Giuseppe Bottai

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Giuseppe Bottai

Giuseppe Bottai (1895 – 1959), politico italiano.

  • Vogliamo rimeditare sull'essenza di questa guerra e vogliamo riaffermare a noi stessi che siamo responsabili insieme al duce. Rivendichiamo una responsabilità fondamentale, quella di aver creato lo Stato Corporativo, e la responsabilità di aver acceso il fuoco di rinnovamento politico e sociale dell'Europa, perché questa si salvasse e potesse continuare la sua funzione di elaboratrice e sostenitrice della civiltà occidentale. La storia riconoscerà che abbiamo interpretato la sua legge, e se la storia non mente e il destino non tradisce, questo sangue fruttificherà.[1]

Citazioni su Giuseppe Bottai[modifica]

  • Bottai credeva fervidamente nelle sue teorie e si batté con impegno pertinace e talvolta settario per tradurle in realtà operante martellandole dal suo periodico chiamato non a caso "Critica Fascista", senza deprimersi mai di fronte agli insuccessi a catena, e senza mai rinnegare la sua fede in un fascismo migliore. (Paolo Pavolini)
  • Bottai, ministro dell'Educazione nazionale, ordina a rettori, provveditori e presidi di diffondere nel mondo della scuola «La difesa della razza» e di farne «oggetto, da parte dei docenti e dei discenti, del più vivo interesse». E aggiunge: «Ogni biblioteca universitaria dovrà esserne provvista e i docenti dovranno leggerla, commentarla, consultarla per assimilarne lo spirito che la informa, per farsene i propugnatori e i divulgatori». Per di più, anticipando gli stessi provvedimenti razzisti dell'ottobre [1938], fin dal 9 agosto esclude gli ebrei da ogni supplenza e incarico scolastico, e il 24 del mese invia ai presidi un elenco di libri di testo di autore ebreo: si guardino bene dall'adottarli e, se lo avessero fatto, li sostituiscano subito. (Silvio Bertoldi)
  • Cercò di accendere qua e là faville di cultura libera in un sistema dove l'unica cultura ammessa era il catechismo di partito o un cumulo di pregiudizi feudali di diversa origine (Paolo Pavolini)
  • Secondo Bottai, tutto il fascismo di destra e di sinistra, doveva abbandonare il campo e dissolversi, passando obbligatoriamente la mano, piacesse o no, all'unica forza superstite di un regime crollato, e cioè all'apparato militare del re. (Paolo Pavolini)

Note[modifica]

  1. Citato in Paolo Pavolini, 1943, la caduta del fascismo – 1, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1973

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