L'angelo bianco (film 1955)

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L'angelo bianco

Descrizione di questa immagine nella legenda seguente.

Yvonne Sanson nel doppio ruolo di Lina e suor Addolorata

Titolo originale

L'angelo bianco

Lingua originale italiano
Paese Italia
Anno 1955
Genere drammatico, sentimentale
Regia Raffaello Matarazzo
Soggetto Raffaello Matarazzo, Giovanna Soria, Piero Pierotti
Sceneggiatura Aldo De Benedetti, Raffaello Matarazzo, Giovanna Soria, Piero Pierotti
Produttore Goffredo Lombardo
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali


L'angelo bianco, film italiano del 1955 con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, regia di Raffaello Matarazzo.

È il seguito de I figli di nessuno (1951).

Incipit[modifica]

Il tempo lenisce ma non cancella il dolore.
Dopo la tragica morte del piccolo Bruno, il figlio di nessuno, Luisa entrata in convento, cerca nella preghiera la pace.
Il ricordo della sua creatura, perduta per sempre, è più che mai vivo nel suo cuore di madre. (Testo a schermo)

Frasi[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Non possiamo andare avanti in una finzione che non riesce più a salvare nemmeno le apparenze e che finirebbe per portarci alla disperazione. (Guido) [a Elena]
  • Reagire? Riprendermi? Ma per chi, perché? A che scopo? Sono solo ormai, solo con questi atroci ricordi, con questi rimorsi. (Guido)
  • Dimenticare il passato? È facile a dirsi! Si spera, ci si illude di essere riusciti a dimenticare... e poi all'improvviso il passato ritorna, ti riprende e ti distrugge anche quel poco di energia che sei riuscito a ritrovare. (Guido)

Citazioni su L'angelo bianco[modifica]

  • L'angelo bianco raggiunge il suo scopo: far versare lacrime. Gli interpreti fanno del loro meglio per dare ai personaggi alquanto inverosimili qualche verosimile accento. Ma c'è anche una dimensione fantastica [...] che gli dà un tono insolito. (il Morandini)
  • Siamo in pieno clima "fantastico". La doppia parte interpretata da Yvonne Sanson non può non ricordare uno dei capolavori del cinema fantastico e cioè Vertigo di Alfred Hitchcock (cineasta con cui Matarazzo ha più di un punto in comune, se non altro per la capacità di ridurre a puro lessico gli elementi canonici del genere). [...] Il finale del film è addirittura surreale. Dal neorealismo siamo giunti all'espressionismo, dalla logica al delirio. (Adriano Aprà)

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