Paul Klee

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Paul Klee, 1911

Paul Klee (1879 – 1940), pittore tedesco.

Citazioni di Paul Klee[modifica]

  • [Su Genova] Case alte, fino a tredici piani, vie strettissime nella città vecchia, fresche e maleodoranti, di sera una fitta folla, durante il giorno quasi solo bambini. I loro panni sventolano come bandiere di una città in festa. Cordicelle tese da una finestra a quella di fronte. Durante la giornata sole pungente in quelle viuzze, riflessi metallici del mare, dovunque una luce abbagliante. Con tutto questo, le note di un organetto, un mestiere pittoresco. Attorno bambini che ballano. Il teatro nella realtà. Ho portato molta malinconia oltre il San Gottardo. Dioniso non ha effetti semplici su di me.[1]
  • In questo mondo io sono del tutto incomprensibile. Perché vivo in uguale misura con i morti e con quelli che non sono ancora nati.[2]
  • L'arte non deve riprodurre il visibile, ma renderlo visibile.[3]
  • L'occhio segue le vie che nell'opera gli sono state disposte.[4]
  • Nessuno si riconosce in noi e noi siamo avulsi da tutti.[5]
  • Veduto Leonardo non si pensa più alla possibilità di fare molti progressi.[6]

Citazioni su Paul Klee[modifica]

  • C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso, è questa tempesta. (Walter Benjamin)
  • Sulla pietra tombale di Klee, a Basilea, è incisa una frase tratta dal suo diario: «In questo mondo io sono del tutto incomprensibile. Perché vivo in uguale misura con i morti e con quelli che non sono ancora nati». Scrisse che l'arte trascende l'oggetto, sia quello reale sia quello immaginario. Più d'ogni altro scrittore modernista intuì che i simboli e i messaggi dell'arte non avrebbero trovato un pubblico in grado di recepirne il significato. E in una conferenza tenuta nel 1924 ma pubblicata postuma («Sull'arte moderna»), pronunziò parole dettate da un profondo pessimismo: Uns trägt kein Volk («Nessuno si riconosce in noi e noi siamo avulsi da tutti»). Il dilemma dell'arte moderna è più manifesto nell'opera sua che in quella di qualsiasi altro pittore. (Walter Laqueur)

Note[modifica]

  1. Diario italiano (ottobre 1901-maggio 1902), in Diari 1898-1918, Il Saggiatore, Milano, 2010, p. 64. ISBN 9788856501667
  2. Da Diari, Laqueur, pp. 217-218
  3. Citato in Focus, n. 60, p. 185
  4. Da Pädagogisches skizzenbuch
  5. Da Sull'arte moderna, Laqueur, p. 218
  6. Da Diari

Bibliografia[modifica]

  • Walter Laqueur, La Repubblica di Weimar, traduzione di Lydia Magliano, Rizzoli, Milano, 1977.

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