George Mosse

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George L. Mosse

George L. Mosse (1918 – 1999), storico tedesco.

Citazioni di George Mosse[modifica]

Dall'intervista di Sandro Penna, Sodoma, 1984, n. 1; ripresa in Il secolo gay, Diario del mese, gennaio 2006, p. 68
  • La coesione, i rapporto di interdipendenza esistenti nella società si basano, fra le altre cose, sulla divisione sessuale del lavoro. La questione sta quindi nel capire fino a che punto la società è disposta a tollerare la confusione fra i sessi. [...]
  • Se si ha l'intenzione di avere più dignità, più sicurezza, e vorrei dire più maturità, è importante collocarsi all'interno di una tradizione, e non vivere antistoricamente per il presente.
  • Gli omosessuali non trovano un posto nell'intera società, che possa dar loro una struttura nella quale collocarsi. Non hanno la struttura del matrimonio, o quella della famiglia, sono senza alcuna struttura, e questo determina la promiscuità e tutte le altre componenti della subcultura gay.
  • La storia può servire per offrire agli omosessuali quelle strutture che non hanno.

Le origini culturali del Terzo Reich[modifica]

  • Non si vuole negare l'ovvia evidenza del fatto che, in Germania, non mancavano gli studenti liberali come Mommsen e Virchow. Ma ciò che conta sottolineare, è che essi erano in netta minoranza, e tanto più lo furono quando, a partire dagli anni ottanta, i corpi accademici non fecero più nulla o quasi per frenare la montante marea di antisemitismo.
    Si tratta di un atteggiamento facilmente spiegabile, nient'affatto misterioso e che, oggi ancora, dovrebbe risultare evidente a prima vista. Ben di rado gli accademici si oppongono al regime, al potere, e in Germania in particolare essi erano direttamente legati al regime, e di conseguenza tendevano a favorire lo status quo. È questo il motivo che più d'ogni altro ne spiega il comportamento: i corpi accademici non desiderano altro che la tranquillità, un'atmosfera in cui condurre in pace le loro ricerche «imparziali»; un modo d'essere in auge già avanti la prima guerra mondiale, e che toccò l'acme sotto il nazismo. (pp. 298, 299)
  • [...] l'idea di una comunità maschile, basata su affinità sessuali e ideologiche, non era esclusiva della Germania: peculiarmente tedesche furono l'applicazione del concetto e la sua strumentalizzazione ai fini di cause politiche e sociali. L'idea dell'Eros e la tendenza all'omosessualità erano infatti moneta corrente non soltanto in Germania, ma anche in Francia e in Inghilterra. In Francia, le concezioni di Blüher erano condivise da André Gide e da Marcel Proust, entrambi irresistibilmente attratti dall'Eros e dall'omosessualità, con la differenza che siffatte inclinazioni erano da essi considerazioni di carattere strettamente personale. Né Gide né Proust né Oscar Wilde pensarono mai di servirsi dell'omosessualità o della sublimazione del sesso per farne il fondamento di una teoria cosmica, da cui dedurre alternative alla presente situazione sociale e politica. In Germania, invece, l'idea di Bund si sviluppò appunto lungo questa direttrice [...]. (p. 314)
  • L'opera dell'ebreo convertito Otto Weininger, Geschlecht und Charakter (Sesso e carattere) che, pubblicata nel 1904, conobbe vasta popolarità, faceva della dicotomia maschio-femmina addirittura un principio cosmico. La teoria dell'Eros, maschiocentrica, destinava la donna a una posizione ancillare rispetto all'uomo. Nelle donne, affermava Weininger, mancava l'Eros proprio degli uomini: gli interessi delle donne erano il matrimonio, la riproduzione, la soddisfazione dei bisogni dei figli, ragion per cui era da escludere che fossero responsabilmente depositarie dell'Eros culturale. Nel tentativo di conferire obbiettività alla propria tesi, Weininger esaltava il «femminino-materno» come una forza fondamentale, facendo però il panegirico del «mascolino-creativo» inteso come la forza superiore racchiudente le qualità spirituali dell'uomo. E, non contento ancora, si spinse più in là, col risultato di sconfinare vieppiù nell'assurdo e nell'irrazionale: non solo attribuì alla donna un ruolo inferiore, ma introdusse una componente razziale. Come la femmina era opposta al maschio, così l'ebreo si contrapponeva all'ariano. Le caratteristiche dell'ebreo erano equiparate a quelle della donna: l'uno e l'altra aspiravano a beni materiali a scapito degli interessi spirituali, l'uno e l'altra trasformavano l'amore in lussuria. Laddove tuttavia la femmina nell'ambito di una razza aveva semplicemente un ruolo secondario rispetto al maschio l'ebreo, di sesso maschile o femminile che fosse, era inferiore all'intera razza ariana. Le donne erano semplicemente suddite; gli ebrei nemici dell'anima e della vita spirituale. (p. 317-318)

Citazioni su George Mosse[modifica]

  • George Lachmann Mosse è una personalità singolare nel mondo della storiografia contemporaneistica, dove si distingue per l'originalità dei problemi proposti dalla sua ricerca e per la novità del metodo di analisi: i suoi saggi fondamentali sul nazismo, sul razzismo, sul nazionalismo e la politica di massa, hanno segnato una svolta e un progresso decisivi nella conoscenza di questi fenomeni, che Mosse ha studiato con l'intelligenza spregiudicata dello storico vero, ma anche con una contenuta preoccupazione per il destino della libertà e della ragione di fronte alle sfide della realtà. Oltre il campo proprio della storiografia, le sue riflessioni sulla «nazionalizzazione delle masse», sul ruolo dei miti e dei riti nei movimenti politici, sugli atteggiamenti dell'uomo e delle masse di fronte ai dilemmi della modernità, sono un contributo culturale di grande valore per comprendere la natura della moderna politica di massa, e per essere consapevoli del ruolo e della potenza dell'irrazionale nella storia della nostra epoca.[1] (Motivazione per il conferimento del Premio Prezzolini 1985)

Bibliografia[modifica]

  • George L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, traduzione di Francesco Saba-Sardi, il Saggiatore, Milano, 1994 (1968). ISBN 88-428-0067-8

Altri progetti[modifica]

  • Citato in Donatello Aramini, George L. Mosse, L'Italia e gli storici, FrancoAngeli, 2010, p. 116. ISBN 978-8-85-682735-4