Eric Hobsbawm

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Eric Hobsbawm nel 2011

Eric John Blair Hobsbawm (1917 – 2012), storico e scrittore britannico.

Citazioni di Eric Hobsbawm[modifica]

  • Adolf Hitler, applicando sino alle estreme conseguenze i principi del nazionalismo wilsoniano pianificò il trasferimento in Germania dei Tedeschi che non vivevano all'interno dei confini della madrepatria, come per esempio il Sudtirolo italiano e, com'è noto, avviò a soluzione finale l'eliminazione degli Ebrei.[1]
  • Dalla fine della Guerra fredda, la gestione della pace e della guerra è [...] affidata all'improvvisazione.[2]
  • I partiti marxisti della Seconda Internazionale, prima del 1914, pur tendendo a elaborare un'interpretazione ortodossa della dottrina da contrapporre agli attacchi provenienti da destra dai «revisionisti», da sinistra dagli anarco-sindacalisti, accettavano una pluralità di interpretazioni, né sarebbero certo stati in grado di impedirla, se anche lo avessero voluto. Nessuno nel Partito socialdemocratico tedesco riteneva strano che l'arcirevisionista Eduard Bernstein curasse l'edizione della corrispondenza tra Marx ed Engels nel 1913, sebbene Lenin individuasse tracce di «opportunismo» nei suoi giudizi di curatore.[3]
  • Il paradosso del comunismo al potere consisteva nel suo essere conservatore.[4]
  • Il terrorismo non è un nemico: è un termine propagandistico che ci è utile per qualificare gli atti di persone che non ci piacciono e che fanno uso della violenza.[5]
  • La sovranità del mercato non è un completamento della democrazia liberale, bensì una sua alternativa.[6]
  • Nella storia, le emozioni non sono né cronologicamente stabili né socialmente omogenee.[7]
  • Oggi [2002] la disparità dei redditi è a livelli da Medioevo, quando le economie sono soffocate dal sistema feudale e "l'arcivescovo di Salisburgo è proprietario di un terzo del Pil della regione dove risiede"[8]
  • Priva di un Lenin e senza più Napoleone, la Francia si ritirò tra le ultime (e speriamo indistruttibili) mura: quelle di Asterix.[9]

Gente non comune[modifica]

Incipit[modifica]

Questo libro è quasi interamente dedicato al tipo di persone i cui nomi sono di solito ignoti a tutti, se non a familiari e a vicini, nonché, nelle moderne organizzazioni statali, agli uffici che registrano nascite, matrimoni e decessi. Qualche volta quei nomi sono conosciuti dalla polizia, o da giornalisti in cerca di «storie vere». In altri casi, invece, sono ignoti e inconoscibili, come quelli di coloro, uomini o donne, che cambiarono il mondo introducendo nel Vecchio continente specie vegetali scoperte da poco nelle Americhe. Alcuni ebbero un ruolo in contesti pubblici ristretti o locali: il vicinato, il villaggio, la parrocchia, l'associazione di categoria, il municipio. Nell'epoca dei media, la musica e lo sport hanno regalato la notorietà ad alcuni che, in un altro periodo, sarebbero rimasti anonimi.

Citazioni[modifica]

  • Una rivoluzione moderata è una contraddizione in termini, mentre non lo sono un Putsch, un colpo di Stato o un pronunciamento moderati. Per quanto limitati possano essere gli scopi visibili di una rivoluzione, la luce della nuova Gerusalemme deve filtrare dalle crepe dei muri dell'eterno Establishment che essa vuole abbattere. Quando cade la Bastiglia, i normali criteri di quel che è possibile sulla Terra sono sospesi, e nessuno si stupisce se uomini e donne danzano per le strade pregustando l'Utopia. Per questo i rivoluzionari sono circondati da un alone millenaristico, anche quando in realtà le loro proposte sono pratiche e relativamente poco ambiziose. (cap. 2, Thomas Paine, p. 11)
  • Le donne hanno spesso fatto notare che gli storiografi del passato, compresi quelli di tendenza marxista, hanno alquanto trascurato la metà femminile della specie umana. La critica è giusta, e l'autore ammette che essa vale per il suo stesso lavoro. Ma se si deve porre rimedio a questa carenza, non si può farlo semplicemente sviluppando una branca speciale della storiografia che si occupi solo delle donne, perché nella società le vicende dei due sessi sono inseparabili. È invece necessario studiare la natura mutevole del rapporto tra i generi, sia in quanto fatto obiettivo sia in quanto immagine che gli appartenenti a ciascun genere hanno dell'altro. (cap. 7, Uomini e donne: immagini a sinistra, p. 130)
  • La mafia, lungi dal mettere in discussione i valori «americani», li incarnava. Dopo tutto, cosa poteva esserci di più americano delle storie del successo di immigrati senza un soldo, che lottando fin da ragazzi, con le unghie e con i denti, raggiungono rispettabilità e ricchezza tramite la loro personale intraprendenza? (cap. 13, Il bandito Giuliano, p. 249)

Il secolo breve[modifica]

Incipit[modifica]

Il 28 giugno del 1992, senza preannuncio, il presidente francese Mitterrand fece un'improvvisa e inattesa comparsa a Sarajevo, centro di una guerra balcanica che doveva provocare nel resto di quell'anno la morte di 150 mila uomini. Il suo scopo era di ricordare all'opinione pubblica mondiale la gravità della crisi bosniaca. Infatti la presenza di un anziano e prestigioso statista in condizioni di salute assai precarie, che sfidava il fuoco delle artiglierie e delle armi leggere, fu un evento degno di nota e fu oggetto di ammirazione. Tuttavia, un aspetto della visita di Mitterrand passò quasi sotto silenzio, benché fosse uno dei più importanti: la data.

Citazioni[modifica]

  • Gli stili della gioventù americana si diffusero direttamente o attraverso l'amplificazione dei loro segnali mediante la cultura inglese, che faceva da raccordo tra America ed Europa, per una specie di osmosi spontanea. La cultura giovanile americana si diffuse attraverso i dischi e le cassette, il cui più importante strumento promozionale, allora come prima e dopo, fu la vecchia radio. Si diffuse attraverso la distribuzione mondiale delle immagini; attraverso i contatti personali del turismo giovanile internazionale che portava in giro per il mondo gruppi ancora piccoli, ma sempre più folti e influenti, di ragazzi e ragazze in blue jeans; si diffuse attraverso la rete mondiale delle università, la cui capacità di rapida comunicazione internazionale divenne evidente negli anni '60. Infine si diffuse attraverso il potere condizionante della moda nella società dei consumi, una moda che raggiungeva le masse e che veniva amplificata dalla spinta a uniformarsi propria dei gruppi giovanili. Era sorta una cultura giovanile mondiale.
  • Uomini come Hayek non si erano mai mostrati pragmatici... In realtà personaggi come Hayek erano i fedeli di una religione economica.

La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d'identità[modifica]

Incipit[modifica]

Questo è un libro su quello che è accaduto all'arte e alla cultura della società borghese dopo quella società se n'è andata con la generazione post 1914 per non tornare mai più. E in particolare su un aspetto dell'enorme cambiamento globale che l'umanità ha vissuto a partire dal Medioevo, terminato all'improvviso negli anni '50 del Novecento per l'80 per cento del pianeta – negli anni '60 per tutti gli altri – quando le regole e le convenzioni che avevano governato le relazioni umane si erano logorate visibilmente. Di conseguenza, è anche un libro su un'epoca della storia che ha perso l'orientamento e che nei primi anni del nuovo millennio, guarda avanti, con più ansiosa perplessità di quanto io ricordi nella mia lunga vita, senza una guida e una bussola, a un futuro inconoscibile.

Citazioni[modifica]

  • Ho iniziato la mia vita intellettuale a scuola a Berlino, all'età di 15 anni con il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels. (cap. 1, Manifesti)
  • Ciò che caratterizza le arti del nostro secolo è la loro dipendenza da una rivoluzione tecnologica storicamente unica – in particolare le tecnologie della comunicazione e della riproducibilità – e la trasformazione che esse hanno subito in seguito a tale rivoluzione. (cap. 2, Dove vanno le arti?)
  • La società dei consumi pare considerare il silenzio un crimine. (cap. 2, Dove vanno le arti?)
  • I computer e internet in pratica stanno distruggendo il copyright come pure il monopolio del produttore [di musica e di letteratura], e di conseguenza avranno probabilmente un effetto negativo sulle vendite. (cap. 2, Dove vanno le arti?)

Explicit[modifica]

Direi che il cowboy, solo perché era il mito di una società ultraindividualistica, l'unica società dell'éra borghese senza vere e proprie radici preborghesi, era un veicolo insolitamente efficace per sognare, che è poi tutto quello che la maggior parte di noi ha a disposizione sulla via delle illimitate possibilità. Cavalcare da soli è meno improbabile che aspettare che quel bastone da federmaresciallo nello zaino diventi reale.

Nazionalismo: lezioni per il XXI secolo[modifica]

Dunque, nel complesso, i popoli dell’Europa centrorientale continueranno a vivere in Paesi delusi dal proprio passato, probabilmente molto delusi dal proprio presente, e pieni di dubbi sul proprio futuro. Questa è una situazione molto pericolosa. Le persone cercheranno qualcuno da incolpare per i loro fallimenti e le loro insicurezze. Le organizzazioni e le ideologie che più probabilmente trarranno beneficio da questo clima emotivo non saranno, almeno in questa generazione, quelle che vogliono tornare a una qualche versione del periodo antecedente il 1989. È più probabile che saranno movimenti ispirati dal nazionalismo e dall'intolleranza xenofoba. La soluzione più semplice è sempre dare la colpa agli stranieri. (p. 29)

Note[modifica]

  1. Da Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi, Torino, 1991, p. 158.
  2. Da Guerra e pace, Internazionale, n. 428, 15 marzo 2002, p. 27.
  3. Da La fortuna delle edizioni di Marx ed Engels, traduzione di Enrico Basaglia, in AA. VV., Storia del marxismo, vol. 1, Il marxismo ai tempi di Marx, Giulio Einaudi, Torino, 1978, p. 369.
  4. Da The Age of Extremes, p. 422.
  5. Dall'intervista in Silio Boccanera, Nuvole all'orizzonte, Internazionale, n. 457, 4 ottobre 2002, p. 39.
  6. Da La democrazia fa male?, Internazionale, n. 377, 16 marzo 2001, p. 8.
  7. Da La percezione della paura durante la crisi, Internazionale, n. 822, 20 novembre 2009, p. 90.
  8. Da Anni interessanti. Autobiografia di uno storico, Rizzoli, Milano, 2002, p. 101. ISBN 88-17-87032-3
  9. Da Omaggio a uno storico, Internazionale, n. 949, 18 maggio 2012, p. 98.

Bibliografia[modifica]

  • Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, traduzione di Brunello Lotti, Rizzoli, Milano, 1995.
  • Eric J. Hobsbawm, La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d'identità, traduzione di L. Clausi, D. Didero, A. Zucchetti, Collana I Sestanti, Rizzoli, Milano, 2013, ISBN 978-88-17-06541-2.
  • Eric J. Hobsbawm, Gente non comune, traduzione di Stefano Galli e Sergio Mancini, Coll. Collana storica Rizzoli, Rizzoli, Milano, 2000, ISBN 88-17-86336-X.
  • Eric J. Hobsbawm, Nazionalismo: lezioni per il XXI secolo, a cura di Donald Sassoon, traduzione di Paolo Falcone e Rosa Prencipe, Coll. La grande storia Rizzoli, Rizzoli, Milano, 2021, ISBN 978-88-17-15640-0.

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