George Bancroft (politico)

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George Bancroft

George Bancroft (1800 – 1891), storico e politico statunitense.

Storia degli Stati Uniti d'America[modifica]

Vol. I[modifica]

  • Compiva Sebastiano Cabot la sua carriera con riputazione eguale alla gloria del suo cominciamento. Conciliossi la benevolenza universale colla placida onestà del suo carattere. Egli non aveva l'austero entusiasmo di Colombo, ma distinguevasi per indole serena e piacevole. Per ben sessant'anni, mentre l'attenzione pubblica era intensamente occupata delle marittime spedizioni, egli fu oggetto d'ammirazione per le sue gesta e la sua abilità. (cap. I, p. 12)
  • Il nome di Raleigh sta preminente sovra tutti gli uomini di stato dell'Inghilterra, che avanzarono la colonizzazione degli Stati Uniti; e la sua fama appartiene alla storia d'America. Nessuno fra gli Inglesi del suo secolo possedeva qualità sì varie e straordinarie. Coraggio indomito, presenza di spirito e fertilità d'invenzione, gli assicuravano la gloria nella professione delle armi, e i suoi servigi nella conquista di Cadice e nella presa di Fayal basterebbero soli a meritargli fama di valente e fortunato capitano. In ogni pericolo si segnalava per valore finché visse, e la sua morte seppe nobilitare con vera magnanimità. (cap. III, p. 102)
  • [Walter Raleigh] La sua carriera come uomo di stato fu degna dell'allievo di Coligny e del contemporaneo di L'Hopital. Nella sua vita pubblica egli fu caldo amatore della patria; geloso dell'onore, della prosperità e dell'avanzamento di lei; inesorabile avversatore delle pretensioni di Spagna. In Parlamento propugnava la libertà dell'industria domestica. Quando per effetto di leggi ineguali, la pubblica tassa pesava sull'industria piuttosto che sulla ricchezza, alzava la voce in favore della riforma; possessore egli stesso d'un lucroso monopolio, diede il suo voto per l'abolizione di ogni monopolio; e nello stesso tempo che adoperava ostinatamente la sua influenza presso il suo Sovrano per mitigare la severità della sentenza contro i non conformisti, opponeva, come legislatore, gagliarda resistenza agli atti ruinosi d'una legge persecutrice. (cap. III, p. 103)
  • La schiavitù ed il commercio degli schiavi sono istituzioni più antiche che i ricordi della umana società; trovansi aver esistito dovunque il selvaggio cacciatore cominciò ad assumere le abitudini della vita pastorale od agricola; e se se ne eccettui l’Australasia, sonosi estese ad ogni parte del globo. Furono esse in vigore appo tutte le nazioni dell'antichità. (cap. V, p. 151)
  • [...] la schiavitù dei Negri non è una invenzione degli uomini bianchi. Come i Greci rendevano schiavi i Greci; come l'Ebreo spesso consentiva che l'Ebreo si facesse suo signore assoluto; come gli Anglo-Sassoni mercanteggiavano gli Anglo-Sassoni, così la schiatta dei Negri rendea schiavi i suoi propri fratelli. (cap. V, p. 157)

Vol. II[modifica]

  • Giudicato secondo che manifestavansi le sue proprie intenzioni e le sue proprie azioni, Carlo I forse non aveva che poca ragione di lagnarsi. Ma quando la storia pronunzia il proprio giudizio imparziale sul di lui supplizio, ella ricorda che, secondo le leggi inglesi, il più umile dei cittadini avea diritto ad essere giudicato dai suoi pari, e che il re fu tradotto invece da un Parlamento decimato, il quale era preoccupato contro di lui, dinanzi ad una commissione composta dei suoi più fieri ed implacabili nemici, e creata a ritroso delle manifestazioni del popolo. I suoi giudici non furono che un tribunale militare, la sentenza, che si volle far riguardare come un solenne atto di giustizia sul più colpevole dei malfattori, tradotto dinanzi ad una gran nazione e giudicato dai di lei rappresentanti, non fu in verità che un atto di tirannide. (cap. XI, pp. 22-23)
  • Cromwell fa uno di quegli uomini rari, che anche i nemici non possono mentovare senza riconoscerne la grandezza. Campagnuolo di Huntingdon, uso soltanto alle faccende rurali, sconosciuto fino all'età di oltre quarant'anni, non impegnato in altra congiura che quella di accrescere i proventi del suo podere, e fornire il suo pometo di scelta frutta, divenne a un tratto il miglior capitano dell'esercito britannico, ed il più grande uomo di stato de' tempi suoi; rovesciò la costituzione inglese, ch'era stata l'opera di secoli; s'impadronì delle libertà che il popolo inglese avea radicate nel suo cuore, e diede nuova forma al reame. (cap. XI, p. 27)
  • [...] ora che Inghilterra tutta era trasportata di furore per la monarchia, Sir Enrico Vane, il primo governatore del Massacciusset, il benefattore dell'Isola di Rodi, il sempre fido amico della Nuova Inghilterra, con indomita fermezza aderiva ancora alla gloriosa causa della libertà del popolo; e schivato da tutti quelli che facevano la corte al reduce monarca [Carlo II d'Inghilterra], era mostro a dito per la sua impopolarità la più cattolica. Quando ei perdeva l'amore del popolo inglese, il popolo inglese avea fatto getto della cura gelosa di sue liberta. Ma egli conservossi costantemente incorrotto, disinteressato, caritatevole, liberale. (cap. XI, pp. 45-46)
  • Quando si perseguitò l'Unitarianismo, non pur come setta ma come bestemmia, Vane intercedette pel suo promotore; orò per la libertà dei Quaccheri imprigionati per le loro opinioni; essendo legislatore, domandò giustizia in favore dei Cattolici Romani; fece opposizione alla vendita in ischiavitù dei prigionieri di Penruddoc[1], siccome contraria ai doveri dell'umanità. Gli immensi emolumenti della sua carica di tesoriere della marina volontariamente rinunziò. Quando i Presbiteriani, pur suoi avversari, vennero a forza esclusi dalla Camera dei Comuni, egli anco se ne astenne. (cap. XI, p. 46)
  • Siccome plebeo, Ugo Peters[2] era stato impiccato, Sir Enrico Vane venne dato ad aver tronca la testa. La medesima intrepida rassegnazione rincorollo nel giorno del suo supplizio. Quando il convoglio mosse per le vie, la gente dalle finestre e dai comignoli delle case esprimeva il proprio cordoglio, preci versando sovra colui che di là passava; ed il popolo prorompeva a piena voce: «Il Signore Iddio lo assista!» Giunto sul patibolo, fu ammirabile, sovra tutti quelli che l'aveano preceduto per l'intrepidezza del suo contegno. Riguardando dall'alto loco intorno a sé la vasta circostante moltitudine, dignitosamente a lei si rivolse, e cercò destare nei petti di quella l'amore dell'inglese libertà. La sua voce fu tosto soverchiata dal clangore delle trombe. Scorgendo di non poter dare una testimonianza udibile delle sue convinzioni, non lasciossi punto sconcertare da quel tratto brutale, ma colla serenità della sua compostezza, continuò a mostrare con quanta calma un onesto amatore della patria può morire. (cap. XI, p. 49)

Vol. III[modifica]

  • [Anthony Ashley-Cooper, I conte di Shaftesbury] La nobiltà era agli occhi suoi la rocca dei principii inglesi; il potere della patria, e la monarchia arbitraria per lui erano «sì come due secchie, delle quali l'una va tanto più giù, quanto l'altra va su.» Shaftesbury non metteva alcuna confidenza nel popolo d'Inghilterra considerato come depositario del potere e della libertà; proteggeva invece la ricchezza, ed il privilegio, e bramava depositati i principii conservatori della società alla custodia esclusiva della classe privilegiata. (cap. XIII, p. 80)
  • [...] quando Cromvello propose e Vane[3] propugnò una riforma del Parlamento, Shaftesbury tollerò di mala voglia che si menomasse la superiorità della nobiltà sulla Camera Bassa. Tali furono i principii politici di Shaftesbury, cui andava d'accordo il suo carattere personale. Amava la ricchezza senza essere schiavo dell'avarizia, e tuttoché fosse uomo da non farsi alcun scrupolo «di rubare cosi il diavolo come l'altare,» non è però che pervertisse mai la sua maniera di pensare, o si lasciasse tanto corrompere da sacrificare le sue convinzioni. (cap. XIII, p. 80)
  • Shaftesbury era destituito di quel sano giudizio che nasce dall'amore dei propri simili; sensibile alla forza di un argomento, non poteva mai misurarne l'effetto nello spirito altrui; l'acuto suo intelletto sempremai pronto a cogliere i motivi delle azioni, e le affinità naturali dei partiti, non poteva comprendere gli ostacoli morali che si oppongono a combinazioni nuove. (cap. XIII, p. 82)

Vol. IV[modifica]

  • Perciocché una spirituale unità stringa insieme ogni membro della famiglia umana, ed ogni cuore contenga un seme incorruttibile, capace di produrre e rivelare tutto ciò che l'uomo possa conoscere di Dio, dei propri doveri e dell'anima; una voce interna, non creata da scuole, indipendente da ogni umano artificio, dischiude allo spirito illetterato non meno che al colto sapiente, un sicuro sentiero alla manifestazione della verità immortale.
    Questa é la fede del popolo chiamato Quaccheri. E un principio morale vien comprovato dai conati messi in opera per ridurli in pratica. (cap. XVI, p. 9)
  • [George Fox] Egli era stato allevato nella Chiesa Anglicana. Un giorno occorse alla sua mente che un uomo ben poteva essere stato educato ad Oxford ed a Cambridge, e nientedimeno essere inabile a spiegare il gran problema della esistenza. Inoltre rifletteva Dio non vivere in templi di mattoni e di pietra, ma nei cuori dei viventi. Allora dai preti e dalla chiesa Anglicana si rivolse, per vedere se trovasse la verità, ai dissidenti. Ma fra di questi eziandio ei trovava che i più esperti non erano da tanto di raggiungere le condizioni della verità. (cap. XVI, p. 16)
  • Un mattino che Fox se ne stava taciturno al fuoco, una nube ottenebrava la sua mente; un basso instinto in lui surse, e dirgli pareva: «Ogni cosa viene dalla natura»; e gli elementi opprimevano la sua immaginazione con una visione di panteismo. Ma come egli continuava a riflettere, una voce vera sorgeva in lui, e dicea: Vi è un Dio vivente. E ratto le nubi dello scetticismo si dissipavano; lo spirito trionfava sovra la materia, le tenebre della ignoranza erano fugate, l'intelletto irradiato da una luce celestiale, e l'anima di lui godeva la soavità del riposo, trapassata dall'agonia del dubbio nel paradiso della contemplazione. (cap. XVI, p. 17)
  • Quell'uomo celestialmente ispirato era divenuto un teologo ed un filosofo, e tutto per opera di Dio onnipotente.
    Per tale guisa la mente di Giorgio Fox pervenne alla conclusione, la verità dovere cercarsi, porgendo orecchio alla voce di Dio interna; e quest'essa poter condurre alla vera fissa regola della morale e non già la dottrina delle università, non la romana sede, non la chiesa anglicana, non tutti quanti sono i dissidenti, non l'intero mondo esteriore dei sensi. La legge, nel cuore nutrita, doversi ricevere senza pregiudizio, senza altra mescolanza, obbedire senza timore.
    Questa fu la sapienza spontanea che guidò Giorgio Fox. Era il chiaro raggio, che brilla attraverso la nube. (cap. XVI, pp. 17-18)
  • L'apparizione del popolo chiamato Quaccheri è uno degli avvenimenti memorabili della storia del genere umano. E' segna l'epoca in cui la libertà intellettuale fu riclamata senz'altra restrizione dal popolo come dritto di nascita inalienabile. Alla massa del popolo, in quell'età, ogni riflessione di politica e di morale si appresentava sotto di una forma teologica. Or la dottrina quacchera è filosofia evocata dal chiostro, dal collegio, dalla sala; e piantata fra più infimi del popolo. (cap. XVI, p. 21)

Vol. V[modifica]

  • Fatto prigione mentre recavasi fra gli Uroni, [il gesuita Francesco Giuseppe Bressani] battuto, storpiato, mutilato; astretto a camminare a piedi nudi sopra un aspro sentiero, in mezzo a roveti e boscaglie; flagellato da un intero villaggio; bruciato, torturato, ferito, sfregiato, – fu testimonio di vista del fato di un suo compagno, il quale venne bollito e divorato. Ciò nondimeno qualche misteriosa temenza protesse i suoi giorni, ed egli pure da ultimo venne umanamente riscattato dagli Olandesi. (cap. XX, p. 36)
  • Era il carattere di Brebeuf gagliardo a tutta prova, perocché la sua virtù fosse raffermala dalla frequente contemplazione della morte. Venti anni di servizio nel deserto aveanlo disciplinato alla sventura, epperciò mentre amaramente piangeva i patimenti de' suoi proseliti, per sé stesso esultava alla prospettiva del martirio. (cap. XX, p. 42)
  • Brebeuf vien collocato sovra un palco spartato; ma mentre ogni sorta di oltraggi vengono scagliati contro di lui, e' fassi a rimprocciare i suoi persecutori e a incutere coraggio ne' suoi proseliti. Allora gli Irocchesi[4] gli mutilano il naso e il labbro inferiore; accostano torcie accese al suo corpo; gli bruciano le gengive e gli versano ferro fuso nella gola. Privo della voce, il suo sguardo fidente e la sua fronte sicura, porta ancora testimonianza della fermezza del suo carattere. (cap. XX, p. 43)
  • Brebeuf ebbe mozzo il capo mentre la vita non era ancora cessata e dopo tre ore di tortura diede l'ultimo respiro [...]. (cap. XX, p. 43)
  • Nelle loro spedizioni, i selvaggi [i nativi americani] non usano montar la guardia durante la notte; ma porgono invece devote preci ai loro fetisci; ed i guerrieri dormono sicuri sotto la custodia, di quelle invocate sentinelle. Gittano eziandio del tabacco nel fuoco, nei laghi, nei rapidi, nelle crepature delle roccie, e sul sentiero di guerra, all'uopo di propiziare il genio del luogo. Tutto il male esistente nel mondo attribuiscono agli spiriti, i quali son reputati e temuti come autori delle sventure. (cap. XXII, p. 202)
  • Narrasi che il capo del territorio dove moriva De Soto[5], scegliesse due giovani e ben proporzionati Indiani per immolarli, dicendo esser costume del paese uccidere degli Indiani alla morte di un signore, onde gli fossero compagni e lo servissero nel tragitto. (cap. XXII, p. 210)

Vol. VI[modifica]

  • [André-Hercule de Fleury] Questo savio cardinale dotato di acutissimo ingegno e di un carattere schietto e pieno di rettitudine fu sempre alieno dall'intrigo e seppe allontanare da sé la diffidenza. Regola precipua della sua amministrazione fu sempre la conservazione della pace, epperciò di frequente era scelto mediatore fra i contendenti sovrani. (cap. XXIII, p. 17)
  • A Norridgewock, sulle sponde del Kennebec, il venerando Sebastiano Rasles, compagno e maestro dei selvaggi, da oltre un quarto di secolo, avea raccolto un florido villaggio intorno a una chiesa la quale sebbene eretta nel deserto, non era senza qualche pretensione alla magnificenza. Rigidamente ascetico, sobrio, astemio, rigoroso osservatore della quaresima, fabbricava colle proprie mani la propria capanna; astenevasi dal vino e il suo nutrimento limitavasi ad una piccola quantità di grano d'india che triturava colle proprie mani. (cap. XXIII, pp. 26-27)
  • Poiché gl'invasori [inglesi] si furono ritirati, tornarono i selvaggi ad assistere i feriti e seppellire i morti. Fra questi ultimi trovavano Rasles, macellato per molti colpi, col capo scarnificato, il cranio spezzato in più luoghi, la bocca e gli occhi ripieni di sozzure, e seppellironlo riverentemente nel luogo stesso, dov'era solito tenersi in piedi dinanzi all'altare.
    Così periva Sebastiano Rasles, l'ultimo missionario cattolico della Nuova Inghilterra; cosi perivano le missioni gesuitiche e i loro frutti; i villaggi dei semi-civilizzati Abenaki e i preti loro. Rasles toccava il sessagesimo settimo anno, e trentasette ne aveva spesi al servizio della chiesa in America. (cap. XXIII, p. 31)
  • [Benjamin Franklin] Amante del vero, scevro da' pregiudizii, egli discerneva per intuito l'identità delle leggi di natura con quelle ond'è conscia l'umanità; cosicché la sua mente potea paragonarsi ad uno specchio, nel quale l'universo, riflettendosi, rivelava le propre leggi. Estraneo sino all'eccesso al misticismo, la sua morale, mentre ripudiava le severità ascetiche e il sistema che le impone, mostravasi indulgente verso gli appetiti onde abborriva il predominio; ma le sue affezioni erano piene di una tranquilla intensità, e in tutta la sua carriera, all'amor de' suoi simili sagrificò sempre il personale interesse. (cap. XXIII, pp. 77-78)
  • Beniamino Franklin non possedeva l'immaginazione che ispira il canto del bardo ed infiamma la parola dell'oratore; ma la squisita proprietà del suo linguaggio, la parsimonia degli ornamenti conferiva facilità d'espressione e una semplicità piena di grazia, anche alle sue più trascurate scritture. (cap. XXIII, p. 78)
  • [Benjamin Franklin] Nel suo vivere eziandio, palesava dei gusti delicati. Indifferente ai piaceri della tavola, deliziavasi in modo particolare, della musica e dell'armonia, onde augumentava[6] gli istrumenti. La dolcezza del suo carattere, la modestia, la benignità de' suoi modi, lo rendeano caro alle persone intelligenti, dimodoché egli traeva diletto dai libri, dalla filosofia e dalle conversazioni – ora ministrando consolazioni agli afflitti, ora abbandonandosi all'espressione di un'innocente ilarità. (cap. XXIII, p. 78)
  • L'Inghilterra valutava l'Africa come una terra che somministrava abbondanza di lavoratori alle sue colonie; e non peraltro. Gli Africani che aveano varcati i trent'anni erano dai trafficanti rigettati come troppo attempati e pochi ne accettavano che non avessero ancor compiuti i quattordici anni. Il numero delle donne non oltrepassava la terza parte del carico, e quelle che superavano gli anni ventidue erano appena stimate degne di essere trasportate. Laonde i navigli negrieri inglesi andavano carichi della gioventù africana. (cap. XXIV, p. 108)
  • [James Edward Oglethorpe] Nato di onorevole lignaggio, consacravasi da fanciullo alla professione delle armi; amico della legittimità per attaccamento ereditario, e per carattere personale, egli era, in una età commerciale, il rappresentante di quella cavalleria senza paura e senza rimprovero, cui una macchia all'onore era una profonda ferita. [...] Tale era Oglethorpe. Leale e bravo; collerico ma pietoso; versato nelle Belle lettere; affabile tanto da sembrare loquace; lievemente vanitoso e millantatore. Sempre pronto a versar sangue anziché tollerare un insulto; ma più pronto ancora ad esporre la propria vita per chi si appoggiava alla sua protezione. (cap. XXIV, p. 157)
  • [James Edward Oglethorpe] Monarchista nello Stato, amico della Chiesa stabilita, pareva anche in gioventù, uno che avesse sopravissuto a' proprii tempî, – una reliquia di un altro secolo, e di una età più cavalleresca – onde mostrare al mondo moderno quante virtù e quanta carità potessero accogliersi nel cuore di un Cavaliere. (cap. XXIV, p. 157)
  • La vita di Oglethorpe prolungavasi fino a circa cento anni, e fin all'ultim'anno di sua vita, veniva esaltato quale «il più bell'uomo mai veduto»; e quale una vera personificazione dell'età venerabile. Le sue facoltà nulla avean perduto della loro lucidezza, né il suo occhio della sua vivacità; «sempre eroico, romantico e pieno dell'antica galanteria», egli potea compararsi al suono della lira, che continua a vibrare, anche dopo trascorso io spirito del secolo che ne agita le corde. Ma siccome egli era l'uomo del passato, non gli fu dato fondare durevoli istituzioni, e dacché non era capace di modellare il futuro, le sue leggi non sopravissero al suo potere. (cap. XXIV, pp. 157-158)

Note[modifica]

  1. Penruddock, villaggio inglese della Cumbria.
  2. Hugh Peter (o Peters) (1598 – 1660), predicatore, consigliere politico e soldato inglese, sostenitore del Parlamento durante la guerra civile.
  3. Sir Henry Vane il Giovane (1613 – 1662), politico e teologo inglese.
  4. Irochesi, popolazione di nativi americani.
  5. Hernando de Soto (1496/1500 – 1542), esploratore e militare spagnolo, morto probabilmente sul fiume Mississippi.
  6. Variante antica di "aumentava".

Bibliografia[modifica]

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