Imitazione di Cristo

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Imitazione di Cristo, frontespizio del 1730

Imitazione di Cristo (De Imitatione Christi), testo del XV secolo di anonimo, attribuito tra gli altri a Tommaso da Kempis, Jean Gerson e Giovanni Gersen.

Incipit[modifica]

«Chi segue me non cammina fra le tenebre», dice il Signore.[1] Sono, codeste, parole di Cristo, e ci esortano ad imitare la sua vita ed i suoi costumi, se davvero vogliamo essere illuminati e sciolti da ogni cecità di cuore. Sia dunque nostra cura principale il meditare sulla vita di Gesù Cristo.

[Imitazione di Cristo, traduzione di Carlo Vitali, Superbur Classici, Milano, 1999. ISBN 88-17-86159-6]

Citazioni[modifica]

  • L'insegnamento di Cristo supera di gran lunga tutti gli insegnamenti dei santi, e chi sapesse immedesimarsene troverebbe la manna che vi è nascosta. Ma avviene che molti, non essendo imbevuti dello spirito di Cristo, dalla lettura pur frequente del Vangelo poco sono spinti a desiderarla. Chi invece vuole assaporare in tutta la loro pienezza le parole di Cristo, deve sforzarsi di modellare la propria vita su di lui. (I, I, 2; 1999)
  • Che cosa ti serve disputare intorno ai profondi misteri della Trinità, se poi ti manca l'umiltà, senza la quale non riesci gradito alla Trinità? Proprio così: i discorsi profondi non formano il santo e il giusto: una vita virtuosa, invece, rende l'uomo caro a Dio. Preferisco sentire la compunzione che conoscerne la definizione. (I, I, 3; 1999)
  • Vanità, quindi, il ricercare le ricchezze destinate a perire e porre in esse la propria speranza; vanità, andare a caccia di onori e voler salire in alto; vanità, il correr dietro agli appetiti della carne e bramare ciò che sarà poi duramente espiato; vanità, preoccuparsi solo della vita presente e non pensare affatto a quella futura; vanità, collocare il proprio affetto in ciò che se ne vola via, e non camminare solleciti verso il gaudio che dura eterno. (I, I, 4; 1999)
  • Il desiderio di sapere è connaturale all'uomo: ma che vale la scienza senza il timore di Dio? È più perfetto – senza discussione – un contadino umile che non uno studioso superbo che trascura sé per scrutare il moto degli astri. Chi si conosce bene, fa poco conto di se stesso né si compiace della lode degli uomini. Quand'anche io conoscessi tutto lo scibile del creato, ma non fossi in stato di grazia, che cosa mi gioverebbe davanti a Dio che mi giudicherà secondo la mia condotta? (I, II, 1; 1999)
  • Modera il soverchio desiderio di sapere, perché vi si trova troppo motivo di distrazione e inganno. Chi sa molto, tiene a che lo si sappia e ad essere chiamato dotto. dotto. Ma tante cose vi sono la cui conoscenza conta poco o nulla per l'anima: ed è ben stolto chi volge le sue cure ad altro invece che alle cose che gli giovano per la propria salvezza. (I, II, 2; 1999)
  • Quanto più vasto e più profondo sarà il tuo sapere, tanto più severamente sarai giudicato se non avrai vissuto altrettanto santamente. (I, II, 3; 1999)
  • La più profonda, la più utile delle scienze è la vera conoscenza e il disprezzo di se stesso. Non fare nessun conto di sé e stimar molto e bene gli altri è alta saggezza e grande perfezione. Anche se tu vedessi un altro che pecca palesemente, che si macchia di gravi delitti, non dovresti tuttavia giudicare te migliore di lui, perché non sai fino a quando potrai perseverare nel bene. (I, II, 4; 1999)
  • Ama di non essere conosciuto. (I, II, 15)[2]
Ama nesciri.
  • Chi deve sostenere una lotta più aspra di colui che si sforza di vincere se stesso? E codesto dovrebbe essere il nostro compito: vincere noi stessi, farci di giorno in giorno più forti e progredire sempre più verso il meglio. (I, III, 3; 1998)
  • Oh, con quale rapidità passa la gloria del mondo! (I, III, 6; 1995)
O quam cito transit gloria mundi[3]
  • Si cerchi la verità nelle sante Scritture, non l'eloquenza: ogni sacra Scrittura si deve leggere con lo spirito con cui fu scritta e dobbiamo cercarvi più il nostro vantaggio che non la ricercatezza dello stile. Perciò si devono leggere altrettanto volentieri i libri piani e devoti quanto quelli di profonda speculazione. (I, V, 1; 1999)
  • Spesso ci è d'impaccio nella lettura della sacra Scrittura la nostra curiosità, quando vogliamo indagare e discutere là dove sarebbe bene passar oltre in semplicità. Se vuoi cavarne vantaggio, leggi con umiltà, con semplicità, con fede; e non sorga in te il desiderio di apparire dotto. (I, V, 2; 1999)
  • Non è un male se ti poni più in basso di tutti: ma è invece un gran male se ti preponi anche ad uno solo. La pace va di pari passo con l'umiltà; nell'animo del superbo son di casa invidia e rancore. (I, VII, 3; 1999)
  • Ben maggiore sicurezza si ha nell'essere sottomessi che non nell'aver posti di comando. (I, IX, 1; 1998)
  • Come "il fuoco saggia il ferro" (Eccl 31,31[4]), così la tentazione saggia la virtù di una persona. (I, XIII, 5; 1995)
  • Cerca di usar pazienza nel sopportare i difetti e le debolezze, quali si siano, degli altri; anche tu ne hai tanti e tante che gli altri sono costretti a sopportare. Se non riesci a render te quale vorresti essere, come potresti pretendere che gli altri facciano a piacer tuo? Siam facili noi a voler perfetti gli altri, mentre poi non sappiamo correggerci dei nostri difetti! (I, XVI, 2; 1998)
  • Quale sia il grado di virtù di ciascuno risulta più evidente nei casi delle avversità, casi che non rendono fragile l'individuo, ma ne manifestano la resistenza. (I, XVI, 4; 1998)
  • L'uomo propone, ma chi dispone è Dio. (1995)
L'uomo propone ma Dio dispone. (I, XIX, 9)[5]
Homo proponit, sed Deus disponit.
  • Soltanto colui che vive volentieri appartato sa stare con sicurezza tra la gente; soltanto colui che ama il silenzio può parlare con sicurezza: soltanto colui che sta soggetto di buon animo sta in alto con sicurezza; soltanto chi ha bene imparato ad obbedire è sicuro nel comando; soltanto chi ha la testimonianza di una buona coscienza gode di vera letizia. (I, XX, 2; 1998)
  • Nella cella troverai ciò che fuori molto spesso perderai; la cella diventa dolce quanto più vi si sta; se mal custodita, viene a noia. (I, XX, 5; 2011)
In cella invenies, quod deforis saepius amittes. Cella continuata dulcescit, et male custodita taedium generat.
  • Lieta uscita procura spesso triste ritorno; lieta veglia notturna rende triste il mattino: così ogni gioia terrena è dolce al principio, ma in fine morde ed uccide. (I, XX, 7; 1998)
  • Una abitudine si vince con una abitudine. (I, XXI, 2; 1998)
  • Quando un oggetto sia tolto dinanzi gli occhi, presto passerà anche dalla mente. (I, XXIII, 1)[6]
Quum autem sublatus fuerit ab oculis, etiam cito transit e mente.
  • Conserva anzitutto te stesso nella pace: solo allora potrai portare la pace agli altri. L'uomo sereno giova più che un uomo dotto; quello non equilibrato anche dal bene cava il male ed è facilmente indotto a credere il male, mentre l'uomo sereno e buono sa piegare tutto al bene. (II, III, 1; 1998)
Sii in pace con te stesso, e potrai allora portare la pace fra gli altri. (1995)
  • Saper conservare la serenità quando si deve vivere con persone dure e malvage, con gli indisciplinati e con i contradicenti, questa è grande grazia, azione coraggiosa e degna di molta lode. (II, III, 2; 1998)
  • Quando Gesù è presente tutto piace, niente è difficile; quando Gesù è assente tutto riesce gravoso; quando Gesù non ci parla dentro nessuna consolazione ha valore; ma dica Gesù una sola parola e si assapora tosto immenso conforto. (II, VIII, 1; 2011)
  • Se poi la porti di buon animo, la croce porterà te e ti sarà guida alla meta desiderata, dove cioè avrà fine il patire: ma non sarà in questa vita. (II, XII, 5; 1998)
  • Combatti virilmente e sopporta pazientemente. (III, XIX, 16)[7]
Certa viriliter, substine patienter.
  • Tra i due mali occorre sempre scegliere il minore. (1995)
Fra due mali, bisogna sempre scegliere il minore. (III, XII, 6)[8]
De duobus malis, semper minus est eligendum.
  • La ragione dell'uomo è debole e può essere tratta in inganno; la vera fede non lo può, mai. (IV, XVIII, 4; 1999)

Citazioni sull'Imitazione di Cristo[modifica]

  • In fatto di consolazione, abbiamo soltanto due libri fondamentali: i Pensieri dell'imperatore romano e l'Imitazione. È impossibile non preferire la desolazione del primo, nonostante le promesse del secondo. (Emil Cioran)
  • Questo libro, il più bello che sia uscito dalla mano dell'uomo, dappoiché l'Evangelo non ha origine umana. (Bernard le Bovier de Fontenelle)

Note[modifica]

  1. Cfr. Gesù, Vangelo secondo Giovanni: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
  2. Citato in Fumagalli, p. 74, § 273.
  3. Da qui deriva la celebre locuzione «Sic transit gloria mundi», utilizzata in occasione della nomina di ogni nuovo papa. Vedi la voce su Wikipedia.
  4. 31,26 secondo la numerazione oggi prevalentemente in uso; cfr. Siracide: «La fornace prova il metallo».
  5. Citato in Fumagalli, p. 125, § 424.
  6. Citato in Fumagalli, p. 14, § 42.
  7. Citato in Fumagalli, p. 95, § 341.
  8. Citato in Fumagalli, p. 482, § 1424.

Bibliografia[modifica]

  • Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921.
  • Imitazione di Cristo, traduzione di Carlo Vitali, Fabbri, 1998.
  • Imitazione di Cristo, traduzione di Carlo Vitali, Superbur Classici, Milano, 1999. ISBN 88-17-86159-6
  • Gersenio?, L'imitazione di Cristo, a cura di Sabrina Ceccarelli, Guaraldi, 1995.
  • Imitazione di Cristo, traduzione di Carlo Vitali, BUR, 2011. ISBN 885860508X (Anteprima su Google Libri)

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