Silvio Bertoldi

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Silvio Bertoldi (1920 – 2018), giornalista e saggista italiano.

Citazioni di Silvio Bertoldi[modifica]

  • Se si passa al carattere, al temperamento, ai gusti, all'interiorità di Vittorio Emanuele, le differenze diventano abissali. Carlo Alberto era naturalmente elegante, coltissimo, sobrio, raffinato, austero, di scarse confidenze e nella scelta dei suoi amori fu sempre portato a donne di classe. Salvo poi tormentarsi per aver peccato e aver ceduto alle tentazioni, essendo religiosissimo. Per quanto riguarda il figlio, bastava un'occhiata a giudicarlo: sciammannato, neppure troppo pulito, vestito come un contadino, con gusti rozzi, refrattario alle arti, alla musica e a qualsiasi forma di curiosità intellettuale, ignorante, bisognoso di muoversi, di scatenarsi a caccia sui monti dell'amata Val d'Aosta, indifferente alla religione e osservante solo perché superstizioso e preoccupato delle punizioni divine se mancava verso la Chiesa e i preti. (da Il re che fece l'Italia)

Badoglio[modifica]

Incipit[modifica]

Le ricorrenze dei cinquantenari segnano, d'abitudine, le date dei grandi eventi e dei grandi personaggi. Cinquant'anni dalla caduta del fascismo: l'Italia che si libera dalla dittatura, Mussolini deposto, il passaggio dall'alleanza con i tedeschi a quella con gli alleati, alla fine l'armistizio dell'otto settembre. Cinquant'anni: ed eccoci a ricordare quei fatti e quei protagonisti, ed ecco riapparire fatalmente il nome di Pietro Badoglio, il generale che prese il posto del duce e che fu scelto dal re Vittorio Emanuele per il suo passato di glorie militari e di fedeltà sabauda, sorvolando sulle ombre di tragiche sconfitte. Di cui Caporetto resta la più grave e la più enigmatica: sbagliò per insipienza, per superficialità, per la confusione degli alti comandi, per presunzione? E le colpe furono tutte sue o andavano spartite con altri?

Citazioni[modifica]

  • Badoglio si svegliava immancabilmente alle sette. Alle otto era in ufficio. All'una a tavola. Alle nove e mezzo a letto. Nemmeno una bomba sotto la sedia poteva modificare quegli orari. Puntualissimo, pignolo, se aveva ospiti a colazione e non erano ancora arrivati per l'una, chiunque fossero, lui all'ora stabilita cominciava a mangiare. (Razza Piemonte, p. 23)
  • Per carattere era alieno da smancerie, poco portato alle manifestazioni sentimentali. Non gli parevano da soldato, da piemontese. Amava moglie e figli, ma ognuno al proprio posto. Nessuno dei suoi parenti lo vide dare pubblicamente un bacio alla moglie. (Razza Piemonte, p. 24)
  • La parsimonia giunse ai limiti dell'avarizia, anzi della taccagneria. Gli dispiaceva spendere quattrini. Andava in giro senza soldi e, seduti al caffè di Asti, toccava sempre a Valenzano[1] pagare il vermut. Lui risparmiava accanitamente, anche sulle piccolezze, con la solita scusa che lo faceva per i figli. (Razza Piemonte, p. 25)

La chiamavamo Patria[modifica]

Incipit[modifica]

La generazione di coloro che avevano diciott'anni nel 1936, quando Mussolini annunciò la conquista dell'Impero, crebbe conoscendo degli avvenimenti italiani ed esteri soltanto ciò che il fascismo le faceva sapere: ossia le versioni ufficiali. Sicché trascorse la migliore stagione della vita ignorando la realtà del mondo e tutto quanto riguardava l'Italia, perché il regime glielo teneva nascosto. Nei primi tempi, sull'onda inebriante dei trionfi, la verità «ufficiale» le bastò. Non le interessavano le opinioni di avversari e nemici, nella convinzione che non si dovesse nemmeno tenerne conto. Quell'Italia era la Patria.

Citazioni[modifica]

  • Si immagini questo frivolo giovanotto [Galeazzo Ciano], diviso tra i salotti delle contesse romane e i consessi internazionali, nell'alternarsi delle vicende spagnole, di cui ha finito per sentirsi non solo l'arbitro, ma il responsabile verso il suocero[2]. Non è stato in Spagna. Segue le battaglie iberiche come gli italiani seguivano quelle d'Etiopia, appuntando le bandierine sulla carta geografica. (cap. 3, p. 42)
  • Alti ufficiali delle tre armi corteggiano Ciano e approvano ostentatamente ogni sua trovata in campo strategico, quasi si trattasse delle direttive d'un Hindenburg. Ministri e gerarchi chiedono a lui notizie «vere» della guerra e applaudono con esagerato entusiasmo alle vittorie annunciate dal Delfino come frutto delle sue disposizioni. Il giovanotto è di per sé portato a sopravalutarsi. Prende sul serio il finto credito e la finta reverenza che gli dimostrano e si convince di essere davvero il regista della spedizione spagnola. (cap. 3, pp. 42-43)
  • Ciano era il Delfino, l'erede in pectore. Grandi ha scritto che non piaceva a nessuno e ha ragione. Fisicamente il giovanotto aveva un che di ridicolo, i capelli impomatati sul cranio da dolicocefalo, i piedi piatti e larghi nel camminare, l'abitudine di tenere la testa all'indietro perché così faceva il suocero, una figura che andava impinguendosi troppo per uno non ancora quarantenne. Giocava a golf e amava farlo sapere per snobismo, essendo allora il golf praticato solo da alcuni privilegiati. Ma gli italiani ridevano di uno sport consistente nel dare bastonate a una pallina per farla entrare in una buca. L'unica palla degna del loro interesse era quella del calcio. (cap. 4, pp. 60-61)
  • Del principe ereditario Umberto di Savoia erano innamorate le ragazze di ogni ceto. Gli bastava comparire a qualche cerimonia o sfilata e se lo mangiavano con gli occhi. Era bello, bruno, alto, con sguardi romantici; purtroppo per lui, in un Paese dove viene esaltata nell'uomo soprattutto la virilità, si mormorava che gli piacessero poco le donne e che sua moglie Maria José fosse infelice. (cap. 4, p. 61)
  • [Achille Starace, durante una visita all'Università di Padova nell'ottobre 1937] Si trovò ad un certo punto circondato da una massa di giovani del Guf[3] con i variopinti cappelli delle facoltà, fazzoletti azzurri e divisa fascista. Lo presero in mezzo gridando evviva e se lo issarono sulle spalle. Starace, compiaciuto, lasciava fare, non aveva il più pallido sospetto che si trattasse di una presa in giro, salutava romanamente sorridendo. Si udivano ovazioni e applausi, di cui il segretario del partito non coglieva il sottofondo derisorio. Sballottolato dai portatori, fu trasportato in corteo verso la cerimonia rituale. Ogni tanto, sempre lanciando motti fascisti e cantando gli inni della Rivoluzione, lasciavano cadere l'infelice a terra, come per errore, poi lo rialzavano e lo buttavano in aria. Continuarono così per un buon tratto e il peggio venne quando i goliardi cominciarono a pungergli il sedere con certi spilloni portati apposta, A ogni colpo il martire sbiancava per il dolore, ma fingeva di nulla, si sforzava di non darlo a vedere. Così, tra punzecchiature e tonfi sull'asfalto, finì la processione, sopportata da Starace con stoicismo, sempre salutando romanamente e mostrandosi compiaciuto della «calorosa accoglienza ricevuta» (così si espresse il giorno dopo, per mascherare l'inaudito oltraggio, il giornale locale). Non vi furono provvedimenti punitivi. Ma da quel momento l'antipatia di Starace per il Guf e per gli universitari divenne mortale. (cap. 5, pp. 69-70)
  • Quest'uomo [Starace] nuoceva al fascismo più dell'opposizione antifascista, perché ridicolizzava l'Idolo [Mussolini] e rendeva insopportabile l'esistenza alla gente. (cap. 5, p. 73)
  • Esisteva [in Italia], per la verità, fin dal 1920, un marginale filone di antisemitismo alimentato da un prete spretato, Giovanni Preziosi, e dalla sua rivista «La vita italiana», sovvenzionata da Farinacci, [...]. Un lugubre fanatico, senza seguito, riemerso durante La Repubblica sociale per chiedere l'applicazione in Italia delle leggi naziste di Norimberga e finito dopo il 25 aprile 1945 suicida con la moglie a Milano. (cap. 11, p. 122)
  • Tra i giornalisti fascisti, il leader dell'antisemitismo è Telesio Interlandi, direttore del «Tevere» e autore del volume Contra judeos. Alla sua morte, nel dopoguerra, i familiari faranno inserire nel necrologio a pagamento sui giornali la qualifica di «cavaliere di razza». Per questa gente Auschwitz, Treblinka, l'Olocausto non erano esistiti. O non erano bastati a farli vergognare. (cap. 11, p. 122)
  • Bottai, ministro dell'Educazione nazionale, ordina a rettori, provveditori e presidi di diffondere nel mondo della scuola «La difesa della razza» e di farne «oggetto, da parte dei docenti e dei discenti, del più vivo interesse». E aggiunge: «Ogni biblioteca universitaria dovrà esserne provvista e i docenti dovranno leggerla, commentarla, consultarla per assimilarne lo spirito che la informa, per farsene i propugnatori e i divulgatori». Per di più, anticipando gli stessi provvedimenti razzisti dell'ottobre [1938], fin dal 9 agosto esclude gli ebrei da ogni supplenza e incarico scolastico, e il 24 del mese invia ai presidi un elenco di libri di testo di autore ebreo: si guardino bene dall'adottarli e, se lo avessero fatto, li sostituiscano subito. (cap. 11, pp. 127-128)
  • Badoglio, responsabile delle forze armate, gioca alle bocce. Ha assistito alle manovre della Wehrmacht e ha riferito al Duce che i tedeschi militarmente valgono poco. (cap. 15, p. 153)
  • Muti piacque subito. Era un uomo molto bello, con un fisico atletico, una piccola testa volitiva da etrusco, un passato – come disse Ciano – «da guerriero dell'alto Medioevo»: volontario di guerra a sedici anni, a Fiume con D'Annunzio, combattente in Etiopia e in Spagna, medaglia d'oro, pluridecorato al valore. (cap. 16, p. 172)
  • Romagnolo, [Ettore Muti] aveva il carattere estroverso e gaudente della gente della sua terra. Gli piacevano gli scherzi e le tagliatelle al ragù, aveva un suo clan di amici, diceva sempre ciò che pensava. Una specie di D'Artagnan del littorio, gran corridore di gonnelle e gran collezionista di scalpi femminili. Come è noto, quest'ultima caratteristica rende assai popolari in Italia e Muti la possedeva in larga misura. (cap. 16, p. 172)
  • La prima reazione [dopo l'annuncio sull'entrata in guerra dell'Italia] è l'assalto ai negozi di generi alimentari. Mussolini ha parlato alle ore 18 del 10 giugno e alle 7 del mattino del giorno dopo si formano già le code davanti alle salumerie, alle drogherie, ai prestinai (le code per modo di dire: si tratta di vere e proprie cariche, con spintoni, grida e insulti). Sono già state distribuite le tessere del razionamento e le quantità di pane, di pasta, di riso, di burro, di olio assegnate a ogni cittadino si rivelano ridicole, da dieta dimagrante. Nessuno crede a una guerra breve. C'è una gran paura della fame e una gran corsa a procurarsi delle scorte. (cap. 18, p. 185)
  • Uno [tra i capi fascisti, dopo l'arresto di Mussolini] è stato assassinato senza un perché, primo delitto di Stato d'una lunga serie futura.
    La vittima è Ettore Muti, l'ex segretario del partito, uomo senza nemici, coraggioso in guerra, decorato delle massime ricompense al valore, schietto fino all'ingenuità, negato alla retorica e ai miti. Fu detto che si temeva una sua ribellione al nuovo governo, l'eventualità di vederlo capeggiare una congiura di ex fascisti per liberare Mussolini (cosa che, se avesse voluto, a Muti sarebbe probabilmente riuscita). Ma non era vero. Muti aveva anzi proposto qualche tempo prima, visto il precipitare delle cose, di togliere di mezzo lui stesso Mussolini, era un guerrigliero e non un politico. Se ne stava nel pieno dell'agosto in una sua villetta dentro la pineta di Fregene, con una delle tante amanti, più tardi rivelatasi una spia. Lo prelevò una pattuglia di carabinieri e, nel folto, gli spararono nella nuca. Una vicenda disonorante. Non l'unica d'un periodo, i quarantacinque giorni di Badoglio, definibile senza timore nefando. (cap. 21, pp. 222-223)

Explicit[modifica]

Adesso sì, la generazione dell'Impero si è accorta che qualcosa non è più come prima, anzi tutto è diverso. Nel bene e nel male. Sono diverse le regole del gioco, i rapporti, gli affetti, perfino i comportamenti. I giovani dell'Impero hanno sempre obbedito disciplinatamente e ora si sentono dire che avrebbero dovuto ribellarsi. I loro figli lo fanno, anche se non sanno a chi e a che cosa. Cominciano gli esami di coscienza e lasciano disperati e impotenti, davanti ad antichi valori frantumati e derisi. Come folgorata, la generazione dell'Impero scopre che il mondo in cui finalmente aveva imparato a vivere non è più il suo e dopo esserle tanto piaciuto ora la lascia sbigottita e affranta. Con amarezza è giunto il momento di passare la mano: provino loro, facciano loro, lascino la loro impronta, creino la società del futuro; e forse, quando si sarà concluso il ciclo, la memoria dei padri non gli sembrerà più così ostile.
L'Italia dei padri è finita. Comincia l'Italia dei figli. Due sospiri nel tempo.

Mussolini tale e quale[modifica]

Incipit[modifica]

Se fosse vivo, Mussolini andrebbe per gli ottantatré. Voglio dire se non lo avessero ammazzato: perché nessuno può sapere se avrebbe avuto salute e fiato per arrivare fino a tanto.
Per la generazione che ha oggi vent'anni, un uomo che ha passato gli ottanta è un antenato. Anche gli uomini di Mussolini, quelli della sua età e quelli che lo conobbero bene, se hanno la fortuna di essere ancora al mondo, stanno per diventare degli antenati. Più o meno, sono tra i sessantacinque e gli ottanta anche loro.
Chi resta, oggi, che possa dire di essere stato così intimo di Mussolini da raccontare che uomo fosse? Tra pochi anni, il ciclo evolutivo si sarà compiuto e testimonianze dirette su questo indiscutibile personaggio non sarà più possibile trovarne. Insomma gli uomini di Mussolini se ne stanno andando uno alla volta.
Questa è l'osservazione che ho fatto e che costituisce la giustificazione di questo libro.

Citazioni[modifica]

  • Ateo non giurerei che sia stato, piuttosto uno dei tanti cristiani e cattolici per nascita e per abitudine. Fu sicuramente un indifferente e se dentro di sé ebbe dei turbamenti, dei dubbi, non furono di carattere religioso. Si aggiunga che nutriva le radicali superstizioni popolari romagnole contro i preti e le tonache in genere: anche negli anni dello splendore, anche in momenti di grande impegno sociale o in situazioni pubbliche di rilevo, fu osservato far gesti e atti di scongiuro disdicevolissimi, perché noti a chiunque tanto più suscitatori di meravigliate perplessità se veduti compiere da un capo del governo. E tutto ciò perché, d'un tratto, aveva notato un prete. (Capitolo I, p. 8)
  • In collegio chiamavano lui «il matto di Dovia[4]», o il «ragazzaccio di Predappio», o perfino, alla romagnola «l'omazz», l'omaccione; e lui (e i suoi amici) chiamavano il collegio «la repoblica ad Frampul», la repubblica di Forlimpopoli, come per dire che ci comandavano loro e basta. (Capitolo II, p. 17)
  • Racconta [Quinto Navarra] che Mussolini voleva il silenzio assoluto intorno a sé, mentre lavorava: e che per garantirselo, fece vietare l'uso dei clacson agli automobilisti in piazza Venezia. Racconta che amava la solitudine, che soffriva di raffreddori, che era freddoloso, che era disturbato dalla stitichezza, che portava mutandine corte di cotone, che dormiva con il pigiama e che alla mattina, alzandosi, se ne toglieva la giacca per ultimo. [...] Narra dunque il cameriere che Mussolini non sapeva radersi e che non faceva il bagno tutte le mattine. Portava le giarrettiere per reggere i calzini, voleva la manicure due volte la settimana, non metteva le pantofole ma uno strano paio di sandali arabi e cingeva il ventre con una panciera di lana, elastica. (Capitolo XIV, pp. 171-172)

Note[modifica]

  1. Nino Valenzano, nipote di Badoglio e suo segretario nel 1943-45.
  2. Galeazzo Ciano, marito di Edda, era genero di Benito Mussolini.
  3. Gruppi universitari fascisti, articolazione universitaria del Partito Nazionale Fascista.
  4. Località, a circa 2 km da Predappio, ove nacque Mussolini.

Bibliografia[modifica]

  • Silvio Bertoldi, Badoglio, Supersaggi, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1993. ISBN 88-17-11610-6
  • Silvio Bertoldi, Il re che fece l'Italia: vita di Vittorio Emanuele II di Savoia, Rizzoli, Milano, 2002. ISBN 88-17-87062-5
  • Silvio Bertoldi, La chiamavamo Patria, Rizzoli, Milano, 1989. ISBN 88-17-85323-2
  • Silvio Bertoldi, Mussolini tale e quale, I super pocket, Longanesi, Milano, 1975.

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