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Ferdinando Ranalli

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Ferdinando Ranalli (1813 – 1894), letterato, storico, patriota e bibliotecario italiano.

Citazione di Ferdinando Ranalli

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  • [...] a nessuno italiano, senza doversi vergognare di questo nome, potrebbe soffrir l'animo che Roma, non che appartenere civilmente all'Italia, fosse nido e ricovero de' cospiratori e nemici d'Italia: e oltre a ciò racchiudesse una potenza disposta, quandochessia, a tirarle eserciti forestieri nel seno.[1]

Storia delle belle arti in Italia

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  • [Basilica di Santa Maria Novella] [...] sebbene anch'essa in molte parti ritragga della tedesca maniera, pure è condotta con tale accorgimento, che non si potrebbe immaginare un tempio né più acconcio all'uso delle sacre ceremonie, né più maestoso e leggiadro a vedere. E l'austero spirito di Michelangelo era sì preso dalla bellezza di questa chiesa, che soleva chiamarla sua sposa. (vol. I, libro II, p. 68)
  • E molto di ammirazione e di lode bisogna dare a Pietro Cavallini romano, che intorno al 1364[2], vedendo Giotto lavorare nella detta nave [di San Pietro], fu il primo e per vari anni il solo ad uscire dalle tenebre che gl'ingegni della sua patria offuscavano; conciossiaché egli riuscisse uno de' più valenti discepoli che mai avesse il dipintor fiorentino, e da lui principiasse la prima luce della pittura romana. (vol. I, libro II, p. 78)
  • L'altare di S. Regolo, nella stessa chiesa di San Martino[3], è altra opera di Matteo [Civitali], che non si potrebbe passare con piccola lode, sì per le tre statue bellissime, maggiori del naturale, e sì pe' tre bassirilievi sotto l'altare, mirabili per proprietà di espressioni, e per la maniera molto ricca e nobilissima di comporre le storie. Similmente il tempietto a otto facce, detto del Volto Santo, che si vede isolato nella stessa cattedrale lucchese, mostra quale architetto e scultore a un tempo fosse il Civitali, non potendosi vedere eleganza migliore negli ornamenti e maggior giustezza nelle proporzioni. E la statua di San Sebastiano ignudo (che delle cinque che si veggono al di fuori del basamento è la sola di Matteo eseguita nel 1484) fu reputata la più bella figura ignuda che fosse stata fino allora condotta in scultura. (vol. I, libro IV, pp. 199-200)
  • Né crederemo già quel che da taluno fu detto, che Matteo [Civitali] non si contentasse della schietta natura, e si aiutasse della bellezza ideale, studiandola in Roma nelle greche statue. A noi è avviso che giammai alcun che d'ideale non entrò nella mente del Civitali; bensì cercò nella natura viva un modello che gli paresse il più vicino alla possibile perfezione: e meglio che non avevano fatto gli altri stati innanzi a lui, il ritrasse con quella eccellente pratica di disegno che allora avevano gli scultori. Onde l'opera del Civitali divenne in quel secolo un modello di perfezione. (vol. I, libro IV, p. 200)
  • Non così com'era riuscito nella scultura, e come altresì nell'architettura sarebbe riuscito se in quella si fosse maggiormente esercitato, riuscì Andrea [del Verrocchio] nella pittura. La quale avendo voluto provare per aggiungere quest'altro fregio alla sua gloria, seguitò a coltivarla per non farsi venire a noia lo scolpire e gettare in bronzo, tramezzandolo col dipingere; finché l'angelo dipinto da Lionardo in quella sua famosa tavola del Battesimo, che si conserva in Firenze nella R. Accademia delle belle arti, lo sgannò in guisa, veggendo un giovinetto far tanto meglio di lui, che mai più non toccò pennelli; sebbene le poche cose che egli dipinse, non sieno poco da pregiare, essendo piaciute a Lionardo da Vinci e a Pietro Perugino, i quali vollero essere suoi discepoli. (vol. I, libro IV, p. 202)
  • [...] se Raffaello fu divino nell'arte, mostrò egli pure di essere umano nelle passioni; e mentre nella Farnesina[4] dipingeva la potenza e le tirannie di Amore, era dominato e tiranneggiato da quel dio. Una donna a noi conosciuta col nome di Fornarina, lo aveva da parecchi anni così preso con quella sua bellezza piuttosto fiera e romanesca, che senza di lei non sapeva vivere; onde fu più volte costretto a interrompere e trascurare l'opera Ghigiana; e secondo che dice il Vasari, pare, che ad Agostino Ghigi fosse mestieri far venire la detta donna a stare con lui, se volle veder finito il suo lavoro. (vol. II, libro X, p. 15)
  • [...] chi dicesse il Maratta un manierista, forse non direbbe il vero; e molti gli moverebbero contro la sentenza del Mengs che affermò: Avere egli sostenuto la pittura in Roma che non precipitasse come altrove. E citerebbero anche il Lanzi che lo loda per quell'amabile e nobile modestia che diede alle Madonne (onde si acquistò il nome di Carlo dalle Madonne): per la graziosa leggiadría, con cui fece gli angioli; e per le belle e devote arie, che diede alle teste de' Santi. (vol. II, libro XV, p. 440)
  • [...] il Maratta non è savio abbastanza per istare co' migliori cinquecentisti, né è sì pazzo da sorprendere per novità: che è quanto dire, non t'invoglia ne' suoi quadri con un'arte pura e senza vizi: e non ti scote e seduce con alcuna di quelle bizzarre e nuove, diciamolo pure, stranezze degli artefici del secento. (vol. II, libro XV, p. 440)
  • [...] il Lanzi loda ed esalta i veneti Gio. Batista Tiepolo e Sebastiano Ricci, che fiorirono sul principio del settecento; ancor di loro non si può dir che bene, avendo rispetto a quel che erano e praticavano i più dappertutto. Ma nessuno oggi spenderebbe una somma per fare acquisto de' loro quadri. (vol. II, libro XV, p. 450)
  • [Scipione Maffei] [...] come fu il primo a ricondurre la tragedia alla grandezza, dignità e bellezza antica, così ebbe ingegno e giudizio da provvedere alla miglior fabbricazione de' teatri. Se Verona non avesse avuto altri che il Maffei, basterebbe questo solo a darle gloria per tutti i secoli. (vol. II, libro XV, p. 453)
  • Pare che il Borromini fusse nemico del retto; e nelle sue architetture si vede sempre un rigirare infinito di linee oblique e come dice il Milizia, a zig zag; un profilare incessantemente contorto; un accozzamento di modanature di strana e diversa forma; un porre colonne sopra colonne, statue sopra statue, mensole sopra mensole con irregolare spartimento; e in fine un ornare senza misura, che lo tirava a que' cartocci a quelle colonne rannicchiate, a que' frontoni rotti e a tutte l'altre stravaganze di sbrigliata e insaziabile fantasia. (vol. III, libro XV, p. 105)
  • [...] in ciò che è comodità e solidezza di fabbriche [al contrario del loro aspetto esteriore], pochi furono savi e ingegnosi al pari del Borromini; il quale da natura sortì ingegno potentissimo e sommamente cupido di gloria. E come la potenza dell'ingegno non ben diretta lo faceva eccedere nelle cose dell'arte, cosi la soverchia cupidità della gloria lo fece essere ingiusto contro il Bernini, cui cercò di abbassare quanto più poté e seppe. (vol. III, libro XV, p. 105)
  • Ma dove in quel tempo il delirare [barocco] in architettura e scultura passò ogni confine, fu in Torino e in Genova. Ebbe Torino nel frate teatino Guarino Guarini il più gran borrominesco che mai si sia veduto: e in Filippo Parodi ebbe Genova il suo Bernini.
  • [...] del suo maestro [Francesco Borromini], e più anche del suo maestro, fu il Guarini nemico capitale delle linee rette; e a forza di cavità e di convessità e di sguaiataggini d'ogni specie, condusse in Torino molte fabbriche, fra le quali danno noia a chi ami il buono e il bello, la deforme porta del Po, la bruttissima cappella del Sudario, la chiesa del suo Ordine[5], tutta centinata, e a zig zag, la chiesa di San Filippo Neri dello stesso gusto, e con facciata tutta imboscata di colonne e di pilastri, il palazzo del principe Filiberto di Savoia, goffissimo di ordini, di finestre e di ornati, e altri palazzi e fabbriche, che non importa rammentare. (vol. III, libro XV, p. 143)
  • II genovese Filippo Parodi aveva dal Bernini appreso in Roma i modi dell'arte, e tornato in patria aveva acquistato tanta fama, che fu chiamato in Venezia a fare nella chiesa de' Tolentini il monumento del patriarca Morosini. Opera per mole, invenzione ed ornamenti del tutto berninesca [...]. (vol. III, libro XV, p. 143)
  • Un altro architetto, di cui non devo tacere, me lo porge la città di Fano. Se fu tempo in cui l'architettura teatrale avesse pregio, per certo fu allora che gli artefici davano nel teatrale ancor quando i teatri non facevano. Fra quelli che più particolarmente si acquistarono fama e onore in questo genere di fabbricazione, celebrano gli storici il cav. Giacomo Torelli da Fano, che, andato a Venezia, non è a dire quanto in questa città piacesse con quelle sue nuove e ingegnosissime macchine di scene e di prospetti decorativi. E quel che poi divenne uso in tutti i teatri, cioè di potere per via di una leva o d'un argano mutare ad un volger d'occhio tutte le scene, fu sua invenzione, la prima volta posta in opera nel teatro dei SS. Gio. e Paolo. Insomma in questa parte d'architettura egli si era acquistato sì alta riputazione, che non poté sfuggire gli effetti della più sdegnosa invidia; la quale, non potendolo nuocere nel nome, cercò d'impedirgli di lavorare; perché una sera assaltato, gli furono le dita della destra tagliate. (vol. III, libro XV, p. 145)

Note

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  1. Da Della quistione romana, coi tipi dei Successori Le Monnier, Firenze, 1870, p. 12.
  2. Errore evidente! Giotto morì nel 1337 e Cavallini intorno al 1330.
  3. Cattedrale di San Martino, duomo di Lucca.
  4. Villa romana costruita dall'architetto Peruzzi per il ricco banchiere Agostino Chigi.
  5. Guarini fu un chierico regolare dell'Ordine dei teatini.

Bibliografia

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Altri progetti

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