Una carezza per guarire

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Una carezza per guarire: la nuova medicina tra scienza e coscienza, saggio del 2005 di Umberto Veronesi e Mario Pappagallo.

Incipit[modifica]

La domanda non riguarda solo l'Italia ma tutto il mondo occidentale: come si può organizzare un servizio sanitario nazionale moderno che sia impostato a esclusivo favore del cittadino e privo di oneri (almeno per le classi più disagiate)? E che sia in grado di offrire sempre, a tutti, il massimo delle conoscenze mediche, delle tecnologie e delle terapie?

Citazioni[modifica]

  • Empatia vuol dire immedesimazione, fare propri i bisogni del malato, i suoi problemi, la sua sofferenza. (p. XV)
  • Il dolore va curato sempre, anche dopo un banale intervento chirurgico, ma soprattutto quando la medicina non è più in grado di guarire. Un malato terminale può continuare a vivere in modo decoroso se la qualità della vita è accettabile e priva di sofferenze fisiche. La morfina, per esempio, annulla veramente il dolore, ai dosaggi efficaci non crea assuefazione né intontimento, e rispetto agli antinfiammatori tanto prescritti in Italia (purtroppo come antidolorifici, anche se talvolta non lo sono), non ha effetti collaterali. Il medico lo sa, ma non sempre la prescrive o la somministra: invita il paziente a sopportare ancora un po'... ancora un po'. A volte fino alla morte. (p. 39)
  • Il medico è moralmente chiamato a curare il dolore, è obbligato a prendere subito provvedimenti. Non è possibile lasciar soffrire in ospedale le persone in modo inumano, prendere tempo con la sciagurata e ben nota frase: «Cerchi di resistere, è meglio aspettare, questi farmaci danno dipendenza» o, detto dagli infermieri: «Non posso darle nulla senza ordine del medico». Il più delle volte, dopo tante disperate richieste, al malato viene somministrato un medicinale insufficiente per sedare il vero dolore e con pesanti effetti collaterali, ben più importanti di quelli causati dalla morfina o dagli oppioidi. (pp. 45-46)
  • È indispensabile curare il dolore a tutti i livelli e a tutti gli stadi di una malattia. Basterebbe questo a sedare l'angoscia in un malato terminale, a non invocare una fine anticipata della propria esistenza. La richiesta di eutanasia si ridurrebbe, senza dubbio. (p. 46)
  • Interessante [...] il fatto che Dio alla fine premia Giobbe, che pure si era ribellato, e redarguisce invece i tre amici di Giobbe, che avevano cercato di convincerlo che la punizione divina cui era sottoposto era probabilmente dovuta a qualche suo cattivo comportamento. Ma Dio sapeva che questa non era la ragione e con la punizione dei tre amici voleva sottolineare che il potere di Dio è assolutamente imperscrutabile. (p. 81)
  • Tipica malattia dei Paesi del benessere, l'anoressia in sostanza è il rifiuto di vivere, anche se gli ammalati non se ne rendono conto. (p. 91)
  • L'indolo-tre-carbinolo, una sostanza che si trova nei cavoli e in vegetali affini, rappresenta un potente scudo contro alcuni tumori femminili. Sono verdure poco costose e andrebbero mangiate tutti i giorni anche se, molto probabilmente, non a tutti piace il sapore del cavolo. (p. 100)
  • Il rapporto alimentazione-tumore è stato studiato in modo approfondito dai ricercatori di tutto il mondo, partendo dalla constatazione della notevole differenza di tumori che si riscontra nelle varie popolazioni. [...] La conclusione che si può trarre è che il tumore è senz'altro una patologia in minima parte dovuta a fattori costituzionali, genetici o etnici, perché altrimenti non subirebbe questi mutamenti statistici in base all'ambiente in cui si vive. Ma con altrettanta evidenza l'aria che si respira, le abitudini di vita e la qualità dei cibi incidono in maniera determinante sull'insorgenza del cancro. (pp. 103-104)
  • [...] le proteine animali sono molto meno vantaggiose per il nostro organismo di quelle derivate da fagioli, piselli e così via. (p. 105)
  • Frutta e verdura tutti i giorni, quindi. Ma in quali quantità? I vegetali ci proteggono dal cancro: contengono numerose sostanze preziose (vitamine, antiossidanti, sali minerali) che svolgono una funzione di scudo molto efficace. Bisogna mangiarne almeno cinque porzioni al giorno: tre di verdura e due di frutta. (p. 105)
  • I radicali liberi, i veri nemici da contrastare, sono molecole particolari che si formano continuamente nell'organismo come «scarto» del metabolismo di quell'«apparato industriale» che è il corpo umano a cominciare dalle cellule. I radicali liberi rischiano di danneggiare i tessuti, il Dna stesso, con un'azione ossidante, mutagena a livello di membrana e di nucleo delle unità cellulari. Sono fortemente implicati nella genesi del cancro e le vitamine, «spazzine» di questi scarti tossici, diventano automaticamente dei fattori protettivi. (p. 106)
  • Tutte le cellule e gli organi risentono dello squilibrio di peso, soprattutto se travalica in quella vera e propria malattia (multipatologia) che è l'obesità. Anche il cancro trova terreno fertile in un soggetto con eccesso di grassi corporei. Il 31 per cento delle donne italiane è ben al di sopra del proprio peso forma, ed essere troppo pesanti vuol dire far lievitare il rischio di cancro al seno, all'endometrio [...] e al collo dell'utero. Quindi, va tenuto assolutamente sotto controllo il peso, e in caso di sovrappeso e obesità non basta correggere le abitudini alimentari ma va aggiunta una dose quotidiana di attività fisica; anche questa di per sé protettiva verso quasi tutte le malattie. (p. 109)
  • Fortunati, quindi, i vegetariani: le proteine vegetali sono infatti veri e propri «farmaci» protettivi contro molte malattie. Bisogna abituarsi a mangiare proteine verdi e vitamine naturali fin da giovani: credetemi, i risultati nel tempo sono garantiti. (p. 112)
  • Tra i vari movimenti di pensiero che in questi ultimi decenni hanno proposto al mondo civile nuove concezioni morali e sociali, uno dei più incisivi è certamente quello che sostiene un rapporto diverso tra uomo e natura. L'obiettivo finale consiste nel convertire la tradizionale cultura antropocentrica, che vede la natura asservita incondizionatamente ai bisogni della specie umana, in una cultura che potrebbe essere definita ecocentrica o naturocentrica o solidaristica. L'uomo è collocato nel contesto naturale come una delle tante componenti e la natura è la grande madre da cui uomini, piante e animali sono stati generati. Pertanto l'amore per l'ambiente non dovrebbe essere solo quello, sottilmente egoistico, che mira a valorizzarlo e a migliorarlo per rendere la vita più piacevole e più sana, ma è un dovere, un imperativo morale di rispetto quasi sacrale per madre natura che crea e nutre tutte le specie, quella umana compresa.
    In questo contesto si pone la corrente filosofica che estende molti princìpi etici consolidati per la specie umana (per esempio «non uccidere») anche al mondo animale. Si tratta di un'operazione molto ardita che ha già riscosso innumerevoli consensi e che ha condotto, tra l'altro, alla nuova definizione di «specismo» per descrivere quegli atteggiamenti di sopraffazione che caratterizzano il tradizionale comportamento dell'uomo nei confronti degli animali, un atteggiamento non dissimile da quello tipico del razzismo [...]. (pp. 187-188)
  • È ormai chiaramente dimostrato che molti animali delle specie più evolute non solo sono sensibili al dolore fisico, ma conoscono anche sensazioni di sofferenza, di gioia, di paura, di competizione, di gelosia e possono soggiacere a varie forme di stress, di nevrosi e persino a forme depressive. Gli animali non possono parlare (anche se molti primati hanno imparato alcuni elementi del linguaggio umano) e non è possibile quindi quantificare l'entità delle loro sensazioni. Tuttavia attraverso il linguaggio non verbale (lo stesso che si riscontra anche tra gli uomini) fatto di gesti, di movimenti e di sguardi possiamo decifrare e valutare le loro condizioni neuropsichiche. (p. 189)
  • Qualcuno, a un convegno sulla sperimentazione animale, chiese spiritosamente al pensatore australiano Peter Singer, professore di filosofia e direttore del Centro di bioetica dell'Università di Melbourne: «Perché i maiali dovrebbero avere dei diritti e la lattuga no?»
    Singer usò gli stessi argomenti con cui ha conferito autorevolezza al movimento animalista negli ultimi anni: «Perché gli animali soffrono, sia fisicamente se gli si fa del male, sia psicologicamente se gli vengono negati alcuni diritti "naturali": il loro habitat, la loro vita sociale, la loro prole». Problemi che la lattuga non ha... (pp. 189-190)
  • Proviamo a sintetizzare perché per molti il principio dell'eguaglianza tra uomini e animali non è accettabile:
    1. [...] Gli esseri umani hanno una complessa struttura neuropsichica che li porta a soffrire enormemente di più di quanto soffrirebbe un animale in circostanze simili.
    2. Tra gli uomini esiste un dolore e una sofferenza indotta [...] che non è esistente, o è minima, nella gran parte degli animali a causa della loro rudimentale struttura affettivo-sociale.
    3. La coscienza e consapevolezza della propria esistenza, e del proprio futuro, porta gli uomini, in caso di sofferenza, a condizioni di angoscia che gli animali non possono provare [...].
    4. Gli animali sono aggressivi tra di loro [...]. Perché rispettare regole che gli animali per primi non rispettano?
    5. Esiste una legge naturale, darwiniana, secondo la quale il più forte e il più intelligente ha la meglio sul più debole [...]. L'uomo [...] farebbe bene, proprio per rispetto alle leggi naturali, a non cambiarla.
    I nuovi filosofi rispondo a queste obiezioni in modo semplice e, nel complesso, convincente. Riguardo ai primi tre punti si fa notare che anche nella specie umana vi sono condizioni [...] il cui livello di elaborazione psichica della sofferenza e di capacità di percezioni esistenziali e di angoscia sono nulle o minime (neonati, ritardati [...]) ma nessuno riterrebbe tali condizioni sufficienti per uccidere questi esseri o per usarli per esperimenti.
    Alla quarta obiezione si risponde che proprio questi comportamenti sono quelli che vengono definiti «bestiali» e che certamente non vanno presi come guida morale (Singer). Inoltre, gli animali spesso non sono in grado di considerare possibili alternative e soprattutto non hanno princìpi etici sul modo di alimentarsi. Per quanto riguarda l'ultimo punto, è facile obiettare innanzitutto che è sbagliato pensare che il consumo di animali [...] sia parte del disegno evolutivo naturale. In secondo luogo, quand'anche lo fosse, sarebbe giusto correggere, come si è fatto in molte altre circostanze, una legge naturale ingiusta e iniqua. (pp. 190-191)
  • [...] fino a che punto è necessario il ricorso agli animali per la ricerca e quando invece si può ricorrere a metodi alternativi? I fatti sono eloquenti: negli ultimi anni gli scienziati stessi hanno messo a punto metodi che non fanno uso di animali. [...] Nel complesso l'uso di animali per la ricerca biologica è in netta diminuzione ovunque, sia per la pressione dei movimenti antivivisezionisti sia, soprattutto, per la presa di coscienza da parte degli uomini di scienza più illuminati di un problema nuovo che si inserisce nelle concezioni etiche più avanzate [...]. (pp. 195-196)
  • Chi è sensibile ai problemi della sofferenza negli animali di laboratorio, come può restare insensibile davanti al trattamento crudele cui sono sottoposti gli animali di allevamento? Sono ormai considerati «macchine di trasformazione» di una merce a costo noto (i mangimi) in un'altra (la carne) il cui prezzo deve essere remunerativo al massimo, detratte le spese di allevamento che devono risultare contratte al minimo. Se nell'usare, sia pure con tante cautele e con la necessaria salvaguardia dal dolore fisico, i piccoli roditori per un esperimento biologico si può essere colti da crisi di coscienza, che cosa dire del modo con cui i più elementari princìpi di solidarietà con il mondo animale vengono calpestati come nel caso degli allevamenti? Anche la pratica della macellazione risveglia un senso di ripugnanza nel vedere come l'animale viene inizialmente solo stordito per poi essere sgozzato in modo che la morte avvenga per dissanguamento [...], affinché la sua carne prenda quel colorito bianco che piace tanto agli italiani. Quanti ragazzi allora, dopo aver firmato all'uscita dalla scuola le petizioni contro la vivisezione, arrivati a casa si avventano sul piatto di carne tenera che la mamma ha premurosamente preparato? [...] Le statistiche sono drammaticamente chiare: davanti all'esercito di antivivisezionisti vi sono solo pochi sparuti drappelli di vegetariani. (pp. 198-199)
  • Il movimento animalista ha, comunque, molti meriti, tra cui quello di avere imposto precisi limiti alla sperimentazione animale. È passato ormai il principio di massima che «l'assenza di dolore, di angoscia e anche di semplice disagio animale è da considerare ― come ha scritto nel 1997 il Comitato nazionale per la bioetica ― un fattore essenziale per quanto attiene la buona condotta della ricerca sull'animale e pertanto è sempre da perseguire». E quando non è possibile? Bisognerà incrementare le tecniche alternative. [...] Sempre di più le colture cellulari vanno sostituendo le cavie animali. E ormai anche le riviste scientifiche rifiutano le pubblicazioni di studi che comportino maltrattamento di animali, soprattutto quando non appare necessario ai fini delle conoscenze. Quando si sconfina nella futilità, e quindi in un certo senso in una sorta di sadismo, la condanna è unanime. (pp. 199-200)

Bibliografia[modifica]

  • Umberto Veronesi con Mario Pappagallo, Una carezza per guarire: la nuova medicina tra scienza e coscienza, Sperling & Kupfer, Milano, 2005. ISBN 88-8274-791-3