Giuseppe Arnaud

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Giuseppe Arnaud (1808 – 1880), scrittore, storico, critico letterario e librettista italiano.

La crudeltà ne' giuochi[modifica]

Incipit[modifica]

Nel primo quarto del vertente secolo, un filosofo savoiardo il quale, pur tenendosi al tronco di santa Chiesa, non si appagò della comoda dommatica, ma sollevò terribili problemi, con forma incisiva, parola arguta e mordace ironia, Giuseppe De Maistre, per nominarlo, pennelleggiava così a gran tratti la legge universale della morte: «[Soirées de Saiol-Pétersbourg, Lai universelìe de la mori] In ogni grande divisione della specie umana, la morte (il filosofo cattolico evitava di dire la Provvidenza), la morte ha scelto un certo numero d'animali a cui essa commise di divorare gli altri; così vi sono degl'insetti da preda, dei rettili da preda, dei pesci da preda, degli uccelli da preda, e dei quadrupedi da preda. Non vi ha un istante della di lui durata, in cui l'essere vivente non venga divorato da un altro. Superiormente alle numerose razze d'animali è collocato l'uomo, la cui mano struggitrice nulla risparmia di ciò che vive ; esso uccide per nudrirsi, uccide per vestirsi, uccide per ornarsi, uccide per difendersi, uccide persolazzarsi, uccide per uccidere»
Questa triste necessità in cui trovasi l'uomo di uccidere per la propria conservazione, necessità a cui certi individui e certe comunità si sottrassero per desiderio di perfezione, basterebbe da sé ad abbassare le umane superbie, qualora trincerato in una fatale irresponsabilità, l'uomo non uccidesse che per difendersi, per nudrirsi e, passi là, per vestirsi. Ma se egli conferma il proprio abbassamento coll'uccidere per ispasso, coll'uccidere per uccidere, allora non è solo un senso d'umiliazione che prova l'essere razionale, bramoso di ripudiare le brutali tendenze; è il ribrezzo, è la nausea della propria specie.

Citazioni[modifica]

  • L'antichità non ci ha trasmesso che sangue. Quelle prime società presso cui la guerra era condizione abituale, che avevano turbe di schiavi considerati come cose, e tenevano l'immolazione degli esseri viventi come il miglior mezzo di placare e supplicare la divinità, non potevano nei loro più celebrati eroismi gran fatto scostarsi dalla barbarie. (p. 204)
  • I sacrifizi di Abramo e di Jefte, le immolazioni di Antigone, d'Ifigenia, di Polissena, che suggerirono tre bellissime tragedie a Sofocle e ad Euripide, questi esempi tratti dai tempi eroici di due popoli celebri dell'antichità bastino a provare la voluttà del sangue che attribuivasi agli Dei; superstizione codesta che agli uomini non potea consigliare mitezza e giustizia. (p. 205)
  • La filosofia e le arti concorsero fra i Greci a far prevalere la natura morale su la materiale; le arti coll'insoavire i costumi e scacciar la ferocia, la filosofia propagando l'idea che lo spirito sia superiore al corpo. Questa ascendenza progressiva dello spirito sul corpo preparava il mondo al cristianesimo. Il culto del bello conduceva gli uomini al buono, e Socrate e Platone poterono essere chiamati i precursori di Gesù. (p. 206)
  • Il popolo romano, incompetente estimatore del merito letterario, preferiva la pantomima ai drammi, le azioni alle parole, le lotte sanguinose dei gladiatori e delle fiere alle gare delicate dell'ingegno. (p. 207)
  • Niun popolo incivilito ostentò, come il romano, il disprezzo delle angoscie e delle convulsioni della morte. Un giorno si diedero il passatempo prescritto da un oracolo, di sotterrar vivi in mezzo al foro un Gallo ed una Galla. Fecero un altro giorno una pantomima che terminava con una crocifissione, la quale dapprima simulata, divenne poscia reale nella persona del brigante Laureole, di cui parla Marziale. Si rappresentò pure una pantomima in cui un Orfeo in carne ed ossa, attorniato dalle bestie feroci nel circo, veniva straziato da un orso. (p. 210)
  • Toccherebbe ai magistrati, agli educatori, agli scrittori a pigliare dal lato della compassione delle bestie l'educazione del popolo, a destare la sensibilità per que' dolori che non possono parlare. Ma in Italia direbbesi che si abbia vergogna a pensarvi. Vi pensano gli orientali, presso i quali l'umanità verso le creature irragionevoli è virtù comunissima, e noi italiani vorremmo lasciarci vincere in umanità dai turchi? (p. 220)
  • La civiltà è un concetto che si compone di molte idee armoniche tra di esse. Destate nel popolo l'umanità per le bestie, e desterete nel tempo istesso una serie di buoni sentimenti che dormivano sotto l'involucro della rozzezza. (p. 221)
  • La dottrina dei gimnosofisti che Pittagora tolse dall'India, su la religiosa convenienza di una nutrizione esclusivamente vegetale, non ha potuto invalere neppure nell'India stessa. Là dove cresce e moltiplica, è giuocoforza che l'uomo distrugga intorno a sé gli animali. Alcuni hanno ad uccidersi perché nocivi, altri perché fatalmente necessari alla di lui conservazione. (p. 222)
  • Tenace più d'ogni altra nazione in Europa dei propri usi e delle proprie abitudini, la spagnuola ha messo gran parte d'amor proprio nazionale a conservare fra i suoi tradizionali divertimenti la caccia, o, come dicono, la Corrida del toro. Questa sanguinosa giostra in cui il paladino principale, il torero, non ha bisogno di possedere che una robusta massa, servita da grande agilità, per isfidare i colpi del di lui cornuto avversario, come non ha mestieri che d'occhio e di polso fermo per ucciderlo scientificamente dopo averlo estenuato; questa famosa caccia del toro è stata troppo ripetutamente descritta perché i più dei lettori non sappiano che cosa sia. Giuseppe Baretti, Florian, Merimée, Alessandro Dumas, Teofilo Gauthier ed altri diedero delle descrizioni particolareggiate e pittoresche di queste giostre, importate dai mori. (p. 223)
  • L'esercizio della caccia, disse Buffon, fu in tutti i tempi stimato degno di occupare gli ozii degli eroi, perché offre loro nella pace le immagini della guerra. S'abbiano adunque gli eroi le loro occupazioni in tempo di pace. (p. 224)

Explicit[modifica]

La giustizia, l'umanità, la carità non sono cose che abbiano soluzione di continuità nel loro concetto. È una trista necessità il dover fare delle riserve nella loro applicazione a tutti gli esseri viventi. Ma il negare codesta applicazione agli uomini quando si usa agli animali, è una sconvenienza morale che riveste il carattere d'ipocrisia umanitaria, è uno sconcio sguaiato che fornisce un testo specioso di declamazione a coloro che non sanno concepire la civiltà, armonica e compiuta in tutte le sue parti.

Bibliografia[modifica]

  • Giuseppe Arnaud, La crudeltà ne' giuochi, Rivista contemporanea, Volumi 40-41, Torino 1864.

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