Sergio Romano

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Sergio Romano (2008)

Sergio Romano (1929 – vivente), storico, scrittore e diplomatico italiano.

Citazioni di Sergio Romano[modifica]

  • Berlusconi non perde occasione per spiegare al Paese che l'ideologia del suo movimento è in realtà l'ideologia della sua impresa.[1]
  • La battaglia contro il surriscaldamento è in ultima analisi una battaglia tecnologica e sarà vinta quando la vendita e l'acquisto di nuovi impianti diventeranno un affare per il venditore e il compratore. In altre parole l'ambientalismo avrà la meglio quando sarà un business. I segnali esistono e mi auguro che l'Italia sia pronta a coglierli.[2]
  • [Sulla Primavera araba] Per una serie di circostanze, che lascio volentieri agli storici e ai sociologi, quello a cui stiamo assistendo, dopo la rivolta tunisina del dicembre 2010, è il fallimento dello Stato arabo-musulmano. È fallito lo Stato dei nuovi sultani: l'Egitto di Hosni Mubarak, la Tunisia di Zine El Abidine Ben Ali, la Libia del colonnello Gheddafi. È fallito il nazionalsocialismo iracheno di Saddam Hussein e quello siriano della famiglia Assad. È fallita la democrazia multireligiosa e multiculturale del Libano. È fallita la Lega Araba. E potrebbero fallire, prima o dopo, gli Stati patrimoniali del Golfo. Sopravvivono paradossalmente le monarchie, da quella di Mohammed VI in Marocco a quella di Abdullah II in Giordania, ma il rischio del contagio, soprattutto nella seconda, è altissimo. In alcuni casi, Siria e Libia, la crisi è diventata rapidamente guerra civile. In altri casi, Egitto e Libano, la guerra civile potrebbe scoppiare da un momento all'altro.[3]
  • Toccò a Roosevelt, Churchill, Stalin. Doveva toccare anche a De Gasperi. Mentre gli storici inglesi continuano a scalpellare il monumento di Churchill e il generale Volkogonov non smette di rileggere criticamente la vita dei fondatori dello stato sovietico, Nico Perrone, docente di storia americana e collaboratore del manifesto, pubblica presso l'editore Sellerio di Palermo un libro fortemente "revisionista" su De Gasperi e l'America. [...] Perrone ci precipita all'indietro negli anni in cui De Gasperi era "lacchè degli Stati Uniti", Scelba era il suo "ministro della polizia", Saragat rompeva l'unità socialista con i soldi degli americani e Pacciardi cacciava i comunisti dagli opifici militari per obbedire agli ordini della CIA. Le tesi del libro sono sostanzialmente queste. Non è vero che gli americani abbiano assistito l'Italia per aiutarla a consolidare il suo regime democratico: lo hanno fatto per creare nel paese, con la collaborazione dei loro clienti, un duro fronte anticomunista. [...] Perrone è uno storico, e per convincere il lettore del buon fondamento delle sue convinzioni ha fatto lunghe ricerche negli archivi italiani e degli Stati Uniti, ha confrontato e integrato i documenti americani con quelli che rimangono negli archivi personali dei maggiori uomini politici del tempo, da Truman a Acheson.[4]

Lettere al Corriere, Corriere della sera[modifica]

  • L'Italia non è uno Stato laico: è uno Stato concordatario. (19 luglio 2005)
  • È vero che molti italiani non decidono la destinazione dell'8 per mille, ma la maggioranza di coloro che danno una indicazione sceglie la Chiesa. Che cosa può osservare un laico di fronte a una tale decisione? Forse semplicemente che molti italiani, credenti o no, riconoscono alla Chiesa un'utile funzione sociale o, peggio, che non si fidano del modo in cui lo Stato spende i suoi soldi. (20 luglio 2005)
  • [Sul magistrato che si è rifiutato di amministrare la giustizia finché nell'aula non toglieranno il crocifisso] Personalmente credo che un pubblico ufficiale non dovrebbe servirsi delle sue funzioni per promuovere una causa o condurre una personale battaglia politica o ideale. Le funzioni non gli appartengono. Gli sono state conferite nell'interesse della società e non possono essere interrotte semplicemente perché il suo titolare vuole manifestare preferenze o dissensi. (ottobre 2005)
  • Benché «filosofo del fascismo», secondo la definizione che accompagnava abitualmente il suo nome, Gentile proteggeva l'autonomia della Normale dalle ingerenze di Carlo Scorza, responsabile dei Fasci giovanili, e cercava di tenere la politica lontana, per quanto possibile, dallo straordinario palazzo del Vasari che domina la piazza dei Cavalieri. [...] Gentile e Capitini si separarono [...] nella sala delle adunanze del palazzo dei Cavalieri. Il filosofo disse di sperare che «le future esperienze gli facessero vedere la vita e la realtà delle cose sotto un aspetto diverso»; e Capitini rispose che non poteva fare altro che «contraccambiare l'augurio». Fu certamente una rottura. Ma non appena il giovane pacifista uscì dalla sala, il filosofo si voltò verso Francesco Arnaldi, che aveva assistito a questo scambio di battute, e disse «Abbiamo fatto bene a mandarlo via perché, oltre tutto, è un galantuomo». (da Aldo Capitini e il pacifismo alla Scuola Normale, 4 luglio 2006)
  • [Sulla casta dei giornalisti e la cancellazione dell'Ordine] L'idea che ogni persona debba essere giudicata dai suoi pari prefigura un possibile conflitto di interessi ed è feudale, cioè tipica di una società costituita da poteri autonomi, autogestiti e autoreferenziali. Gli Ordini obbediscono inevitabilmente alla logica dell'autoconservazione e del potere. (30 dicembre 2006)
  • Il trattato di Osimo (Ancona) del 1975 confermò le intese provvisorie del 1954 e fissò definitivamente la frontiera italo-jugoslava cedendo al regime di Tito l'Istria, le isole italiane della Dalmazia, Fiume e buona parte della Venezia Giulia. Oggi, dopo quanto  accaduto in Jugoslavia negli anni Novanta, sappiamo che sarebbe stato meglio non firmarlo. (15 febbraio 2007)
  • È bene ricordare che Roosevelt dichiarò guerra soltanto al Giappone. Furono i tedeschi e gli italiani che dichiararono guerra agli USA l'11 dicembre 1941. (23 maggio 2007)
  • In tutte le scuole europee e americane l'insegnamento della storia è servito ad affermare la legittimità degli Stati nazionali e a suscitare l'orgoglio dei loro cittadini. Gli autori dei manuali scolastici risalivano il corso del tempo per individuare e ingrandire fattori e vicende che sembravano preannunciare il destino nazionale dei popoli insediati su un particolare territorio. Abbiamo appreso la storia come un teorema rovesciato, ricavando le premesse che ci facevano comodo. (26 giugno 2007)
  • Esistono dichiarazioni a cui la classe politica italiana ricorre frequentemente: ho fiducia nella giustizia; le manifestazioni popolari sono il sale della democrazia; il capo dello Stato è il presidente di tutti gli italiani; gli scioperanti hanno esercitato il loro diritto; le forze dell'ordine hanno dato prova di abnegazione. Sono il "politicamente corretto" degli italiani e vengono usate generalmente quando colui che se ne serve pensa esattamente il contrario. (28 giugno 2007)
  • A proposito di Wikipedia, caro Magini, posso dirle soltanto che questa enciclopedia online è uno dei frutti più sorprendenti della grande rivoluzione che il computer personale e Internet hanno provocato nel campo della comunicazione. In un articolo pubblicato dal settimanale Mondo del 13 luglio, Andrea Turi ricorda che la parola "wiki" viene dal linguaggio parlato nelle isole Hawaii e significa "rapido". La parola allude alla rapidità con cui le informazioni appaiono sullo schermo, ma vale anche per il suo straordinario sviluppo in pochi anni. È nata in inglese il 15 gennaio 2001, ma sono bastati soltanto quattro mesi perché venissero create 13 edizioni fra cui una italiana. Oggi il suo sito è uno dei dieci più frequentati nel mondo e registra ogni sei mesi circa sei miliardi di accessi. È una enciclopedia in cui tutti possono scrivere e a cui tutti possono attingere. Si compone di circa sette milioni di voci (poco meno di 350.000 in italiano) ed è scritta in circa 250 lingue da uno stuolo di collaboratori anonimi, curiosi, appassionati di temi particolari e ansiosi di gettare le loro informazioni nel grande mondo della rete. Insomma Wikipedia è una cattedrale che cresce spontaneamente, senza disegni e architetti grazie alla collaborazione di parecchie migliaia di muratori volontari. È inevitabile, in queste condizioni, che qualche colonna sia sghemba, qualche arco mal calcolato, qualche pietra difettosa, qualche prospettiva ingannevole. Ma gli errori ideologici, le sviste e i partiti presi non mi impediranno di continuare a consultarla. Raccomando ai lettori di fare altrettanto con il tradizionale ammonimento che accompagna le buone medicine: usare con cautela.[5] (da Come insegnare il friulano e leggere Wikipedia, 25 settembre 2007)
Gorizia: i tre volti di una piccola grande città, Corriere della sera, 7 ottobre 2005)
  • [A Quirino Principe] Caro Principe, negli annali della letteratura nazionalista sulla Grande guerra, Gorizia è stata a lungo la «città santa» per cui furono combattute le undici battaglie dell' Isonzo. [...]
  • Negli annali della guerra fredda, infine, Gorizia è stata una piccola Berlino, la città deturpata da un muro, divisa da una frontiera e dominata da un colle su cui il Minculpop jugoslavo aveva scritto con le pietre a caratteri cubitali, perché tutti dal basso potessero leggere, «Nas Tito», il nostro Tito.
  • Nelle mie visite a Gorizia ho sempre avuto l'impressione che la città, nonostante i suoi monumenti e le sue lapidi, portasse il peso di questa immagine [«Nas Tito»] con una certa noncuranza. A costo di ferire qualche suscettibilità, le dirò, caro Principe, che non può essere né interamente italiana né interamente slava né interamente austriaca.
  • Per i tedeschi che scendevano verso il Sud, Gorizia era la prima città in cui l' aria, i portici delle vie, i sapori della cucina e il colore del vino avessero un «gusto» italiano. Per gli italiani che andavano a Vienna, a Salisburgo, a Monaco e a Dresda, era la prima città in cui le locande fossero pulite, le ostesse accoglienti, le kellerine servizievoli e graziose. Per gli sloveni del contado il Prato, come si chiamava nella loro lingua la piazza più grande, era il mercato dove si scambiavano merci e notizie. Oggi Gorizia è molto più di una locanda per viaggiatori di passaggio.

Incipit di Libera Chiesa. Libero Stato?[modifica]

Il 19 settembre 1870 Pio IX uscì dal Vaticano per visitare la Scala Santa. Sulla via del ritorno il popolo di Roma lo applaudì calorosamente. Gli stessi applausi, scrisse molti anni dopo Stefano Jacini, accolsero i bersaglieri del generale Cadorna la sera del 20 settembre. Comincia così, fra due manifestazioni popolari di segno opposto, la storia della convivenza fra Stato e Chiesa in una città che fu da quel momento capitale di un Regno e di una Chiesa universale.

Note[modifica]

  1. Da La politica di Berlusconi. Il partito-azienda, La Stampa, 17 dicembre 1993, p. 1.
  2. Da Corriere della sera, 28 dicembre 2009.
  3. Da Il Mediterraneo dimenticato, Corriere della Sera, 30 giugno 2013.
  4. Da La Stampa, 7 agosto 1995.
  5. Rispondendo a un lettore preoccupato dell'attendibilità di Wikipedia, il quale citava una versione vandalizzata della voce Sergio Romano contenente opinioni personali e accuse di fascismo.

Bibliografia[modifica]

  • Sergio Romano, Libera Chiesa. Libero Stato? Il Vaticano e l'Italia da Pio IX a Benedetto XVI, Longanesi, 2005. ISBN 8830423203

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