Nico Perrone
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Nico Perrone (1935 – vivente), saggista, storico, docente universitario, giornalista italiano.
[modifica] Mattei il nemico italiano
- In queste pagine ho pubblicato documenti e testimonianze che attestano l'immane disturbance strategico-politica creata da Mattei, che si aggiungeva a quella, da tempo assai nota, che si esplicava nel campo degli affari petroliferi. Il quadro d'insieme: non una spiegazione diretta del fatto. [...] Nel quadro ho [...] collocato indizi e moventi; alcuni dei quali muniti del crisma dell'ufficialità e sorretti da carte che introducono inquitanti elementi di novità rispetto al quadro sinora noto. (p. 216)
- Forse perché avevo vissuto il clima dell'ENI, prima e dopo la morte di Mattei, ero anch'io in fondo convinto che quell'aereo fosse caduto per cause accidentali. Con tale spirito mi sono accinto a scrivere questo libro, convinto perciò che non dovesse contenere proprio questo capitolo conclusivo. I documenti e le tesimonianze che ho raccolto mi hanno tuttavia fatto mutare parere. (pp. 219-219)
[modifica] Il dissesto programmato
- Al termine della settimana di Camaldoli vengono formulati diversi sintetici "enunciati". Essi furono successivamente sviluppati in un'articolata elaborazione teorica, consistente in 99 "principi", nota come Codice di Camaldoli, la cui elaborazione si protrasse dal settembre 1943 al maggio 1944. Essa fu, in "varia guisa", guidata da Ludovico Montini, Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni. (p. 6)
- Proprio nel Codice di Camaldoli vennero a delinearsi quelle modalità dei nuovi interventi dello stato destinati a concretarsi, in anni successivi, in due singolari enti di gestione, l'ENI e l'EFIM, e in generale in una funzione nuova – più d'intervento sociale che di conduzione secondo regole di mercato – delle partecipazioni statatli. (p. 7)
- Il Codice di Canmaldoli influenzò i programmi e l'azione della Democrazia Cristiana dal dopoguerra fino ad anni a noi più vicini, non solo attraverso i suoi esponenti politici di sinistra ma, all'inizio, persino attraverso i settori moderati. (p. 8)
- Ci furono un momento teorico, lungo, importante e ricco di intuizioni assai avanzate; una prima applicazione politica dell'elaborazione teorica che si svolse all'incirca nel primo decennio del dopoguerra e comportò radicali e positive rotture; e infine un'appropriazione, nella pratica politica più deteriore, di quel complesso quadro teorico e delle sue prime realizzazioni, fino a perdere il controllo della situazione, a tradire le premesse ideologiche e a condurre verso esiti disastrosi l'intero sistema delle partecipazioni statali. (pp. 8-9)
[modifica] La morte necessaria di Enrico Mattei
- Tutte le ipotesi avanzate sulla morte di Mattei erano focalizzate su aspetti particolari, anche assai rilevanti, ma il loro limite era di aver trascurato il quadro politico generale su cui maggiormente aveva pesato la presenza devastante di Mattei. [...] Ma trascuravano del tutto la prospettiva delle grandi alleanze che reggono l'equilibrio del mondo, che neppure le insofferenze di stati potenti [...] avevano mai seriamente messo in discussione. Così sottovalutando di molto lo stesso Mattei – che gli americani invece avevano dimostrato di conoscere nel suo peso reale – e perdendo una traccia per capirne la fine. (pp. 28-29)
[modifica] De Gasperi e l'America
- L'aspetto più inquiteante di tutta la vicenda potrebbe essere invece del tutto opposto a quello finora insinuato. Esso consite – semmai – proprio nel fatto che non si può dimostrare che De Gasperi avesse trattato l'estromissione dei comunisti dal governo. Un simile argomento, per quanto paradossale, potrebbe prestarsi a sessere frainteso, dando l'impressione che chi lo avanza auspicasse una simile ingerenza americana. Non si tratta di questo. Voglio invece dire che il limite e l'insuccesso della missione a Washington del presidente del consiglio consisterebbe proprio nella incapacità di De Gasperi di portare i suoi interlocutori su temi politici: in quest'ottica, persino la questione della composizione del governo sarebbe stato un tema significativo, rispetto alla modestia delle questioni economiche sollecitate, e neppure risolte. (pp. 72-73)
[modifica] Obiettivo Mattei
- Non posso [...] nascondere l'impressione che, molto di quanto ha ruotato intorno alla vita e alla morte di Mattei, lo si vorrebbe lasciare avvolto nella retorica della leggenda, ma coperto da una protezione inviolabile. (p. 18)
- Il mercato petrolifero era dominato in modo incontrastato dalle "sette sorelle", le quali, pur non essendo legate da un accordo di cartello, si consultavano per dividersi zone di approvvigionamento e mercati, e soprattutto per determinare prezzi e condizioni di acquisto in modo da mantenere una sostanziale condizione di oligopolio. L'Italia [...] non aveva alcun peso in questo mercato. Se le cose fossero rimaste in quei termini, lo sviluppo italiano sarebbe stato fortemente dipendente. Il disego di Mattei – sostenuto, con uno strappo alla sua politica, fortemente subordinata agli Stati Uniti, da De Gasperi – concepì la grande holding petrolifera nazionale dell'ENI, che egli dotò, anche attraverso i controllati stabilimenti del Nuovo Pignone, di tecnologia italiana di avanguardia. L'Italia era divenuta capace d'influire sulle condizioni di acquisto, sui prezzi e gli approvvigionamenti del petrolio sul mercato mondiale. (p. 222)
[modifica] L'Italia atlantica
- La grande DC centrista fu la vera realizzazione di De Gasperi. Non era un corpo compatto, anche allora, il partito cattolico. Vi convivevano ispirazioni e forze diverse, da una destra estrema a una sinistra integralista, ma con venature di classe. Nella DC De Gasperi aveva neutralizzaro sia la destra, che su pression vaticane avrebbe voluto allearsi con neofascisti e monarchici nelle elezioni amministrative di Roma del 1952, sia la sinistra, che avrebbe voluto invece recuperare un rapporto di collaborazione con PCI e PSI nella realizzazine di un programma di impegno sociale. (p. 9)
[modifica] Il manifesto dell'impero americano
- Se si considera che le grandi nazini hanno impiegato secoli per costruire e consolidare la propria identità, dopo aver profuso energie nelle arti, nella letteratura, nel lavoro, nelle armi, passando attraverso salutari sconfitte e vittorie clamorose, si deve concludere che gli stati Uniti d'America, anche in questo processo, sono stati capaci di operare in fretta. Anzi, senza spendersi troppo in sottigliezze culturalio o in guerre annose, se la sono cavata con una dichiarazione del loro presidente James Monroe, il quale, meno di cinquant'anni dopo la dichiarazione d'indipendenza, ha definito, senza sfumature ma con icastica efficacia, le fondamentali caratteristiche espansioniste, e in qualche modo imperialiste ante litteram, del paese. (p. 7)
- La dottrina di Monroe, nel corso del lungo tempo trascorso dalla sua proclamazione, è stata [...] utilizzata come strumento dotato di una forte carica nazionalista e persino imperiale, che gli Stati Uniti hanno agitato con frequenza e aggressività crescenti, in un rapporto sempre più ineguale con il resto del mondo. (p. 33)
[modifica] La nuova frontiera
- La realizzazione di tutte le intenzioni manifestate da Kennedy nel suo programma, dovette rivelarsi un po' meno grandiosa delle promesse. Bisogna ricordare però che, al Congresso, Kennedy incontrò resistenze ostinate, che fecero naufragare buona parte dei provvedimenti che egli avrebbe voluto realizzare, e questo costrinse il presidente a fare maggiore affidamento su di un'interpretazione più aperta delle leggi esistenti da parte delle corti di giustizia, piuttosto che su profonde innovazioni legislative. Ma all'interno degli Stati Uniti, anche gli ambienti oltranzisti dell'alleanza atlantica e quelli militari in genere operarono per frenare certi entusiasmi di Kennedy, come quello che egli aveva nanifestato da senatore a proposito degl insorti algerini. (p. 10)
[modifica] Il truglio
- L'ordine rivoluzionario mostra una tendenza a sottoporre ogni aspetto della vita, della società e dei rapporti a regile precise [...] esso riconosce al giudice un potere quasi dispotico. Affinché egli con più rigore possa fare osservare le regole, dalle regole lo si vuole sottrarre affinché, affidando, con apposite norme, il metro della valutazione dei suoi covincimenti alla sua stessa coscienza. (pp. 119-120)
[modifica] Il segno della DC
- Forse proprio i suoi successi economici, sanzionati internazionalmente, la sua influenza e una certa autonomia nelle relazioni internazionali, contenevano delle insidie per l'Italia. Non si sarebbe potuto a lungo consentire a un paese minore per definizione e per tacito accordo fra i grandi veri della terra, di sviluppare ulteriormente un ruolo di tale rilevanza, con un disegno di marcata diversità rispetto agli altri paesi occidentali quanto a peso dello stato nell'economia e singolare politica di vera e propria welfare society. Tanto più nel momento in cui, scomparsa nelle relazioni internazionali la bipolarità, si volevano ridisegnare gli equilibri del mondo e si manifestavano iniziative assai forti per l'edificazione di un'egemonia unica e globale, che non tollera opinioni, tendenze, sistemi divaricanti. (p. 106)
[modifica] Economia pubblica rimossa
- Rathenau – che, a sinistra, inquietò Lenin, ma susscitò interesse nell'economista liberale Luigi Einaudi – teorizzò un modello di economia mista: stato e privato, riservando allo stato il controllo delle attività strategiche, una funzione propulsiva per l'occupazione e di legittimazione per il sindacato. Lo stato gestore di imprese doveva contenere le diseguaglianze e impedire che una casta di capitalisti si ponesse "al di sopra della nazione" e dei suoi interessi collettivi. Il quadro che Rathenau aveva dinanzi era quello delle concentrazioni monopolistiche private che condizionavano la vita economica, politica e culturale della Germania. Egli concepì dunque un sistema industriale nel quale l'iniziativa privata dovesse convivere – trovandovi collaborazione e sostegno – con l'iniziativa pubblica, mentre allo stato doveva spettare il compito di assicurare il proprio diretto appoggio al settore privato attraverso sgravi fiscali, agevolazioni all'esportazione, formazione delle maestranze, aiuti alla ricerca e, quando occorrsse, protezionismo doganale. (p. 241)
- Proprio un economista americano, Paul A. Samuelson, pur muovendosi in un orizzonte liberista, ha ricordato che, accanto ai tagli che il mercato sollecita, va conservata qualche funzione dello stato nell'economia, per salvaguardare alcuni irrinunciabili istituti del welfare state. Negli anni che seguirono la crisi del 1929, la funzione imprenditoriale dello stato era stata infatti riconosciuta persino negli Stati Uniti, attraverso la costituzione di holding con capitale pubblico (1933, Tennesse Valley Authority – TWA), elemento propulsivo in quei limitati progetti di welfare che furono avviati in America. (p. 288)
- Le teorie di Rathenau contribuirono a fare la Germania economicamente moderna e potente, e si riverberarono in Italia. (p. 289)
- Oggi, la corsa alle privatizzazioni – che aveva preso avvio dalla deregulaton sostenuta negli anni '80 dal governo conservatore inglese di Margaret Thatcher e dalla presidenza repubblicana degli Stati Uniti di Ronald Reagan – non avviene ... sulla base di referenti teorici, né di prospettive sociali: bada soltanto alle risposte da dare a IMF, OECD e UE, alla condiscendenza verso forti interessi economici stranieri, alle opportunità di svilupo e di profitto a breve termine da offrire al mercato dei capitali privati, al realizzo immediato per il Tesoro. Assume di voler promuovere la concorrenza, ma favorisce l'oligopolio. Soprattutto non prsenta rendiconti (a parte quelli contabili), e neppure sommarie ipotesi per l'avvenire: dell'economia del paese, del suo ruolo internazionale, della condizione dei lavoratori. (p. 289)
[modifica] La Loggia della Philantropia
- Questo libricino nasce da una frequentazione della Danimarca, che per l'autore dura da quindici anni. Suggestione dei luoghi, delle persone, vitalità della comunità di studio, un welfare state che riesce ancora a sostenere la crescita civile e a sorreggere nel bisogno (p. 9)
- A Copenaghen ho dunque trovato le carte per scrivere queste pagie. A parte i documenti dell'archivio massonico [...] ho potuto consultare l'elenco della cpssipsondenza del religioso danese con i liberi muratori e giacobini italiani. [...] Ho quindi ottenuto copie della corrispondenza a quello straordinario personaggio dai fratelli massoni del Regno di Napoli e di Sicilia, e le ho riprodotte in buona parte nelle pagine che seguono. (p. 11)
[modifica] Perché uccisero Enrico Mattei
- Enrico Mattei, il fondatore di una holding dello stato italiano che si chiamerà Ente Nazionale Idrocarburi, universalmente nota con la sigla Eni, muore nel 1962. Senza aver fatto in tempo a vedere l'ascesa dell'Italia, dalla povera condizione del dopoguerra, al rango di potenza economica di rilevanza mondiale: la consacrazione viene dalla World Bank nel 1974. Ma di questo risultato straordinario, proprio lui, Enrico Mattei, ha costruito le premesse, gli strumenti, e una certa orgogliosa e silenziosa consapevolezza nazionale. Egli ha dato un segno nuovo e duraturo alla storia economica italiana, e forse non soltanto a quella, finché quella temperie è durata. (p. 14)
- Nel dopoguerra, le condizioni del nostro paese erano disastrose: mancavano le prospettive di recupero. La conversione di quella parte dell'industria che era sopravvissuta agli eventi bellici in attività di pace, richiedeva capitali che era difficile convogliare verso investimenti il cui rendimento appariva incerto. E richiedeva la disponibilità di fonti energetiche che l'Italia non possedeva. La ricostruzione delle industrie era problematica. La disoccupazione costringeva all'indigenza una parte rilevante della popolazione, senza ragionevoli prospettive di recupero. Il credito internazionale del nostro paese, sul piano diplomatico ed economico era insignificante. La lira subiva un processo di svalutazione continuo. (p. 14)
- La figura di Enrico Mattei, e soprattutto le circostanze misteriose della sua morte hanno molto a lungo monopolizzato l'attenzione, quasi mettendo da parte la sua creazione industriale. Figura gigantesca quella di Mattei, nell'Italia del dopoguerra, capace di primeggiare in un tempo che personaggi di grande statura ne ha visti: Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Giorgio La Malfa nel campo politico, Raffaele Mattioli nella finanza, Adriano Olivetti e Vittorio Valletta nell'industria produttiva, per limitarci ai nomi che possono venire subito in mente. Mattei rappresenta però qualcosa di particolare e di nuovo, per l'ampiezza e la proiezione nel lungo periodo del suo disegno, per le valenze politiche di certe sue iniziative, per i segni che lascia nell'economia e nella politica internazionale del nostro paese. (p. 16)
- Dal 1974 l'Italia si colloca al sesto posto nella graduatoria dei paesi industrializzati, subito dopo colossi come Stati Uniti d'America, Giappone, Germania, Francia (l'Inghilterra, non sempre riesce a precederla). E ci resta, senza indietreggiare (ma poi vedremo come andrà a finire). (p. 18)
- Per un paese uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale, dipendente dall'estero per le materie prime essenziali e col sistema produttivo tutto da rimettere in piedi, quello è stato un risultato incredibile. Sul quale non si è abituati a riflettere. Chi sa, forse perché ci accompagna un'antica abitudine alla sottovalutazione del nostro paese, a non menar vanto e a restare con gli occhi spalancati solo di fronte ai successi stranieri. Chi sa, forse perché la coscienza nazionale da noi è arrivata tardi e s'è consolidata male, attraverso un messaggio del quale si sono servite le destre nazionalista e fascista. (p. 18)
- All'inizio degli anni '50, le "Sette sorelle" del petrolio "controllano oltre il 90 per cento delle riserve di oil al di fuori degli Stati Uniti, del Messico e delle economie a pianificazione centralizzata; contano per almeno il 90 per cento della produzione petrolifera mondiale; possiedono almeno il 75 per cento della capacità di raffinazione mondiale; e forniscono circa il 90 per cento del petrolio trattato sui mercati internazionali". Esse costituiscono una sorta di club a numero chiuso per la gestione degli interessi petroliferi mondiali, che procede attraverso intrecci, spesso inconfessabili, coi governi, dagli Stati Uniti al più sperduto emirato. Le "Sette sorelle" sono perciò "nella condizione di esercitare un controllo informale sull'economia petrolifera mondiale". Oltre alle "Sette sorelle", altre ventotto società americane detengono titoli petroliferi all'estero e anch'esse sono sostenute dal governo degli Stati Uniti a formare un blocco di interessi economici e politici. (p. 39)
- Nel dopoguerra la diplomazia americana si è particolarmente impegnata nell'affermare la necessità dell'iniziativa privata per la "difesa" degli Stati Uniti. Spruille Braden, assistente del segretario di Stato, in un suo intervento sul Department of State Bulletin (22 settembre 1946), afferma che "l'iniziativa privata costituisce il mezzo migliore, e nella maggior parte dei casi l'unico mezzo realmente efficace" per lo sviluppo. (p. 23)
- Il capo della Petroleum Division del Dipartimento di Stato, John A. Loftus, ha tenuto all'università di Pittsburg (30 luglio 1946), ha sostenuto il ruolo fondamentale del petrolio nella futura politica americana […]. Loftus ha sostenuto che gli Stati Uniti debbano "promuovere lo sviluppo" delle riserve petrolifere badando che, dal punto di vista americano, siano "ben situate", sulla base di valutazioni di convenienza "economica in tempo di pace" e di "ubicazione strategica in tempo di guerra". A tal fine, egli afferma: "dobbiamo incoraggiare e facilitare, con criterio, la partecipazione del capitale e delle imprese americane nello sviluppo di tali fonti di approvvigionamento, non semplicemente per il più facile accesso che tale partecipazione può garantirci, ma anche perché è risaputo che il personale specializzato tecnico e manageriale dell'industria petrolifera americana ha una superiore competenza nell'assicurare il pronto ed efficiente sviluppo delle risorse in ogni luogo". (p. 23)
- Il Foreign Office seguiva con una certa indispettita attenzione quegli aggressivi sviluppi della politica americana, in un settore ove forti erano ancora gli interessi britannici. Da parte inglese non si riscontrava la smania liberista portata avanti dagli americani – anche perché l'industria petrolifera britannica dal 1914 era in buona parte nazionalizzata – ma esisteva un moderato appoggio alle pretese degli Stati Uniti, nel tentativo di contenere un'affermazione italiana, senza tuttavia consentire un eccessivo predominio delle società di oltre oceano. Il pensiero di Loftus viene conosciuto al Foreign Office dapprima attraverso un breve riassunto, e in quella veste sommaria viene classificato come un "discorso vago". Ma quando esso viene esaminato nella sua interezza, l'ambasciata inglese a Washington si preoccupa di mettere in risalto il fatto che Loftus "raccomanda che gli Stati Uniti dovrebbero assicurarsi il controllo su tutte le fonti di rifornimento dell'emisfero occidentale". La politica degli Stati Uniti veniva quindi definita "combattiva", ma la comunicazione al Foreign Office si concludeva notando che "le idee del Dipartimento [di Stato] sono piuttosto confuse". (pp. 24-25)
- Il destino di Mattei incomincia a disegnarsi proprio a Teheran. Quello di Mattei petroliere, ma forse anche quello della sua vita. Su di esso incombono ombre sinistre. Nel 1957, con l'ingresso dell'Eni sullo scacchiere petrolifero mediorientale, si realizza la prima tappa di un itinerario che gli Stati Uniti assumono sotto la loro attenta osservazione, e che avrà altri momenti importanti a Mosca, prima di compiersi a Bascapé. (p. 27)
- Mattei ha l'intelligenza di porsi per tempo il problema della estensione all'estero delle ricerche petrolifere: un suo successo avrebbe dato all'Italia la sicurezza dei rifornimenti energetici, intaccando il ruolo egemone delle società americane. Il cammino, per superare il gap, appariva enorme e arduo per l'Italia, ma qualcosa poteva farsi. Il problema tuttavia non è solo questo. Si deve tenere presente che l'esigenza fondamentale di un gruppo petrolifero è quella di disporre di fonti di approvvigionamento. La holding di Stato italiano ne è invece assolutamente carente, e dipende dalla Aioc per alimentare la rete nazionale dell'Agip. Né si deve dimenticare che questa condizione a Mattei pesa anche per i sentimenti nazionalisti che lo animano. (p. 40)
- L'Italia è salita per un lungo periodo al rango di media potenza economica. Entrata nella seconda guerra mondiale già provata dalle imprese coloniali, con una struttura produttiva arretrata, essa dipendeva dall'estero per le materie prime essenziali e si tirava dietro gravi problemi sociali. Che la sconfitta aggrava: dopo la guerra, nel Mezzogiorno e nelle isole a lungo c'è stata davvero la fame, per strati notevoli della popolazione, mentre non si riusciva neppure a riscaldare tutte le case. L'Italia allora dipendeva dalle potenze vincitrici per la propria sopravvivenza persino alimentare, mentre era costretta nelle maglie di un trattato di pace che dopo l'occupazione ne ha condizionava la politica estera, gli scambi internazionali, lo sviluppo insomma. Il rischio era che da quella situazione non riuscisse a risollevarsi, restando un paese a sovranità dipendente, specialmente dal punto di vista economico. (p. 50)
[modifica] L'inventore del trasformismo
- Nel diciannovesimo secolo, l'iniziatore del trasformismo nella penisola italiana è Liborio Romano. Egli incomincia la carriera in una setta carbonara, e la prosegue da ministro di polizia del re Borbone, mentre si tiene segretamente in contatto con Cavour. Ciò lo rende collaborazionista – questa parola allora non si adoperava – della potenza straniera che opera per conquistare lo stato del quale egli è ministro. Tradendo Cavour, favorisce invece Garibaldi nell'occupazione. Garibaldi contraccambia col farlo ministro; Cavour invece lo escluderà da ogni carica. (p. 1)
- Liborio Romano – dotato di una versatilità naturale per organizzare il consenso – entra in scena nel Salento estremo, coi moti del1820. A Napoli ha dimostrato di essere un avvocato principe: difende perfino gli interessi inglesi in una questione di zolfare che Ferdinando II di Borbone vorrebbe espropriare. (p. 2)
- Il declinante Francesco II lo fa per quattro mesi capo della polizia e ministro (in prigione lo aveva mandato il re precedente); in quelle funzioni, fa entrare qualche camorrista nella polizia. Realizza però una concezione nuova dell'amministrazione degli interni, attenta a bisogni sociali. Con tante ambiguità, da ministro egli continua un'azione antiborbonica. (p. 3)
- Liborio Romano invece, eletto alla Camera dei Deputati del Regno d'Italia contemporaneamente in nove collegi, con determinazione chiede a Cavour una giusta considerazione dei problemi di Napoli e del meridione, che egli sa considerare con spirito nazionale, ma ritiene del tutto particolari e gravi. Proprio Cavour, che di lui si era servito per la conquista, lo avvia al rapido declino. (p. 3)
- Egli è uno specchio delle contraddizioni e dei problemi posti alla base dell'Italia unita; ma è soprattutto il primo grande interprete del nostro trasformismo politico. Se ne è detto tutto il male possibile; ma non si è potuto aggiungere che avesse rubato o approfittato delle cariche. (p. 4)
- Ogni storia può essere letta anche secondo una prospettiva diversa: la verità è difficile trovarla nelle rappresentazioni unilaterali. (p. 4)
- Liborio Romano ha indicato un modo allora sconosciuto di fare politica, senza uno schieramento vincolante, mostrando una rapidità di passaggio dall'una all'altra parte, talvolta troppo repentina. Ha fatto politica col potere assoluto; ha fatto politica con la nuova classe liberale: senza spostare la sua prospettiva e quasi senza cambiare le sue parole. (p. 186)
- Il suo era una sorta di populismo esercitato all'interno di una classe dirigente ristretta e omogenea: in questo era facilitato dalla struttura sociale meridionale e dal suffragio elettorale ristretto. Esercitava un'egemonia tutta meridionale sugli interessi e le coscienze. (p. 186)
[modifica] Bibliografia
- Nico Perrone, Mattei il nemico italiano. Politica e morte del presidente dell'ENI attraverso i documenti segreti. 1945-1962, Leonardo-Mondadori, Milano, 1989. ISBN 88-355-0033-8
- Nico Perrone, Il dissesto programmato. Le partecipazioni statali nel sistema di consenso democristiano, Dedalo, Bari, 1991. ISBN 88-220-6115-2
- Nico Perrone, La morte necessaria di Enrico Mattei, Millelire, Viterbo, 1993². ISBN 88-7226-141-4
- Nico Perrone, De Gasperi e l'America, Sellerio, Palermo, 1995. ISBN 88-389-1110-X
- Nico Perrone, Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell'ENI, Gamberetti, Roma, 1995. ISBN 8-87990-010-2
- Nico Perrone, Alcide De Gasperi. L'Italia atlantica, Manifestolibri, Roma, 1996. ISBN 88-7285-102-5
- Nico Perrone, James Monroe. Il manifesto dell'imperialismo, Manifestolibri, Roma, 1996. ISBN 88-7285-110-6
- Nico Perrone, John F. Kennedy. La nuova frontiera, Manifestolibri, Roma, 1997. ISBN 88-7285-120-3
- Nico Perrone, Il truglio. Infami, delatori e pentiti nel Regno di Napoli, Sellerio, Palermo, 2000. ISBN 88-389-1023-3
- Nico Perrone, Il segno della DC, Dedalo Libri, Bari, 2002. ISBN 88-220-6253-1
- Nico Perrone, Economia pubblica rimossa, in Studi in onore di Luca Buttaro, Giuffrè, Milano, 2002. ISBN 88-14-10088-8
- Nico Perrone, La loggia della Philantropia. Un religioso danese a Napoli prima della rivoluzione. Con la corrispondenza massonica e altri documenti, Sellerio, Palermo, 2006. ISBN 88-389-2141-5
- Nico Perrone, Perché uccisero Enrico Mattei. Petrolio e guerra fredda nel primo grande delitto italiano, l'Unità Libri, Roma, 2006. ISSN 773417 002658
- Nico Perrone, L'inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009. ISBN 978-88-498-2496-4
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