi doveva fornirgli la razione. (II, pp. 12-13)
  • [Il dottor Capra] La prima domenica di quaresima entrammo in balìa della fame in persona, giacché quella miseria non poteva esser maggiore. Era un prete lungo come un cannone, uno spilungone ma dalla testa piccola, di pelo rosso: non occorre aggiungere altro per chi conosce il proverbio che dice: uomo rosso e cane lanuto piuttosto morto che conosciuto. Gli occhi aveva rintanati nel fondo della testa, da sembrare che guardasse dal profondo di due corbelli; tanto incavati e oscuri che parevano fatti apposta per servire da fondaci; il naso, un che di mezzo tra Canino e San Marcello poiché gli era stato corroso da certe pustole prodotte da umori freddi, non da viziosità, perché queste costano quattrini. I peli della barba aveva pallidi dalla paura della vicinanza della bocca la quale, dalla gran fame, pareva minacciasse di mangiarseli. Di denti gliene mancava non so quanti e credo che dovettero essere stati mandati in esilio perché sempre in ozio e vagabondi; il gorguzzule lungo come quello di uno struzzo, con la noce tanto sporgente che sembrava andare in cerca di che mangiare, incalzata dalla necessità; le braccia risecchite, le mani ciascuna come una manciata di frasche secche. Guardato dal mezzo in giù pareva una forchetta o un compasso con quelle sue gambe lunghe e magre; incedeva teso teso, che se disordinava un po', le ossa gli crocchiavano come le tabelle della settimana santa.
    Parlava lento, e la barba aveva lunga perché mai se la tagliava per non spendere, mentre lui diceva che era tanta la ripugnanza del sentirsi le mani del barbiere su per la faccia che piuttosto si sarebbe lasciato ammazzare che permettere una tal cosa; i capelli glieli scorciava un garzone dei suoi pensionati. Portava un berretto i giorni di bel tempo, sforacchiato tutto dai topi e guarnito di untume; si vedeva che era stato panno; il fondo era tutto un impasto di forfora. La sottana, al dir di certuni, era un miracolo, perché non si sapeva di che colore fosse. Chi, vedendola cosi spelacchiata, la riteneva per pelle di ranocchio, chi diceva ch'era un'allucinazione: da vicino pareva nera, da lontano poi quasi azzurra. La portava senza cintola; non collare né polsini; sembrava, con que' suoi capelli lunghi e la sottana rifinita e corta, un beccamorti. Ognuna delle sue scarpe poteva essere il sepolcro di un gigante. E la sua abitazione? Non c'erano neanche ragni. Faceva degli scongiuri contro i topi dalla paura che gli rosicchiassero certi seccherelli che riponeva. Aveva il letto per terra e dormiva sempre da un lato per non consumare le lenzuola; in-somma era arcipovero e arcimisero. (III, pp. 16-18)
  • Bisogna fare il muso secondo la luna, dice il proverbio, e dice bene. A furia di rifletterci sopra finii col risolvermi ad essere briccone coi bricconi e piú degli altri, se potessi. Non so se ci riuscissi; però stia sicuro, signor lettore, che feci tutto il possibile. (VI, p. 48)
  • «Possibile che non ci abbiate badato? Non so come fare a dirlo: l'irriverenza è tale che non me ne dà l'animo. Non vi ricordate d'aver detto pio pio ai polli? E Pio è nome di papi, dei Vicari di Dio e capi della Chiesa! O mandatevelo giú quel peccatuccio!». Lei rimase mezza morta e disse: «Paolo, è vero! ma, che Dio non mi perdoni se l'ho fatto a malizia. Io mi ricredo: tu guarda se c'è una via da potersi evitare l'accusa, perché se mi vedessi davanti all'Inquisizione ne morirei». (VI, p. 54)
  • Venne il giorno in cui dovetti separarmi dalla vita migliore che mai mi sia trovato a vivere. Dio lo sa l'impressione che mi fece il lasciare tanti amici, e amici affezionati, senza numero. Vendetti quel poco che avevo, di nascosto, per poter fare il viaggio, e, aiutandomi con degli imbrogli, feci circa seicento reali. (VIII, p. 66)

Libro II[modifica]

  • Ma guardate lí quel mucchio di cenci che pare un fantoccio da ragazzi, piú desolato d'una pasticceria in quaresima, con piú buchi d’un flauto, piú pezzato di una chinea, piú variegato d'un diaspro, piú punteggiato di un libro di musica! [insulto] (studente a soldato; II, p. 140)
  • Credendo che io possedessi del denaro, bisognava vedere come mi dicevano che in me tutto stava bene! Non facevano che dire dei miei discorsi, che non c'era chi avesse nel parlare grazia pari alla mia. Al vederle tanto inuzzolite, io feci la mia dichiarazione d'amore alla ragazza e lei mi stette a sentire, contentona, dicendomi mille cose piacevoli. Ci separammo, e una sera per confermarle di piú nella idea della mia ricchezza, chiuso in camera mia, che era divisa dalla loro da un tramezzo molto sottile, e cavati fuori cinquanta scudi, tante volte li contai che dovettero sentirne contare un seimila. Questo del vedermi possedere, secondo loro, tanto denaro, era quel che potessi desiderare di meglio, perché non dormivano dalla voglia di trattarmi bene e servirmi. (V, p. 159)
  • Fui contento della lettera, perché la donna era davvero intelligente e bella. Mangiai e mi misi il vestito con cui solevo sostenere nelle commedie la parte degli amorosi; me ne andai poi subito alla chiesa, pregai e subito cominciai con gli occhi a passare una per una tutte le incrociature e i pertugi della grata per vedere se lei appariva. Quando Dio volle alla buonora (meglio quando il diavolo volle, alla malora), ecco che sento il segnale usato; cominciò a tossire, cioè, ma era invece un tossir malandrino: contraffacemmo cosí un'infreddatura e pareva che nella chiesa fosse stato sparso del peperone. Alla fine ero già stanco di tossire quando mi si affaccia alla grata una vecchia a tossire. Capisco allora il mio guaio: è segnale quanto mai pericoloso nei conventi la tosse, perché quello che è un segnale per le giovani è abitudine nelle vecchie; cosí che uno crede che sia richiamo per un rosignolo e invece vien fuori una civetta. (IX, pp. 204-205)
  • Non voglio illuminarti intorno ad altro: questo basterà per sapere che devi vivere guardingo, giacché è certo che sono infinite le gherminelle che ti taccio. Si chiama dar morte il portar via il denaro, e l'espressione è propria; garbuglio chiamano il tiro contro l'amico, che per essere davvero cosa ingarbugliata, non è capita; doppi sono coloro che attirano i sempliciotti, perché questi rastrellatori di borse li sveltiscano; bianco chiamano chi è privo di malizia e buono come il pane; nero colui che, avendo fatto del suo meglio, resta deluso. (X, pp. 211-12)

Explicit[modifica]

Vedendo che questa faccenda andava in lungo e piú durava a perseguitarmi la fortuna (non per avere imparato a mie spese, poiché non sono cosí assennato, ma perché pur peccatore caparbio) decisi, consigliandomi prima con la Grajales, di passare alle Indie con lei, per vedere se, mutando mondo e paese, avessi avuto una sorte migliore. Ma fu peggio, giacché non migliora mai la propria condizione chi muta soltanto di paese e non di vita o di costumi.

Note[modifica]

  1. a b c d Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
  2. Da È un cavaliere potente il signor Denaro, vv. 9-12; citato in Elvira Marinelli, Poesia: antologia illustrata, Giunti Editore, 2002, p. 274. ISBN 9788844025496
  3. In Sonetti amorosi e morali.
  4. In Sonetti amorosi e morali, 9-14.

Bibliografia[modifica]

  • Francisco de Quevedo, Sonetti amorosi e morali, traduzione di V. Bodini, Einaudi, 1965.
  • Francisco de Quevedo, Vita del Pitocco, traduzione di Alfredo Giannini, Formìggini, Roma, 1917.

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