Jirō Taniguchi: differenze tra le versioni

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{{Int|Dall'intervista di Stéphane e Muriel Barbery|Realizzata a Tokyo nell'aprile del 2007, traduzione dal giapponese di Corinne Quentin, traduzione dal francese di Giovanni Zucca, in Jirō Taniguchi, ''La montagna magica'', Rizzoli Lizard, Milano, 2009. ISBN 978-88-17-03131-8}}
*Non ne sono del tutto consapevole, ma quando costruisco le mie storie ho bisogno di creare come degli ostacoli, una sorta di muro che i personaggi incontrano e devono oltrepassare. Invece che una strada tutta dritta e ben tracciata, trovo necessario che ci sia una specie di montagna da scalare. Voglio che, superandola, il personaggio progredisceprogredisca, maturamaturi. (p. 74)
*La [[malinconia]] mi sembra una sorta di cura per mantenere l'equilibrio spirituale. [...] tra i sentimenti umani è quello che a me sembra più sottile, inafferrabile, e senza dubbio più prezioso. [...] È il motivo per cui, secondo me, lo stato [[Depressione|depressivo]] non è assolutamente negativo e penso anzi che sia necessario, che porti alla riflessione e alla calma. Un'[[euforia]] permanente sarebbe troppo faticosa. Penso che si debba sempre mantenere questa sorta di interstizio, di vuoto, nel proprio spirito, nel proprio cuore. (p. 75)
*Io considero la [[morte]] parte della vita ed è per questo che, parlando della vita, mi viene da parlare anche della morte. Personalmente, l'esperienza che fino a oggi ho avuto della morte riguarda quella degli animali che tenevo con me. [...] Non riuscivo ad accettarlo: mi domandavo perché gli esseri viventi dovessero morire. E poi, poco a poco, ritorna la calma. Perché il cervello umano (come forse quello degli animali) ha anche la capacità di dimenticare. Allora ci si può nuovamente dire che ciò che è importante è vivere, che il nostro è un tempo prezioso. Credo che la morte insegni a vivere, e che la facoltà di dimenticare sia un elemento importante in questo meccanismo. (p. 77)
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