Crizia

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Crizia di Atene (in greco Κριτίας, 460 a.C. – 403 a.C.), filosofo e politico greco.

Citazioni di Crizia[modifica]

  • [In un discorso contro Teramene] Ma tu, per la facilità con cui cambi opinione, sei corresponsabile dell'uccisione di moltissimi uomini tra gli oligarchi per mano del popolo, come pure di un numero altissimo tra quelli della democrazia da parte dei migliori. (citato in Senofonte, Elleniche, II, 3, 32; traduzione di Giovanna Daverio Rocchi, 2002)

Frammenti di alcune opere[modifica]

Elegie[modifica]

  • Quella proposta che ti ricondusse,
    io quella dissi al cospetto di tutti,
    e poi codesto fatto feci scrivere.
    Sigillo di mia lingua in questo giace.

Sisifo[modifica]

  • Ci fu un tempo in cui la vita degli uomini non era governata da alcuna legge, e giaceva selvaggia e schiava della malvagità dell'animo, mentre nessun premio esisteva per i probi, né alcuna pena per gli empi. Mi sembra tuttavia che gli uomini abbiano inventato leggi adatte a creare degli obblighi, perché la giustizia esercitasse un ruolo da padrona ed avesse come sua schiava l'ingiustizia: si colpiva con una pena chi commetteva qualcosa di sbagliato, mentre le leggi impedivano che i delitti venissero perpetrati con la forza pubblicamente. Tuttavia gli uomini li commettevano di nascosto, allora un saggio dotato di straordinaria intelligenza – a mio avviso – finse per i mortali che esistessero gli dei, perché negli empi si infondesse la paura, se solo avessero fatto, detto o finanche pensato qualcosa di nascosto. Così, il dio venne ritenuto un demone infiammato di vita immortale, intelligente, dotato di vista, dotato di pensiero, interessato in queste vicende e pervaso di una natura divina, che potesse ascoltare ogni parola pronunciata dai mortali ed osservarne ogni azione. In questo modo – penso – un uomo per primo convinse i mortali a credere all'esistenza del genere dei demoni. (frammento 25)

Conversazioni[modifica]

  • Se Archiloco non avesse diffuso presso i Greci una tale fama di sé, noi non verremmo a sapere né che era figlio di una schiva, Enipò, né che, abbandonata Paro per povertà e difficoltà, si recò a Taso, né che, arrivatovi, entrò in conflitto con gli abitanti della zona né che sparlava allo stesso modo di amici e nemici. E poi non sapremmo che era adultero, se non lo sapessimo proprio da lui, e che fu lussurioso e prepotente, e ignoreremmo un fatto ancor più turpe, che getto via lo scudo. Dunque Archiloco non fu buon testimone su di sé, poiché lasciò sul proprio conto una tale nomea ed una brutta fama. (frammento 44)

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