Maxence Van der Meersch

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Maxence Van der Meersch (1907 – 1951), scrittore francese.

Perché non sanno quello che fanno[modifica]

Incipit[modifica]

Arrivai al Mont– Noir. quell'anno, prima dell'epoca abituale delle vacanze.
Un attacco di appendicite mi aveva obbligato ad interrompere i miei corsi al collegio di Armentières dove sono professore di lettere. E quando lasciai la clinica dove mi avevano sbarazzato di un accessorio viscerale ingombrante e, pare, totalmente supefluo, giudicai inutile riprendere le lezioni che le vacanze avrebbero nuovamente interrotte quindici giorni più tardi. I medici, d'altronde, mi raccomandavano il riposo e vita all'aperto.

Citazioni[modifica]

  • Tutte le glorie defunte di questo mondo non valgono, dicono, un cane in vita... (p. 37)
  • Ho avuto fede nelle armi che possedevo: denaro, salute, sapienza. Ed ora non credo più in nulla. (p. 38)
  • Il bel romanzo non deve essere la storia di un'eccezione. Deve essere un brano della vita di tutti i giorni, in cui ognuno si riconosca, e che tuttavia insegni agli uomini qualche cosa che non tutti vedevano. (p. 42)
  • Ciò che muore per primo in noi, è l'entusiasmo, la possibilità di inebriare se stesso, di perdere la ragione; la fredda saggezza. (p. 64)
  • Le ragazze del popolo sono fatte per divertirsi. Bisogna prenderle come trastulli. (p. 70)
  • La calma sconcerta la collera. (p. 73)
  • Ci si crede liberi, perché si è, nell'esistenza, come un pallone nell'aria, indipendente in apparenza in mezzo alla tempesta che non si sente, ma portati via da lei senza resistenza possibile. (p. 88)
  • L'uomo crea a se stesso mille necessità che gli fanno una vita da schiavo. Ma quanto agevolmente, liberamente, si potrebbe vivere, se si rigettasse quella somma enorme di bisogni artificiali che pesa su di noi, che ci condanna ai lavori forzati! (p. 95)
  • Non vi è un fanciullo, non un uomo forse, che non abbia in fondo sognato di essere un Robinson, e, se non di vivere solitario in un'isola deserta, almeno di rifare lui stesso, ripartendo dalla fonte, i propri alimenti e i propri abiti. (p. 96)
  • Non vi è nulla di più crudele, di più cattivo, che un uomo che non ama più o che crede di non amare più. (p. 111)
  • L'amore non dura che un tempo. È funzione diretta di un potenziale di desiderio, è un fuoco di paglia che arde forte e si spegne presto. (p. 114)
  • Capii che l'amore era ben ciò che dice la banale romanza, esattamente come il lamento di un Musset: "Una povera cosa che passa". (p. 115)
  • Non si dovrebbe mai guardare i vecchi ritratti. Anzi, non si dovrebbe mai farsi fare un ritratto. Gli anni passano, e un bel giorno si hanno così dei testimoni dolorosi della propria giovineza, del tempo passato... (p. 118)
  • [...] la letteratura e le arti tendono troppo a semplificare l'uomo ai nostri occhi, a mostrarlo più logico di quanto sia. Ma la vita di tutti i giorni, se la si capisce bene, ci proverebbe che siamo degli esseri profondamente illogici. (p. 127)
  • [L'uomo] L'amore lo desidera quando non lo conosce, lo maledice quando lo conosce, lo rimpiange quando lo perde. La gloria? La fortuna? Si esaurisce per la loro conquista, e le trova puerili come un ninnolo, quando le tiene in mano. (p. 128)
  • Cercate, ricamate e, soprattutto, componete. Non arriverete a nulla se racconterete le cose tali quali sono. In un romanzo, un uomo sa sempre ciò che vuole. (p. 129)
  • Nel paese dei ciechi, gli orbi non sono re, sono pazzi. Ricordate quel bel racconto di Wells, che si intitola precisamente Il paese dei Ciechi?. In quel paese è giunto un veggente. Lo si considera come un ammalato e non vi sarebbe che l'ablazione degli occhi, pensano intorno a lui, per guarirlo. Ebbene, se credete in me, sarete come un veggente in mezzo ai ciechi. Ma vi tratteranno da pazzo, perché avrete capito che l'uomo è doppio e si guarda vivere senza potere agire in nulla sulla propria condotta... Egli subisce il suo destino, non lo fa. (p. 130)
  • Se mai mi utilizzate in un libro, romanzate, romanzate! Se no, tutto odorerebbe di morte, dalla A alla Z. (p. 133)
  • Io, è da quando amo, che ho paura della morte. (p. 155)
  • La sollevai nelle mie braccia, le versai un cucchiaio d'acqua nella bocca. Non le fu possibile ingoiarlo. Il liquido colò dalle sue labbra. Ma lo sforzo che aveva fatto, l'aveva ricondotta a se stessa. Mi riconobbe. Vidi nel suo sguardo un'ultima preghiera, sulle sue labbra la parola "perdona", che tentava di bisbigliare. E morì, così, l'innocente, tentando di chiedermi perdono... (p. 202)

Bibliografia[modifica]

  • Maxence Van der Meersch, Perché non sanno quello che fanno (Car ils ne savent ce qu'ils font...), traduzione di Carlo Boccara, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.

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