Ernesto Galli della Loggia

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Ernesto Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia (1942 – vivente), professore universitario, storico e giornalista italiano.

Citazioni di Ernesto Galli della Loggia[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Se Dio esiste, se esiste una rivelazione, è impossibile che non sia quella di Gesù Cristo. Solo qui c'è questa commossa solidarietà con l'umano. Si può non credere, ma tutto questo è incomparabile.[1]
  • C'è davvero qualcosa di singolare nel modo in cui è venuta formandosi la memoria della Repubblica, nel modo in cui tale memoria è stata ed è elaborata dalla cultura ufficiale del Paese. Per molti decenni, ad esempio, a quanto accaduto dal 1943 al '45 fu vietato dare il nome che gli spettava, il nome cioè di guerra civile. Parlare di guerra civile era giudicato fattualmente falso, e ancor di più ideologicamente sospetto. Bisognava dire che quella che c'era stata era la resistenza, non la guerra civile; di guerra civile parlavano e scrivevano, allora, solo i reduci di Salò, i nostalgici del regime e qualche coraggioso giornalista o pubblicista di rango come Indro Montanelli, che mostravano così da che parte ancora stavano. Le cose andarono in questo modo a lungo. Finché, all'inizio degli anni Novanta, come si sa, uno storico di sinistra, Claudio Pavone, scrisse un libro sul periodo 1943-'45 che si intitolava precisamente Una guerra civile: solamente da allora tutti abbiamo potuto usare senza problemi questa espressione, ben inteso non cancellando certo la parola resistenza.[2]
  • Eleggendo Papa Joseph Ratzinger la Chiesa cattolica ha mostrato innanzitutto la sua vitalità storica e la sua collaudata sapienza in quanto corpo politico, sia pure di un tipo specialissimo. Posta infatti di fronte a una difficile successione, la sua suprema assemblea non ha ripiegato sul compromesso e sulle mezze misure. Essa ha tagliato con risolutezza il nodo mostrando cosa significhi un rapporto antico e consapevole con la dimensione della leadership. E ha scelto. Ha scelto non già un arcigno conservatore o un occhiuto inquisitore: a dispetto di molti timori e di molti pregiudizi, Joseph Ratzinger non è questo. Egli è principalmente un testimone della nostra drammatica epocalità, l'uomo consapevole che — nella vampa infuocata dei tempi — interi universi storici, interi mondi antropologici e culturali che per secoli ci hanno plasmato, minacciano di venire annientati e di scomparire; e sente che, lungi dal corrispondere a un qualsiasi progresso, ciò apre solo la strada verso il nulla.[3]
  • La scienza in quanto tale, insomma, non è in alcun modo garanzia di saggezza e di umanità.[4]
  • Il conoscere, il portare a sé il mondo e ripensarlo dentro di sé, che ha rappresentato lo strumento costante della multiforme crescita delle nostre collettività; e poi il rapporto con l'Antichità, con le origini classiche e cristiane, che continua ad essere per noi non solo fonte di un prestigio planetario ma anche motivo non estinguibile di autoriconoscimento, di una pietas del Ricordare e del Custodire in cui si riassume un tratto universale di civiltà; e infine la singolare vocazione italiana all'invenzione e all'armonia delle forme che, a partire dal paesaggio e dai mille modi della quotidianità, si è riversata poi in una vicenda artistica immensa: quanto ci piacerebbe che i nostri ministri dell'Istruzione e della Cultura ricordassero al Paese queste cose![5]
  • Sapere, Passato e Bellezza rappresentano le tre grandi prospettive che da sempre caratterizzano e per più versi racchiudono l' intera nostra vicenda, le tre prospettive che da secoli sono valse a mantenere questa piccola penisola mediterranea al centro dell'attenzione del mondo, portando il nome italiano oltre ogni confine.[5]
  • Riappropriarsi di questo passato e della propria tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti al Paese che sa e che pensa.[6]
  • L'unico scopo che ci tiene insieme sembra essere oramai quello di spartirci il bilancio dello Stato, di dividerci una spoglia.[7]
  • Cultura è una parola da adoperare sempre con estrema cautela, dal momento che tra il pronunciarla e sciacquarsene con sussiego la bocca ce ne corre pochissimo.[8]
  • Con l'ideologia leghista si può essere ottimi sindaci di Varese e perfino di Verona, ma non si riesce a governare l'Italia. [...] Con l'ideologia leghista al massimo si può stare al governo, che però è cosa del tutto diversa dal governare.[9]
  • Quello della Padania, in realtà, è un bluff che solo la stupida timidezza delle forze politiche «italiane» non ha fin qui avuto il coraggio di «vedere», e che Bossi adopera all'unico scopo di marcare il proprio impegno territoriale e il proprio feudo elettorale. Ma che per il resto è di un'inconsistenza assoluta presso lo stesso elettorato leghista.[9]
  • Tutta la classe dirigente italiana è organizzata in un sistema di compatte oligarchie di anziani che per conservare e accrescere i propri privilegi sono decisi a sbarrare l'ingresso a chiunque. [...] La muraglia invalicabile dietro la quale prospera la gerontocrazia italiana ha un nome preciso: l'ostracismo alla competizione e al merito. [...] È così che l'Italia sta mandando letteralmente al macero una generazione dopo l'altra.[10]
  • [...] ma a questo Martone la maturità chi gliel'ha data? Che studi ha fatto? Di più: dove ha vissuto? Visione unilaterale della nostra storia? Ma ha mai sentito parlare di Croce, Gramsci, Salvemini, Chabod, De Felice, per dirne qualcuno?[11]
  • Ma «nominare la parola Islam nella bandella avrebbe immediatamente dato al lettore la sensazione di un romanzo contro l'Islam» – obietta Sgarbi – laddove invece esso è «un'articolata interpretazione del rapporto con l'Occidente». Be', articolata mica tanto, per la verità. Nel libro l'Islam, infatti, arriva al potere grazie a tre fattori: il riflesso antixenofobo delle sinistre, il fiume di soldi provenienti dal petrolio e, si direbbe proprio, la fregola scopereccia della popolazione maschile sedotta dalla poligamia. Di un'eventuale ruolo (anche elettorale) di milioni di donne francesi per esempio, ricondotte a casa a servire il loro marito padrone, neppure una parola che sia una. Come articolazione non so a Sgarbi, ma a me non pare un granché. [...] Houellebecq però, pur difendendo il suo libro dall'accusa di «islamofobia», ha comunque avuto l'ardire di affermare che, se pure lo fosse, «ne avrebbe il diritto» (Le Monde, 20 gennaio). Pensi un po' che sfacciato![12]
  • La politica partecipa pur essa a questo inabissamento nel negativo: con il vicepresidente del Senato e presidente del Consiglio in pectore in caso di vittoria grillina, l'onorevole Di Maio, il quale, riferiscono le cronache, tra uno «spiano» e uno «spiassero» si affanna a indovinare come diavolo faccia la terza persona plurale del congiuntivo presente del verbo «spiare», ma non ci riesce nemmeno al terzo tentativo.[13]

Citazioni su Ernesto Galli della Loggia[modifica]

  • Guzzanti lo avevo già assunto. Vittorio negli ultimi anni era meno efficace, Romagnoli era un po' scomparso, Battista stavo cercando di assumerlo, ma disse di no, era timoroso, forse sognava cose più importanti. Galli della Loggia semplicemente me lo sono dimenticato. (Maurizio Belpietro)

Note[modifica]

  1. Durante la presentazione di un libro di Giussani nel 2001; citato in Antonio Socci, La guerra contro Gesù, Rizzoli, p. 90. ISBN 88-586-1807-6
  2. Da I padroni della memoria, Corriere della sera, 1º novembre 2003.
  3. Da La vera modernità di Benedetto XVI, Corriere.it, 14 luglio 2005.
  4. Da Corriere della Sera, 16 aprile 2008.
  5. a b Da La cultura come risorsa, Corriere.it, 22 luglio 2008.
  6. Da Una scuola per l'Italia, Corriere.it, 21 agosto 2008.
  7. Da Noi italiani senza memoria, Corriere.it, 20 luglio 2009.
  8. Da Una politica senza cultura, Corriere.it, 10 agosto 2009.
  9. a b Da Lega di lotta, non di governo, Corriere.it, 4 aprile 2011.
  10. Da Generazioni perdute, declino paese, Corriere.it, 11 aprile 2011.
  11. Da Il Leopardi «incompreso», ma solo da Martone, Corriere del Mezzogiorno.it, 9 aprile 2014.
  12. Da Houellebecq e l'anomalia di quella parola non detta, Corriere.it, 15 marzo 2015.
  13. Da L'abbandono della scuola, Corriere.it, 16 gennaio 2017.

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